Crescita personale

5 cose che ho imparato da un lavoro operativo e che porterò sempre con me

Un lavoro operativo non è semplice come molti pensano.

C’è chi lo fa con passione ed è il suo mestiere di vita.

C’è chi lo fa per mantenersi agli studi, chi per farsi un’esperienza.
Per me è stato entrambe le due cose.

Ho molti ricordi di quel lavoro, perché per me è stato il primo in assoluto.

Ricordo il suono intermittente delle friggitrici.
Ricordo la sveglia alle 4.00 del mattino, le strade ancora buie, deserte. I primi clienti che ti davano il buongiorno mentre tu preparavi loro il primo caffè della giornata.
E poi, i turni di notte, le chiusure, dopo le quali non si riusciva mai a prendere sonno.

Ricordo le giornate passate a correre, quelle in cui non ci si ferma a mangiare: le pause sigaretta, i colleghi che un po’ non sopporti, un po’ diventano la tua famiglia perché ti danno quel senso di appartenenza.
L’appartenenza ad un gruppo, con il quale impari a convivere.

Ho passato gli ultimi tre anni a svolgere un lavoro operativo.
Queste sono le cose che ho imparato da questa esperienza.

Lavoro operativo

Post laurea: adattarsi ad un lavoro che non avevi previsto

Quando ho scelto di frequentare Lettere Moderne sapevo cosa pensavano tutti di quella facoltà. Non perché ero un’indovina, ma perché, semplicemente, tutti mi dicevano le stesse cose.

Ma hai scelto Lettere? Ma sei seria?

Ma che futuro pensi di avere dopo?

E così via.

Nel 2011, quando ho iniziato l’università, ricordo che a Lettere eravamo quasi in duecento.
Nel 2015, quando mi sono laureata io, solo in cinquanta eravamo arrivati al termine degli studi.

Gli esami prevedevano uno studio molto intenso: le pagine erano tante, sempre. I professori non prendevano i nullafacenti alla leggera.
Molti studenti si chiedevano: che lavoro ci sarà per noi, dopo?

A parte chi voleva insegnare, per tutti gli altri sarebbe stata un’incognita.

Io sapevo che, una volta terminato, mi sarei dovuta adattare ai lavori che avrei trovato. Un po’ forse era anche quello che volevo.
E, come spesso accade, quello che inconsciamente vuoi, si avvera.

Finita l’università, ho continuato a fare quello che facevo prima: scrivevo per vari giornali cartacei e digitali, senza guadagnare assolutamente nulla.

Quando ho iniziato a cercare lavoro, quattro anni fa, sembrava non esserci nulla.
Continuavo a mandare curriculum nel campo dell’editoria, senza mai ricevere risposta.
Mandavo fino a quaranta curriculum a settimana.

Ad un certo punto, ho iniziato a non dormire più.

Credo che ogni giovane, oggi, abbia provato almeno una volta quella sensazione: lo smarrimento. Il senso di vuoto, quella percezione di totale rifiuto da parte del mondo.
Come se non servissimo nulla a questa realtà. Come se la nostra presenza non fosse nemmeno gradita.

Ricordo che persino mandare curriculum era diventata una vergogna per me: mi sentivo quasi come se stessi chiedendo l’elemosina a qualcuno, tale era la non considerazione che ricevevo. E come me, tanti altri.

Come spesso accade, quando non riesci a trovare nulla, devi provare a cambiare la direzione nella quale stai guardando.

Io avevo bisogno di trovare un lavoro al più presto.
Un mio amico, che stava lavorando nella ristorazione, un giorno mi disse: “Guarda che qui stanno cercando: se vuoi…

Portai il curriculum al locale.
Feci un colloquio. Dopo una settimana mi fecero firmare il contratto.

Il giorno in cui iniziai, il mio amico mi fece l’occhiolino e mi disse: “Ora sono cazzi tuoi. Preparati.

Non avevo la più pallida idea di che cosa significasse quella frase.
Una settimana dopo, lo scoprii.

Lavoro operativo

Imparare un lavoro operativo: le difficoltà iniziali

Qui è una giungla.

Fu questo quello che pensai all’inizio.

Il mio primo giorno di lavoro fu un festivo, a Pasqua. In chiusura.
Me lo ricordo come se fosse ieri.

Non ero in grado di fare nulla. Ero una persona completamente incapace di rapportarsi con il pubblico: una ragazza molto timida e insicura che si vergognava anche solo a dire “Buonasera” ai clienti.

Non ero nemmeno in grado di tenere in mano una scopa.
Quel giorno ricordo che il manager di turno mi disse: “Dai, adesso spazza per terra, che dobbiamo chiudere.”

Non so come si fa” gli risposi. Ho sempre avuto il difetto di essere troppo sincera.
Lui si fermò un istante, la mano che reggeva la penna rimase sospesa per aria. Si voltò a guardarmi: “Ma sei seria?

Diciamo che non iniziai proprio bene.

Comunque, io e quel manager siamo rimasti amici. Oggi, le volte che ci incontriamo per bere una birra, mi dice ancora: “Ma ti ricordi che quando sei entrata lì dentro non sapevi nemmeno spazzare per terra?

All’inizio per me fu un incubo. Il lavoro era molto veloce, c’era tanto con cui avere a che fare.
Ricordo che alcune mie amiche mi dicevano: “Ma cosa ci fai tu, lì dentro? Perché stai lì a lavorare?

Tutti pensavano che quello fosse un lavoro da idioti.
Molti lo pensano ancora. Pensano che un lavoro operativo di quel tipo lo possa fare chiunque.
Sono gli stessi che non resisterebbero due settimane.

All’inizio fu molto dura.
Poi andò meglio.
Quell’estate in cui lavorai persi circa quindici chili.
Una bella alternativa alla dieta, in effetti.

Non esistevano più sabati o domeniche. Non esisteva più ferragosto, non avevi i giorni per andare in ferie perché il contratto era stagionale.
Ma a me non importava.
Ero entrata lì senza sapere fare niente ed ero curiosa di imparare.

Quell’estate imparai da quel lavoro più di qualsiasi esame io abbia mai dato all’università.

Lavoro operativo

Imparare da un lavoro operativo: il team working

Quando iniziai quel lavoro operativo, credevo che la cosa più difficile per me sarebbe stata il rapporto con i clienti.

In realtà, ben presto mi resi conto che la sfida più dura sarebbe stata quella di convivere con più di trenta persone, tutte nello stesso locale.
Tutte donne, oltretutto.

Trenta persone diverse: trenta personalità, attitudini, menti, diverse.

Forse non è mai veramente facile. Nemmeno se hai a che fare con un gruppo di colleghi più ristretto.
Ma la cosa che ho imparato è che in un ambiente nuovo, specialmente quando non conosci minimamente il lavoro, ci devi entrare a testa veramente molto molto bassa.

Una volta imparato il lavoro, poi, arriva un’altra difficoltà: reggere l’arroganza di chi non sopporta che tu abbia imparato.
A volte penso che certe persone non vorrebbero mai vederti crescere: a loro andrebbe bene vederti sempre lì, al solito stadio, senza mai ottenere risultati.

In questo modo, non sarebbero costretti ad ammettere a se stessi che sono loro a non essere in grado di fare una crescita.

Ad ogni modo, imparai che anche in un ambiente difficile puoi imparare a lavorare in team.
Anche in un ambiente duro, puoi imparare come vivere il team working senza spargimenti di sangue.

Tutto quello che bisogna fare, per imparare a lavorare in team, io lo racchiuderei in una parola: aiutare.
Aiutarsi a vicenda, essere disponibile per gli altri.
Disponibile per i cambi turno, perché magari c’è quella collega che ha i figli e ha bisogno di quel determinato giorno per portarli dal dentista.

Essere disponibile ad ascoltare. Ascoltarli quando nessun altro lo fa.

Ma, soprattutto: mettere il rispetto per se stessi sopra tutto e tutti.
Una cosa che io imparai forse troppo tardi.

Lavoro operativo

Capolinea lavorativo: ovvero, quando senti di dover mollare la presa

Non tutti sono fatti per un lavoro operativo.
Non tutti sono fatti per lavorare in team.
Non tutti sono in grado di rapportarsi con il pubblico o reggere dei ritmi di lavoro indubbiamente elevati.

Questo mi è stato chiaro fin da subito.
Ma soprattutto: non tutti possono fare un lavoro operativo per tutta la vita.

Io ero entrata in questo lavoro un po’ per scelta, un po’ perché non avevo scelta.
Sapevo che mi sarebbe servito moltissimo e così è stato.
Per il resto… diciamo che il mio ingresso in quel tipo di lavoro equivale all’ingresso che fece Alice nel Paese delle Meraviglie: ruzzolando goffamente attraverso la tana del Bianconiglio.

Con il tempo, quel tipo di lavoro ha iniziato a starmi stretto.
Incominciavo a non reggere più quei ritmi: la velocità, che era da sempre una cosa che mi aveva contraddistinta, iniziava a calare in me.

Iniziavo ad aver voglia di fare una vita più “normale”: i turni, che fino a quel momento mi erano sempre stati comodi, iniziavo a non tollerarli più.
Avrei voluto un lavoro che mi desse la possibilità di stare a casa il weekend, di poter condurre orari di vita “normali”.

Iniziai a pormi delle domande.

Perché io ero partita facendo quel tipo di lavoro?
Perché altri laureati invece erano partiti facendo il lavoro che volevano?
Perché non poteva succedere anche a me quello che era successo loro?

Me lo chiedevo spesso.
Vedevo giovani laureati fare percorsi di stage in aziende grandi, li vedevo entrare dalla porta di ingresso senza tante difficoltà e mi chiedevo: perché io devo passare dalla porta sul retro? Perché loro riescono a ottenere il lavoro che vogliono e io, invece, mi ritrovo a lavare i pavimenti? 

In una parola: autostima.
Io non credevo di meritare il lavoro che volevo.
Credevo di dover imparare a superare delle prove.

In qualche modo, sentivo che dovevo imparare a sfidare me stessa.
Affrontare prove diverse e lavori diversi da quello che mi ero prefissata.

Così, mentre io continuavo a fare un lavoro operativo e a dirmi che ero troppo debole per cercare di fare ciò che realmente volevo nella vita, era questo stesso lavoro operativo che mi rendeva sempre più forte.

Alla fine avrei ottenuto anche io il lavoro che volevo.
La differenza era che io avevo bisogno di partire lavando i pavimenti.

E non c’è mai stato un lavoro, fino ad ora, che mi abbia insegnato più di questo.

Lavoro operativo

Cosa insegna un lavoro operativo: 5 cose che ho imparato


La gente sottovaluta i vantaggi del buon vecchio lavoro manuale, dà un grande senso di libertà“.

Morgan Freeman – Una settimana da Dio

1) Le persone non sono solo numeri.

Sembrerà scontato e banale da dire.
In realtà non lo è mai. Specialmente per quanto riguarda un lavoro operativo.

Le persone non sono numeri, sono persone.
Ognuna di loro ha carattere, insicurezze, disagi interiori che neanche possiamo lontanamente immagina.

Ascoltarle non fa male, anzi. Apre molte porte alla convivenza, specie se fra colleghi.

2) L’empatia e l’altruismo nel team working.

Sono fondamentali per lavorare in team.
Se sei in grado di capire la persona che hai di fronte (in questo caso, il tuo collega), se sarai in grado di ascoltarlo e di stabilire una comunicazione attiva e positiva, allora riuscirai anche a stabilire un rapporto.

Perché l’empatia genera gentilezza: la gentilezza, genera tolleranza per i difetti altrui.
Tutto conduce al rispetto reciproco.
E, perché no, anche ad una possibile amicizia al di fuori.

Sì, tutto questo è possibile anche in un ambiente di lavoro difficile.

3) Spegnere il cervello e dimenticarsi dei problemi esterni.

Questa è una cosa che a me capitava sempre, tutte le volte che entravo in turno.
Mi capitava soprattutto quando ho iniziato a lavorare come barista.

Una volta che entravo al locale, indossavo la divisa e iniziavo il turno e non pensavo ad altro se non a lavorare.
Tutti i problemi che avevo al di fuori non è che svanivano: semplicemente, non avevo tempo per pensarci.
Ero troppo occupata a correre, a sbrigarmi a portare a termine i miei compiti, a servire i clienti, per pensare ad altro.

In pratica: un lavoro operativo aiuta a svuotare la mente perché te la tiene impegnata.

Almeno, questo succedeva a me.

Lavoro operativo

4) Superare timidezza e insicurezza grazie al contatto con il pubblico.

Sembra una cosa semplice.
Non lo è.
Per questo, non tutti sono portati a lavorare a contatto con i clienti.

Quando io ho iniziato a lavorare con la clientela, ero talmente timida e insicura che non ero nemmeno in grado di dire “Buongiorno” o “Buonasera“.

Il contatto con il pubblico mi ha aiutato, piano piano, a tirare fuori la mia personalità.
Certo, non è sempre semplice anche perché non tutte le persone sono uguali.
Ci sono veramente tanti maleducati in giro.

Però, ecco, a me è servito molto sotto questo punto di vista.

5) Sviluppare il controllo di se stessi e aprirsi al dialogo con le altre persone.

Quando ho iniziavo a lavorare come barista mi sono accorta che non solo il lavoro non mi dispiaceva, ma che c’era un qualcosa di bello in tutto questo che non avevo mai considerato appieno.

I clienti.
Ecco, magari non tutti.
Ma posso dire con sincerità che grazie a quel tipo di lavoro io ho scoperto le persone.

Ho scoperto che mi piace parlare con le persone.
Mi piace ascoltare le loro storie. Mi piace vedere il modo in cui si umanizzano quando dai loro attenzione.
Mi piace vedere come si aprono quando chiedi loro se hanno una famiglia.

La cosa incredibile che ho scoperto è che tutti noi siamo uguali.
Tutti noi abbiamo disagi, emozioni represse, rabbia, però, abbiamo un’altra cosa in comune: abbiamo bisogno di comunicare e di essere ascoltati.

E questa cosa io l’ho scoperta lavorando come barista.

E quelle persone sono diventate in qualche modo la mia ispirazione per scrivere di loro, per dare gentilezza, per regalare un sorriso in più.

Di questo ne abbiamo urgente bisogno tutti.

Martina Vaggi

Photo credit: Unsplah e Pexels

Crescita personale

5 principi della Legge di attrazione che migliorano la tua vita

Quanto tempo ci vuole affinché la nostra mente trasformi un’azione in abitudine?
Quanto impegno ci vuole nel mantenerla?

La Legge di attrazione: cambiare le abitudini malsane, a partire dai nostri pensieri

Secondo una ricerca, condotta dalla University College di Londra, è stato scoperto che ci vogliono in media sessantasei giorni per trasformare un’azione in abitudine.

Dunque, se dovessimo pensare un attimo a quali siano le abitudini malsane per la nostra vita, quale sarebbe la prima che vi verrebbe in mente?

Legge di attrazione

Questa è la abitudine malsana prima che verrebbe in mente a me: il fumo, la sigaretta.

Se dovessi fare una lista delle abitudini malsane più comuni, nella mia ci sarebbero: fumare, mangiare male, non fare attività fisica, bere troppo…

Anche voi avete pensato alle stesse cose?

Non so se ci avete fatto caso, ma quando si parla di abitudini, ci riferiamo sempre ad abitudini che riguardano il fisico o comunque azioni che riguardano l’esterno.

Avete mai sentito qualcuno indicare come abitudine malsana il pensare troppo? O l'alimentare pensieri negativi?

Io no.

Probabilmente noi attribuiamo la soluzione ai nostri problemi o alle nostre abitudini malsane all’esterno di noi, perché sembra che la soluzione venga da li.
Per questo, se vogliamo smettere di fumare pensiamo: “Che ci vuole? Basta buttare via il pacchetto!” oppure “Basta non accendere la sigaretta e non fumarla.

Così, rispettiamo questo mantra per qualche settimana, per un mese, magari.
Poi, inevitabilmente, torna a farsi vivo nella nostra mente il desiderio di accenderne una.
(Purtroppo so di cosa parlo, ho smesso di fumare innumerevoli volte.)

Questo perché succede?

Probabilmente perché il problema non risiede all’esterno di noi, ma al nostro interno.

Legge di attrazione

Il problema risiede nella nostra mente, o meglio: quel disagio che ci porta a fumare risiede, con tutta probabilità, nella nostra parte inconscia.

E fino a quando non risolvi quello, fino a quando non capisci che tipo di disagio si è venuto a formare con il tempo, portandoti a trovare rifugio in una sigaretta, non potrai mai smettere di fumare per davvero.

Vale un po’ lo stesso discorso per quanto riguarda i nostri pensieri.

Come mai non sentiamo mai nessuno dire:

Forse dovresti cambiare modo di pensare“?

Perché è così difficile dare un consiglio simile?

Perché è così difficile pensare che sia possibile cambiare?
Perché vogliamo a tutti i costi vivere, magari anche nell’infelicità perenne, pensando di non poterci riuscire?

Legge di attrazione

Secondo la Legge di attrazione i pensieri che coltivi ogni giorno ti portano ad essere la persona che sei

Le abitudini sono delle brutte, bruttissime bestie.

Sradicare un’abitudine non è semplice, soprattutto se riguarda il modo in cui siamo stati abituati a pensare e, di conseguenza, agire.

Premessa: la nostra mente sembra nutrire un’attrattiva nei confronti del negativo.
Quanti servizi al telegiornale raccontano una realtà positiva? Ben pochi, come sappiamo.
E quante volte vi è capitato di fermarvi ad assistere ad una litigata per strada? O di tendere il collo per vedere cosa sia successo in quell’incidente d’auto?

Da quanta negatività siamo sempre stati, inevitabilmente, attratti ogni giorno?

Faccio riferimento anche a quelle persone che dicono:

Pensa negativo, così se va male almeno non ti illudi“.

Avete mai conosciuto persone che ragionano così?
Io si, parecchie.
E fino a un anno fa ero una di loro.

Ecco, secondo la Legge di attrazione, di cui parleremo dopo, questo tipo pensiero è nocivo non solo perché è negativo, ma anche perché attrae a te una realtà esattamente speculare ad esso: ossia, una realtà negativa.

Legge di attrazione

Facciamo un esempio pratico: pensare negativo è un po’ come entrare in campo per una partita di tennis con la convinzione che andrai a perdere.

Non vi sembra anche a voi una follia?
Oltre che uno spreco totale di energia e di tempo.

Parlando sinceramente: dopo aver maturato un pensiero simile, voi andreste a giocare la partita?
Non so voi, ma io se penso già di perdere una partita, neanche ci metto piede in campo.
Semplicemente, perché so già che pensando in questo modo perderò.

Avete fatto caso a quante persone sono costantemente focalizzate su pensieri negativi e, di conseguenza, su atteggiamenti negativi verso il mondo, la vita, le cose, le persone, il lavoro…
Il problema è che ognuna di queste persone vuole che anche tu viva male come vivono loro.

Per questo si dice che per stare bene è necessario allontanarsi dalle persone negative.
Perché ti privano di forze, di energia.
Le persone negative hanno un problema per ogni soluzione. 

Ma la soluzione per i loro disagi non puoi essere tu.
Per questo nessuno di noi deve farsi carico dei problemi altrui: ognuno ha i propri da risolvere e li può risolvere solo volendo trovare una soluzione.

Come faccio a saperlo?
Perché, un tempo, io ero esattamente la persona che vi ho descritto qui sopra.
E attraevo esattamente persone negative come me.

Solo che non mi ero ancora imbattuta nei principi della Legge di attrazione, quindi certe cose non potevo ancora saperle.

Legge di attrazione

Pensavo che pensare in maniera negativa mi avrebbe salvato da possibili delusioni.
Fino a quando non mi sono accorta che mi stava letteralmente rovinando sia il presente che il futuro.

E voglio precisare una cosa: quando parlo di “persone negative” non intendo brutte persone.
Nessuno di noi è brutto, bello, bravo o cattivo.
Siamo semplicemente persone.

Una persona può essere negativa per me ma positiva per un’altra.
Esattamente come ogni persona può rappresentare il più bel regalo che la vita possa farvi o il peggiore: dipende tutto da come voi interpretate quella suddetta persona nel vostro percorso.

Tutto dipende dai pensieri che coltiviamo ogni giorno e nutriamo con cura.

Sembra incredibile anche a voi?
All’inizio, per me lo è stato.

Vivere il “qui e ora”: lascia perdere il futuro, non è alla nostra portata

Un’altra interessante fetta di pensieri negativi riguarda quelle persone proiettate perennemente nel futuro.

Avete presente discorsi tipo: “Ma non pensi a quello che potrebbe succedere se…?“, oppure “Ma ti rendi conto di quello che poteva capitarti..?” e ancora: “Non fare questo, perché se lo fai, vedrai che succederà questo/quello/codesto…

Allora.
A parte il fatto che nessuno di noi prevede il futuro.
(Fino ad ora, almeno, non mi è ancora capitato di incontrare indovini certificati.)

Ma, razionalmente, tutto questo pensare e preoccuparsi costantemente per il futuro a che cosa pensate che sia utile?
Che cosa pensate che possa portare di positivo alla vostra vita o a quella di persone che avete attorno?

Ansia, depressione, insonnia.
Poi?
Esaurimento nervoso?

Tutte cose molto positive, insomma.

Legge di attrazione

Perché tutto questo affannarsi, se non sappiamo cosa succederà domani?
Se non sappiamo nemmeno dove saremo, domani?

Probabilmente la risposta risiede nel fatto che siamo dei maniaci del controllo.
Vorremmo avere tutto sotto i nostri comandi.

E non siamo disposti ad accettare una verità che un medico e un infermiere vede tutti i giorni nelle camere di ospedale: noi non abbiamo il controllo sulle cose. 

Non abbiamo il controllo sulla nostra vita.
Possiamo controllare solo i nostri pensieri.
E già è un’azione miracolosa questa.

La realtà che stiamo vivendo tutt’oggi e che abbiamo vissuto per un anno, chiusi in casa, avrebbe dovuto insegnarci esattamente questo: non possiamo vivere proiettati nel futuro.
Il “qui e ora” è l’unico tempo che veramente conta per noi.

Noi dovremmo pensare al nostro presente, è lì che risiede il potere che abbiamo.
Il potere di cambiare le cose.

Nel nostro presente risiede la capacità di modellare il futuro.

Non nel futuro. Il futuro non c’è, ora nella nostra vita e non sappiamo neanche se ci sarà.
E questo continuo e incessante tendere il collo verso un tempo lontano, non farà altro che farci smarrire il presente, questo “qui e ora” che ci riguarda.

Questo modo di vedere e vivere le cose non farà altro che farci annegare nella paura.

“La paura non è reale: l’unico posto in cui può esistere è nel nostro modo di pensare al futuro. È un prodotto della nostra immaginazione che ci fa temere cose che non ci sono nel presente e che forse neanche mai ci saranno. Si tratta quasi di una follia, Kitai; cioè non mi fraintendere: il pericolo è molto reale, ma la paura… la paura è una scelta.”

Dal film: “After Earth”, con Will Smith.

Vivere nella paura.
Annegare nella paura, come in sabbie mobili che ti paralizzano e ti rendono incapace di agire.

Il che è esattamente quello che è sempre accaduto nella mia vita.
Almeno, fino a quando non mi sono imbattuta in questo libro.
Così ho conosciuto la famosa Legge di attrazione.

Legge di attrazione

La Legge di attrazione secondo Mike Dooley

L’arte di far accadere le cose” è un libro che racchiude i principali dogmi della Legge di attrazione.

Questo libro è giunto a me un anno fa, in vista del mio compleanno.
Giunto, sì.

Fu una mia responsabile del lavoro a regalarmelo.
Mi disse: “A me sta aiutando molto a vivere più serenamente. Spero che aiuti anche te.
Assieme al libro c’era un biglietto, scritto da lei. Di questo biglietto ricordo le parole:

“Spero che realizzerai tutti i tuoi sogni”.

Sembra una cosa da prima elementare, direste voi?

Eppure, io ho letto quel libro. E l’ottobre dello stesso anno, in un momento di enorme cambiamento per tutti, ho scritto il mio primo libro.

Coincidenze?
Forse sì, forse no. Vedremo.

Eppure, dopo aver letto “L’arte di far accadere le cose” ed aver mosso i primi passi nel mondo che riguarda la Legge di attrazione, ho smesso di credere più alle coincidenze.

E ho iniziato a capire che tutto accade esattamente per una ragione.

Legge di attrazione
Mike Dooley e la Legge di attrazione, photo credit: Wikipedia

Ma scopriamo qualcosa di più sull’autore di questo meraviglioso libro.

Mike Dooley è uno scrittore statunitense appartenente al movimento filosofico “New Thought“, che persegue il pensiero che tutto ciò che si vuole conquistare sia possibile attrarlo a sé, continuando a credere nel risultato finale.

Dooley è anche uno dei maestri protagonisti di “The secret“, il documentario (poi divenuto libro) di Rhonda Byrne, che parla di questo “segreto”, ovvero racconta come la Legge di attrazione possa influenzare positivamente la nostra vita.

Ma di che cosa parla il libro di Dooley e che cos’è questa Legge di attrazione?

La legge di attrazione: i pensieri diventano cose

“L’abbondanza è un lavoro interiore. Per provocare un cambiamento dovete per prima cosa rivolgervi al vostro interno. Chiarite quello che volete e poi avventuratevi fuori semplicemente nella direzione generica delle vostre passioni. E al momento giusto si farà vivo l’Universo ad afferrare la bacchetta per dirigere l’orchestra.”

Mike Dooley – L’arte di far accadere le cose

La prima volta che ho letto questo libro, mi è stato difficile, da subito, poter credere a quella realtà che vi veniva descritta.

Mi ricordo che sfogliavo le pagine, leggevo sbigottita tutte quelle parole dense di significati profondi e non capivo. Non capivo come tutto questo potesse essere in qualche modo reale.

Nel libro “L’arte di far accadere le coseDooley descrive con una scrittura molto chiara quello che per lui rappresenta l’uomo al centro dell’Universo.
Spesso ripete questa frase:

“I pensieri diventano cose.”

Fa riferimento ad una realtà, la nostra realtà, che ci circonda.
Andando avanti nella lettura, risulta chiaro quanto segue:

Sono i pensieri a creare la nostra realtà.

Quello che Dooley sostiene, anche mediante l’utilizzo di esempi che spesso e volentieri usa affinché si capisca meglio il suo concetto, è molto semplice:

la realtà che ci circonda è generata da noi, o meglio, dal nostro interno. Dai nostri pensieri, dalle nostre emozioni.

Legge di attrazione

L’esterno è come una proiezione del nostro mondo interiore.

E non è stato Dooley il primo a dirlo e nemmeno io.

Una cosa simile l’ha detta anche Carl Gustav Jung, una delle figure più importanti del pensiero psicologico.

Jung si interessò ad un fenomeno già osservato e studiato in antichità, da Platone: la “Sincronicità”.
Secondo Jung la Sincronicità è ciò che lega due eventi che non hanno un rapporto evidente di causa ed effetto.

Avviene, per esempio, quando pensiamo intensamente ad una persona e quella, poco dopo ci chiama al telefono.
Oppure quando abbiamo un impegno di lavoro molto importante e la macchina decide di non voler partire proprio quel giorno.

Quelle che noi chiamiamo "coincidenze", indicandole in senso negativo (sfortuna) o positivo (fortuna) sono, in realtà, eventi che il nostro inconscio evidentemente hanno un significato molto profondo e, di conseguenza... Accadono nella nostra vita. 

Non a caso, ovviamente.

Questo ci riporta all’argomento: i pensieri diventano cose.

Questo significa che se noi, tutti i giorni, nutriamo pensieri negativi, la realtà (e le altre persone) saranno esattamente lo specchio di quei pensieri.
Se, al contrario, ci abituiamo a nutrire pensieri positivi, la realtà non potrà che essere positiva.

Pensate che sia uno scherzo?
Allora soffermiamoci un attimo su questo: vi è mai capitato di avere a che fare con persone che si lamentano sempre della loro realtà, sostenendo che tutte le sfortune del mondo capitano solo a loro?

Credete che sia un caso che persone che si lamentano ricevono sempre motivi per lamentarsi?

Ecco… prendiamo invece ad esempio le persone positive.
Avete mai fatto caso che spesso una persona che vive serenamente e in pace con gli altri viene indicata come “Una persona fortunata, che ha tutto quello che vuole dalla vita”?

Credete che sia un caso che a quella persona vada sempre tutto per il verso giusto?
Pensate che non abbia mai problemi?
O forse… è il modo in cui sceglie di affrontarli che fa la differenza?

Forse, semplicemente, sa scegliere con cura i propri pensieri.
Forse, semplicemente, scegliere di vedere il bicchiere mezzo pieno invece che mezzo vuoto.

Legge di attrazione

Alimentare credenze positive.
E iniziare a credere
Tu attrai esattamente ciò che sei.

Non è semplice accettare questo.
Non è semplice perché significa prendersi un’enorme responsabilità, forse la più grande: quella di capire che la nostra realtà la creiamo noi.

Tu vivi esattamente la realtà che vuoi vivere.
Attrai esattamente le situazioni che vuoi oppure di cui hai bisogno per evolverti.

Il fatto che ci lamentiamo tutti i giorni dicendo a noi stessi che odiamo questa realtà, è semplicemente indice del fatto che non siamo capaci o disposti ad ammettere a noi stessi che questo è ciò che vogliamo davvero: lamentarci.

Per quanto possa sembrare assurdo, ci sono davvero persone che vogliono essere infelici.
Ci sono davvero persone che vogliono vivere male.
Ci sono davvero persone che non sanno apprezzare ed essere grati per quello che hanno.

Ci sono passata anche io, come tanti, credo.

Accettare quanto scritto in questo libro di Dooley, significa accettare di non poter dare più la colpa ad altri dei nostri fallimenti.

Perché non esiste la fortuna o la sfortuna. Non esiste il caso.
Esistiamo noi con la nostra mentalità.
Noi che vogliamo cambiare senza però mai volerlo davvero fare.

Legge di attrazione

Ecco, è questa la sfida che lancia Dooley: cambia il tuo modo di pensare e cambierai la tua realtà!

Io ho accettato la sfida.
Una volta capito che potevo lavorare sui miei pensieri, scartando quelli negativi e alimentando quelli positivi, ci ho provato.

Ho pensato “Che cos’ho da perdere?“.

E posso dire che questo libro mi ha davvero cambiato la vita, in positivo.

Se volete, il libro su Amazon lo potete trovare direttamente da qui.

Qui e ora: 5 principi della Legge di attrazione che migliorano la tua vita

Ma che cosa ci insegna la Legge di attrazione?
Quali sono i dogmi principali e in che modo possono aiutarci a vivere più serenamente con noi stessi?

Legge di attrazione

Vivere il “qui e ora“.

Come avevo già sottolineato all’inizio di questo articolo, la Legge di attrazione teorizza l’importanza di rimanere ancorati al presente, per riuscire a viverlo davvero.

Ed anche molto utile per scrollarsi di dosso paure e credenze limitanti su un futuro che non possiamo conoscere.

I pensieri diventano cose.

Il secondo concetto, uno dei più importanti della Legge di attrazione, a mio avviso, è anche il più liberatorio.

Se accetto il fatto che basta controllare i miei pensieri e imparare a pensare in maniera differente per riuscire a vivere in maniera migliore, allora ho già raggiunto un importante traguardo evolutivo.
Ovviamente, cambiare i propri pensieri da un giorno all’altro non è facile: ci vuole tempo e allenamento.

Attrai quello che sei e sii grato di quello che hai

Noi siamo come calamite per i pensieri, le percezioni e le sensazioni che proviamo.
Questo è il motivo per cui se pensi costantemente cose negative, otterrai una realtà negativa.
Non c’è nessuna magia, nessun incantesimo: è un fatto che possiamo verificare tranquillamente nella vita di tutti i giorni.

Per questo motivo è utile rendersi conto che c’è sempre qualcosa per cui essere grati.
Ed essere grati per qualcosa, anche per il fatto di essere vivi e in salute, può dare un senso alla nostra intera esistenza.

In più, il tuo mondo esterno ti indica quello che tu realmente vuoi.
Anche questo concetto della Legge di attrazione non è così facile da digerire. In pratica, il suo significato è il seguente: sicuramente è possibile che tu razionalmente voglia una suddetta cosa: ma se la realtà ti restituisce un’altra immagine, evidentemente il tuo inconscio non la pensa così.

Chiedi e ti sarà dato.

Questo concetto della Legge di attrazione così semplice e pulito ci consente di interrogarci nel profondo. Di guardarci dentro (che male non fa) e di capire. Prima di tutto, capire cosa veramente vogliamo dalla vita, o da noi stessi, o dagli altri.
Una volta che lo hai capito, chiedi. E poi…

Compi delle azioni quotidiane che ti avvicinino all’obbiettivo.
E credi.

Devi credere in questo meccanismo, devi credere che funzioni.
Alcuni pensano che la Legge di attrazione teorizzi semplicemente un concetto basato sul: pensa a quello che vuoi ottenere, siediti con le mani in mano e aspetta che la magia si compia. Alcuni pensano questo e per questo motivo criticano la Legge di attrazione duramente.

In realtà, la Legge di attrazione non predica incantesimi alla Mago Merlino. Ci insegna semplicemente questo:

pensa a ciò che vuoi, agisci per ottenerlo e, allo stesso tempo, mettici un po’ di fede.

Legge di attrazione

Seguiamo la Legge di attrazione: non esistono tempi migliori o peggiori, esiste solo il tempo che ti dai tu

Non è questione di aspettare che arrivi il tuo momento.
Non si tratta nemmeno di vivere nell’attesa che vengano tempi migliori.

Come abbiamo appena visto, la Legge di attrazione non dice questo.

Io ho vissuto anni proiettandomi nel futuro, in attesa di quel “momento di grande cambiamento” che speravo mi sarebbe piombato direttamente dal cielo.

Ovviamente, non è successo. Non succede mai.

Nessun cambiamento ti piomba tra capo e collo. Sei tu che ti muovi verso il cambiamento.

Perché, come ci suggerisce la Legge di attrazione, tra la realtà che vuoi e quella che hai c’è un ponte: è il ponte delle azioni quotidiane.

Per questo io non credo più che sia questione di “tempo” ma di mentalità. 

In questo momento ci lamentiamo tutti di più.
Abbiamo meno risorse a cui attingere (denaro) e meno valori su cui basarci (onestà, gentilezza, altruismo).

Ci lamentiamo, in continuazione, alimentando in negativo una realtà che è già estremamente negativa.

E giustifichiamo la cosa dicendo “È il momento storico“. 

Ma ci siamo sempre lamentati di non avere nulla anche quando avevamo troppo. 
Sempre alla ricerca di ciò che non avevamo perché incapaci di guardare a tutto il bello che c’era.
Incapaci di essere grati di ogni cosa bella che abbiamo nella nostra vita.

Ognuno di noi ha qualcosa per cui essere grato.

Ci siamo sempre lamentati della realtà che avevamo attorno. 
Ma la realtà non è altro che una proiezione esterna di quello che avviene dentro di noi. 

La nostra realtà, in pratica, siamo noi.

Martina Vaggi

Photo credit: Pixabay e Pexels.
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Crescita personale

Recruiter e candidati: la mancanza d’empatia e la ricerca del feedback perduto

Chiunque frequenti LinkedIn ha modo di osservare la presenza costante di post tra loro simili o con un leitmotiv abbastanza ricorrente.
Uno di questi riguarda i dibattiti sui recruiter e candidati.

Spesso, infatti, mi capita di osservare post in cui:

  • recruiter si lamentano di candidati e di colloqui
  • candidati si lamentano di non trovare lavoro o di non avere nemmeno un feedback da parte dei recruiter.

L’altro giorno su LinkedIn mi sono imbattuta in un post di una recruiter in cui veniva messo in luce il “conflitto” tra queste due parti.

Recruiter e candidati: vittime e carnefici

Nel contemporaneo panorama di offerta/ricerca di lavoro, lei rilevava come spesso i recruiter venissero etichettati come carnefici e i candidati come vittime.
Lei rilevava anche come questo creasse talvolta degli schieramenti tra le due parti.

A questo proposito, è nata in me una riflessione.

Viviamo in un momento difficile.
Lo sappiamo.

Viviamo in un mondo che si è impoverito di valori umani.
Credo che tutti possiamo essere d’accordo su questo.

Se parliamo di persone, possiamo dire che è difficile trovare onestà?
Possiamo affermare che, in molti settori sia difficile trovare ancora gentilezza? 
Non impossibile. Semplicemente più difficile di prima.

Possiamo essere certi che sia molto più facile trovare frustrazione, rifiuto della realtà.
Modi per lamentarsi e lamentarsi ancora.

Di questo, i social sono sempre stati terreno fertile.

Recruiter e candidati

La ricerca di lavoro e i feedback: recruiter e candidati a confronto

Oggi è difficile trovare lavoro
Non che un tempo fosse facile.

Però oggi la ricerca di lavoro appare essere molto più impegnativa: spesso si dice, infatti, che cercare lavoro sia, a tutti gli effetti, un lavoro.

Il fatto di cercare lavoro e di non trovarlo genera nel candidato già una buona dose di frustrazione, ovviamente.

Ma non solo.
Oggi sappiamo che è anche difficile avere anche solo un feedback, una risposta (anche negativa) ad una propria candidatura di lavoro.

A me è capitato circa un mese fa.
Ho inviato una candidatura e, dopo pochi giorni, ho ricevuto un feedback negativo.
Sono rimasta a tal punto stupita dal fatto di aver ricevuto anche solo un riscontro, che ho risposto alla mail, ringraziando la recruiter di avermi dato il feedback.

In pratica, ho ringraziato per aver ricevuto una risposta negativa.

Rende bene la situazione in cui ci troviamo oggi, credo.

Purtroppo la scusante del “momento difficile” o del “periodo Coronavirus”, in questo caso, non regge: io mandavo molte candidature anche prima di trovare lavoro (anno 2013-15) e anche in quegli anni di feedback se ne ricevevano ben pochi. 
Quindi escluderei il fattore “pandemia” dai motivi per i quali ben pochi di noi ricevono feedback alle proprie candidature.

Ma io non sono una recruiter.
Partiamo da questo.

Recruiter e candidati

E non ho idea di quante candidature possa ricevere un recruiter oggigiorno: immagino moltissime. 
Non è difficile da pensare, no?

La mancanza di feedback

Adesso cerco di guardare la questione da una diversa angolazione.

Da candidata io non ho mai condiviso la mancanza di feedback
Personalmente, credo che una risposta sia sempre doveroso darla.

Non condivido l’atteggiamento di un’azienda che non risponde ad una candidatura, ad una proposta, ad un progetto. 
Ma questa è solo la mia opinione.

Recruiter e candidati

Il punto è questo: io non so se, onestamente, al posto loro sarei in grado di fare meglio. 
Nessuno di noi può saperlo, fino a quando non si ritrova ad essere al posto di una persona (o di un ruolo) che sta giudicando. 

Ora provo a guardare la situazione da un altro punto di vista ancora.

La mancanza di empatia e le sue conseguenze

L’empatia ormai sembra essere una “specie” in via d’estinzione.

Lo possiamo osservare in tutti gli aspetti della vita quotidiana, anche in questa questione recruiter/candidati.

Gli uni non si mettono nei panni degli altri.
Si formano incomprensioni, discussioni sterili.
Si delineano due fazioni, che raccolgono idee contrapposte.

Di solito non è così facile trovare persone disposte a mettersi nei panni dell’altro, anche perché è anche vero che non tutti sono in grado di farlo.
Ma ascoltare e porre domande è l’unico modo per conoscere veramente una persona, un ruolo e creare così un ponte d’accesso per riuscire a vestire i suoi panni.

A questo proposito, mi viene in mente una frase che ho letto giorni fa, di Henry Ford

Il segreto del successo nella vita, se ne esiste uno, risiede nella capacità di comprendere il punto di vista dell’altro  e vedere le cose attraverso i suoi occhi”.

Recruiter e candidati

Imparare a lasciare fluire le situazioni: tra recruiter e candidati di chi è la responsabilità?

C’è poi un’altra questione da considerare, ancora più difficile da realizzare, forse, perché di natura più “spirituale”.

A volte sarebbe necessario lasciar fluire le situazioni e le persone dalla nostra vita.
Sarebbe opportuno fare il proprio percorso, senza imporsi su quello degli altri.
Senza occuparsi minimamente di quello degli altri.

In altre parole: dare senza pretendere.
Senza pretendere che gli altri capiscano o ti restituiscano quello che hai dato.

In altre parole ancora: se mandi un curriculum e non ti viene dato feedback, quello non è un tuo problema.
Nel senso che tu non puoi lavorarci su. Non puoi gestirlo, non puoi risolverlo.

Questo perché il modo in cui tu ti poni è una tua responsabilità.
Le azioni che fai, i gesti che compi.
Il modo in cui gli altri rispondono (o meno) è una loro responsabilità.

Non è tuo (nostro) compito occuparcene.

Il compito di un candidato

Il tuo compito (il mio compito) come candidato è andare avanti nella ricerca di un proprio percorso di crescita. E di lavoro.

Questa è solo la mia opinione, ovviamente.

Recruiter e candidati

Non sto dicendo che è bello non avere una risposta: non lo è.
Come non è bello essere sempre, perennemente, scartati dai recruiter e dal mondo del lavoro.

O sentirsi ogni giorno svalutati.
Niente di tutto questo è bello.

Ma essere sempre incazzati con il mondo è peggio.

Senza contare poi che lamentarsi impegna energia, tempo, bruciore di stomaco, bile…
Non rende una bella immagine, vero?

Tutto questo per dire che: non ha senso intasare i social lamentandosi continuamente.
Non ha senso cercare sempre un colpevole, laddove non c’è.

Ma soprattutto: non ha assolutamente senso alimentare la propria frustrazione.
E ne so qualcosa, purtroppo.
È una via a senso unico che ti porta solo a sprecare le tue risorse.

Perché se del feedback non pervenuto di un recruiter ti liberi spegnendo il computer, della tua rabbia non ti liberi nemmeno quando chiudi gli occhi la sera.

Martina Vaggi

Photo credit: https://pixabay.com

recruiter e candidati, recruiter e candidati

Crescita personale

La parabola del contadino cinese: non puoi giudicare la vita da ciò che ti accade nel presente

La parabola del contadino cinese:

Molti anni fa, nelle campagne cinesi, un uomo e suo figlio vivevano in un piccolo villaggio. Essendo molto poveri: avevano solo una baracca, in cui vivevano e un campo sul quale il contadino cinese lavorava duramente tutti i giorni con il suo cavallo.

Quando il cavallo scappò, gli abitanti del villaggio andarono a trovare il contadino cinese e gli dissero a gran voce: “Il cavallo ti era utile per poter lavorare. Che sfortuna hai avuto!”.

E il contadino cinese rispose: “Forse sì, forse no. Vedremo”.

La settimana dopo, il cavallo ritornò alla baracca: assieme a lui vi erano due cavalli selvatici. Il contadino cinese e il figlio si ritrovarono quindi ad avere tre cavalli. Gli abitanti del villaggio questa volta dissero all’uomo: “Avevi un solo cavallo e ora ne hai tre. Che fortuna hai avuto!”.

Anche questa volta il contadino cinese rispose: “Forse sì, forse no. Vedremo”.

Qualche giorno dopo il figlio stava pulendo la stalla del cavallo, quando uno di loro si agitò e lo calció con forza, facendolo cadere. Il ragazzo si fece male ad una gamba. Gli abitanti del villaggio questa volta dissero al contadino cinese: “Tuo figlio è l’unico che ti può aiutare nel tuo lavoro. Che sfortuna hai avuto!”

Ancora una volta, il contadino cinese rispose: “Forse sì, forse no. Vedremo”.

Qualche settimana più tardi, alcuni soldati dell’esercito arrivarono nel villaggio e iniziarono a reclutare giovani uomini da portare a combattere in una guerra dove nutrivano poche speranze di vittoria. Quando passarono dalla casa del contadino cinese videro suo figlio con la gamba rotta e decisero quindi di passare oltre.

Gli abitanti del villaggio, una volta appresa la notizia, si rivolsero al contadino cinese: “I nostri figli vanno a morire in guerra mentre il tuo è infortunato. Che fortuna hai avuto!”

E il contadino cinese, come sempre, rispose: “Forse sì, forse no. Vedremo”.

La parabola del contadino cinese: i nostri pensieri e le nostre parole plasmano la nostra realtà

contadino cinese

Quanti di voi, dopo aver letto questa parabola del contadino cinese, l’hanno trovata illuminante? O, comunque, rivelatrice di qualcosa?

Nel leggerla, vi siete chiesti almeno una volta: “E se quel contadino cinese avesse ragione…?“.

Credo che la parabola del contadino cinese faccia riflettere.

Io ne sono venuta a conoscenza mesi fa.
Ho scelto di condividerla oggi perché questo è un periodo molto difficile per me, come credo lo sia per tutti. E credo che in un momento simile sia necessario, ora più che mai, soffermarsi su esempi positivi.

Per smetterla di stare male.
Per cercare di scorgere una luce in fondo a questo tunnel.

Credo che oggi sia facile pensare di non valere niente.
E’ facile credere di essere insignificanti in una realtà che ci vuole oppressi, chiusi in casa a lavorare: o a pensare che non troveremo mai lavoro. O a nutrire la paura di perderlo il lavoro, e di piombare in un incubo senza fine.

Credo che capiti a tutti di pensare di essere dei falliti.
Io l’ho pensato per venticinque anni filati, fino a quando non mi sono resa conto che nessuna delle persone che io avevo scelto di avere accanto (o che avevo incontrato) pensava questo di me.

Quello che voglio dire è che, a volte, siamo noi a fare tutto il lavoro.
A volte siamo noi a volerci male.
Siamo noi, con i nostri pensieri, ad influenzare negativamente la realtà che ci circonda e a plasmarla.

contadino cinese

Prendiamo questa parabola del contadino cinese, ad esempio: il leitmotiv che ricorre nel testo riguarda gli abitanti del villaggio, che, dopo ogni avvenimento accaduto al contadino commentano sempre giudicando gli eventi con un: “Che (s)fortuna che hai avuto!”.

Loro vedono una sfortuna o una fortuna, perché la loro visione della realtà, o di quel particolare problema, è negativamente assoggettata ad un perenne giudizio: ma la realtà del contadino cinese, invece, è del tutto diversa.

La parabola del contadino cinese: lascia fluire gli avvenimenti

Il contadino cinese non giudica la realtà dai singoli fatti che accadono nella vita sua e della sua famiglia.
Non giudica quel che gli succede. Anzi, in realtà, non giudica proprio nulla.
Il contadino cinese lascia fluire gli avvenimenti. Lascia che le cose avvengano.
E commenta la “(s)fortuna” che gli altri gli attribuiscono con un: “Forse si, forse no, vedremo.”

Non vi è mai capitato di guardare con distacco a momenti veramente brutti accaduti nel vostro passato?
Non vi è mai capitato di arrivare quasi a benedire il semplice fatto che vi siano successe quelle cose?
E arrivare quasi a dire: “Adesso capisco perché è successo!“.

Non vi è mai capitato di riuscire a guardare con lucidità qualcosa di negativo accaduto tempo prima e capire che quello che di negativo è accaduto è servito a rendervi ora una persona più positiva?

contadino cinese

La parabola del contadino cinese: non giudicare un avvenimento dal presente

Torniamo alla parabola del contadino cinese: è proprio il non giudizio che il contadino esercita sulla realtà, che gli consente di viverla senza nutrire aspettative su ciò che accadrà.

A volte noi carichiamo di troppe aspettative ogni cosa che facciamo.
Sembra quasi che ci risulti impossibile vivere senza.

Ma come facciamo a giudicare se un evento è positivo
o negativo per noi, se lo stiamo vivendo solo nel presente?

Forse perché ci basiamo troppo su ciò che noi vogliamo.
Abbiamo lo sguardo concentrato sullo striscione di arrivo e finiamo col perderci le straordinarie emozioni della corsa.

A corsa finita, sapremmo dire cos’abbiamo provato mentre stavamo correndo?
Saremmo in grado di descrivere la sensazione del vento sul viso, il dolore cocente dei muscoli che si sforzano, il cuore che batte a ritmo incessante nelle orecchie?

contadino cinese


Non credo. Perché per molti di noi quello che resta, arrivati alla fine di una corsa, è se hai vinto se hai perso quella gara.

Allo stesso modo, ci sono persone che definiscono altre persone dei “vincenti” o dei “perdenti”.
Vincenti.
Come se la vita fosse un gioco.

Pensiamo solo al risultato, non al lavoro che c’è dietro.
Da questo, nasce il concetto che, nella parabola del contadino cinese, gli abitanti del villaggio usano per definire la “fortuna” e “sfortuna”.

Ma noi abbiamo lo sguardo fisso sull’inquadratura di immagini e ci dimentichiamo che è il movimento della macchina da presa che crea la sequenza.
Anche se la nostra vita non è un film, è comunque tutto il lavoro del dietro le quinte che mette in scena le azioni.

La parabola del contadino cinese: vivi nel presente e guarda la vita con occhi nuovi

Forse non sempre la vita ti dà ciò che tu vuoi.
A volte, ti dona semplicemente quello di cui tu hai bisogno.

Proprio come osserviamo nella parabola del contadino cinese.

Noi non possiamo giudicare gli avvenimenti come giusti o sbagliati, sfortunati e non, perché viviamo nel presente.
Non possiamo prevedere il futuro.

L’unica cosa che possiamo fare è vivere nel presente, nel “qui e ora”.

Probabilmente, la parabola del contadino cinese vuole dirci questo: è nel modo di vedere le cose che possiamo fare la differenza tra una realtà negativa e una positiva.

La scelta è nel nostro modo di guardare la vita con occhi nuovi.
Ovviamente non è facile, soprattutto in questo momento, per tutti noi.

Ma il cambiamento non solo è possibile in ogni aspetto della nostra realtà: nella vita che affrontiamo ogni giorno, nel lavoro, nella nostra sfera di affetti.

Il cambiamento è la forza che muove ogni nostro passo.
Per questo dobbiamo fare in modo che sia positivo.

Quindi, in definitiva…

Sta a te scegliere: sei il contadino cinese o uno degli abitanti del villaggio?
Vedi la “sfortuna” anche dove non c’è? O vedi opportunità?

Giudichi continuamente la realtà per come la vedono i tuoi occhi?
Oppure, sospendi il giudizio e ti limiti a dire come disse il contadino cinese:

Forse si. Forse no. Vedremo.

Martina Vaggi

Photo credit: https://pixabay.com

Crescita personale

Imparare da un ambiente di lavoro imperfetto: la continua ricerca di un mentore

Sono cresciuta in una famiglia di liberi professionisti. Tutti, a casa mia, hanno sempre lavorato in proprio.
Sono sempre stata abituata a sentire discorsi del tipo: “Avere un dipendente costa ad un datore di lavoro, lo sai, Martina?
E questo è, più o meno, tutto.

Ma cosa succede se capiti in un ambiente di lavoro, diciamo, ecco, non proprio all’acqua di rose?
Cosa ti succede?
Cosa succede alla tua mente?

Quali sono gli effetti sulla tua autostima?

A tutti è capitato, almeno una volta.
Sì, anche a voi.
So che state annuendo.

ambiente di lavoro

Trovarsi in un ambiente di lavoro difficile: adattarsi al peggio

“Ritieniti fortunata anche solo di avere un lavoro”

Questa frase oggigiorno è diventata un mantra, sussurrata, ripetuta e scritta praticamente ovunque.
Io è dal primo anno di università che io me lo sento ripetere. (n.d.r. 2011).
Sempre per via del fatto che vengo da una famiglia di liberi professionisti.

Per una persona che vuole fare la dipendente, è quasi una condanna.

Anyway…
Ovviamente, questi discorsi sono tutti corretti. Tutti di facile comprensione anche per chi, come me, ha sempre fatto la dipendente.

Il problema, a parer mio, del sentirsi continuamente ripetere discorsi simili è che viviamo, da parecchi anni, in una situazione di allarmante crisi, dove chiunque di noi si ritrova a mandare milioni di curriculum tutti i santi giorni e tutti i santi giorni si ritrova… senza una risposta.

E, a lungo andare, si rischia di farsi risucchiare da tutto questo.
E tutto questo rischia di trasformarsi in un vortice di apatia e di pigrizia, del tipo: visto e considerato che devi ritenerti fortunata anche solo di avere un lavoro, allora forse non è il caso di rischiare nel cercarne un altro, giusto?
Ed ecco che, a quel punto, il vortice di pigrizia e apatia si trasforma in un tunnel di paura.

Come se non avessi una via d’uscita.

ambiente di lavoro

All’improvviso, ti senti svalutato e ti svaluti continuamente.
Inizi a pensare di non valere nulla. Inizi a pensare che devi restare lì dove sei, senza osare crescere mai, senza mai osare fare ciò che più vorresti fare.

A quel punto guardi con un misto di invidia/incoscienza chi si ritrova nella tua situazione eppure decidere ugualmente di licenziarsi. Chi decide ugualmente di rischiare e, di punto in bianco, andare via, cercare altro, un po’ perché non si ritrova nell’ambiente di lavoro, un po’ per altri motivi.

Da una parte li invidi. Dall’altra… li reputi degli incoscienti.
Come sempre, i due estremi che fanno parte di noi: così difficili da bilanciare.
Così difficile rischiare, scegliere.

Sono finita anche io in quel vortice.
Come tanti mi sono trovata in un impiego temporaneo, non in linea con i miei studi, che poi, per vicissitudini personali, si è rivelato non essere poi tanto temporaneo.

Come tanti ho avuto paura di mollare la presa per paura di cadere nel vuoto.
E nel mio disperato tentativo di rimanere aggrappata a
qualcosa,
ho continuato a nutrire false speranze sul fatto che le cose, magicamente, sarebbero cambiate.

E così sono finita con lo scivolare e cadere giù.
In quel vuoto in cui avevo così tanta pau
ra di cadere.

Me ne sono accorta anni fa, quando mi sono ritrovata senza più alcuna aspirazione.
Mi sentivo vuota dentro, un semplice ammasso di carne che non conteneva più la persona che ero.
Ero come diventata invisibile, inesistente.

Apatica.
Perennemente svalutata. Perennemente in conflitto con me stessa.
Sempre alla ricerca di un appoggio lavorativo esterno o un riconoscimento, che non arrivava.

Quella sensazione di non essere mai abbastanza per nessuno, di non esistere per nessuno, non mi abbandonava mai.
Mi svalutavo continuamente.

ambiente di lavoro

L’ambiente di lavoro e la resilienza: ricerca la soluzione all’interno di te stessa

Andò avanti così per un paio di anni… fino a quando, capii quale fosse il problema.
Quella sensazione di non essere mai abbastanza per nessuno era legata soprattutto al lavoro che facevo e all’ambiente di lavoro in cui mi ritrovavo.
Ma non era quello il problema di fondo.

Il problema non era la considerazione degli altri. Non era nemmeno l’ambiente di lavoro, come ho avuto modo di capire più in là.
Questo mio disagio nasceva da un altro fatto.

Io che non mi sentivo abbastanza per me stessa.

Ma qual era effettivamente il motivo? Era l’ambiente di lavoro o ero io?
Ero io che facevo fatica a integrarmi? Ero io che non riuscivo a farmi scivolare addosso le critiche, la cattiveria, l’invidia?
Ero io che non sapevo rispondere ai comandi, che faticavo a rispettare i ruoli: ero io che, realmente, avevo qualcosa di sbagliato?

Perché non riesco a trovarmi bene nel mio ambiente di lavoro?
Perché non vado mai bene?
Perché, qualunque cosa faccia, per quanto io mi impegni, la situazione non migliora?

Credo che capiti a tutti di rivolgersi queste domande.
A me capitava tutti i giorni.

Fino a quando ho capito che io non dovevo andare bene a chi avevo intorno.
Io dovevo andare bene a me.
Non dovevo, per forza, andar bene ad un ambiente di lavoro negativo.
Non dovevo cercare di adattarmi a forza a rimanere in una situazione dove non sarei mai stata apprezzata.

Sarebbe stato come forzare il mio corpo dentro una taglia 42.
Non sono una taglia 42 dalla seconda superiore.
Come potevo pensare di entrarci?

ambiente di lavoro

Stare male per un ambiente di lavoro difficile: iniziare un percorso di analisi

Avevo capito che se me ne fossi andata da quel posto prima di imparare la lezione che dovevo apprendere, sarei finita in un altro ambiente di lavoro dove le situazioni negative che già avevo vissuto si sarebbero ripresentate con più prepotenza.

Dovevo capire perché tutto questo mi facesse stare male.

E lo capii cercando un appoggio esterno. Iniziai un percorso di analisi, di introspezione.

Il fatto è che dietro ogni situazione di disagio c’è sempre una grande lezione che puoi imparare per te stessa. E questa ne era la prova.
La prova del fatto che ogni situazione negativa ti spinge, ti sprona, inevitabilmente, verso una risoluzione positiva.

Capii che non dovevo costringermi a ricercare un apprezzamento esterno, perché l’unico apprezzamento del quale avevo bisogno era il mio.

Non dovevo guardare con astio a chi, secondo me, non si comportava nel modo corretto.
Era un loro problema, non mio.

Non dovevo continuare a sforzarmi di trovare un modo di comunicare con le altre persone che mi circondavano, quando non ce n’era mai stato uno.
Non dovevo forzare le cose affinché andassero bene. Non era quello il loro destino o il mio.

ambiente di lavoro

Dopo anni passati a scontrarmi con altri, capivo che il problema era mio e non loro.
Dopo anni in cui l’unica cosa che desideravo fare era andarmene da un ambiente di lavoro in cui stavo male, finalmente capivo il perché questo non era mai successo: non puoi liberarti di una situazione che ti fa soffrire scappando o andandotene sbattendo la porta.

Non ti libererai di una situazione negativa in questa maniera, anzi.
Quello è il modo migliore per trascinartela dietro.
Che cosa dovevo fare allora? Oltre a continuare a guardarmi attorno per cercare altro?

Andarsene da un ambiente di lavoro negativo: inizia a prendere le distanze mentalmente

Dovevo concentrarmi su me stessa.
Dovevo, semplicemente, lasciar fluire le situazioni.
Lasciare che le cose facessero il loro corso.

Che liberazione è stata capire tutto questo.
Da quel momento in avanti, è stato tutto più semplice. O, perlomeno, molto più semplice di prima.

Da quel momento in avanti è stato più naturale esercitare la mia indifferenza ad un ambiente di lavoro al quale non appartenevo più e non avrei più potuto appartenere.

Forse è questo che succede, quando inizi a pensare a migliorare te stessa: smetti istantaneamente di occuparti dei disagi degli altri.
A quel punto, nemmeno ti sfiorano più.
A quel punto sei tu che non permetti più loro di sfiorarti.

Smettendo di cercare il difetto o la colpa negli altri, iniziai a vedere con occhi diversi tutte quelle polemiche alle quali ero costantemente abituata in quell’ambiente di lavoro. Adesso le vedevo per quello che erano realmente: polemiche inutili.
Inutili, nel senso che non erano di alcuna utilità per nessuno.

ambiente di lavoro

Smisi di ascoltare le critiche. Smisi di rispondere.
E iniziai, invece, a pormi molte domande.

Perché ho sempre fatto fatica ad adattarmi a quell’ambiente di lavoro, nonostante l’impegno, il tempo, la fatica?
Forse è quello che succede quando rimani troppo a lungo in un luogo che non è il tuo.

Perché facevo fatica a rispettare i ruoli?
Forse è quello che succede quando, semplicemente, tu non ne hai uno.

Io non avevo un ruolo.
Non avevo una missione.
A quel punto, tutto è andato al posto giusto.

Nella vita bisogna avere un ruolo.
In un lavoro devi avere un ruolo e, cosa più importante, in quel ruolo ti ci devi riconoscere.

Devi esserne parte, sentirlo come tuo.

Un ruolo in cui le tue caratteristiche o doti vengono apprezzate, educate, usate.

Se non hai un ruolo non ti possono gestire.
Se non ti riconosci in un ruolo, diventa difficile anche per te gestire te stessa in quella funzione.

Imparare da un ambiente di lavoro tossico: la continua ricerca di un mentore

Una volta capito questo è stato più semplice guardarmi dentro e comprendere quello di cui io avevo bisogno.

Non stavo cercando un lavoro che mi desse la possibilità di diventare il capo del mondo o zio Paperone pronto a tuffarsi in una miniera d’oro.

Io cercavo un mentore.

Semplicemente.

ambiente di lavoro

A darmene conferma, fu un colloquio che feci non molto tempo fa con un selezionatore che mi stava aiutando a modificare il curriculum. Quel giorno, lui mi chiese:
“Tu che cosa ti aspetti da un’azienda? Cosa vorresti in un ambiente di lavoro?
“In che senso?” gli risposi.

“Che cosa ricerchi in un’azienda? Uno stipendio più alto di quello che hai adesso, un contratto più duraturo oppure..?”
“No.” gli ho risposto io.
“Io cerco un mentore. Una guida da seguire. Qualcuno che mi insegni, che mi permetta di crescere.”

Una guida, un mentore.
Una persona da seguire.

Credo che, in fondo, ognuno di noi cerchi questo.

Seguiamo una scia per poter, un giorno, saper disegnare la nostra rotta.
Questo succede quando ci ritroviamo in un mare troppo grande per noi.

Cerchiamo una guida.
Non perché abbiamo paura di affogare,
ma perché sentiamo il desiderio di imparare a nuotare.

Martina Vaggi

Photo credit: Pixabay, Pexels & Canva


Crescita personale

Perdona chi sei stato per poter diventare chi vuoi essere

Arriva un momento in cui devi imparare a perdonare te stessa.
Perdona chi sei stato per aver pensato che la vita che hai sempre condotto ti sarebbe bastata.

Che ti sarebbe bastato il lavoro che facevi per sopravvivere.
Che saresti sempre vissuta nello stesso luogo
senza mai osare andartene.

Ti devi perdonare per aver pensato che non avresti mai voluto sposarti o fare figli, solo perché pensavi che questo modo di parlare ti rendesse veramente libera e indipendente.

perdona chi sei stato

Perdona chi sei stato e chiediti di più

Arriva un momento in cui devi chiederti di più.
Vuoi di più ed è giusto che sia così.

Vuoi cambiare lavoro, vuoi cambiare città: vuoi passare il resto della vita con il tuo compagno, giurandolo a voce alta, magari.
Arriva un momento, quel momento in cui vuoi osare di più.

E vuoi perdonare te stessa per non aver mai avuto quel coraggio.
Quel coraggio di rischiare.
Così vuoi provarci. Vuoi buttarti.

E, in quel momento, può succedere che tu voglia tutto ciò che pensavi di non volere.

perdona chi sei stato

Perdona chi sei stato: dimenticati della persona che credevi di dover essere

A quel punto non sei più tu.
Non sei più quella persona che si diceva tutte quelle bugie.
Non sei più quella persona schiava di pregiudizi che aveva nei confronti di se stessa.

Non sei più la persona che credevi di dover essere.

Stai cambiando. Ti stai evolvendo verso la persona che sarai.
Perché un cambiamento, una volta che si manifesta, è già avvenuto dentro di noi tempo addietro.

Devi imparare a perdonare te stessa per fare in modo che ciò avvenga.

A quel punto, ti renderai conto di una cosa.

Perdona chi sei stato per diventare chi sei nel momento presente

Ti renderai conto che inizierai a ragionare in maniera diversa.
Ti renderai conto che tutte le critiche che ti avevano rivolto (e ferito) un tempo, ora non ti sfiorano più.
Ora non ti appartengono più.

Perché hai cambiato il tuo modo di vedere le cose, di vedere quelle persone.
Di sentire e percepire le loro parole.

Hai cambiato la tua natura.

“Un serpente cambia la pelle più volte l’anno.
Ci sono persone che passano un’intera vita senza riuscire mai a farlo.”


A quel punto non ragioni più per ostacoli.
Ragioni per opportunità.
Opportunità di essere una persona migliore di quella che sei stata e che non ti andava più di essere.

perdona chi sei stato


Così ti rendi conto di non aver mai ragionato in maniera così lucida in vita tua.

Ti rendi conto di aver indossato una maschera per tutta la tua vita.

Di averlo fatto perché avevi paura.
Hai sempre avuto paura del giudizio degli altri, delle loro critiche, della cattiveria di cui è pieno il mondo.

Solo che questa volta è diverso: ora hai gli occhi aperti e guardi il mondo come se lo vedessi per la prima volta.

Guardi le persone e capisci che c’è del buono in ognuno. E non c’è sempre quel bisogno costante di difendersi.
Da qui nasce l’opportunità.
L’opportunità di vedere la luce anziché il buio.

Perdona chi sei stato con tutti i tuoi sbagli: sei semplicemente un essere umano

Ad un certo punto, nella vita, ti devi perdonare.

Devi perdonarti per aver commesso quello sbaglio.
Per aver preso quella via che non portava da nessuna parte.
Devi perdonarti per essere umana in un mondo che ci vorrebbe tutti di ferro.
Ti devi perdonare.

Così arriva quel giorno e tu ti guardi allo specchio e non ti riconosci.
Ma è una bella sensazione.
Come se gli anni passati sbiadissero dalla tua mente.

perdona chi sei stato

Come se la persona che eri ti prendesse per mano per accompagnarti in quell’enorme prato verde.
Non avere paura” ti dice.
Sei tu. E sei a casa“.

Martina Vaggi

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Photo credit: Pixabay

Crescita personale

Lascia la persona che eri per diventare quella che sei

Arriva un momento in cui ti devi perdonare.
Devi perdonarti per aver pensato che la vita che hai sempre condotto ti sarebbe bastata.
Che ti sarebbe bastato il lavoro che facevi per sopravvivere. Che saresti sempre vissuta nello stesso luogo senza mai osare andartene.

Ti devi perdonare per aver pensato che non avresti mai voluto sposarti o fare figli, solo perché pensavi che questo modo di parlare ti rendesse veramente libera e indipendente.
Arriva un momento in cui vuoi di più. Vuoi cambiare lavoro, vuoi cambiare città: vuoi passare il resto della vita con il tuo compagno, giurandolo a voce alta, magari.
Arriva un momento, quel momento in cui vuoi osare di più.
Vuoi provarci. Vuoi buttarti.
E, in quel momento, può succedere che tu voglia tutto ciò che pensavi di non volere.
Così inizi a ragionare in maniera diversa.
E, a quel punto, ti rendi conto di non aver mai ragionato in maniera così lucida in vita tua.

Ti rendi conto di aver indossato una maschera per tutta la tua vita. Di averlo fatto perché avevi paura. Hai sempre avuto paura del giudizio degli altri, delle loro critiche, della cattiveria di cui è pieno il mondo.
Solo che questa volta è diverso: ora hai gli occhi aperti e guardi il mondo come se lo vedessi per la prima volta. Guardi le persone e capisci che c’è del buono in ognuno. E non c’è sempre quel bisogno costante di difendersi.

Ti guardi allo specchio e non ti riconosci.
Ma è una bella sensazione.
Come se gli anni passati sbiadissero dalla tua mente. Come se la persona che eri ti prendesse per mano per accompagnarti in quell’enorme prato verde.
Non avere paura” ti dice.
Sei tu. E sei a casa“.

Martina Vaggi

Photo credit: Pixabay

Crescita personale

Avere trent’anni in tempi di Covid

Vorrei svegliarmi domani e avere settant’anni.
Una vita già vissuta alle spalle, una pensione che mi basti a pagarmi un affitto e la spesa. Niente di più.
Vivere della semplice quotidianità, senza avere grilli per la testa, senza troppe aspettative sulla vita.
Perché quello che dovevo imparare, già l’avrei appreso in tempi passati.
Avrei già costruito, quando ancora si poteva costruire.
Risparmiato qualcosa quando ancora era possibile risparmiare.

Ho trent’anni, invece, e un futuro da costruire, che faccio fatica a vedere.
A malapena si scorge, non importa quanto io guardi lontano.
Vorrei svegliarmi domani e smettere di avere paura.
E invece questa continua paura io la vivo, come altri di noi, sulla pelle. E’ la paura di non avere più un lavoro domani, di non riuscire a trovarne altri negli anni a venire.
E’ la paura di desiderare un lavoro più adatto agli studi che ho fatto, a tutta la fatica e la speranza che ho investito. Un desiderio che si accavalla con il costante senso di colpa che provo nel pensare questo, quando vedo quanti altri un lavoro lo hanno perso.
E’ la paura di non riuscire a diventare completamente indipendente, di non poter mantenere una casa o un figlio, se mai lo avrò.

Poi mi soffermo a pensare al passato.
Se mio nonno fosse qui, oggi, mi racconterebbe della guerra, come faceva sempre. Di quando ha patito la fame, di quando è stato fatto prigioniero dai tedeschi. Lì la sua più grande fortuna fu quella di saper fare un mestiere: era sarto e cuciva le divise dei soldati.
Mi parlerebbe di quando è riuscito a scappare dal campo di prigionia e le bombe esplodevano tutte attorno a lui. Me lo racconterebbe con tutta la sua profonda umiltà e si metterebbe a piangere come un disperato, come succedeva ogni volta.
E io allora mi vergognerei un po’ di questi pensieri.
Di aver paura di dover lottare per avere un futuro.
Mi vergognerei.
Perché, forse, ogni generazione ha la propria guerra da combattere o da vivere, stringendo i denti, con forza. Ogni generazione ha la propria corda da tirare.

Torno a pensare al presente.
A quella volta in cui la Signora T. mi disse: “Sai Martina, il punto non è vivere sperando e pregando di non avere mai problemi. Sarebbe troppo semplice. Il punto, piuttosto, è: cercare, nonostante i problemi, di trovare sempre la forza per affrontarli.”

Martina Vaggi

Photo credit: https://pixabay.com/photos/woman-virus-bacteria-window-5628976/


Crescita personale · Il diario del silenzio

Quello che provi quando insegui un sogno

Quando avevo diciotto anni scelsi di iscrivermi a Lettere Moderne. Non sapevo ancora di preciso quale sarebbe stata la mia strada, o cos’avrei fatto da grande. Sapevo solo che in una cosa ero brava ed avevo passione: la scrittura.
A vent’anni iniziai a muovermi nell’ambito del giornalismo: scrivevo articoli per giornali cartacei della mia zona e ben presto iniziai a collaborare anche con giornali digitali e blog. I miei genitori mi sconsigliarono questa strada, perché avevano già sentito dire da molti altri del settore che non portava guadagno né la minima possibilità di mantenersi. Un giorno ricordo che mio padre mi disse: “Sì, sarai anche brava a scrivere, ma questo non ti dà diritto ad essere ammessa al Corriere della Sera.”
All’epoca ricordo di essermi chiesta: “Perché dovrei scrivere puntando necessariamente ad arrivare ad un giornale così importante?”
So che la domanda può sembrare stupida, ma il concetto che stava maturando in me all’epoca era questo: tutto ciò che facciamo è considerato valido solo se ci permette di arrivare in alto? Oppure è il cammino che intraprendiamo, i passi che muoviamo lungo il percorso, la fatica, le lezioni che impariamo che contano?

Quando, qualche anno dopo, non ebbi più la possibilità economica di lavorare guadagnando poco, dovetti smettere di fare quel lavoro. Era vero che non dava la possibilità di un guadagno stabile e questo mi venne confermato anche da altri giornalisti del settore, che praticavano da anni.
A quel punto mi ero laureata. I miei genitori continuavano a spronarmi verso strade diverse: “Fai l’insegnante, piuttosto. Cercati un vero lavoro.”
Non feci l’insegnante, se non per brevi periodi.
Aprii un blog, questo blog, e continuai a scrivere per mio conto. Trovai lavoro nel settore che, all’epoca, dava possibilità di trovare da lavorare subito: la ristorazione.
Mi adattai ad un mondo che all’epoca non capivo, ad un ambiente che non mi faceva stare bene, a dei ritmi velocissimi di lavoro e imparai più di quanto avessi mai potuto pensare.
Non avrei mai pensato che la mia vita potesse prendere quella direzione e, ancora faticavo ad accettarlo.
Nel frattempo erano successe tante cose che non avrei mai voluto succedessero e io reagii a quelle cose esattamente come reagisco a tutto ciò che di negativo mi succede: vissi l’intera situazione come un trauma, come un enorme peso che mi schiacciava, come un incubo dal quale non sapevo se mai sarei riuscita a svegliarmi.
Iniziai a stare male, ad avere continui attacchi di panico prima di dormire, a vivere male la quotidianità.
Questo fu un bene, in realtà. Perché mi diede la spinta per rivolgermi ad una persona, a chiedere aiuto.
Iniziai un percorso di crescita con una persona, che sarebbe poi diventata la mia Signora T. in un libro che avrei scritto in futuro. Cominciai a capire tante cose, a prendermi ogni responsabilità delle mie azioni, anche e soprattutto di ciò che pensavo. Capii che le altre persone non si possono cambiare né è mio compito farlo: io avevo solamente il compito di lavorare su me stessa, di crescere, di cambiare il mio modo di pensare e trasformarlo in qualcosa di positivo per me. Questo era il mio compito, questo era ciò che io dovevo fare.
Un giorno la Signora T. mi disse: “La responsabilità è di chi capisce.”
Io capivo. Capivo che ero in grado di guardarmi dentro, di individuare la parte peggiore di me, quella che tutti noi abbiamo e di affrontarla. E così feci e così faccio, ogni giorno.

Paradossalmente, una situazione negativa per me si era rivelata la mia salvezza: da quella avevo tratto il coraggio di rivolgermi ad una persona, di farmi aiutare. Da quel momento in avanti, non feci altro che crescere e cambiare. Nel giro di due anni riuscii a fare dei cambiamenti su me stessa che credevo impossibili nell’arco di decenni. Eppure, li feci.
Alcune persone non li accettarono, altri si strinsero ancora più vicino a me.
Credo che succeda questo, quando le persone notato un cambiamento in te: o restano o se ne vanno.

Un anno fa scoppiò la pandemia. Io presi il coraggio, un coraggio che non credevo neanche di avere. Presi in mano carta e penna e iniziai a buttare giù delle idee. Quelle idee divennero pensieri, che coinvolsero prima me, poi altre persone attorno a me. Durante il primo lockdown, sotto suggerimento di una mia cara amica, iniziai a pensare: “Devo scrivere un libro su tutto questo.”
Dopo la riapertura, quegli appunti che avevo preso ogni giorno di chiusura divennero la mia agenda di appuntamenti, di persone da intervistare. Ed ecco che il libro, quel sogno di una vita che tenevo chiuso nel cassetto segreto, prese forma.
Scrissi di loro. Dell’infermiera e della sua paura nell’avere a che fare con i pazienti Covid; dell’imprenditore che chiude l’azienda per salvaguardarsi, del medico che piange mentre stringe la mano ad un paziente che muore da solo. Scrissi delle insegnanti che lavorarono da casa, in didattica a distanza: degli alunni spaesati, dei pazienti ricoverati in terapia intensiva.
Quel mondo che io, chiusa in casa come tutti, non avevo vissuto, ora lo vivevo attraverso di loro e mi esplodeva dentro, come tutte le lacrime che non ero riuscita a versare durante il lockdown e che ora trovavano il loro sfogo.
Il libro venne pubblicato e divenne “Il diario del silenzio – Storie reali di quarantena” e io sentii di aver fatto, per la prima volta, qualcosa di buono nella mia vita.

Il 22 ottobre, giorno in cui il mio libro uscì sulla piattaforma online, mi ricordai di quella volta in cui mio padre mi disse: “Prova ad entrare in una libreria e a guardarti attorno: non vedi quante persone ci sono al mondo che scrivono? Come puoi pensare di emergere tu?”
Di nuovo, all’epoca, mi feci una domanda: “Ma nella vita bisogna scrivere solo per diventare qualcuno di importante?”
Ebbene sono entrata in una libreria, qualche tempo fa. Mi sono guardata attorno ma la domanda che mi sono posta è stata diversa da quella che mi pose mio padre. Io mi domandai: “Se ci sono milioni di persone che scrivono e pubblicano libri… perché non posso farlo anche io?”
Allora ho capito.
Non si scrive necessariamente per pubblicare un best seller: non ci si butta in un’impresa solo per diventare il migliore del mondo. Per come la vedo io, non esistono persone migliori, perché ci sarà sempre qualcuno che ti supererà in qualcosa, sempre.
Si compie un viaggio avendo bene in mente una destinazione: ma è il percorso, i passi, le cadute, la fatica che ti insegnano se quel percorso è giusto per te.
E’ la fatica, non la voglia di diventare il capo del mondo.
E quella fatica ha un senso.
Anche se non sarai mai la prima ballerina o il vincitore di un Premio Nobel.
Quella fatica avrà un senso per te.

Martina Vaggi

“Il diario del silenzio” link –> https://lnkd.in/dcmdkqe

Crescita personale · Il diario del silenzio

Scrivere un libro: quello che provi quando insegui un sogno

Ognuno ha il suo sogno da realizzare.
Ognuno di noi vuole qualcosa da questa vita, che lo voglia ammettere oppure no.

Scrivere un libro: il mio obiettivo

Io volevo scrivere un libro.

E ho avuto non pochi ostacoli da superare, lungo il percorso.

Quando però sono riuscita nell’impresa, mi sono resa conto che spesso siamo noi i principali ostacoli al raggiungimento dei nostri obiettivi.

Mi chiamo Martina Vaggi, sono l’autrice del libro “Il diario del silenzio – Storie reali di quarantena“.

E ora vi racconto la mia esperienza.

Scrivere un libro: il percorso di studi e la gavetta

Quando avevo diciotto anni scelsi di iscrivermi alla facoltà di Lettere Moderne.

Non sapevo ancora di preciso quale sarebbe stata la mia strada, o cos’avrei fatto da grande.

Sapevo solo che in una cosa ero brava ed avevo passione: scrivere.

Avevo questa capacità e volevo renderla, un giorno, un lavoro: volevo arrivare prima o poi a scrivere un libro.
Ma era ancora presto per avere quella fiducia in me stessa.

scrivere un libro

Così a vent’anni iniziai a muovermi nell’ambito del giornalismo e della scrittura per il web: scrivevo articoli per giornali cartacei della mia zona e ben presto iniziai a collaborare anche con giornali digitali e blog.
Il compenso era zero: questo significa che, per fare questo “lavoro” a livello economico percepivo esattamente zero.

I miei genitori mi sconsigliarono questa strada, perché avevano già sentito dire da molti altri del settore che non portava guadagno né la minima possibilità di mantenersi.

Un giorno ricordo che mio padre mi disse: “Sì, sarai anche brava a scrivere, ma questo non ti dà diritto ad essere ammessa al Corriere della Sera.
All’epoca ricordo di essermi chiesta: “Perché dovrei scrivere puntando necessariamente ad arrivare ad un giornale così importante?

So che la domanda può sembrare stupida, ma il concetto che stava maturando in me all’epoca era questo.

Tutto ciò che facciamo è considerato valido solo se ci permette di arrivare in alto?
Oppure è il cammino che intraprendiamo, i passi che muoviamo lungo il percorso, la fatica, le lezioni che impariamo che contano?

scrivere un libro

Quando, qualche anno dopo, non ebbi più la possibilità economica di lavorare guadagnando poco o niente, e dovetti smettere di fare quel lavoro.
Era vero che non dava la possibilità di un guadagno stabile e questo mi venne confermato anche da altri giornalisti del settore, che praticavano da anni.

A quel punto mi ero laureata.
I miei genitori continuavano a spronarmi verso strade diverse: “Fai l’insegnante, piuttosto. Cercati un vero lavoro.

Il fatto è che, nella mia mente, io continuavo a pensare: “Voglio scrivere un libro“.
Avevo quella vocina nella testa che: ma io la zittivo.

Comunque non feci l’insegnante, se non per brevi periodi.

Aprii un blog, questo blog, e continuai a scrivere per mio conto.

Trovai lavoro nel settore che, all’epoca, dava possibilità di trovare da lavorare subito: la ristorazione.
Mi adattai ad un mondo che all’epoca non capivo, ad un ambiente che non mi faceva stare bene, a dei ritmi velocissimi di lavoro e imparai più di quanto avessi mai potuto pensare.

Non avrei mai pensato che la mia vita potesse prendere quella direzione e,
ancora faticavo ad accettarlo.

Scrivere un libro: quando soffochi la tua voce interiore

Nel frattempo erano successe tante cose che non avrei mai voluto succedessero e io reagii a quelle cose esattamente come reagisco a tutto ciò che di negativo mi succede: vissi l’intera situazione come un trauma, come un enorme peso che mi schiacciava, come un incubo dal quale non sapevo se mai sarei riuscita a svegliarmi.

scrivere un libro

Iniziai a stare male, ad avere continui attacchi di panico prima di dormire, a vivere male la quotidianità.
Questo fu un bene, in realtà. Perché mi diede la spinta per rivolgermi ad una persona, a chiedere aiuto.
Iniziai un percorso di crescita con una persona, che sarebbe poi diventata la mia Signora T. in un libro che avrei scritto in futuro.

Cominciai a capire tante cose, a prendermi ogni responsabilità delle mie azioni, anche e soprattutto di ciò che pensavo.

Capii che le altre persone non si possono cambiare né è mio compito farlo.

Io avevo solamente il compito di lavorare su me stessa, di crescere, di cambiare il mio modo di pensare e trasformarlo in qualcosa di positivo per me. Questo era il mio compito, questo era ciò che io dovevo fare.

Un giorno la Signora T. mi disse: “La responsabilità è di chi capisce.
Io capivo. Capivo che ero in grado di guardarmi dentro, di individuare la parte peggiore di me, quella che tutti noi abbiamo e di affrontarla. E così feci e così faccio, ogni giorno.

Paradossalmente, una situazione negativa per me si era rivelata la mia salvezza: da quella avevo tratto il coraggio di rivolgermi ad una persona, di farmi aiutare.

Da quel momento in avanti, non feci altro che crescere e cambiare.
Nel giro di due anni riuscii a fare dei cambiamenti su me stessa che credevo impossibili nell’arco di decenni. Eppure, li feci.

Alcune persone non li accettarono, altri si strinsero ancora più vicino a me.
Credo che succeda questo, quando le persone notato un cambiamento in te: o restano o se ne vanno.

Nel frattempo, la mia vocina interiore continuava a insistere: “Voglio scrivere un libro“, ripeteva.

Era come un’altra parte di me che io non potevo permettermi di ascoltare. E così, continuavo a zittirla.

scrivere un libro

Scrivere un libro: l’idea e il progetto che prende forma

Un anno fa scoppiò la pandemia.

Io presi il coraggio, un coraggio che non credevo neanche di avere.
Presi in mano carta e penna e iniziai a buttare giù delle idee.

Avevo sempre quella vocina interiore che mi diceva, con insistenza: “Voglio scrivere un libro“.
Solo che, arrivati a quel punto, io non la zittivo più, non la soffocavo più.

Avevo ormai capito che soffocando la mia creatività per tutto quel tempo, stavo soffocando anche me.

Quelle idee divennero pensieri, che coinvolsero prima me, poi altre persone attorno a me. Durante il primo lockdown, sotto suggerimento di una mia cara amica, iniziai a pensare:

Devo scrivere un libro su tutto questo.

Così fu.

Dopo la riapertura, quegli appunti che avevo preso ogni giorno di chiusura divennero la mia agenda di appuntamenti, di persone da intervistare. Ed ecco che il libro, quel sogno di una vita che tenevo chiuso nel cassetto segreto, prese forma.

Così scrissi di loro.

Dell’infermiera e della sua paura nell’avere a che fare con i pazienti Covid; dell’imprenditore che chiude l’azienda per salvaguardarsi, del medico che piange mentre stringe la mano ad un paziente che muore da solo. Scrissi delle insegnanti che lavorarono da casa, in didattica a distanza: degli alunni spaesati, dei pazienti ricoverati in terapia intensiva.

Quel mondo che io, chiusa in casa come tutti, non avevo vissuto, ora lo vivevo attraverso di loro e mi esplodeva dentro, come tutte le lacrime che non ero riuscita a versare durante il lockdown e che ora trovavano il loro sfogo.

scrivere un libro

A quel punto, quel traguardo che per tutta la mia vita era sembrato così distante e irraggiungibile (quello di riuscire a scrivere un libro), si stava concretizzando sotto i miei occhi increduli.

Scrivere un libro: segui la tua strada

Il libro venne pubblicato e divenne “Il diario del silenzio – Storie reali di quarantena” e io sentii di aver fatto, per la prima volta, qualcosa di buono nella mia vita.

Il 22 ottobre, giorno in cui il mio libro uscì sulla piattaforma online, mi ricordai di quella volta in cui mio padre mi disse: “Prova ad entrare in una libreria e a guardarti attorno: vedi quante persone ci sono al mondo che scrivono? Sarebbe troppo difficile per te emergere.

E invece… ecco il mio libro! Proprio su Amazon!

Di nuovo, all’epoca, mi feci una domanda:

Ma nella vita bisogna scrivere solo per diventare qualcuno di importante?

Certo, era chiaro che mio padre mi dicesse quelle cose solo per proteggermi, per non farmi cadere in tristi delusioni.
Ma io non potevo vivere tutta la mia vita in balia di pensieri e idee altrui.

Avevo bisogno, come ogni essere vivente, di seguire la mia strada.
Avevo bisogno di tracciare la mia rotta.
O, almeno, di provarci.

scrivere un libro

Ebbene qualche tempo prima di concepire in me l’idea di scrivere un libro, sono entrare in una libreria.
Mi sono guardata attorno ma la domanda che mi sono posta è stata diversa da quella che mi pose mio padre.

Io mi domandai: “Se ci sono milioni di persone che scrivono e pubblicano libri… perché non posso farlo anche io?

Solo in quel momento tutti i pezzi del puzzle sono andati al loro posto.
In quel momento ho capito.

Scrivere un libro: il senso più nobile della fatica

Non devi scrivere un libro necessariamente per pubblicare un best seller.
Non ci si butta in un’impresa solo per diventare il migliore del mondo.

Per come la vedo io, non esistono persone migliori, perché ci sarà sempre qualcuno che ti supererà in qualcosa, sempre.

Si compie un viaggio avendo bene in mente una destinazione: ma è il percorso, i passi, le cadute, la fatica che ti insegnano se quel percorso è giusto per te.

E’ la fatica, non la voglia di diventare il capo del mondo.
E quella fatica ha un senso.
Anche se non sarai mai la prima ballerina o il vincitore di un Premio Nobel.
Quella fatica avrà un senso per te.

Martina Vaggi

Photo credit scrivere un libro: Pixabay