Riflessioni

Solo noi e altri 7 miliardi come noi

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In questo mondo in continuo mutamento, è inevitabile per ognuno di noi fare degli incontri.
Siamo più di 7 miliardi di persone in un mondo che ci appare gigantesco e, allo stesso tempo, molto… familiare. Così conosciamo degli sconosciuti, ed è del tutto naturale per noi incontrarli, magari amarli oppure odiarli. La maggior parte di loro ci passa accanto senza nemmeno sfiorarci: come se la loro vita non ci riguardasse e non sentissimo di avere nulla in comune con loro. È in questo atteggiamento di puro e profondo egoismo che cresciamo tutti i giorni e tutti i giorni viviamo sulla nostra pelle un sentimento che cresce senza che nemmeno ce ne accorgiamo: l’indifferenza.
La pura indifferenza verso chiunque altro non sia noi o non faccia parte del nostro piccolo mondo. Un oceano di persone, con diversi interessi, lavori, amori, hobby, accomunati tutti da un’unica condizione: quella di essere esseri umani.
Eppure quante volte ci dimentichiamo di questo? Quante volte ci comportiamo come se esistessimo solo noi e non altri 7 miliardi come noi?
E in questo clima dilagante di rigida indifferenza non è un caso che costruire dei rapporti sia diventato sempre più difficile. Non è un caso che la parola “Io” venga sempre prima del “Noi” e che, pur avendo costruito un rapporto solido, non lo si possa mai veramente dare per scontato. Diventa sempre più difficile accettare di essere solo delle persone, convivere con i propri sbagli e le proprie debolezze.
Diventa sempre più difficile immergersi in se stessi, imparare a conoscersi, a volersi bene sul serio: perché oggi ognuno di noi evita questo confronto?
Forse, abbiamo semplicemente paura che, se ci immergessimo nel nostro oceano di difetti, errori, frasi dette al momento sbagliato e altre mai pronunciate, finiremmo con l’affogare.

Ma buttarsi di getto nell’oceano può insegnarti a nuotare. A conoscere te stessa e, di conseguenza, anche gli altri.
Forse non avremmo veramente bisogno di fare del male, o di subirlo, se fossimo a posto con noi stessi. Che fare del male ad un’altra persona è tutto ciò che di umano non è.

In questi ultimi anni ho iniziato a guardare meglio ciò che avevo davanti agli occhi e ciò che avevo perso. Ho rivalutato persone, situazioni finite male e altre ancora finite bene. Ho iniziato a cercare ciò che volevo e non quello che non potevo avere. Che ognuno di noi, in fondo, non cerca ciò che vuole il suo cuore ma ciò di cui ha bisogno la sua anima per poter guarire e credere ancora in qualcosa di straordinario.

E mentre le persone continuavano a criticare me, o chiunque altro, e a vivere secondo il proprio egoismo e ad osservare la tua vita altrui come se fosse un piccolo esperimento andato male, io osservavo loro. Mentre molti di loro continuavano a vivere la loro vita come se fossero unici, io mi ritrovavo, pian piano, anno dopo anno, ad abbandonare questo pensiero e iniziavo ad immergermi tra la gente, ad osservare il comportamento dei passanti, in metropolitana, per strada, in città come in paese. I gesti d’amore di una madre verso il figlio che ancora deve crescere, l’uomo d’affari che cammina in centro a Milano e sbraita ordini al telefono, urlando affinché tutti nelle vicinanze possano sentire quanto è potente, un uomo che bacia sua moglie sul tram: il barbone coricato sull’asfalto freddo che si sente morto per il mondo.
Ma nonostante la mia diffidenza verso il genere umano cresca a dismisura, io non posso fare a meno di rifugiarmi in una nicchia, quel nascondiglio segreto dal quale osservo il mondo cambiare, come se nemmeno ne facessi parte. Lo osservo in quel piccolo spazio di umanità, perché è in quel piccolo spazio che sono veramente libera.
La nostra umanità è la cosa più preziosa che abbiamo, eppure la svendiamo così facilmente tutti i giorni per fare spazio all’odio, al rancore verso cose passate e all’ansia di un futuro lontano che non possiamo vedere.
Calpestiamo noi stessi e, di conseguenza, anche gli altri e per cosa?
Per sembrare più forti, senza accorgerci che siamo ancora più deboli.
Per avere l’ultima parola, quella maledetta ultima parola, come se fossimo attori all’ultimo atto di una commedia con un unico obbiettivo: ottenere un applauso finale.
Tutto per soddisfare un ego che serva a nascondere chi siamo veramente.
Tutto per una maschera che indossiamo, l’ennesima.
Tutto pur di non ammettere di avere un problema, o forse milioni.
Tutto questo, una messinscena architettata dal migliore dei registi, pur di non ammettere quanto faccia paura affidarci a qualcuno.
È la cosa che più ci spaventa al mondo ma è anche la più straordinaria.
Poter toccare un altro essere umano, poterlo abbracciare fino a diventare uno soltanto, essere in grado di assorbire il suo dolore e farlo tuo. Condividere momenti che fermino il tempo e ci rendano consapevoli di che cosa voglia dire vivere davvero.
Non bisognerebbe mai dimenticarsi delle persone: solo le persone, alla fine, quelle che ti salvano davvero.
Ognuno di noi è un mondo incredibile da scoprire e la cosa più straordinaria è riuscire a farne parte.

Martina Vaggi

Photo credit: https://www.ilpost.it/2018/06/24/persone-per-cambiare-mondo/
Riflessioni

C’è del bianco tra i miei ricordi

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Dicembre è sempre stato il mio mese preferito.
Fin da quando ero più piccola, niente al mondo per me batteva il momento del Natale. Il mese del Natale come io lo ricordo, come momento di condivisione, un riunirsi tutti assieme in un giorno felice.
Dicembre è il mese delle lucine colorate, dell’albero verde messo al centro della sala e addobbato. Ho sempre adorato fare l’albero di natale.
Dicembre è il mese dei compleanni, delle cene, il mese in cui tutto il mondo si ferma per un secondo di fronte ai regali sotto l’albero, le persone felici all’interno dei negozi, il tempo che rallenta quando cade un fiocco di neve e poi un altro e poi un altro e tutto il paesaggio diventa bianco.
Anche tra i miei ricordi ora c’è del bianco. Non c’è traccia di neve per terra, ma tra i miei ricordi è tutto bianco.
Questo sarà il secondo Natale che non passeremo tutti assieme.
Tante cose nel frattempo sono cambiate.
Dicembre ora è il mese delle spese, dei problemi che diventano insormontabili e della profonda nostalgia verso un futuro che sogno come migliore del presente.
Le persone all’interno dei negozi non mi sembrano più felici ma ancora più incazzati di quanto non lo siano tutti i giorni, imbottiti nel traffico che segna l’inizio del via vai per la corsa ai regali, gli spintoni all’interno dei negozi, la fretta lungo le vie affollate.
Dicembre è il mese in cui al telegiornale senti di qualcuno che si è buttato giù dal terzo piano perché non aveva più nessuno accanto.
Credo che ci si debba sentire così, a Natale, quando hai perso tutto.
Forse esistono due tipi di Natale per due tipi di persone: quelle che hanno ancora qualcuno con cui festeggiarlo, come una vera famiglia riunita in festa, e quelli che non hanno più nulla a cui aggrapparsi se non un passato pieno di ricordi.
Natale ora è il giorno dell’assenza.
Il giorno in cui mio papà corre in ospedale alla vigilia per stare vicino a mio zio, il giorno dei parenti sentiti per telefono, a distanza, quella distanza che non riesce a colmare un vuoto che c’è.
Domani sarà Natale e tutto ciò che conta per me, se Dio vuole, sarà seduto attorno a quel tavolo che mia mamma ha già apparecchiato.
Non posso dire di avere la vita che avevo progettato, a stento a volte mi sembra perfino di vivere, ma posso dire che sto facendo del mio meglio per cercare di adattare la mia mente a quello che accadrà e che già sto vivendo.
Forse arriva per tutti un momento in cui bisogna lasciare da parte la vita che abbiamo voluto, preteso con tanta ingordigia, senza neanche sapere se veramente era quello che meritavamo, e fare un po’ di posto alla vita che ci è stata destinata.
Tutto qui. Non ci sono giri di valzer, nessuna sviolinata di circostanza sul vero senso del Natale.
C’è solo assenza che si può toccare con mano e quel dolore che fa crescere, che ti spinge a guardare più avanti.
Non so quand’è successo che sono cresciuta, ma è accaduto all’improvviso.
E ora so che da certe consapevolezze non si torna più indietro.

Martina Vaggi

Riflessioni

Non immaginare qualcosa che non c’è ma apprezza quello che hai

 

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E’ difficile a volte capire come funziona una mente. Cosa la affascina, cosa la colpisce, cosa ne fa scattare l’interruttore “curiosità”.
E’ ancora più difficile capire come funziona un cuore. Quali sono le parole che lo fanno sentire protetto e al sicuro e quali i gesti che lo fanno correre a ritmo più incalzante.
In una realtà come la nostra, oggi, dove ci muoviamo a ritmo disumano per raggiungere obbiettivi irraggiungibili, dove le persone sembrano aver dimenticato cosa significhi fermarsi un attimo a godere la vista di un paesaggio – o di una persona – ci approcciamo all’altro sesso sempre con un po’ più di paura e di indecisione.
Il problema è che, sempre più di frequente, vediamo negli occhi dell’altro riflesse le nostre stesse paure, se non di più, e trasformiamo quella persona in un caso clinico da curare (noi donne, in questo, siamo diventate talmente brave da renderla una disciplina olimpionica) e diamo al nostro obbiettivo impossibile da raggiungere quel nome e cognome. Così la nostra realtà diventa “quello sguardo che ci ha lanciato che voleva dire di più” o quella notte che non scorderemo tanto facilmente, o quel rapporto iniziato ma mai portato avanti.
E senza neanche accorgercene trasformiamo la conoscenza in una gara di conquista dove la persona davanti a noi diventa un premio.
Forse sul momento non ce ne accorgiamo, ma una volta che ce ne rendiamo conto, una volta che vediamo scritte queste parole che delineano il nostro comportamento, quanto risulta sbagliato tutto questo?
Quanto sacrifichiamo di noi stessi solo per una ricerca di attenzione che altro non è se non un contentino dato con sufficienza?
In tutti questi anni di rapporti mancati, riusciti e poi finiti, mai iniziati o interrotti bruscamente con l’altro sesso, mi sono sempre un po’ stupita di notare come una delle costanti presente in tutti questi casi (vissuti in prima persona o indirettamente) sia sempre stata la trasformazione della realtà così com’è, in una realtà che solo noi percepiamo e vediamo così come siamo.
Ognuno di noi vede la realtà che vuol vedere. A volte distorce perfino la realtà che ha davanti solo per trasformarla in qualcosa che non c’è.
Ma così come mentre corriamo verso l’obbiettivo non riusciamo quasi mai a fermarci per chiederci per cosa – o per chi – davvero stiamo correndo, allo stesso modo non riusciamo a dare un freno a questo comportamento fino a quando non ci rendiamo conto di quanto triste esso sia.
Fino a quando non riesci, un giorno, a trovare la pace nella tua solitudine.
L’armonia nel tuo disordine. La tranquillità nei tuoi orari, nei tuoi impegni quotidiani che non hanno quel nome e cognome che vorresti, ma solo il tuo.
Solo il nome e cognome che porti e che rappresenta la tua vita.
Perché se fantasticare sul momento può essere bello, lo è ancora di più rendersi conto che non ne hai bisogno. Perché la realtà che ognuno di noi vuole vedere alla fine è quella che più ci fa star male.
Non abbiamo bisogno di scuse, ma, semmai, di concretezza. Di messaggi che arrivano decisi, di gesti trasparenti, di serate passate a parlare davanti ad un camino accesso, o davanti ad un caffè. Non abbiamo bisogno di immaginarci qualcosa che non c’è, ma di goderci quello che già abbiamo.
Non vogliamo più comportamenti ambigui, quelli già li abbiamo sperimentati e abbiamo capito a nostre spese che creano solo problemi: abbiamo bisogno della verità, anche se a volte può essere crudele.
Nessuno di noi deve correre dietro ad un treno che non si fermerà mai per noi.
D’altronde, le persone non sono treni: sono semplicemente persone. Che si tengono per mano quando vogliono affetto, si guardano quando vogliono cercarsi e si aspettano a vicenda quando hanno davanti l’unica persona che vogliono davvero.

Martina Vaggi

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Riflessioni

La tecnologia e le storie irrisolte: come i social hanno cambiato le relazioni sentimentali

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Ognuno di noi ha incontrato almeno una volta una persona con cui le cose potevano andare eppure non sono andate. Persone a volte completamente diverse da noi, altre volte invece molto simili, con le quali si percepisce fin da subito un legame inspiegabile, quella scarica di adrenalina al solo pensarle o vederle. A volte sono persone con cui staresti ore a parlare, altre volte persone talmente complicate e smarrite da smarrire te stesso nel cercare di capirle.
Ognuno di noi può annoverare nella propria lista di persone incontrate/frequentate almeno una di queste con cui ha un rapporto in sospeso.
Succede, prima o poi, di cadere nella trappola di un rapporto irrisolto.
E parlo di rapporti irrisolti perché il più delle volte si tratta di rapporti che non sembrano sentimentalmente risolvibili. Rapporti talmente incasinati da aver quasi paura di tramutarli in qualcosa di più, qualcosa di più “normale” e comune, come una storia a lieto fine o una relazione piena di quotidiani interessi e difetti condivisi.
Quando si capita in queste situazioni, la cosa più comune che possa accadere è quella di ritrovarsi immersi in un vortice di pensieri, paranoie, possibili soluzioni tutte catalogabili nella categoria “Cosa sarebbe successo se…?”.
Ma il più delle volte non succede mai nulla.
E quanto tempo passiamo chiedendoci il perché non succede mai nulla.
Alcuni dicono che è per via delle paure: quel groviglio complicato di sensazioni, mescolate all’istinto, che ci dicono che quello che vogliamo fare non rappresenta la cosa giusta, che ce ne pentiremo e che forse è meglio stare soli piuttosto che coltivare altre delusioni. E poi c’è il destino, che in queste situazioni fa un po’ da arma a doppio taglio, perché ti dà la “sicurezza” che le cose andranno come devono andare, che le persone verrano da te magicamente, pur non muovendo un dito per andarsele a prendere.
E poi… vale la solita regola del “Se non ti cerca, non gli piaci abbastanza”.
Per come la penso, potrebbero essere vere tutte queste opzioni, oppure nessuna di queste. Il fatto è che l’essere umano è diventato qualcosa di così complicato da capire, che credo che anche il signor Freud oggi avrebbe qualche difficoltà nel provarci.
Vi è mai successo di sedervi ad un tavolo circondata da persone che navigano sul 50esimo anno di età (o giù di lì) e di ascoltare, affascinate, quelle belle storie sul come lui ha conquistato lei, le ha portato dei fiori, ha avuto pazienza di apettare anche fino al quinto appuntamento per baciarla e tutte queste belle cosette qui?
Ecco, questi racconti sui bei tempi andati purtroppo non ci rispecchiano più. Non rispecchiano più quest’epoca in cui ci troviamo a vivere, altrimenti come si spiegherebbero tutti i discorsi maschili che sentiamo (“Non ci sono più ragazze con i valori, che vogliano sposarsi, stirare le camice” ecc) e tutti i discorsi femminili invece (“Sono tutti uguali, vogliono la ragazza seria e poi si fanno mettere sotto da quella che non la è”).
Ecco. Un disastro su tutta la linea praticamente.
Il fatto è che la società è cambiata e molto velocemente anche. I mezzi di comunicazione si sono evoluti in maniera così rapida da non darci neanche il tempo di adattarci. Per come la vedo io, le persone di oggi (noi), ci stiamo ancora adattando alla triste realtà che vediamo: le donne cercano di adattarsi al fatto di trovare con difficoltà qualcuno che faccia il primo passo (e lo faccia come si deve) e che sappia restare in una relazione a due senza cercare le soluzioni ai problemi tra le gambe di qualcun’altra. Gli uomini, invece, probabilmente stanno cercando di adattarsi al fatto di non essere più ormai in grado di fare gli uomini. Di alzare il telefono per chiamare, invece di scrivere un messaggio. Di citofonare invece di messaggiare. Di baciare, invece di lasciare dei like sulle foto profilo di Facebook.
E non è che sia solo colpa loro, per intenderci. Anche noi donne abbiamo le nostre colpe. Tanto per dirne una, le abbiamo nel momento in cui non rispettiamo noi stesse nella fretta di dare, assecondare, più che di ricevere, e mostrare (nel vero senso fisico della parola) solo per paura che la persona che abbiamo davanti semplicemente… svanisca.
Le abbiamo nel momento in cui non ci rendiamo conto che il rispetto per se stesse è la prima cosa: senza quello risulta difficile rispettare qualcun altro.
Quello che è innegabile, però è che Internet ha creato un’altra realtà, dandoci la possibilità di creare profili a nostra immagine e somiglianza, con il risultato che ognuno mostra solo ciò che vuole di se stesso: e quei profili non sono noi, ma qualcuno a volte completamente diverso da noi.
Quei profili sono diventati chi vorremmo essere noi.
Mentre noi, la parte più vera di noi, è rimasta dietro lo schermo, in disparte. A guardare.
E ad avere paura. Una tremenda paura.
La paura non di scrivere ma di chiamare. La paura non di nascondersi dietro un telefonino, ma di saltare in macchina e affrontare faccia a faccia la persona con cui vogliamo veramente chiarire.
Abbiamo paura nel momento in cui prendiamo coscienza di ciò che siamo diventati davvero. E allora capiamo che il “mi piace” alla foto profilo non ci basta più. Che le conversazioni via messaggio sono qualcosa di veramente asettico e freddo se non proseguono in gesti, sguardi, calore: al loro posto, infatti, preferiremmo una bella chiaccherata davanti ad un caffè.
Abbiamo paura quando ci rendiamo conto che questa realtà è andata troppo avanti, troppo oltre. E noi siamo rimasti indietro, a guardare con nostalgia a quei tempi passati in cui alle ragazze si regalavano ancora fiori per conquistarle e quelle ragazze non usavano i filtri Instagram per attirare e ingannare ma la mente, il sorriso, la semplicità di un viso acqua e sapone.
E in questo panorama già abbastanza triste si inseriscono le nostre storie irrisolte. E a vedere tutto l’insieme, è anche piuttosto facile rendersi conto del perché nascano storie che non hanno nè una durata, nè uno svolgimento, nè una fine.
Il problema vero però rimane: ogni persona ha voglia di circondarsi di sentimenti ed emozioni che la facciano sentire viva.
E come facciamo a dare quand’è più facile dare la colpa alla paura, o al destino, o a una miriade di stronzate che non sappiamo neanche più come inventarle?
Ma soprattutto: di tutto quell’amore che abbiamo e che continuiamo a non donare, cosa pensiamo di farne?

Martina Vaggi

Photo credit: https://www.zerochan.net
Riflessioni

Seppelliamo gli amori falliti con la nostra indifferenza

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Viviamo in un mondo pieno di incertezze.
Un mondo dove i contratti di lavoro non durano più di qualche mese e le relazioni amorose ancora meno.
Viviamo nella continua incertezza del futuro, di cosa faremo, di come potremmo permetterci una casa, una vita e, infine, una relazione che non termini con il solito, banale e deludente epilogo.
E abituandoci a vivere in un mondo simile, come possiamo stupirci di non credere più in nulla?
Passiamo da uno stato di felicità per aver trovato un lavoro all’ansia di dover mettersi in moto a cercarne un altro due mesi prima che il contratto scada. Percorriamo strade imbattendoci in uomini di svariate personalità, caratteristiche fisiche e modi strambi di vestire, sperando di trovare quello che più si addice a noi. E rimaniamo, ogni volta, inevitabilmente deluse.
Ci siamo talmente abituate a storie, conoscenze o relazioni con lo stesso, banale, deludente, epilogo, che partiamo già con il presupposto che ogni conoscenza sarà uguale, che ogni uomo si dimostrerà tale e quale all’altro e che noi faremo sempre un errore, quell’errore, che ci riporterà al punto di partenza.
Eppure continuiamo a provarci. Continuiamo ad imbatterci in sguardi a cui diamo un significato, dimenticandoci, a volte, che gli uomini comunemente non danno un signficato neanche al sesso. Figuriamoci a due occhi che si incontrano e li rimangono. A guardarsi, a scrutarsi, a scoprirsi.
Spesso ci accorgiamo di come abbiamo dimenticato che sapore abbiano le piccole cose.
Abbiamo dimenticato. E non diamo più un peso.
Ad uno sguardo che sa essere più intimo di una notte di sesso.
Ad un sorriso sa essere più travolgente di due braccia sconosciute che ti accolgono, prendono e poi non sanno dare.
Ma a queste cose oramai non fa più caso nessuno.
Facciamo più che altro caso a quante parole non vengono dette e a quante, invece, ne vengano sprecate.
Abituate come siamo a notti insonni passate a pensare con la mente un “Noi” che non c’è mai stato, a rincorrere sguardi troppo impegnati a cercarne altri: a uomini che vogliono, prendono e poi non danno e ad altri, invece, che si rifiutano di chiedere ma che, semplicemente, ci lasciano con il dubbio.
Abituate come siamo, risulta poi difficile poter credere che esista qualcosa di diverso dai soliti clichè che sperimentiamo nella quotidianità.
Che esista un uomo che voglia solo te, per esempio. Un uomo che getti l’amo per pescare solo il pesce che a lui interessa e non quello meno impegnativo da tirare fuori dall’acqua.
E con il tempo ci abituiamo a credere più che altro in noi stesse e ad accogliere con maggiore indifferenza tutti quei “Sei tu che hai visto male”, “Non voglio nulla di serio da te” e poi, il mio preferito: “Devo pensare solo a me stesso in questo momento”.
E con il tempo non solo ci abituiamo ad infilarci i guantoni e a salire sul ring, rispondendo ai colpi che riceviamo con veemenza sempre maggiore, ma iniziamo anche a trattare ogni uomo allo stesso modo, come se fosse uguale a quello precedente e a quello che seguirà. Nutrendoci di un’indifferenza acuta, capace di stendere al tappeto l’avversario.
Ma l’indifferenza non uccide solo chi la riceve ma anche chi la prova.
Così ti fa morire dentro.
Ogni giorno sempre di più.

Martina Vaggi

Riflessioni

Le sfumature della felicità

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Io non sono mai stata alta. Non ho mai avuto un fisico da spiaggia, uno di quelli che tutti si voltano a guardare con la lingua a penzoloni e la mascella che casca. Non sono mai stata particolarmente sveglia o di un’intelligenza tale da poter dire: “Questa un giorno sarà qualcuno”.
Sono sempre stata nella norma, nel mezzo, in quella striscia di grigio tra il bianco e il nero, dove il primo racchiude i numeri uno/geni/super intelligentoni alla Steve Jobs, e il secondo comprende le persone un po’ più tranquille.
C’è poi una cosa che ho sempre fatto: ho sempre dato troppo peso ai “Non sono” e “Non ho”.
Ma questa forse è una di quelle cose che si fanno quando si è più piccoli e insicuri ma soprattutto quando si è consapevoli dei limiti che uno ha.
Poi è andata meglio. Assieme ai limiti, con il tempo, sono venute fuori anche le caratteristiche positive. E’ saltato fuori che nessuno è perfetto, specialmente chi all’apparenza fa di tutto per esserlo, e che il mondo non è fatto di bianchi, neri o grigi. Così come le persone.
Quello che ho capito è che, assieme a questi colori così netti e distaccati, c’è un mondo di sfumature in ognuno di noi. Un mondo che corrisponde alla mia idea di carattere o personalità e che contiene luci, ombre, chiaroscuri e qualunque tonalità.
E’ saltato fuori che uno sbaglio non determina la persona maligna che sei, così come un signolo successo non fa di te una persona così fantastica e splendente.
E’ un’insieme di cose che fa di te ciò che sei. L’insieme di queste due, poi, sbagli e successi, fa di te un essere umano.
E tutti noi in fondo non siamo che simili, uguali e differenti allo stesso tempo, speciali e, a volte, per qualcuno, anche meno preziosi di quanto vorremmo sempre essere.
Ma, in fondo, cos’è che ci differenzia? Siamo persone fatte di carne, ossa, sangue, organi vitali, che vagano in questa vita cercando di darle un significato prima che la giostra si sia fermata.
Cercheremo cose diverse, in fondo, ma la ricerca di due cose ci renderà sempre uguali: felicità e amore. La felicità che dura un attimo o un periodo non definito, e la serenità, ovvero quello stato d’animo di pace con se stessi che è così difficile da trovare e da mantenere. Ma niente di questo è possibile senza l’amore: quello di quel gruppo intimo di persone che chiamiamo “Famiglia”, quello delle amicizie, di coloro che ti accettano così come sei senza essere costrette a farlo. E ultimo, ma non ultimo, quello di una persona, una sola tra sette miliardi, che ti guardi negli occhi e ti veda speciale anche se, a volte, magari non lo sei: bella, anche se non assomigli neanche lontanamente a una top model internazionale e importante come non ti ci sei mai sentita in vita tua.
Spesso cerchiamo nelle cose materiali quello che ci manca e, a volte, non ci rendiamo davvero conto che avere anche solo uno di questi tipi d’amore può renderti già di per sé una persona felice.
Averli tutti e tre, poi, fa di te la persona più fortunata al mondo.

Photo Credit: https://anima.tv

Martina Vaggi

Riflessioni

Mi piaci ma mi piaccio di più io

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Da che mondo è mondo, ci siamo abituati ad avere a che fare con una legge che regola l’universo dei rapporti sentimentali femminili: lo stronzo piace. E’ un po’ come quando chiedi consiglio ad un’amica più grande di te su come comportarti con un ragazzo che ti piace e lei, puntualmente, ti ribadisce il mantra: “In amore vince chi fugge“.
E, quindi, siamo alle solite frasi fatte, dette, ingurgitate e risputate di generazione in generazione. Ci siamo sempre sommerse di regole, come: “Non rispondere prima che siano passate 3 ore“, “Non gliela dare prima del quinto appuntamento (o il “via libera” era fissato al terzo?), “Sii sempre fredda e non mostrare mai alcun sentimento“. Dunque, ci lasciamo sommergere da questa marea di stronzate che a volte funzionano davvero, a volte invece no. E come mai?
Forse perché, nella fretta di categorizzare tutto manco fossimo degli Hashtag viventi, non ci siamo rese conto che esistono ancora persone non categorizzabili. Ma, soprattutto, esistono cose non categorizzabili. Sono quelle cose che non potranno mai essere viste come calcoli matematici con un risultato ben preciso: i sentimenti.
Ma se queste affermazioni valgono come verità, come mai non ci decidiamo mai di passare nei fatti dal famoso “In amor vince chi fugge” a “Ama quel cuore che per te si strugge?
Potremmo benissimo farlo. E potremmo farlo quando vogliamo noi. Per esempio potremmo iniziare a farlo nel fatidico giorno in cui inizieremo a decidere che non abbiamo più voglia di farci del male.
Perché, semplicemente, se è vero che gli stronzi piacciono sempre, è anche vero che prima o poi passano di moda.
Lo stronzo ti può piacere quando non sei ancora uscita dall’età della stupidera, diciamo tra quei 20 e 30 anni in cui ancora ti concedi di fare tutte le stronzate che vuoi. Quando ancora vaghi in quel limbo, quella terra di mezzo in cui tutte abbiamo camminato a lungo alla ricerca dell’uomo del mistero, maestro nel saperti dare e togliere allo stesso tempo.
Ma quando esci da quel vasto territorio e inizi ad avvicinarti a quei pericolosi anni di vita dove molti tuoi coetanei si sposano e fanno figli come se non ci fosse un domani, mentre tu sei ancora lì che non sai cucinarti un uovo sodo, beh, l’idea di avere a che fare con un uomo che non solo orienterà le tue giornate verso lunghe e noiose seghe mentali, ma porterà anche il tuo fegato ad un suicidio assistito, finalmente ti passa. Perché, scherzi a parte, nessuno, quando sarà il momento di scegliere con chi sistemarsi, vorrà lo stronzo di turno che oggi c’è e domani non si sa. Quello va bene quando devi farti le ossa, quando sei tu la prima ad avere ancora voglia di rischiare e sperimentare.
Forse tutte noi siamo passate per quella fase della nostra vita dove abbiamo intenzionalmente voluto indossare i panni della crocerossina di turno, pronta a sacrificare se stessa per salvare un uomo socialmente instabile e psicolabile (o perché ha avuto una vita difficile o perché la vita difficile ha intenzione di farla fare a te). Tutte noi ci siamo fisicamente e mentalmente impegnate nel voler a tutti i costi salvare quei bimbi sperduti e redimerli.
Ma sapete qual è la cosa bella del “periodo da crocerossina”?
Che, prima o poi, passa, grazie a Dio. O grazie a Cupido, che per una volta ha deciso di puntare il suo stramaledetto arco da un’altra parte.
Prima o poi tutte noi ci togliamo quel camice e lo rinchiudiamo nell’armadio, in un cassetto talmente nascosto che neanche volendo saremmo in grado di ritrovarlo.
Tenendo anche conto del fatto che quel camice c’è chi lo indossa giò per mestiere: noi no. O, almeno, non tutte noi. Perché avere a che fare con un uomo non può di certo essere un lavoro, no?
Ed è qui che l’atteggiamento “Sarà anche vero che mi piaci, ma mi piaccio di più io” inizia a prendere piede. Esattamente nello stesso momento in cui decidi che lo stesso rispetto che hai portato ad altri (e non hai ricevuto in cambio) ora hai voglia di portarlo solo a te stessa.
E’ una ragionamento da egoista? Sicuramente.
E’ una ragionamento di chi non è in grado di accontentarsi? Vero anche questo.
E quindi?
Non è anche vero che ognuno di noi ha la propria vita a cui pensare e il proprio benessere da salvaguardare?
E se dobbiamo davvero mettere il nostro tempo, sentimento e fegato in gioco, non è forse meglio rischiarlo per qualcuno che dimostra, ogni giorno, di tenere veramente a noi?
Non so quand’è che ho iniziato a ragionare così. Ho sempre criticato chi non rischia, chi non prova, chi non cerca di guardare oltre e scoprire fino in fondo cosa c’è o ci può essere. Anche a costo di farmi del male.
Poi però mi è successo di guardare indietro e di valutare scelte e atteggiamenti avuti con quei pochi esemplari che mi sono capitati a tiro. E tra queste scelte, quella di star dietro ad un uomo sapete dove mi ha portato? Ad essere sola. O ad essere presa per il culo, che è decisamente peggio.
Avete mai visto donne stronze e altezzose rimanere sole? Io no. E non parlo solo di quelle che sono per natura volutamente stronze: parlo anche e soprattutto di quelle che vanno per la propria strada. Si fanno la loro vita, amando gli uomini che ritengono meritevoli e calpestando quelli che non lo sono. Se ci fate caso, queste donne possono essere l’esemplare più criticato dagli uomini: quegli stessi uomini che poi le inseguono. Gli stessi uomini un tempo stronzi, diventati improvvisamente teneri cagnolini con orecchie basse e coda tra le gambe alla sola idea di non essere portati a spasso.
Devo aggiungere altro?

Martina Vaggi

Riflessioni

Leggiamo storie perché vogliamo scrivere la nostra

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Siamo una moltitudine di persone diverse ma così tutte uguali in fondo.
Una quantità smisurata di teste e cuori pulsanti con il desiderio di trovare un cuore che batta allo stesso ritmo del nostro.
Andiamo nel mondo alla disperata ricerca di qualcuno come noi, o simile a noi, oppure completamente diverso.
Cerchiamo la persona giusta in una miriade di persone sbagliate, ma la cerchiamo con modalità, finalità e tempi troppo diversi.
Questo, forse, è uno dei motivi per cui è così difficile trovarla.
In un mondo abitato da sconosciuti cercheremo sempre due occhi che ci guardino come se ci conoscessero da sempre.
E ci ostiniamo a cercare una luce da seguire e la troviamo in miriade di citazioni diverse, tutte prese da chi è “qualcuno” per il mondo: cantanti, scrittori, persone di successo. E così condividiamo una citazione e poi un’altra, e poi un’altra ancora, perché ci riconosciamo in quelle parole: ma com’è che, alla fine, finiamo sempre per fare tutto il contrario di ciò che quelle parole ci dicono di fare?
Forse perché al mondo non c’è nessuno che possa dirci come vivere la nostra vita. Forse ascoltiamo canzoni solo per poter trovare la giusta colonna sonora alla nostra vita e leggiamo storie solo per poter trovare la nostra.
Ma il vero traguardo lo raggiungiamo solo nel momento in cui la nostra storia ce la scriviamo noi.

Martina Vaggi

Riflessioni

Se solo potessimo essere di nuovo estranei: la bellezza collaterale del ricominciare

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Se solo potessimo essere di nuovo estranei.” E’ stato amore a prima vista con questa frase.
Sono andata al cinema in questi giorni a vedere “Collateral Beauty” e quel film mi ha colpito molto di più di quanto pensassi.
Tra le varie scene toccanti, ce n’è stata una in particolare che mi ha fatto riflettere: in una scena Will Smith e Naomie Harris (che nel film sono marito e moglie) stanno parlando in strada, quando lei mostra a lui una lettera. Quella lettera, che conteneva solo la frase “Se solo potessimo essere di nuovo estranei” era stato lui a consegnargliela tempo prima, dopo la morte della figlia. Con questa frase le chiedeva di tornare ad essere estranei perché non riusciva a portare avanti il loro rapporto dopo la tragedia subìta. Lei lo aveva assecondato per tutto l’amore che ancora provava per lui.

Il film, che io consiglio a tutti di vedere, induce in ogni sequenza narrativa a ripetute riflessioni sulla vita e sulla morte. Tratta di tragedie che colpiscono le vite dei protagonisti e li portano a cambiare.
Che le tragedie inducano a riflettere e a ridimensionare la propria vita, non è certo una novità e non accade solo nei film.
A volte la vita ti spiazza anche nella realtà. E quando questo succede, è inevitabile il cambiamento. Così diventa inevitabile, prima o poi, soffrire per la morte di qualcuno e pensare che non vorresti mai più sentire il dolore che provi in quel momento.
E può succederti di uscire dalla porta d’ingresso di un ospedale e annullare completamente ogni stupido problema che ti affligge ogni giorno una volta che hai visto con chiarezza quale sia la reale sofferenza. E in quei momenti, che magari sono ore o giorni o settimane, riesci a vedere chiaramente la differenza tra i problemi che tu vuoi vedere ogni giorno e quelli che ti colpiscono alle spalle senza un motivo o un perché.
Così, doversi svegliare alle 7.00 per preparare un esame non rappresenta più un problema, ma diventa una corsa verso un tuo obbiettivo.
Il ragazzo che ti ha lasciato per un’altra non diventa più un problema su cui soffermarsi ma un semplice e banale incidente di percorso.
E dove fare un lavoro che non ti piace per sopravvivere può assumere il significato del “Non mi lamento” o “Ci sono problemi peggiori.”
Questo non perché sia una frase di circostanza, ma perché veramente esistono problemi peggiori. Solo che non te ne rendi conto fino a quando non li vedi.
Nulla di tutto questo ha più il benchè minimo valore di fronte al valore della vita e della morte. Per tutti questi problemi c’è una soluzione, laddove per la malattia non sempre c’è e per la morte, neppure.
A quel punto il futuro diventa presente: tutti i “Lo faccio dopo” diventano “Adesso”, e tutta la rabbia che provavi per quella persona che ti aveva ferito, diventa perdono.
Forse abbiamo bisogno che le tragedie ci piombino addosso per vedere la realtà come davvero è, senza alcun filtro: cruda, veloce, spietata e magnifica.
Forse solo queste situazioni sanno tirare fuori il meglio di noi. Facendoci agire per il bene di qualcun altro, facendoci sorridere quando anche quella persona sorride, soprattutto se sei tu ad aver scatenato quel sorriso.
Perché quando fai qualcosa di grande per una persona che ne ha bisogno, quel momento rimane impresso nella tua mente per tutta la vita.
“Se solo potessimo essere di nuovo estranei” è una frase che per me signofica prima di tutto tornare estranea con te stessa. Per cancellare la lavagna dei tuoi problemi e sostituirla con quello che la vita ti concede ogni giorno. Poter ricominciare ogni giorno da capo, spogliandoti dei tuoi errori, voltando veramente pagina e vivendo con più serenità.
Quanto sarebbe migliore la nostra vita se potessimo liberarci del peso di tutti quei momenti in cui non siamo stati accettati o amati, o di tutte quelle occasioni sprecate, di tutte quelle critiche che ci sono piovute addosso senza che ne avessimo realmente colpa?
E riuscire a guardare come un estraneo qualcuno che un tempo avevi conosciuto e frequentato significherebbe forse tornare a vedere quella persona con gli stessi occhi con cui l’hai vista la prima volta. Come uno sconosciuto a cui hai sorriso senza sapere il perché. E dimenticare il rancore, o magari la rabbia che ha trasformato quel rapporto fino a renderlo tossico.
Perdonare gli errori degli altri non è così sbagliato se fa sentire bene te stessa.
Forse perché per essere delle persone migliori non abbiamo tanto bisogno di cambiare noi stesso, quanto di trovare il nostro personale modo di vedere le cose.
Di vivere il mondo con più serenità, prima che il tempo, la fretta e la routine ci inghiottano in quel tunnel di rabbia che non proviamo tanto per gli altri quanto più per noi stessi.

Martina Vaggi

Photo Credit: http://www.cinefilos.it/
Photo Credit: Maryse Alberti

Riflessioni

Il Natale di oggi: i regali più belli non sono sotto l’albero

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Quando eravamo piccoli volevamo sempre tutto e non ci accontentavamo mai. Per cui l’arrivo del Natale lo vedevamo come il momento più magico dell’anno ma non tanto per l’atmosfera o la famiglia riunita, quanto per i regali che avremmo trovato sotto l’albero. Era solo un giorno speciale che ci dava il pretesto di chiedere ancora di più rispetto a quello che chiedevamo già ogni giorno ai nostri genitori.
Poi siamo cresciuti e abbiamo iniziato a vivere momenti diversi. Con il tempo molte cose si sono ridimensionate e il Natale non è stato forse più bello come lo era un prima: gli alberelli addobbati hanno inziato a racchiudere sempre meno regali e il gusto dell’attesa per quella magica notte è un po’ andato scemando.
C’è sempre un momento in cui capisci di essere cresciuta. Per me quel momento è arrivato due settimane fa, quando alla domanda di mia madre: “Martina, cosa vuoi per Natale?” io ho risposto: “Un lavoro”.
L’ho detto scherzando, proprio come si dicono tutte quelle cose serie che pronunciate in maniera diversa risulterebbero pesanti.
Ma era la verità.
Da piccola per me non era Natale se non c’era la neve per terra. Amavo la neve. Adoravo guardarla per ore cadere lenta oltre le finestre di casa mia.
La adoro ancora.
Quest’anno non ci sarà la neve a Natale e anche i regali sotto l’albero saranno pochi.
Ma, come dicevo prima, si cresce.
Ed è allora che ti guardi attorno e inizi a pensare alla fortune che hai. Alle cose belle che possiedi, che non sono oggetti, ma persone. Pensi che tutti i regali del mondo non potranno mai sostituire i ricordi dei momenti più belli condivisi quest’anno con le persone che hai accanto.
Pensi a questi giorni, in cui passeggiando per le strade del tuo paese tutti ti salutavano e si fermvano per farti gli auguri. Pensi a quanta bellezza ci possa essere nella gentilezza, nei sorrisi e ti convinci che dovrebbe essere Natale tutti i giorni per trasformarci in persone così.
Natale non dovrebbe essere un semplice giorno, ma uno stato d’animo. Un vivere quotidiano che ti porta a ringraziare per ogni cosa che hai o che ti guadagnerai: affetto, stima, amicizia, amore e… salute.
Quanto sottovalutiamo la nostra salute?
Oggi bisogna ritenersi molto fortunati ad averla, perché non a tutti è concessa così gratuitamente. C’è chi lotta per la sua vita tutti i giorni, mentre tu rischi di passarla a lagnarti per le minime cose che non hai. Non bisognerebbe vivere così.
Per questo oggi guardo al futuro pensando al presente, ai doni che già ho e ad uno molto bello che sta per arrivare.
Ma il regalo più bello lo riceveremo solo quando instraderemo la nostra vita sui giusti binari, non permettendo a nessuno di dirottarla.
Perché i regali più belli non sono quelli che scartiamo sotto l’albero ma fanno parte di noi.
E io li voglio portare con me tutti i giorni, Natale incluso.

Buon Natale a tutti!

Martina Vaggi