Crescita personale · Il diario del silenzio

Quello che provi quando insegui un sogno

Quando avevo diciotto anni scelsi di iscrivermi a Lettere Moderne. Non sapevo ancora di preciso quale sarebbe stata la mia strada, o cos’avrei fatto da grande. Sapevo solo che in una cosa ero brava ed avevo passione: la scrittura.
A vent’anni iniziai a muovermi nell’ambito del giornalismo: scrivevo articoli per giornali cartacei della mia zona e ben presto iniziai a collaborare anche con giornali digitali e blog. I miei genitori mi sconsigliarono questa strada, perché avevano già sentito dire da molti altri del settore che non portava guadagno né la minima possibilità di mantenersi. Un giorno ricordo che mio padre mi disse: “Sì, sarai anche brava a scrivere, ma questo non ti dà diritto ad essere ammessa al Corriere della Sera.”
All’epoca ricordo di essermi chiesta: “Perché dovrei scrivere puntando necessariamente ad arrivare ad un giornale così importante?”
So che la domanda può sembrare stupida, ma il concetto che stava maturando in me all’epoca era questo: tutto ciò che facciamo è considerato valido solo se ci permette di arrivare in alto? Oppure è il cammino che intraprendiamo, i passi che muoviamo lungo il percorso, la fatica, le lezioni che impariamo che contano?

Quando, qualche anno dopo, non ebbi più la possibilità economica di lavorare guadagnando poco, dovetti smettere di fare quel lavoro. Era vero che non dava la possibilità di un guadagno stabile e questo mi venne confermato anche da altri giornalisti del settore, che praticavano da anni.
A quel punto mi ero laureata. I miei genitori continuavano a spronarmi verso strade diverse: “Fai l’insegnante, piuttosto. Cercati un vero lavoro.”
Non feci l’insegnante, se non per brevi periodi.
Aprii un blog, questo blog, e continuai a scrivere per mio conto. Trovai lavoro nel settore che, all’epoca, dava possibilità di trovare da lavorare subito: la ristorazione.
Mi adattai ad un mondo che all’epoca non capivo, ad un ambiente che non mi faceva stare bene, a dei ritmi velocissimi di lavoro e imparai più di quanto avessi mai potuto pensare.
Non avrei mai pensato che la mia vita potesse prendere quella direzione e, ancora faticavo ad accettarlo.
Nel frattempo erano successe tante cose che non avrei mai voluto succedessero e io reagii a quelle cose esattamente come reagisco a tutto ciò che di negativo mi succede: vissi l’intera situazione come un trauma, come un enorme peso che mi schiacciava, come un incubo dal quale non sapevo se mai sarei riuscita a svegliarmi.
Iniziai a stare male, ad avere continui attacchi di panico prima di dormire, a vivere male la quotidianità.
Questo fu un bene, in realtà. Perché mi diede la spinta per rivolgermi ad una persona, a chiedere aiuto.
Iniziai un percorso di crescita con una persona, che sarebbe poi diventata la mia Signora T. in un libro che avrei scritto in futuro. Cominciai a capire tante cose, a prendermi ogni responsabilità delle mie azioni, anche e soprattutto di ciò che pensavo. Capii che le altre persone non si possono cambiare né è mio compito farlo: io avevo solamente il compito di lavorare su me stessa, di crescere, di cambiare il mio modo di pensare e trasformarlo in qualcosa di positivo per me. Questo era il mio compito, questo era ciò che io dovevo fare.
Un giorno la Signora T. mi disse: “La responsabilità è di chi capisce.”
Io capivo. Capivo che ero in grado di guardarmi dentro, di individuare la parte peggiore di me, quella che tutti noi abbiamo e di affrontarla. E così feci e così faccio, ogni giorno.

Paradossalmente, una situazione negativa per me si era rivelata la mia salvezza: da quella avevo tratto il coraggio di rivolgermi ad una persona, di farmi aiutare. Da quel momento in avanti, non feci altro che crescere e cambiare. Nel giro di due anni riuscii a fare dei cambiamenti su me stessa che credevo impossibili nell’arco di decenni. Eppure, li feci.
Alcune persone non li accettarono, altri si strinsero ancora più vicino a me.
Credo che succeda questo, quando le persone notato un cambiamento in te: o restano o se ne vanno.

Un anno fa scoppiò la pandemia. Io presi il coraggio, un coraggio che non credevo neanche di avere. Presi in mano carta e penna e iniziai a buttare giù delle idee. Quelle idee divennero pensieri, che coinvolsero prima me, poi altre persone attorno a me. Durante il primo lockdown, sotto suggerimento di una mia cara amica, iniziai a pensare: “Devo scrivere un libro su tutto questo.”
Dopo la riapertura, quegli appunti che avevo preso ogni giorno di chiusura divennero la mia agenda di appuntamenti, di persone da intervistare. Ed ecco che il libro, quel sogno di una vita che tenevo chiuso nel cassetto segreto, prese forma.
Scrissi di loro. Dell’infermiera e della sua paura nell’avere a che fare con i pazienti Covid; dell’imprenditore che chiude l’azienda per salvaguardarsi, del medico che piange mentre stringe la mano ad un paziente che muore da solo. Scrissi delle insegnanti che lavorarono da casa, in didattica a distanza: degli alunni spaesati, dei pazienti ricoverati in terapia intensiva.
Quel mondo che io, chiusa in casa come tutti, non avevo vissuto, ora lo vivevo attraverso di loro e mi esplodeva dentro, come tutte le lacrime che non ero riuscita a versare durante il lockdown e che ora trovavano il loro sfogo.
Il libro venne pubblicato e divenne “Il diario del silenzio – Storie reali di quarantena” e io sentii di aver fatto, per la prima volta, qualcosa di buono nella mia vita.

Il 22 ottobre, giorno in cui il mio libro uscì sulla piattaforma online, mi ricordai di quella volta in cui mio padre mi disse: “Prova ad entrare in una libreria e a guardarti attorno: non vedi quante persone ci sono al mondo che scrivono? Come puoi pensare di emergere tu?”
Di nuovo, all’epoca, mi feci una domanda: “Ma nella vita bisogna scrivere solo per diventare qualcuno di importante?”
Ebbene sono entrata in una libreria, qualche tempo fa. Mi sono guardata attorno ma la domanda che mi sono posta è stata diversa da quella che mi pose mio padre. Io mi domandai: “Se ci sono milioni di persone che scrivono e pubblicano libri… perché non posso farlo anche io?”
Allora ho capito.
Non si scrive necessariamente per pubblicare un best seller: non ci si butta in un’impresa solo per diventare il migliore del mondo. Per come la vedo io, non esistono persone migliori, perché ci sarà sempre qualcuno che ti supererà in qualcosa, sempre.
Si compie un viaggio avendo bene in mente una destinazione: ma è il percorso, i passi, le cadute, la fatica che ti insegnano se quel percorso è giusto per te.
E’ la fatica, non la voglia di diventare il capo del mondo.
E quella fatica ha un senso.
Anche se non sarai mai la prima ballerina o il vincitore di un Premio Nobel.
Quella fatica avrà un senso per te.

Martina Vaggi

“Il diario del silenzio” link –> https://lnkd.in/dcmdkqe

2 pensieri riguardo “Quello che provi quando insegui un sogno

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