Pensieri sulla pandemia

Sopravvivere ad una realtà in declino: la continua ricerca di se stessi

Sta diventando difficile questa realtà.
Forse per alcuni lo è sempre stato, per altri inizia ad esserlo ora.
Questa vita così poco “sociale” e “socievole”, alla quale ci siamo abituati. 
Queste abitudini malsane che abbiamo acquisito in questo anno, non per volontà nostra.

Il lavoro che viene tolto così, come se non valesse niente. 
Come se fosse solo un giocattolo che si sono stufati di regalarci.

La realtà di oggi: la perdita completa del controllo

Non abbiamo accesso al controllo.
Non possiamo decidere noi quando e come questa situazione finirà.
Non possiamo cambiare la situazione esterna.

E questa situazione che noi non possiamo controllare alla fine sta controllando noi.

Quando incontrai la Signora T. per la prima volta (ne parlo nel mio libro) stavo passando un brutto momento. Non potevo fare nulla per cambiare la situazione esterna e quindi la subivo, ci stavo molto male.

Sono passati due anni da quel momento, ma ricordo ancora quali furono le parole che mi disse:

“Non puoi cambiare la realtà: non puoi cambiare le altre persone. E non è nemmeno tuo dovere farlo. Tu puoi cambiare te stessa, se lo vuoi. Facendo questo, anche le cose esterne cambieranno.”

Immagino che non tutti possano credere o comprendere un discorso simile. 
Anche io avevo i miei dubbi. Fino a quando non mi sono resa conto che aveva ragione lei.
Fino a quando non ho capito il vero significato di quella frase.

Se cambi il tuo modo di vedere le cose e la realtà, acquisirai un punto di vista completamente diverso. 

A quel punto tutto ti sembrerà diverso.
Ti sembrerà che la realtà esterna sia cambiata
ma non sarà così: avrai solo cambiato modo di osservarla.

Questo esempio si applica bene alla realtà di oggi.

Ovviamente noi non possiamo controllare il Covid.
Nessuno di noi può gestire gli eventi esterni.
Ma possiamo mettere ordine sulla realtà dentro di noi.
Possiamo fare tutto quello che è in nostro potere e nelle nostre capacità per migliorare la nostra situazione.

Gestire i pensieri per gestire la realtà

Noi abbiamo una responsabilità, la più importante di tutte.

La responsabilità di gestire i nostri pensieri. 

Abbiamo una possibilità: quella di poter scegliere con cura i nostri pensieri, ogni giorno.

Un pensiero, coltivato ogni giorno, produce un risultato, che, con il tempo, diventa una realtà.
La nostra realtà, quella in cui viviamo, tutti i giorni.

Sta a noi scegliere se sia positiva o negativa.
Sta a noi decidere se la nostra realtà sarà un enorme prato in cui correre o una prigione in cui rinchiuderci.

La realtà di oggi è traumatica. 
Decisamente frustrante. Decisamente demotivante. 
Veramente, veramente triste.

Quindi? Che cosa è in nostro potere fare?

realtà

Imparare da una realtà in declino

Vi è mai capitato di ritrovarvi senza un soldo, eppure di sentirvi la persona più ricca del mondo?
Vi è mai capitato di non avere un lavoro eppure di riuscire comunque a tenere per mano la speranza?
Vi è mai capitato non avere una prospettiva di futuro, eppure… di riuscire a cogliere la bellezza, inafferrabile, del presente? 

A me è successo.
Non sto dicendo che vi auguro che vi capiti.

Dico solamente che è dalle situazioni peggiori che impariamo le lezioni più importanti.

E quando questo avviene, se tu riesci a cogliere quei momenti, se riesci a vederli, puoi imparare qualcosa che ti porterai dietro per sempre.

Quando è successo a me, anni fa, ho capito una cosa. 

Spesso noi tendiamo a dividere le persone in due categorie: persone negative e persone positive. 
Forse un po’ di genetica c’è anche in questo o forse ha ragione la “Legge dell’attrazione” (i pensieri diventano cose, ecc.).
O forse… siamo noi che decidiamo chi vogliamo essere. 

Quando è successo a me ho capito che le persone non possono essere divise in due categorie: perché tra le persone negative e quelle positive c’è uno spazio enorme, aperto, dove circolano tutti coloro che ancora non hanno capito bene da che parte stare.

Come avviene il cambiamento della nostra realtà

Ad un certo punto mi sono accorta che avevo passato vent’anni a rimproverarmi di qualsiasi cosa e ad addossarmi qualsiasi colpa.
E a cosa mi era servito?
Avevo passato del tempo con persone che mi avevano sempre criticato.
E a cosa mi era servito?

Era servito a cercare una persona che mi aiutasse a cambiare la mia realtà
Era servito a capire che a volte non possiamo farcela da soli.
Che il cambiamento, per quanto possa spaventare e fare paura, per quanto possa portarti a soffrire, conduce, inevitabilmente, anche a qualcosa di buono.

Ci vogliono anni, forse. 
Ma, alla fine, inizi a diventare il cambiamento che vorresti vedere negli altri.

Quando scegli di non vedere sempre il lato negativo.
Quando capisci che essere negativi con se stessi non ti porta da nessuna parte.
Che nessuno ottiene dei risultati se continua a darsi del “cretino”. 

Ci vuole del tempo. 

Ma la più grande conquista che tu possa ottenere durante questo percorso arriva quando inizi ad occuparti di te. 

Quando smetti di guardare gli altri, di paragonarti a loro.

Loro hanno la loro realtà: tu hai la tua.

E non vuoi più cambiarli, perché sai che non puoi. Non funziona così.
Quando inizia a ricercare la tua approvazione. 
Non quella degli altri. 

Agli altri non importa nulla di te.
Ed è giusto che sia così. 

Martina Vaggi

Photo credit: https://pixabay.com/

Autori emergenti

Raccogliere storie e testimonianze, un diario di quarantena ft. Martina Vaggi

Gabriele Glinni intervista Martina Vaggi sul libro “Il diario del silenzio – Storie reali di quarantena”. Trovi l’intervista pubblicata su “Pillole di Folklore” qui.

Bentrovati a tutti! La scrittrice Martina Vaggi, durante il periodo della quarantena, si è dedicata a un bellissimo lavoro. La sua opera, “ll diario del silenziostorie reali di quarantena” contiene cinquanta racconti (basati su storie reali) che riguardano il primo lockdown.
Trovando il suo lavoro molto interessante, desideravo esplorarlo più in dettaglio. Dunque benvenuta Martina, e grazie per la tua partecipazione!

Ecco la mia prima curiosità.

Cosa ti ha spinta ad approcciarti a questo genere di lavoro, ossia, raccogliere le testimonianze di 50 persone, elaborandole in forma di racconto?

Ciao Gabriele, innanzitutto ti ringrazio per avermi ritagliato questo bellissimo spazio. 
Quello che mi ha spinto a iniziare questa raccolta di testimonianze è stata la voglia di raccontare, di dare una testimonianza scritta, di ciò che tutti noi, in un modo o nell’altro, abbiamo vissuto in questo momento storico molto difficile e traumatico.

Volevo raccogliere testimonianze di varie persone, di vari settori di lavoro e di come avessero affrontato la situazione nei mesi del primo lockdown.

Martina Vaggi

Per questo motivo, ho deciso di occuparmi non solo delle persone comuni (ossia di quelle persone che, come me, avevano vissuto il lockdown in casa, in una routine di ansia e paura) ma di allargare questa ricerca a vari settori lavorativi.

Così ho cercato persone che avessero lavorato a stretto contatto con questa realtà, come gli infermieri, i medici, gli operatori sanitari: ho ascoltato gli insegnanti, che avevano lavorato da casa con la didattica a distanza, e gli studenti, che avevano risentito di questo brusco cambiamento trovandosi senza punti di riferimento.

Poi ho ascoltato gli imprenditori, quelli che avevano chiuso l’azienda e gli altri che avevano continuato a lavorare, nonostante le enormi difficoltà. I dipendenti e il lavoro in smartworking. Gli psicologi, gli educatori, coloro che avevano cercato di aiutare, anche se a distanza: i volontari della protezione civile, che portavano a casa beni di prima necessità a chi era più a rischio. 

Queste e tante altre storie, tante altre realtà.

Per ogni persona che ascoltavo io costruivo una storia, un racconto, cercando di mettermi nei panni di quella persona e di raccontare ciò che lei aveva visto con i suoi occhi: ogni racconto inizia con una data, con un luogo e una regione e con la dicitura “Quarantena, giorno…”.

In questo modo ho potuto tenere il conto dei giorni di lockdown che abbiamo vissuto. Ho strutturato il libro come se fosse un diario, cercando di dare una panoramica generale di come l’Italia avesse affrontato quel momento storico. 

Pur essendo un libro che racconta molto il dolore, la sofferenza vissuta, ho cercato in realtà di trasmettere anche speranza, positività: molte di queste persone che ho ascoltato, infatti, sono state in grado di reagire a questa situazione, portando anche molti esempi positivi che era giusto trasmettere.

Martina Vaggi

Per tornare alla domanda che mi hai fatto, aggiungerei anche questo: avendo io vissuto il lockdown chiusa in casa, non avevo potuto essere di aiuto a nessuno. Credo che sia stato anche questo a spingermi a dar vita a questo libro: la voglia di dare qualcosa.

Trasmettere tutti i sacrifici, gli sforzi che molte persone avevano compiuto in quel momento per adattarsi a questa nuova realtà, a questo enorme cambiamento.

Andiamo più nello specifico.

Ci sono state delle storie in particolare che ti hanno colpita, rattristita o ispirata, in fase di stesura?

Citane pure alcune liberamente!

Tra le storie che ho raccontato, quella che più mi ha colpita nella sua particolarità e stata quella riguardante un sacerdote e la sua opera di volontariato nei reparti Covid. Quando ho ascoltato questa persona, lui mi ha raccontato di un episodio accaduto durante un turno notturno in reparto.

C’è questo frammento di storia, in cui lui incontra nei corridoi dell’ospedale un medico: da questo incontro nasce un momento di profonda umanità. Il medico si ferma di fronte al sacerdote, lo riconosce nel suo ruolo (grazie alla croce di legno che portava sopra alla tuta, la stessa che indossavano gli operatori sanitari) e in un momento di silenzio, di profondo dolore, gli prende la mano e se la porta sulla testa.

I due rimangono così, uniti in quel momento di preghiera.

Martina Vaggi

Quando lui mi ha raccontato questa scena, mi è sembrato di vederla nella mia mente, come se fosse un film.
Il suo racconto si intitola “Il prete volontario” ed è quello che, tutt’ora, mi commuove di più. 

Ci sono dettagli nelle storie, come per esempio nomi reali o riferimenti, a cui devi fare attenzione o che devi trattare in modo specifico, con dovuto riguardo?

Ho preferito usare nomi fittizi per raccontare le storie di queste persone. Solo in alcuni casi ho mantenuto il loro vero nome e cognome, in quanto i protagonisti di queste storie mi hanno dato un consenso firmato ad usare la loro vera identità.

Per tutti gli altri, i nomi sono inventati, li ho scelti io. Come se fossero personaggi creati e non reali.
Anche per quanto riguarda gli ospedali: non ho usato i nomi delle strutture.

Martina Vaggi

Se stavo scrivendo di un racconto ambientato in un ospedale di provincia, non citavo né il nome dell’ospedale né la provincia. Lo indicavo semplicemente con il nome della regione. Ad esempio: “Ospedale in Piemonte”.

In che modo hai cercato persone disponibili a narrare le loro storie? Hai in seguito mantenuto qualche racconto?

Le prime persone che ho ascoltato sono state persone vicine a me o conoscenti. Altre persone sono state proprio loro a trovarle: diciamo che il “passaparola” ha aiutato molto, in questo caso.
Io avevo le idee chiare su chi volevo ascoltare: ad esempio, ho cercato a lungo una persona di Bergamo e alla fine sono riuscita a trovare una persona di Nembro, il paesino focolaio dell’epidemia nella bergamasca.

Martina Vaggi

Volevo anche una persona del Veneto, che mi raccontasse come la regione avesse vissuto la situazione. Poi mi sono mossa nel cercare anche persone del sud Italia: è stato interessante osservare come, almeno in un primo momento, loro avessero vissuto la situazione di riflesso, “subendo” anche psicologicamente ciò che stava accadendo al nord Italia, dalle immagini che vedevano nei telegiornali. 

Ogni volta che ascoltavo una persona, accadeva che fosse lei a dirmi: “Sai che anche un mio amico ha vissuto una determinata situazione mentre era in quarantena”. In questo modo, non è stato difficile “costruire” una rete di persone disposte a raccontarsi.

Ho visto in molte persone la voglia di raccontare le proprie storie.

Questo è veramente molto bello, Martina.
Noi ricordiamo che il libro di Martina Vaggi “Il diario del silenzio” lo potete trovare su Amazon e vi lasciamo qui il link:

Ora una domanda di più amplio respiro.

Cosa ti ha avvicinata alla scrittura? Qual è stato il tuo percorso, e cosa consiglieresti a chi si avvicina per la prima volta a tale hobby?

Io scrivo da sempre. Ho sempre avuto questa esigenza.

L’esigenza di esprimere la moltitudine di pensieri che affollano la mia mente o di raccontare ciò che vedo tramite le mie esperienze o le storie degli altri. 

Per questo scopo, nel 2015, ho creato il mio blog “Pensieri surreali di gente comune”. Successivamente sono nate le pagine Facebook e Instagram collegate al blog.

Durante il lockdown tenevo una sorta di “diario pubblico” su queste pagine, dove pubblicavo post in cui indicavo il giorno di quarantena e il mio pensiero sul giorno trascorso o sui sentimenti che provavo e “vedevo” espressi anche da altri. Da qui è nata l’impostazione del libro “Il diario del silenzioStorie reali di quarantena”.

Negli anni precedenti alla nascita del blog e del libro, ho studiato Lettere Moderne all’Università di Pavia, mi sono laureata che già scrivevo su giornali cartacei e digitali a tempo pieno. Purtroppo, non percependo un compenso, una volta laureata non ho più avuto la possibilità di continuare: avevo, ovviamente, bisogno di un lavoro che mi desse la possibilità di mantenermi. 

Martina Vaggi

Così ho svolto diversi lavori: mi sono adattata ma non ho mai smesso di scrivere. 
Credo che sia questo il “consiglio” che potrei dare a chi, come me, si ritrova ad avere una “capacità” che non è molto remunerativa: di continuare a provare, di continuare a scrivere, di cercare una strada per poterlo fare, un giorno, come lavoro. 

Io non so se riuscirò mai a vivere solamente di scrittura ma sicuramente continuerò a provarci.

Grazie di cuore per la tua partecipazione, Martina! Siamo stati felici di ospitarti, e di parlare di una tematica così particolare e interessante.
Abbiamo inoltre piacere di includere i tuoi lavori e i tuoi link social:

Grazie a te per questa bellissima esperienza.


“Il diario del silenzio – Storie reali di quarantena” di Martina Vaggi su Amazon: https://lnkd.in/dcmdkqe

Blog di Martina Vaggi: https://atomic-temporary-98104754.wpcomstaging.com/

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Crescita personale

Avere trent’anni in tempi di Covid

Vorrei svegliarmi domani e avere settant’anni.
Una vita già vissuta alle spalle, una pensione che mi basti a pagarmi un affitto e la spesa. Niente di più.
Vivere della semplice quotidianità, senza avere grilli per la testa, senza troppe aspettative sulla vita.
Perché quello che dovevo imparare, già l’avrei appreso in tempi passati.
Avrei già costruito, quando ancora si poteva costruire.
Risparmiato qualcosa quando ancora era possibile risparmiare.

Ho trent’anni, invece, e un futuro da costruire, che faccio fatica a vedere.
A malapena si scorge, non importa quanto io guardi lontano.
Vorrei svegliarmi domani e smettere di avere paura.
E invece questa continua paura io la vivo, come altri di noi, sulla pelle. E’ la paura di non avere più un lavoro domani, di non riuscire a trovarne altri negli anni a venire.
E’ la paura di desiderare un lavoro più adatto agli studi che ho fatto, a tutta la fatica e la speranza che ho investito. Un desiderio che si accavalla con il costante senso di colpa che provo nel pensare questo, quando vedo quanti altri un lavoro lo hanno perso.
E’ la paura di non riuscire a diventare completamente indipendente, di non poter mantenere una casa o un figlio, se mai lo avrò.

Poi mi soffermo a pensare al passato.
Se mio nonno fosse qui, oggi, mi racconterebbe della guerra, come faceva sempre. Di quando ha patito la fame, di quando è stato fatto prigioniero dai tedeschi. Lì la sua più grande fortuna fu quella di saper fare un mestiere: era sarto e cuciva le divise dei soldati.
Mi parlerebbe di quando è riuscito a scappare dal campo di prigionia e le bombe esplodevano tutte attorno a lui. Me lo racconterebbe con tutta la sua profonda umiltà e si metterebbe a piangere come un disperato, come succedeva ogni volta.
E io allora mi vergognerei un po’ di questi pensieri.
Di aver paura di dover lottare per avere un futuro.
Mi vergognerei.
Perché, forse, ogni generazione ha la propria guerra da combattere o da vivere, stringendo i denti, con forza. Ogni generazione ha la propria corda da tirare.

Torno a pensare al presente.
A quella volta in cui la Signora T. mi disse: “Sai Martina, il punto non è vivere sperando e pregando di non avere mai problemi. Sarebbe troppo semplice. Il punto, piuttosto, è: cercare, nonostante i problemi, di trovare sempre la forza per affrontarli.”

Martina Vaggi

Photo credit: https://pixabay.com/photos/woman-virus-bacteria-window-5628976/


Pensieri sulla pandemia

Avere 30 anni in tempi di Covid

Cosa significa avere 30 anni in tempi di Covid?

Come ci si sente a vivere una realtà in cui non ci aspettavamo di essere catapultati, tutti?

Cosa si prova a vedere davanti a noi un futuro che sembra perdere il significato stesso della parola “futuro”?

Alcuni dicono che la vita inizi proprio a 30 anni.
Che questi siano gli anni migliori per scoprire se stessi.
Sarà anche vero, ma… per noi giovani oggi, forse sarà più dura.

perdona

Oppure, al contrario, avremo modo di dimostrare il nostro valore.
Avremo l’occasione di dimostrare che siamo resilienti.
Che sappiamo cogliere le sfide per migliorarci e non starcene con le mani in mano.

Avremo modo di dimostrare che la vita non inizia a 30 anni ma inizia in qualsiasi momento.
Che piangendoci addosso non risolveremo mai nulla.

Anche voi avete dubbi su quello che sto dicendo, o è una mia impressione?

Avere 30 anni oggi: le paure del futuro

Credo che il sentimento più naturale del mondo, in questo momento storico così drammatico sia la paura.
Non dovremmo sentirci sbagliati nel nutrire paura del futuro.

Anche perché, per quanto possiamo sforzare il collo a vederci più lungo di quanto i nostri occhi non riescano a fare… Non possiamo.
Semplicemente, non possiamo.

30 anni

Noi non possiamo guardare più in là.
Non abbiamo accesso al futuro.
Non possiamo semplicemente scegliere una porta che ci conduca ad uno spazio temporale e spingerla.
Non possiamo pensare di aprirla.

Ma se dovessimo immaginare, per un momento, che questo fosse possibile…
Se tu potessi farlo, poniamo.

Ecco: tu dove andresti?
Avanti o indietro?
Ti muoveresti nel passato o nel futuro?

A chi porresti le tue domande per avere le risposte che cerchi?

Se si potesse farlo, credo che io cercherei le risposte alle mie domande nel passato.
Se potessi parlare con i miei nonno, chiederei a loro com’è stato vivere una situazione traumatica come la guerra e uscirne vivi.

Quella porta non si può aprire.
E ognuno deve cavarsela da solo, come sempre.

Ma cosa direbbero i nostri nonni dei 30 anni or sono, loro che hanno vissuto la guerra sulle loro spalle e sono riusciti a superarla?

Cosa potrebbero dirci loro per farci stare meglio?

Io non sono cosa direbbe mio nonno. So cosa mi diceva quando era ancora vivo su questa terra.
E posso immaginare cosa potrebbe dirmi oggi, se gli rivelassi le mie paure.

Queste, che ora trascrivo qui.

30 anni

Avere 30 anni: il futuro e la ricerca di un lavoro

Vorrei svegliarmi domani e avere 70 anni.
Una vita già vissuta alle spalle, una pensione che mi basti a pagarmi un affitto e la spesa.
Niente di più.

Vivere della semplice quotidianità, senza avere grilli per la testa, senza troppe aspettative sulla vita.
Perché quello che dovevo imparare, già l’avrei appreso in tempi passati.
Avrei già costruito, quando ancora si poteva costruire.
Risparmiato qualcosa quando ancora era possibile risparmiare.

Ho 30 anni, invece, e un futuro da costruire, che faccio fatica a vedere.
A malapena si scorge, non importa quanto io guardi lontano.

30 anni

Ho 30 anni e vivo, costantemente, nella paura.
La vivo come altri di noi, sulla pelle.
È la paura di non avere più un lavoro domani, di non riuscire a trovarne altri negli anni a venire.

È la paura di desiderare un lavoro più adatto agli studi che ho fatto, a tutta la fatica e la speranza che ho investito.
Un desiderio che si accavalla con il costante senso di colpa che provo nel pensare questo, quando vedo quanti altri un lavoro lo hanno perso.

Ho 30 anni e mi chiedo se non sia già tardi.
Tardi per i sogni che volevo realizzare ieri e che domani… potrò? Domani… chissà?

Ho 30 anni e non so quando riuscirò a diventare completamente indipendente, non so se potrò mai mantenere una casa o un figlio, se mai lo avrò.

Convivo con questa continua ansia che mi fa pensare:

“Ma ho già 30 anni: è tardi.”

Avere 30 anni in pandemia: a ogni generazione la sua guerra

Poi mi soffermo a pensare al passato.
Se mio nonno fosse qui, oggi, mi racconterebbe della guerra, come faceva sempre. Di quando ha patito la fame, di quando è stato fatto prigioniero dai tedeschi. Lì la sua più grande fortuna fu quella di saper fare un mestiere: era sarto e cuciva le divise dei soldati.

Lui i suoi 30 anni li ha vissuti così.
Prigioniero di una guerra più grande di lui.

30 anni

Allora mi parlerebbe di quando è riuscito a scappare dal campo di prigionia e le bombe esplodevano tutte attorno a lui. Me lo racconterebbe con tutta la sua profonda umiltà e si metterebbe a piangere come un disperato, come succedeva ogni volta.

E io allora mi vergognerei un po’ di questi pensieri.
Di aver paura di dover lottare per avere un futuro.
Mi vergognerei di avere 30 anni e troppa paura.

Perché, forse, ogni generazione ha la propria guerra da combattere o da vivere, stringendo i denti, con forza.
Ogni generazione ha la propria corda da tirare.

E non è detto che sia per forza negativo passare attraverso eventi così nefasti.
Non è detto che non si possa imparare qualcosa da una realtà che non ci aspettavamo di vivere.
Noi non possiamo saperlo.
Non abbiamo questa possibilità.

Possiamo solo dire: forse si, forse no. Vedremo.

30 anni

Avere 30 anni nel presente: la lezione della Signora T.

Torno a pensare al presente.

Ai miei 30 anni che non sono sprecati.
Al mio desiderio di non arrendermi, di venire a capo di qualsiasi pensiero negativo ingarbugli la mia mente.

Torno con il pensiero a quella volta che mi rivolsi all’unica persona in grado di aiutarmi a sciogliere quei nodi.
A quella volta in cui la Signora T. (ne parlo nel mio libro) mi disse:

“Sai Martina, il punto non è vivere sperando e pregando di non avere mai problemi.
Sarebbe troppo semplice.
La vita non deve essere vissuta con la speranza di non vivere mai un problema.
Sarebbe irrealistico.
Il punto, piuttosto, è: cercare, nonostante i problemi, di trovare sempre la forza per affrontarli.”

30 anni

Martina Vaggi

Photo credit: Pixabay e Canva


Crescita personale · Il diario del silenzio

Quello che provi quando insegui un sogno

Quando avevo diciotto anni scelsi di iscrivermi a Lettere Moderne. Non sapevo ancora di preciso quale sarebbe stata la mia strada, o cos’avrei fatto da grande. Sapevo solo che in una cosa ero brava ed avevo passione: la scrittura.
A vent’anni iniziai a muovermi nell’ambito del giornalismo: scrivevo articoli per giornali cartacei della mia zona e ben presto iniziai a collaborare anche con giornali digitali e blog. I miei genitori mi sconsigliarono questa strada, perché avevano già sentito dire da molti altri del settore che non portava guadagno né la minima possibilità di mantenersi. Un giorno ricordo che mio padre mi disse: “Sì, sarai anche brava a scrivere, ma questo non ti dà diritto ad essere ammessa al Corriere della Sera.”
All’epoca ricordo di essermi chiesta: “Perché dovrei scrivere puntando necessariamente ad arrivare ad un giornale così importante?”
So che la domanda può sembrare stupida, ma il concetto che stava maturando in me all’epoca era questo: tutto ciò che facciamo è considerato valido solo se ci permette di arrivare in alto? Oppure è il cammino che intraprendiamo, i passi che muoviamo lungo il percorso, la fatica, le lezioni che impariamo che contano?

Quando, qualche anno dopo, non ebbi più la possibilità economica di lavorare guadagnando poco, dovetti smettere di fare quel lavoro. Era vero che non dava la possibilità di un guadagno stabile e questo mi venne confermato anche da altri giornalisti del settore, che praticavano da anni.
A quel punto mi ero laureata. I miei genitori continuavano a spronarmi verso strade diverse: “Fai l’insegnante, piuttosto. Cercati un vero lavoro.”
Non feci l’insegnante, se non per brevi periodi.
Aprii un blog, questo blog, e continuai a scrivere per mio conto. Trovai lavoro nel settore che, all’epoca, dava possibilità di trovare da lavorare subito: la ristorazione.
Mi adattai ad un mondo che all’epoca non capivo, ad un ambiente che non mi faceva stare bene, a dei ritmi velocissimi di lavoro e imparai più di quanto avessi mai potuto pensare.
Non avrei mai pensato che la mia vita potesse prendere quella direzione e, ancora faticavo ad accettarlo.
Nel frattempo erano successe tante cose che non avrei mai voluto succedessero e io reagii a quelle cose esattamente come reagisco a tutto ciò che di negativo mi succede: vissi l’intera situazione come un trauma, come un enorme peso che mi schiacciava, come un incubo dal quale non sapevo se mai sarei riuscita a svegliarmi.
Iniziai a stare male, ad avere continui attacchi di panico prima di dormire, a vivere male la quotidianità.
Questo fu un bene, in realtà. Perché mi diede la spinta per rivolgermi ad una persona, a chiedere aiuto.
Iniziai un percorso di crescita con una persona, che sarebbe poi diventata la mia Signora T. in un libro che avrei scritto in futuro. Cominciai a capire tante cose, a prendermi ogni responsabilità delle mie azioni, anche e soprattutto di ciò che pensavo. Capii che le altre persone non si possono cambiare né è mio compito farlo: io avevo solamente il compito di lavorare su me stessa, di crescere, di cambiare il mio modo di pensare e trasformarlo in qualcosa di positivo per me. Questo era il mio compito, questo era ciò che io dovevo fare.
Un giorno la Signora T. mi disse: “La responsabilità è di chi capisce.”
Io capivo. Capivo che ero in grado di guardarmi dentro, di individuare la parte peggiore di me, quella che tutti noi abbiamo e di affrontarla. E così feci e così faccio, ogni giorno.

Paradossalmente, una situazione negativa per me si era rivelata la mia salvezza: da quella avevo tratto il coraggio di rivolgermi ad una persona, di farmi aiutare. Da quel momento in avanti, non feci altro che crescere e cambiare. Nel giro di due anni riuscii a fare dei cambiamenti su me stessa che credevo impossibili nell’arco di decenni. Eppure, li feci.
Alcune persone non li accettarono, altri si strinsero ancora più vicino a me.
Credo che succeda questo, quando le persone notato un cambiamento in te: o restano o se ne vanno.

Un anno fa scoppiò la pandemia. Io presi il coraggio, un coraggio che non credevo neanche di avere. Presi in mano carta e penna e iniziai a buttare giù delle idee. Quelle idee divennero pensieri, che coinvolsero prima me, poi altre persone attorno a me. Durante il primo lockdown, sotto suggerimento di una mia cara amica, iniziai a pensare: “Devo scrivere un libro su tutto questo.”
Dopo la riapertura, quegli appunti che avevo preso ogni giorno di chiusura divennero la mia agenda di appuntamenti, di persone da intervistare. Ed ecco che il libro, quel sogno di una vita che tenevo chiuso nel cassetto segreto, prese forma.
Scrissi di loro. Dell’infermiera e della sua paura nell’avere a che fare con i pazienti Covid; dell’imprenditore che chiude l’azienda per salvaguardarsi, del medico che piange mentre stringe la mano ad un paziente che muore da solo. Scrissi delle insegnanti che lavorarono da casa, in didattica a distanza: degli alunni spaesati, dei pazienti ricoverati in terapia intensiva.
Quel mondo che io, chiusa in casa come tutti, non avevo vissuto, ora lo vivevo attraverso di loro e mi esplodeva dentro, come tutte le lacrime che non ero riuscita a versare durante il lockdown e che ora trovavano il loro sfogo.
Il libro venne pubblicato e divenne “Il diario del silenzio – Storie reali di quarantena” e io sentii di aver fatto, per la prima volta, qualcosa di buono nella mia vita.

Il 22 ottobre, giorno in cui il mio libro uscì sulla piattaforma online, mi ricordai di quella volta in cui mio padre mi disse: “Prova ad entrare in una libreria e a guardarti attorno: non vedi quante persone ci sono al mondo che scrivono? Come puoi pensare di emergere tu?”
Di nuovo, all’epoca, mi feci una domanda: “Ma nella vita bisogna scrivere solo per diventare qualcuno di importante?”
Ebbene sono entrata in una libreria, qualche tempo fa. Mi sono guardata attorno ma la domanda che mi sono posta è stata diversa da quella che mi pose mio padre. Io mi domandai: “Se ci sono milioni di persone che scrivono e pubblicano libri… perché non posso farlo anche io?”
Allora ho capito.
Non si scrive necessariamente per pubblicare un best seller: non ci si butta in un’impresa solo per diventare il migliore del mondo. Per come la vedo io, non esistono persone migliori, perché ci sarà sempre qualcuno che ti supererà in qualcosa, sempre.
Si compie un viaggio avendo bene in mente una destinazione: ma è il percorso, i passi, le cadute, la fatica che ti insegnano se quel percorso è giusto per te.
E’ la fatica, non la voglia di diventare il capo del mondo.
E quella fatica ha un senso.
Anche se non sarai mai la prima ballerina o il vincitore di un Premio Nobel.
Quella fatica avrà un senso per te.

Martina Vaggi

“Il diario del silenzio” link –> https://lnkd.in/dcmdkqe

Crescita personale · Il diario del silenzio

Scrivere un libro: quello che provi quando insegui un sogno

Ognuno ha il suo sogno da realizzare.
Ognuno di noi vuole qualcosa da questa vita, che lo voglia ammettere oppure no.

Scrivere un libro: il mio obiettivo

Io volevo scrivere un libro.

E ho avuto non pochi ostacoli da superare, lungo il percorso.

Quando però sono riuscita nell’impresa, mi sono resa conto che spesso siamo noi i principali ostacoli al raggiungimento dei nostri obiettivi.

Mi chiamo Martina Vaggi, sono l’autrice del libro “Il diario del silenzio – Storie reali di quarantena“.

E ora vi racconto la mia esperienza.

Scrivere un libro: il percorso di studi e la gavetta

Quando avevo diciotto anni scelsi di iscrivermi alla facoltà di Lettere Moderne.

Non sapevo ancora di preciso quale sarebbe stata la mia strada, o cos’avrei fatto da grande.

Sapevo solo che in una cosa ero brava ed avevo passione: scrivere.

Avevo questa capacità e volevo renderla, un giorno, un lavoro: volevo arrivare prima o poi a scrivere un libro.
Ma era ancora presto per avere quella fiducia in me stessa.

scrivere un libro

Così a vent’anni iniziai a muovermi nell’ambito del giornalismo e della scrittura per il web: scrivevo articoli per giornali cartacei della mia zona e ben presto iniziai a collaborare anche con giornali digitali e blog.
Il compenso era zero: questo significa che, per fare questo “lavoro” a livello economico percepivo esattamente zero.

I miei genitori mi sconsigliarono questa strada, perché avevano già sentito dire da molti altri del settore che non portava guadagno né la minima possibilità di mantenersi.

Un giorno ricordo che mio padre mi disse: “Sì, sarai anche brava a scrivere, ma questo non ti dà diritto ad essere ammessa al Corriere della Sera.
All’epoca ricordo di essermi chiesta: “Perché dovrei scrivere puntando necessariamente ad arrivare ad un giornale così importante?

So che la domanda può sembrare stupida, ma il concetto che stava maturando in me all’epoca era questo.

Tutto ciò che facciamo è considerato valido solo se ci permette di arrivare in alto?
Oppure è il cammino che intraprendiamo, i passi che muoviamo lungo il percorso, la fatica, le lezioni che impariamo che contano?

scrivere un libro

Quando, qualche anno dopo, non ebbi più la possibilità economica di lavorare guadagnando poco o niente, e dovetti smettere di fare quel lavoro.
Era vero che non dava la possibilità di un guadagno stabile e questo mi venne confermato anche da altri giornalisti del settore, che praticavano da anni.

A quel punto mi ero laureata.
I miei genitori continuavano a spronarmi verso strade diverse: “Fai l’insegnante, piuttosto. Cercati un vero lavoro.

Il fatto è che, nella mia mente, io continuavo a pensare: “Voglio scrivere un libro“.
Avevo quella vocina nella testa che: ma io la zittivo.

Comunque non feci l’insegnante, se non per brevi periodi.

Aprii un blog, questo blog, e continuai a scrivere per mio conto.

Trovai lavoro nel settore che, all’epoca, dava possibilità di trovare da lavorare subito: la ristorazione.
Mi adattai ad un mondo che all’epoca non capivo, ad un ambiente che non mi faceva stare bene, a dei ritmi velocissimi di lavoro e imparai più di quanto avessi mai potuto pensare.

Non avrei mai pensato che la mia vita potesse prendere quella direzione e,
ancora faticavo ad accettarlo.

Scrivere un libro: quando soffochi la tua voce interiore

Nel frattempo erano successe tante cose che non avrei mai voluto succedessero e io reagii a quelle cose esattamente come reagisco a tutto ciò che di negativo mi succede: vissi l’intera situazione come un trauma, come un enorme peso che mi schiacciava, come un incubo dal quale non sapevo se mai sarei riuscita a svegliarmi.

scrivere un libro

Iniziai a stare male, ad avere continui attacchi di panico prima di dormire, a vivere male la quotidianità.
Questo fu un bene, in realtà. Perché mi diede la spinta per rivolgermi ad una persona, a chiedere aiuto.
Iniziai un percorso di crescita con una persona, che sarebbe poi diventata la mia Signora T. in un libro che avrei scritto in futuro.

Cominciai a capire tante cose, a prendermi ogni responsabilità delle mie azioni, anche e soprattutto di ciò che pensavo.

Capii che le altre persone non si possono cambiare né è mio compito farlo.

Io avevo solamente il compito di lavorare su me stessa, di crescere, di cambiare il mio modo di pensare e trasformarlo in qualcosa di positivo per me. Questo era il mio compito, questo era ciò che io dovevo fare.

Un giorno la Signora T. mi disse: “La responsabilità è di chi capisce.
Io capivo. Capivo che ero in grado di guardarmi dentro, di individuare la parte peggiore di me, quella che tutti noi abbiamo e di affrontarla. E così feci e così faccio, ogni giorno.

Paradossalmente, una situazione negativa per me si era rivelata la mia salvezza: da quella avevo tratto il coraggio di rivolgermi ad una persona, di farmi aiutare.

Da quel momento in avanti, non feci altro che crescere e cambiare.
Nel giro di due anni riuscii a fare dei cambiamenti su me stessa che credevo impossibili nell’arco di decenni. Eppure, li feci.

Alcune persone non li accettarono, altri si strinsero ancora più vicino a me.
Credo che succeda questo, quando le persone notato un cambiamento in te: o restano o se ne vanno.

Nel frattempo, la mia vocina interiore continuava a insistere: “Voglio scrivere un libro“, ripeteva.

Era come un’altra parte di me che io non potevo permettermi di ascoltare. E così, continuavo a zittirla.

scrivere un libro

Scrivere un libro: l’idea e il progetto che prende forma

Un anno fa scoppiò la pandemia.

Io presi il coraggio, un coraggio che non credevo neanche di avere.
Presi in mano carta e penna e iniziai a buttare giù delle idee.

Avevo sempre quella vocina interiore che mi diceva, con insistenza: “Voglio scrivere un libro“.
Solo che, arrivati a quel punto, io non la zittivo più, non la soffocavo più.

Avevo ormai capito che soffocando la mia creatività per tutto quel tempo, stavo soffocando anche me.

Quelle idee divennero pensieri, che coinvolsero prima me, poi altre persone attorno a me. Durante il primo lockdown, sotto suggerimento di una mia cara amica, iniziai a pensare:

Devo scrivere un libro su tutto questo.

Così fu.

Dopo la riapertura, quegli appunti che avevo preso ogni giorno di chiusura divennero la mia agenda di appuntamenti, di persone da intervistare. Ed ecco che il libro, quel sogno di una vita che tenevo chiuso nel cassetto segreto, prese forma.

Così scrissi di loro.

Dell’infermiera e della sua paura nell’avere a che fare con i pazienti Covid; dell’imprenditore che chiude l’azienda per salvaguardarsi, del medico che piange mentre stringe la mano ad un paziente che muore da solo. Scrissi delle insegnanti che lavorarono da casa, in didattica a distanza: degli alunni spaesati, dei pazienti ricoverati in terapia intensiva.

Quel mondo che io, chiusa in casa come tutti, non avevo vissuto, ora lo vivevo attraverso di loro e mi esplodeva dentro, come tutte le lacrime che non ero riuscita a versare durante il lockdown e che ora trovavano il loro sfogo.

scrivere un libro

A quel punto, quel traguardo che per tutta la mia vita era sembrato così distante e irraggiungibile (quello di riuscire a scrivere un libro), si stava concretizzando sotto i miei occhi increduli.

Scrivere un libro: segui la tua strada

Il libro venne pubblicato e divenne “Il diario del silenzio – Storie reali di quarantena” e io sentii di aver fatto, per la prima volta, qualcosa di buono nella mia vita.

Il 22 ottobre, giorno in cui il mio libro uscì sulla piattaforma online, mi ricordai di quella volta in cui mio padre mi disse: “Prova ad entrare in una libreria e a guardarti attorno: vedi quante persone ci sono al mondo che scrivono? Sarebbe troppo difficile per te emergere.

E invece… ecco il mio libro! Proprio su Amazon!

Di nuovo, all’epoca, mi feci una domanda:

Ma nella vita bisogna scrivere solo per diventare qualcuno di importante?

Certo, era chiaro che mio padre mi dicesse quelle cose solo per proteggermi, per non farmi cadere in tristi delusioni.
Ma io non potevo vivere tutta la mia vita in balia di pensieri e idee altrui.

Avevo bisogno, come ogni essere vivente, di seguire la mia strada.
Avevo bisogno di tracciare la mia rotta.
O, almeno, di provarci.

scrivere un libro

Ebbene qualche tempo prima di concepire in me l’idea di scrivere un libro, sono entrare in una libreria.
Mi sono guardata attorno ma la domanda che mi sono posta è stata diversa da quella che mi pose mio padre.

Io mi domandai: “Se ci sono milioni di persone che scrivono e pubblicano libri… perché non posso farlo anche io?

Solo in quel momento tutti i pezzi del puzzle sono andati al loro posto.
In quel momento ho capito.

Scrivere un libro: il senso più nobile della fatica

Non devi scrivere un libro necessariamente per pubblicare un best seller.
Non ci si butta in un’impresa solo per diventare il migliore del mondo.

Per come la vedo io, non esistono persone migliori, perché ci sarà sempre qualcuno che ti supererà in qualcosa, sempre.

Si compie un viaggio avendo bene in mente una destinazione: ma è il percorso, i passi, le cadute, la fatica che ti insegnano se quel percorso è giusto per te.

E’ la fatica, non la voglia di diventare il capo del mondo.
E quella fatica ha un senso.
Anche se non sarai mai la prima ballerina o il vincitore di un Premio Nobel.
Quella fatica avrà un senso per te.

Martina Vaggi

Photo credit scrivere un libro: Pixabay