Riflessioni

Occidentali’s karma: la tradizione inciampa e si rialza

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Che il tempo in cui viviamo noi oggi rappresenti un’epoca in continuo mutamento, dove per novità intendiamo qualcosa che va on line alle 17:00 e alle 17:01 è già storia passata e superata, credo sia evidente a tutti. Che la nostra voglia di stare al passo con Internet e con il mondo digitale (attorno al quale ormai ruota tutta la nostra esistenza) ci porti a preferire spesso cose veloci, istantanee, che arrivino subito dritto al punto senza girarci tanto attorno è abbastanza evidente in tutti i campi della nostra quotidianità. E ciò è stato reso evidente anche ieri sera con la vittoria di Francesco Gabbani al Festival di Sanremo: o meglio, con la vittoria della sua Occidentali’s Karma, che già rappresenta un vero e proprio tormentone.
Non mi sto a dilungare sul significato della canzone. D’altronde, mi sembra di aver capito che, tra ieri e oggi, molti, con la scusa di difendere la sua vittoria al Festival della canzone italiana, si siano già affannati fin troppo a fare copia e incolla del suo significato più nascosto e recondito e a piazzarlo su Internet, sventolandolo sotto al naso dei non discepoli del Gabbani, a mo’ di: “Se ti piace Occidentali’s karma è solo perché sei un superficiale e non sei in grado di andare oltre alle parole della canzone“.
No, genio. Non è proprio così.
E rimango anche stupita di questo improvviso talento dimostrato da tutti nell’andare in profondità delle cose, soprattutto da parte di quelle persone che fino a ieri non erano in grado nemmeno di guardare oltre il proprio naso.
Eppure tra ieri sui Social il “mantra” (giusto per rimanere in tema) è questo. Ma tutto torna, in fondo, e questo Gabbani l’ha profondamente capito. Perché ieri sera, tra lo sdegno di coloro che hanno visto la tradizione sanremese sradicata in un attimo da un allegro ritornello con tanto di scimmia danzante al fianco, e l’esultanza della gran parte dei giovani che erano anche solo contenti di aver trovato il nuovo tormentone estivo da ballare, a Sanremo non ha vinto la canzone migliore, ma la modernità. O meglio, la contemporaneità, che alla fine siamo noi: è il nostro tempo, fatto di lezioni di Nirvana e di una folla che grida un mantra.
A Sanremo ha vinto la bravura e l’ingegno di un cantante che non ha (e forse non avrà mai) la professionalità e la carriera di un mostro sacro come Fiorella Mannoia, ma che ha saputo interpretare al meglio ciò di cui il pubblico ama così tanto sparlare: difetti, incoerenze e dubbi sulla nostra fragile e volubile epoca.
Occidentalis’ Karma rappresenta una feroce critica della nostra società. Una società che rifiuta lo splendido inno alla vita della Mannoia per far posto ad una canzone orecchiabile e ballabile, destinata a diventare il tormentone esitivo 2017. Che sia poi una canzone solo apparentemente superficiale, questo è vero: che sia piena di significati profondi abilmente mascherati, questo è vero.
Ma che a tutti piaccia per le metafore profonde che rispecchiano il nostro tempo, sinceramente stento a crederci. Forse perché mi pare abbastanza evidente che ad oggi tutto ciò che piace non venga valutato in termini di profondità e di significati, quanto in termini di semplicità. Deve colpire proprio lì dove tutti vogliono che colpisca, con un’abile e acuta ironia. Tutte caratteristiche che questa canzone ha, oltre al fatto di essere molto orecchiabile, il che rientra tra le caratteristiche apprezzate dalla società di oggi: qualcosa di allegro, da ballare per un po’ di tempo, e poi da accantonare per far spazio ad altre cose più allegre.
L’allegria come mezzo per affrontare le difficoltà, o, forse, per evitarle del tutto.
Ciò che secondo me stona in questa bella favoletta moderna è che tutto questo sia accaduto sul palco di Sanremo, sotto gli occhi di Fiorella Mannoia, la storia della musica italiana incarnata in uno splendido vestito rosso: una Mannoia che viene accantonata dal pubblico o, addirittura, trattata con sdegno, come ho purtroppo potuto leggere in alcuni commenti trovati sui Social. La sua canzone viene denigrata (sui Social) perché il testo da lei interpretato risulta troppo pesante per questo tempo. Poco importa il messaggio che rappresenta: sembra importare, piuttosto, come si presenta la canzone nella sua veste lenta e melodica, non immediata, e, quindi, ritenuta ormai una “canzone per vecchi”.
Giusto per renderci conto fino a che punto siamo arrivati.
E se c’è anche chi è contento del fatto che ieri sera a Sanremo abbia prevalso il detto “fuori il vecchio, dentro il nuovo“, su questo ci sarebbe altro da dire. Perché se parliamo di qualcosa di “nuovo” e di premiare il talento giovanile non possiamo proprio evitare di fare un nome: Ermal Meta, la cui canzone offriva parecchi spunti di riflessione. Forse non sarà ballabile sul tavolo di una discoteca con un costume da scimmia, però la sua straordinaria sensibilità forse poteva meritare qualcosa di più..
In sostanza, il mio pensiero è e rimane questo: se vogliamo affermare che la canzone di Gabbani sia stata una genialata, perché ha travestito di allegria e di ironia i peggiori difetti della società contemporanea, sono d’accordo. Se vogliamo affermare che, tra qualche mese, la si ballerà in tutti i luoghi e in tutti i laghi, mi trovate d’accordo: se volete dirmi che, a furia di ascoltarla, sarà sicuramente in grado di trascinare tutti a muovere qualche passo, fin qui sto con voi. Ma da lì a premiarla come miglior canzone italiana sul palco del Fesival della canzone italiana, di acqua sotto i ponti ce ne passa.
E ritorniamo, quindi, al punto di partenza: a Sanremo quest’anno ha vinto la modernità, che è stata in grado di scalzare la tradizione vestita di rosso con un inchino e un baciamano.
Tradizione. Un termine che spesso viene frainteso e paragonato a qualcosa di vecchio, di stantio e di superabile. Ma per quanto a volte possiamo odiarla, disprezzarla o accantonarla, la tradizione (che sia benedetta!) è quanto di più difficile si possa sradicare, forse perché si basa su qualcosa di “antico”, che ha resistito nel tempo e si è tramandato sotto varie forme. E le cose più antiche, spesso, sono quelle che, applicate ad ogni circostanza (o epoca), sono in grado di dare ancora dei magnifici esempi di vita. Funzionano ancora nel tempo perché sono le più durevoli.
Forse non saranno destinate a diventare dei tormentoni estivi, ma sono sicuramente in grado di accompagnarci per tutta la vita.

Photo Credit: http://www.agi.it

Martina Vaggi

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