Riflessioni

I rapporti irrisolti e altre leggende: come uomo e donna li affrontano

lasciare-andare

Sarà capitato a tutti di trovarsi a dare consigli a un disperato in amore. E di solito, per “disperato in amore” s’intende una persona in piena crisi per una storia finita male o per un rapporto che non vuole proprio saperne di funzionare. Solitamente questa persona è un amico, il che rende ancora più arduo e delicato il compito di consolarlo e impedirgli di chiudersi in casa in presa ad attacchi depressivi da serie tv.
Una cosa che ho notato nel tentare di consolare un amico da una storia d’amore fallita, è, anche qui, l’opposto comportamento uomo-donna. Le donne, come spesso succede, tendono a crogiolarsi nei drammi, e in questo le amiche non è che siano molto di aiuto: quasi tutte le donne, infatti, nutrono questa tendenza autolesionistica all’analizzare ripetutamente una situazione, non solo parlandone all’infinito, ma anche segmentandola in varie parti, delle quali ricercano il segreto che si nasconde dietro ad ogni comportamento o parola detta, con un atteggiamento a metà tra migliori psicologhe e perfette investigatrici private. Questo, ovviamente, non fa altro che trasformare un piccolo problema in un’insuperabile ossessione, verso la quale investono tutte le loro speranze e aspettative.
Gli uomini, invece, in questo sembrano molto più semplici. Mi è capitato una volta di assistere a un dialogo tra due miei amici, uno dei quali, disperato per essere stato lasciato, aveva chiesto consiglio ad un suo amico. Lui, dopo essersi sorbito mezz’ora di paturnie e lamentele di ogni tipo dal disperato in amore, l’ha liquidato con una risposta del tipo: “Lascia stare, se deve essere sarà, altrimenti non è il caso di insistere“. Punto, stop, il caso è chiuso e archiviato fino a nuovi aggiornamenti.
Per quanto questa considerazione possa sembrare superficiale, io in realtà mi sono sempre chiesta se non fosse del tutto esatta e concreta. Non è forse vero che una storia funziona solitamente se procede spontaneamente, cioè mossa da sentimenti spontanei e non perché costruita da regole ferree di comportamento femminile trovate su riviste altrettanto femminili?
E qui arrivo ad un altro tipo di discorso. Sarà anche assurdo, ma, se ci pensiamo bene, le persone con cui di solito ci fissiamo e ossessioniamo per ore le nostre amiche, non sono quelle con cui abbiamo vissuto lunghe e complete storie d’amore. E mi riferisco a quelle storie talmente tranquille e prive di problemi da sembrare quasi noiose. Con quelle storie i conti li hai già fatti: sei partita da un inizio e sei arrivata ad una fine, e se hai amato e sei stata ricambiata, se hai dato tutta te stessa fino a quando non hai capito che non c’era più nulla da dare, sai di essere stata pronta a mettere un punto a quella situazione, e ad andare avanti.
Una storia non è altro che un percorso condiviso in due, e quando riesci a vivertelo in questo modo, sei anche piuttosto serena nel vederlo finire. E lo sei perché sai che è andata come doveva andare, e cioè spontaneamente.
Le fisse, invece, e tutte le conseguenti paranoie e paturnie, nascono con quelle persone con cui, per un motivo o per un altro, questo percorso non l’hai potuto fare. Sono quelle con cui hai dei conti in sospeso, quelle con cui non hai vissuto nemmeno un terzo di quello che avresti potuto vivere. E’ con loro che rimane quel punto di domanda, quel “Cosa sarebbe successo se…?“: con loro rimane quel retrogusto amaro di un probabile futuro che avrebbe potuto realizzarsi, se non aveste passato metà del vostro tempo cercando di distruggervi a vicenda.
E forse passerai molto tempo nel porti quelle domande: passerai molto tempo nel tormentarti, accusandoti di errori che hai fatto e dimenticando, a volte, i suoi. Probabilmente te ne farai un ossessione, e passerà del tempo prima che tu possa sentirti di nuovo serena e in pace con te stessa. Ma poi arriverà un giorno in cui accetterai con serenità e consapevolezza questa semplice e banale verità: non c’è nulla di irrisolto in una situazione non risolvibile.
Non c’è nulla per cui incolpare se stesse per un percorso non andato come pensavi tu. A volte perdere qualcosa che si desidera molto può essere solo un segnale che quel qualcosa non doveva accadere per il tuo stesso bene.
D’altronde il destino gioca il suo ruolo nel manovrare i fili delle nostre vite.
Per questo la domanda “Cosa sarebbe stato se…?” e tutte le altre paturnie che riversiamo sulle nostre amiche più esaurite di noi, non dovrebbero esistere: quando si parla di una storia non sarebbe potuto essere nulla, altrimenti lo sarebbe stato.

Martina Vaggi

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