Pensieri sulla pandemia

Sopravvivere ad una realtà in declino: la continua ricerca di se stessi

Sta diventando difficile questa realtà.
Forse per alcuni lo è sempre stato, per altri inizia ad esserlo ora.
Questa vita così poco “sociale” e “socievole”, alla quale ci siamo abituati. 
Queste abitudini malsane che abbiamo acquisito in questo anno, non per volontà nostra.

Il lavoro che viene tolto così, come se non valesse niente. 
Come se fosse solo un giocattolo che si sono stufati di regalarci.

La realtà di oggi: la perdita completa del controllo

Non abbiamo accesso al controllo.
Non possiamo decidere noi quando e come questa situazione finirà.
Non possiamo cambiare la situazione esterna.

E questa situazione che noi non possiamo controllare alla fine sta controllando noi.

Quando incontrai la Signora T. per la prima volta (ne parlo nel mio libro) stavo passando un brutto momento. Non potevo fare nulla per cambiare la situazione esterna e quindi la subivo, ci stavo molto male.

Sono passati due anni da quel momento, ma ricordo ancora quali furono le parole che mi disse:

“Non puoi cambiare la realtà: non puoi cambiare le altre persone. E non è nemmeno tuo dovere farlo. Tu puoi cambiare te stessa, se lo vuoi. Facendo questo, anche le cose esterne cambieranno.”

Immagino che non tutti possano credere o comprendere un discorso simile. 
Anche io avevo i miei dubbi. Fino a quando non mi sono resa conto che aveva ragione lei.
Fino a quando non ho capito il vero significato di quella frase.

Se cambi il tuo modo di vedere le cose e la realtà, acquisirai un punto di vista completamente diverso. 

A quel punto tutto ti sembrerà diverso.
Ti sembrerà che la realtà esterna sia cambiata
ma non sarà così: avrai solo cambiato modo di osservarla.

Questo esempio si applica bene alla realtà di oggi.

Ovviamente noi non possiamo controllare il Covid.
Nessuno di noi può gestire gli eventi esterni.
Ma possiamo mettere ordine sulla realtà dentro di noi.
Possiamo fare tutto quello che è in nostro potere e nelle nostre capacità per migliorare la nostra situazione.

Gestire i pensieri per gestire la realtà

Noi abbiamo una responsabilità, la più importante di tutte.

La responsabilità di gestire i nostri pensieri. 

Abbiamo una possibilità: quella di poter scegliere con cura i nostri pensieri, ogni giorno.

Un pensiero, coltivato ogni giorno, produce un risultato, che, con il tempo, diventa una realtà.
La nostra realtà, quella in cui viviamo, tutti i giorni.

Sta a noi scegliere se sia positiva o negativa.
Sta a noi decidere se la nostra realtà sarà un enorme prato in cui correre o una prigione in cui rinchiuderci.

La realtà di oggi è traumatica. 
Decisamente frustrante. Decisamente demotivante. 
Veramente, veramente triste.

Quindi? Che cosa è in nostro potere fare?

realtà

Imparare da una realtà in declino

Vi è mai capitato di ritrovarvi senza un soldo, eppure di sentirvi la persona più ricca del mondo?
Vi è mai capitato di non avere un lavoro eppure di riuscire comunque a tenere per mano la speranza?
Vi è mai capitato non avere una prospettiva di futuro, eppure… di riuscire a cogliere la bellezza, inafferrabile, del presente? 

A me è successo.
Non sto dicendo che vi auguro che vi capiti.

Dico solamente che è dalle situazioni peggiori che impariamo le lezioni più importanti.

E quando questo avviene, se tu riesci a cogliere quei momenti, se riesci a vederli, puoi imparare qualcosa che ti porterai dietro per sempre.

Quando è successo a me, anni fa, ho capito una cosa. 

Spesso noi tendiamo a dividere le persone in due categorie: persone negative e persone positive. 
Forse un po’ di genetica c’è anche in questo o forse ha ragione la “Legge dell’attrazione” (i pensieri diventano cose, ecc.).
O forse… siamo noi che decidiamo chi vogliamo essere. 

Quando è successo a me ho capito che le persone non possono essere divise in due categorie: perché tra le persone negative e quelle positive c’è uno spazio enorme, aperto, dove circolano tutti coloro che ancora non hanno capito bene da che parte stare.

Come avviene il cambiamento della nostra realtà

Ad un certo punto mi sono accorta che avevo passato vent’anni a rimproverarmi di qualsiasi cosa e ad addossarmi qualsiasi colpa.
E a cosa mi era servito?
Avevo passato del tempo con persone che mi avevano sempre criticato.
E a cosa mi era servito?

Era servito a cercare una persona che mi aiutasse a cambiare la mia realtà
Era servito a capire che a volte non possiamo farcela da soli.
Che il cambiamento, per quanto possa spaventare e fare paura, per quanto possa portarti a soffrire, conduce, inevitabilmente, anche a qualcosa di buono.

Ci vogliono anni, forse. 
Ma, alla fine, inizi a diventare il cambiamento che vorresti vedere negli altri.

Quando scegli di non vedere sempre il lato negativo.
Quando capisci che essere negativi con se stessi non ti porta da nessuna parte.
Che nessuno ottiene dei risultati se continua a darsi del “cretino”. 

Ci vuole del tempo. 

Ma la più grande conquista che tu possa ottenere durante questo percorso arriva quando inizi ad occuparti di te. 

Quando smetti di guardare gli altri, di paragonarti a loro.

Loro hanno la loro realtà: tu hai la tua.

E non vuoi più cambiarli, perché sai che non puoi. Non funziona così.
Quando inizia a ricercare la tua approvazione. 
Non quella degli altri. 

Agli altri non importa nulla di te.
Ed è giusto che sia così. 

Martina Vaggi

Photo credit: https://pixabay.com/

Pensieri sulla pandemia

Essere all’altezza di un mondo che vuole sempre di più

Ci sono persone al mondo che non si sentono mai di essere all’altezza di nulla.
Ce ne sono altre, poi, che non sanno chi sono né si pongono il problema.

Trovano la propria strada: la percorrono fino in fondo e poi un giorno si svegliano e si rendono conto che non era ciò che volevano.

Ma è tardi per tornare indietro.

Ci sono persone che si guardano dentro per una vita intera nel tentativo di capire chi sono davvero.
Guardano dentro al loro mondo, quel baratro infinito e ci si buttano senza paracadute.
Ma è pericoloso guardarsi dentro se non sei pronto ad accettare le due parti.

La luce e il buio.

Se ti guardi dentro troppo a lungo, rischi di non riemergere più. 

essere all'altezza

Essere all’altezza di se stessi quando l’esterno cambia

Per alcuni di noi, accettare se stessi è la cosa più difficile.
Accettare di non essere sempre così buoni.
Accettare di non riuscire sempre a gestirsi. Di non riuscire a restare dentro quelle fottute righe dove ogni persona viene delimitata, catalogata, controllata. 
Sono righe sottili che ti inquadrano in una forma geometrica dove tu dovresti riuscire a stare, a vivere. 

Hai uno spazio e dovresti riuscire a fartelo bastare.

Per alcuni di noi è difficile.
È difficile accettare di non riuscire a trovare un posto che ti appartenga e al quale tu possa appartenere. 
E ci provi ad adeguarti, ci provi davvero ma il mondo invade il tuo spazio con le sue regole e i suoi problemi e tu senti di non avere un posto. 
Non vedi di fronte a te una direzione, un percorso da seguire. 

Per alcuni di noi è davvero difficile.
È difficile accettare che non saremo mai abbastanza per un mondo che vuole sempre di più.

essere all'altezza

Essere all’altezza di tutto: difficoltà del vivere nel mondo odierno

Questo mondo in cui viviamo oggi non aiuta nel ricercare una propria stabilità.
Che essa sia economica, sentimentale, personale.
Questo mondo è sempre più complicato.

Non ti consente di avere una “apparente” tranquillità.
Se non fosse che, come viene spesso detto, la serenità dovremmo essere in grado di trovarla noi.

Dentro ognuno di noi. Non al di fuori.

Questa tematica mi fa venire in mente un libro che ho letto anni fa, in un momento molto buio della storia dell’umanità.

Questo libro si chiama “Come vivere felici in un mondo imperfetto: ritrovare la chiave che conduce all’amore e alla pace“.
In questo libro straordinario le parole del Dalai Lama stimolano a ritrovare la consapevolezza per poter vivere sereni e in pace con se stessi, seppur in un mondo tutt’altro che semplice.

Lo potete trovare qui, su Amazon.
Vi lascio il link, in caso foste anche voi alla ricerca di un po’ di serenità interiore e di tregua da questo mondo.

Dicevamo…

Questo mondo che ambia con molta velocità: è veramente difficile stargli dietro.
Questo mondo che sembra impoverirsi di valori, sempre più.
Come se quasi non fossero mai esistiti.

La costante che ci accomuna sembra essere il vivere nella paura.

Viviamo costantemente nella paura di un futuro
perché siamo incapaci, forse, di vivere il nostro presente.

Essere all’altezza dei cambiamenti: vivere nella paura di un mondo peggiore

L’unica certezza è il costante mutamento a cui tutti siamo destinati.
Ci aggrappiamo ad un mondo che sembra non volerci ma che pretende da noi sempre qualcosa in più.

Viviamo sospesi.
A volte incapaci di muoverci.
Ora che tutto si è fermato, ora che questa realtà si è trasformata e ci sta trasformando, sembra ancora più difficile ripartire.

essere all'altezza

E questo tempo incerto prende da te ciò che tu lasci prendere.
Distrugge le poche certezze.
Ti scava dentro se tu glielo permetti. 
Ti costringe ad ancorarti al presente quando tu vorresti nutrire speranze per il futuro.

Questo tempo presente che viviamo ognuno in maniera diversa, in fondo, forse opprime tutti noi.
Insinua domande e dubbi. 
Ti costringe a guardare anche se tu vorresti coprirti gli occhi e non vedere tutte quelle domande che pretendono la tua attenzione.

Ce la farò a trovare lavoro?
Sarò in grado di evolvermi a tal punto da non sentire più il dolore?
Riuscirò a guardare altrove, a fingere di non soffrire per tutto questo?

Riuscirò mai ad essere all’altezza per un mondo che vuole sempre di più?

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Martina Vaggi

Photo credit: https://pixabay.com

Pensieri sulla pandemia

1 gennaio 2021: fuori è sempre inverno

Guardo fuori dalla finestra. Il cielo è grigio, la neve scende copiosa. Mi è sempre piaciuto guardarla cadere.
E’ il primo gennaio del 2021. Sono le due di un pomeriggio come un altro e io sto per mettermi a scrivere.

Rivivo per un istante i ricordi di questo anno terribile che ci siamo lasciati alle spalle. Ricordo tutte le cose successe, le rivedo nella mia testa come se fosse un film. Credo che sia successo un po’ a tutti noi, quest’anno.
Abbiamo ricordato l’anno che è stato, tutto ciò che di negativo è successo.
Il 2020 ci ha toccati tutti con mano. E’ entrato nelle nostre vite con prepotenza e con una drammatica forza superiore ci ha travolti.
Forse è qui che qualcuno di noi ha preso consapevolezza, per la prima volta, che tutto ciò che ci succede, talvolta, è mosso da qualcosa di più grande di noi. Che abbiamo il controllo solo fino ad un certo punto, anche se ci ostiniamo ad esercitarlo su ogni cosa che ci circonda.
Che l’unico momento che conta davvero vivere è il nostro presente.

Ogni anno salutiamo l’ultimo giorno che lo accompagna e il primo dell’anno nuovo ma quest’anno è diverso.
La nostra vita non sarà mai più la stessa dopo il 2020.
Credo che per tutti noi sia così.
Forse tutti noi speriamo di dimenticare.
Forse un domani ritroveremo una mascherina stropicciata nella tasca del nostro giubbotto o sepolta nella nostra borsetta. Non ne avremo più bisogno e allora tutto questo potrà essere un ricordo, potrà essere definito “passato.”

Abbiamo aspettato che l’anno finisse per poterlo mandare al diavolo. Lo abbiamo condannato perché questo si fa con i momenti bui, con i periodi negativi, con le persone che ci fanno del male: le si manda a quel paese, senza volerci più avere a che fare.
Anche io vedevo il mondo in questa maniera. Poi, un giorno, la signora T. mi disse: “Non puoi scappare da una situazione negativa sperando di risolvere così il problema. Se te ne vai da un ambiente in cui stai male senza aver imparato i motivi per i quali stai male, un domani finirai di nuovo in una situazione simile e tutto ricomincerà da capo. Per poter dire addio a qualcosa, devi prima aver imparato perché quel qualcosa ha così tanta presa su di te. Solo così, puoi lasciarlo andare.”
Lasciar andare una situazione significa averla compresa, aver imparato a vedere il negativo e il buono.
“Il buono c’è in ogni cosa, se noi lo sappiamo cogliere” mi disse quel giorno, la signora T.

Sono le tre del pomeriggio ora.
Dalla mia scrivania, vedo la neve cadere fuori dalla finestra.
Ognuno di noi spera in cuor suo di dimenticare, ma io non voglio dimenticare.
C’è un mondo esterno che ci insegna che alcune cose non le possiamo cambiare. Non possiamo cambiare quello che è successo l’anno passato. Non possiamo impedire che alcune cose avvengano.
Non possiamo fermare la neve che cade.
Possiamo, però, evitare che dentro di noi geli sempre l’inverno.

Martina Vaggi

Riflessioni

La nave sta affondando, abbandonate la nave!

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Si dice che tutti dovremmo avere una vita vista mare.
Ma chi lo dice, probabilmente non ha mai avuto l’occasione di abitare in un tranquillo e pacifico posticino di campagna.
Non so chi fu il primo a scrivere questa frase, né ho ancora capito cosa significhi: per me il mare ha sempre rappresentato un oscuro contenitore di creature mostruose, nel quale è preferibile inabissarsi solo in acque poco profonde, possibilmente prossime alla riva.
Per quello che mi ricordo, almeno. Non vedo il mare da un bel po’.
C’è una cosa, però, che ricordo. Il mare fa riflettere. Ti aiuta a rilassare la mente, e, qualche volta, se sei fortunato, anche a riordinare i pensieri.
Quando ero più piccola (e frequentavo il mare molto più di ora) ricordo che sedevo lì, sullo scoglio più alto di quella spiaggia dove io e mamma andavamo sempre. Mi mettevo lì seduta con quel bikini colorato che faceva da contrasto a un’abbronzatura da 8 ore di sole non-stop. Stavo lì e guardavo il mare per ore.
Ma avrei potuto tranquillamente guardarlo anche per giorni.
Vedevo le onde infrangersi contro gli scogli, poi ritirarsi, prendere di nuovo la rincorsa, e, di nuovo, infrangersi con più forza di prima. Certo, l’epilogo era sempre quello, per loro: però io ammiravo la forza con cui l’onda ripeteva quel gesto e andava a morire lì dov’era destinata.
Forse è un po’ tutto destinato. Tutto ci viene dato in natura e dalla natura e, contro questa legge naturale, appunto, nessuno di noi può far nulla. Non possiamo lottare, ma non possiamo nemmeno arrenderci, dal momento che quella in cui viviamo e la nostra vita. Forse possiamo essere un po’ come quelle onde che ripetono, ogni secondo e ogni giorno, la stessa azione.
Ma se la vita ci stesse dando quello di cui abbiamo bisogno ma non quello che noi vorremmo davvero, noi come potremmo mai saperlo? Se la nostra vita stesse andando alla deriva, come una nave che affonda, di notte, senza alcuna luce, come potremmo noi sapere se intorno ci sono scogli a cui aggrapparsi o se tutto quanto è destinato a finire… lì?
Nessuno sa. Così come il capitano del Titanic non vide quell’iceberg, così non possiamo vedere noi più in là dei nostri stessi pensieri.
Siamo come bottiglie di vetro in balia delle onde, con un bel messaggio infiocchettato che magari nessuno leggerà mai.
In quelle ore in cui sedevo sugli scogli, il mare era capace di calmare la mia mente. Ma, a pensarci bene, non c’era poi molto da calmare.
Se oggi mi sedessi sugli stessi scogli a guardare nello stesso punto, non riconoscerei nulla. Né il mare, né la spiaggia, probabilmente non ricorderei nemmeno nulla delle cose successe lì. Non riuscirei a ricordare neppure me stessa.
E se guardassi al mare per avere un po’ di conforto… Non basterebbe nemmeno l’oceano a calmare il casino che ho in testa.
Ma al mare ci guarderei comunque. Guarderei a quelle onde così fiere e maestose e sarei fiera di loro e del loro continuo lottare.
Perché guardare loro sarebbe un po’ come guardare me stessa.
E se la nave davvero è destinata ad affondare… Beh, per il momento non si può sapere.
Ad oggi non è ancora affondata ma… sicuramente ha iniziato ad imbarcare un bel po’ d’acqua!

Martina Vaggi

Riflessioni

C’è del bianco tra i miei ricordi

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Dicembre è sempre stato il mio mese preferito.
Fin da quando ero più piccola, niente al mondo per me batteva il momento del Natale. Il mese del Natale come io lo ricordo, come momento di condivisione, un riunirsi tutti assieme in un giorno felice.
Dicembre è il mese delle lucine colorate, dell’albero verde messo al centro della sala e addobbato. Ho sempre adorato fare l’albero di natale.
Dicembre è il mese dei compleanni, delle cene, il mese in cui tutto il mondo si ferma per un secondo di fronte ai regali sotto l’albero, le persone felici all’interno dei negozi, il tempo che rallenta quando cade un fiocco di neve e poi un altro e poi un altro e tutto il paesaggio diventa bianco.
Anche tra i miei ricordi ora c’è del bianco. Non c’è traccia di neve per terra, ma tra i miei ricordi è tutto bianco.
Questo sarà il secondo Natale che non passeremo tutti assieme.
Tante cose nel frattempo sono cambiate.
Dicembre ora è il mese delle spese, dei problemi che diventano insormontabili e della profonda nostalgia verso un futuro che sogno come migliore del presente.
Le persone all’interno dei negozi non mi sembrano più felici ma ancora più incazzati di quanto non lo siano tutti i giorni, imbottiti nel traffico che segna l’inizio del via vai per la corsa ai regali, gli spintoni all’interno dei negozi, la fretta lungo le vie affollate.
Dicembre è il mese in cui al telegiornale senti di qualcuno che si è buttato giù dal terzo piano perché non aveva più nessuno accanto.
Credo che ci si debba sentire così, a Natale, quando hai perso tutto.
Forse esistono due tipi di Natale per due tipi di persone: quelle che hanno ancora qualcuno con cui festeggiarlo, come una vera famiglia riunita in festa, e quelli che non hanno più nulla a cui aggrapparsi se non un passato pieno di ricordi.
Natale ora è il giorno dell’assenza.
Il giorno in cui mio papà corre in ospedale alla vigilia per stare vicino a mio zio, il giorno dei parenti sentiti per telefono, a distanza, quella distanza che non riesce a colmare un vuoto che c’è.
Domani sarà Natale e tutto ciò che conta per me, se Dio vuole, sarà seduto attorno a quel tavolo che mia mamma ha già apparecchiato.
Non posso dire di avere la vita che avevo progettato, a stento a volte mi sembra perfino di vivere, ma posso dire che sto facendo del mio meglio per cercare di adattare la mia mente a quello che accadrà e che già sto vivendo.
Forse arriva per tutti un momento in cui bisogna lasciare da parte la vita che abbiamo voluto, preteso con tanta ingordigia, senza neanche sapere se veramente era quello che meritavamo, e fare un po’ di posto alla vita che ci è stata destinata.
Tutto qui. Non ci sono giri di valzer, nessuna sviolinata di circostanza sul vero senso del Natale.
C’è solo assenza che si può toccare con mano e quel dolore che fa crescere, che ti spinge a guardare più avanti.
Non so quand’è successo che sono cresciuta, ma è accaduto all’improvviso.
E ora so che da certe consapevolezze non si torna più indietro.

Martina Vaggi

Riflessioni

La tua strada: imparare ad osservare il bicchiere mezzo pieno

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“Ehi, tutti vogliono una scorciatoia nella vita, il mio libro guida è molto semplice:
vuoi perdere peso? Piantala di mangiare, ciccione!
Vuoi fare più soldi? Mettiti a lavorare anche di notte!
Vuoi essere felice? Trova qualcuno da amare e non lasciarlo andare.”
Dal film “Amici di letto”

Come si fa a percepire il cambiamento? Come ci si può rendere conto che una situazione sta cambiando mentre la stiamo ancora vivendo?
E’ da molto che mi sto interrogando su queste questioni. Questioni che trovo piuttosto attuali, soprattutto per chi, come me, desidera da molto tempo cambiare qualcosa nella propria vita, o forse anche più di qualcosa.
Quanto tempo spendiamo a immaginare di vivere una realtà diversa da quella in cui viviamo? Quanto tempo sprechiamo ripetendoci che un giorno cambieremo e quanto, invece, facciamo quotidianamente per cambiare davvero ciò che non ci piace della nostra vita?
Per come la vedo io, il cambiamento parte dalla testa, dal nostro modo di pensare e di vedere le cose. E vedere le cose sempre da un punto di vista pessimistico non farà altro che buttarci giù anche quando tutto fila per il verso giusto. Quanto spesso accade che permettiamo all’unica cose che non abbiamo (o non possiamo avere) di impedirci di vedere tutto ciò che invece, fortunatamente, possediamo? Ma se ci fosse davvero una scorciatoia, e questa risiedesse solo nell’abituarci a guardare il bicchiere mezzo pieno, invece che vuoto? Che piega potrebbe prendere la nostra vita? Forse, migliore.
Daltronde, spesso e volentieri gli inconvenienti succedono: a volte capita di non ottenere ciò che vuoi o che pensi di meritare. Può succedere così di studiare molto ma di non riuscire a passare un esame, o di dare tutta te stessa in una relazione per essere poi scaricata su due piedi. Può succedere.
Ma se riuscissimo a passare oltre e a liquidare tutto ciò che di negativo ci capita con un semplice “Succede”, questo non ci permetterebbe forse di concentrarci meglio sulla nostra strada?
La nostra strada, o, come amo chiamarlo io, il classico detto “Fai il tuo”, è l’unica cosa che riesce spesso a tenermi ancorata alla realtà, tutte le volte (e sono molte) in cui tendo a smarrire la strada. Riuscire ad alzarsi al mattino con uno scopo e portarlo avanti con costanza, giorno per giorno, è l’unica cosa che può rendere possibile il cambiamento. Stare ore a pensare a quello che dovremmo fare, invece, non può che portare ad ansie continue, oltre a non risolvere proprio nulla.
Il cambiamento, in fondo, non è altro che qualcosa che avviene esattamente mentre ti stai impegnando ad andare avanti con la tua vita. E’ lì che le cose cambiano, ed è in quel momento che riesci a vederle sottto una diversa prospettiva. Quando invece di chiederti “Perché capita sempre a me?”, inizi a pensare “E’ successo: ora voltiamo pagina e ricominciamo”, significa che ti stai ponendo le domande giuste. Questo avviene anche perché di quei problemi non non ne stai facendo un’ossessione.
Il cambiamentoche avviene quando riesci ad andare avanti con la tua vita, senza farti troppe domande inutili. E’ un po’ come innamorarsi: succede quando meno te lo aspetti, quando hai definitivamente perso le speranze.
Ma spesso noi creiamo ansie e aspettative perpetue sul nostro futuro e su un possibile cambiamento. Pensiamo sempre di avere infinite possibilità, infinite occasioni. Cresciamo e continuiamo a ripeterci che cambieremo, che “un giorno” diventeremo persone migliori e che tutto si sistemerá. Ma se non fosse davvero così? Se ci inpegnassimo davvero nel costruire un presente, avremmo davvero bisogno di credere così tanto in un futuro ancora lontano? Continuando a ripeterci che “Il meglio deve ancora venire”, non sarà che in fondo ci stiamo perdendo tutto ciò che di bello il presente ci sta offrendo, senza neanche rendercene conto?
Perché aspettare di essere migliori, di innamorarci, di impegnarci davvero in ciò che ci piace, di fare quel passo, con il rischio che sia quello giusto?
Perché aspettare?
Non aspettare, vivi la vita oggi. Vivila senza pensare troppo, perché tutto ciò che è destinato ad accadere, accadrà: è la tua strada e, in fondo, ognuno di noi sa di averne una. Proprio come quel bicchiere posato lì sul tavolo: ognuno di noi ne ha uno, sta solo a noi scegliere se vederlo mezzo pieno o mezzo vuoto. Certo, io preferirei vederlo mezzo pieno di Prosecco, ma, in fondo, a chi importa?

Martina Vaggi

Riflessioni

Un futuro a brandelli

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Mi ritrovo a leggere le prime pagine de “La Stampa” stamattina, come ogni mattina ho preso l’abitudine a fare da qualche settimana. Sul quotidiano nazionale le prime pagine sono dedicate alla tragedia avvenuta in Spagna in questi giorni. Leggo le prime righe dell’articolo ma poi non riesco a continuare. I giornalisti descrivono le storie di quei giovani, parlano dei loro desideri, delle loro aspirazioni che non potranno più avversarsi: fa troppo male guardare quella foto in prima pagina, dove tutte loro sono in posa con quel sorriso e quella luce piena di speranza, ora eternamente racchiusa nei loro occhi. Mi fa male leggere di quei 23 o 25 anni ormai sprecati, sfioriti, uccisi da un semplice sbaglio umano.
E mentre rifletto sul perchè tutto questo mi entri fin sotto la pelle e mi faccia rabbrividire, mi rendo conto che avevano suppergiù la mia stessa età: sogni e vite diverse, ma tutte accomunate da quella straordinaria voglia di vivere, che ti muove, ti sprona, la stessa che ho anche io. Un sorriso diverso ma identico al mio per quella speranza di credere in un mondo migliore, in un futuro per chi ha potenzialità e voglia di fare. Riconosco in tutte loro quello sguardo allegro, spensierato ma cosciente che sono sicura di avere anche io, e che rivedono nei miei amici e in tutti i giovani che incontro. Credo che di fronte a questi eventi ci si senta coinvolti maggiormente quando ci si riconosce nelle vittime, nei loro sguardi o nelle loro storie.
Sono in metro ora e l’ammasso di persone presenti non mi permette di leggere il giornale come vorrei: così apro il cellulare, e sulla bacheca di Facebook trovo varie notizie di un qualcosa di ancora più spaventoso: si tratta di avvenimenti di cui non vorresti mai leggere perchè sai istintivamente che rappresenterebbero solo il preludio ad infinite catene di altri avvenimenti. Leggo il titolo “Esplosioni all’aeroporto di Bruxelles”, poi mi soffermo sul numero dei morti e quello dei feriti: non sono molti, per fortuna, ma è il termine “esplosioni” quello che mi fa più riflettere. Perché è con questo termine che quel sentimento di paura torna a galoppare dentro di me, si insinua in quel continuo sentore di catastrofe già annunciata non solo con l’espisodio parigino di non molto tempo fa, ma anche con gli episodi che stanno avvenendo in quella parte di mondo che non è solo europeo. E anche qui, rimango colpita, di sasso: mi ritorna in un lampo la paura di entrare in mentro, la paura di sedermi sugli scalini ai piedi del mio amato Duomo di Milano, e, ultima ma non ultima, la paura di non poter affrontare serenamente questo futuro. Un futuro che a noi giovani viene negato già lavorativamente, quando ogni singolo giorno affrontiamo a testa alta i nostri sogni, ma non ne riusciamo mai a trarre un basilare guadagno. Ebbene, con questi eventi, è come se strappassero a brandelli anche un’altra parte di futuro, la più importante: quello che riguarda la vita, la nostra vita, che è la cosa più sacra che possediamo.
E quindi cosa ci resta da fare se non stare a guardare, impotenti, questo tragico susseguirsi di eventi?
Non so dare risposte, in questo momento so solo pormi domande. Lo faccio ogni minuto ormai, mentre cammino, leggo o scrivo, e la domanda è sempre la stessa: riusciremo mai a vedere un futuro sereno?

Martina Vaggi

Riflessioni

Douleur

The Eiffel Tower's lights are turned off for the Earth Hour 2015
Sono seduta a tavola e sto pranzando.
É, in apparenza, un giorno come tanti.
La tv sta trasmettendo immagini di sparatorie: si vedono persone che urlano e scappano da tutte le parti nel tentativo di salvarsi.
Sembra quasi la scena di un film d’azione… e magari lo fosse.
Il telegiornale sta riportando le riprese di ciò che è accaduto ieri sera a Parigi.
In un video, filmato da una palazzina, si vedono gruppi di persone che escono terrorizzate dal retro del Bataclan, un teatro parigino che ieri è stato preso d’assalto da alcuni terroristi.
Alcuni scappano urlando, altri arrancano, zoppicando: un ragazzo in maniche corte trascina un’altra persona per le braccia, mentre la sua linfa vitale lascia una striscia sul cemento; una macchia indelebile di un giorno indimenticabile.
Il filmato riprende anche una persona aggrappata al cornicione di una finestra, nel disperato tentativo di non cadere giù.
Altre persone giacciono distese sull’asfalto. Non si muovono.
Sembrerebbe un film, davvero, se non fosse che è fin troppo reale per apparire finto.
Come le immagini che riportano l’enorme quantità di persone riversate sul prato dello Stade de France di Parigi. Persone tenute insieme dalla paura, riunite nella speranza di uscire indenni da quella notte.
Ma 130 è il numero delle persone che non ce l’hanno fatta: un numero di esseri umani che non è riuscito a tornare a casa propria a riposare. Persone che stamattina non si sono svegliate per fare colazione, come abbiamo avuto la fortuna di poter fare noi.
Ho letto alcuni articoli riguardanti la tragedia di ieri sera: alcuni parlano di cultura, altri trasmettono odio e disprezzo. Su Facebook alcuni hanno invitato a guardare alle cause di tutto questo, ad un passato che avrebbe portato i terroristi ad attaccare la Francia ieri sera.
Io non mi sento così colta e preparata in materia da parlare del passato: e se anche lo fossi, non credo lo farei. Credo sia più rispettoso guardare a ciò che è appena accaduto con gli occhi lucidi di un sopravvissuto che cerca di trovare le parole giuste per commemorare così tante vite spezzate.
Innocenti persone comuni, freddate a colpi di kalashnikov, distese per strada con gli occhi chiusi, ad aspettare una spiegazione razionale che non potrà mai arrivare.
L’essere umano si è reso protagonista ancora una volta di una vicenda terribile: non si può perdonare chi non ha coscienza delle proprie azioni, così come non si può sperare di scendere a patti con chi è portatore del male.
Quel male che porta una persona a uccidere senza cognizione di causa altre persone innocenti: quel male che porta dei fanatici a usare la religione come preteso per giustificare atti così bestiali e barbarici.
Il male non ha un solo volto oggi, o un solo nome.
E il miglior modo, forse, per ricordare le vittime di questa tragedia è il sentire qualunque cosa di simile alla solidarietà, al dolore che accomuna i francesi e che riguarda il mondo intero.
Oggi dobbiamo considerarci esseri umani uniti per difenderci da qualcosa che va al di là di ogni comprensione umana.
In questi momenti deve emergere spontaneo il bisogno di sentirsi legati dal dolore e dalla rabbia nel vedere umani annientati da chi di umano non ha proprio nulla.
Ritengo giusto ora concludere riportando le commosse dichiarazioni di Papa Francesco, che rappresentano al meglio quanto è successo:

Non capisco, ma queste cose sono difficili da capire, fatte da esseri umani. (…)Non vi può essere alcuna giustificazione religiosa e umana a quanto accaduto.
Non è… umano un gesto simile

Martina Vaggi

Riflessioni

L’Inizio e la Fine

morte e vita

Sarebbe difficile, anche per i linguisti più affermati, cercare di stabilire il numero esatto delle parole che compongono una lingua. Questo perchè la lingua è una forma costantemente in mutamento, arricchita sempre da forestierismi, neologismi e qualunque altra forma linguistica che permetta la formazione e l’introduzione di parole nuove.
Tuttavia, nonostante molti diano poco peso alle parole, è sempre incredibile osservare come alcune possano avere un effetto profondo sulle persone.
E qui arriviamo al macabro tema di cui vorrei parlare io.
Non c’è un modo semplice per introdurlo, in realtà.
Posso dire che ho sempre notato come le persone diventino strane quando si parla di alcune questioni: una di questa è la morte. Quel macabro argomento di cui nessuno vuole mai parlare, come se ci fosse il pericolo che, anche solo pronunciando il suo nome, ella possa arrivare vestita con il suo lungo abito nero, incappucciata, e pronta a brandire su di noi la sua enorme falce.
Ho sempre avuto come l’impressione che le persone non riescano (o non vogliano) usare questa parola perchè la mente umana, così protratta costantemente verso la sopravvivenza individuale, non sembra essere in grado di tollerare che esista qualcosa di così imminente, capace di travolgere il suo perfetto piano di vita.
L’ispirazione per affrontare questo delicato tema l’ho avuta qualche settimana fa: ero in chiesa ad ascoltare con particolare attenzione la predica di un prete che stava dicendo una messa commemorativa. Era una domenica di un pomeriggio qualunque, ma noi riuniti in quella chiesa eravamo chiusi in un silenzio assordante.
Il prete stava dando il meglio di sè nello spiegare come la morte fosse un elemento inevitabile e costantemente presente nella vita di ognuno.
E così fiumi di parole riempivano la chiesa, mentre nella mia testa risuonava solo la frase “Tutto ha un inizio e tutto ha una fine“.
E più lui insisteva su questo concetto, più io mi domandavo come mai fosse tanto difficile per l’uomo concepirlo.
Così, come spesso mi succede, ho incominciato a riflettere sulla questione.
Ho iniziato a pensare che se tutti noi accettassimo questo concetto, forse potremmo imparare a vivere meglio una vita che spesso sprechiamo e buttiamo via: se tutti capissimo davvero quanto il nostro tempo sia limitato, forse potremmo farne un uso decisamente migliore.
Ma queste erano solo le riflessioni più banali: il bello deve ancora arrivare.
La mia mente fantasiosa, infatti, ha deciso di partorire un’idea tanto folle quanto incomprensibile: e se imparassimo quotidianamente ad accettare che le persone a cui vogliamo bene un giorno non ci saranno più, potremo forse limitare la nostra sofferenza quando questo accadrà?
Idea assurda quella di pensare che la vita possa essere un quotidiano esercizio di contatto ed abitudine con la morte, quando forse sarebbe meglio abbandonarsi al presente senza dar peso a ciò è destinato ad accadere.
Io credo che se ti ritrovi ad essere cosciente del fatto che tutto ciò che possiedi oggi potrebbe abbandonarti domani, allora è meglio accettare la vita come un percorso basato sui nostri quotidiani passi.
Cercare di svegliarsi ogni mattina con un obbiettivo, da portare a termine entro sera: se ci si sente troppo stretti nelle armature che indossiamo ogni giorno, l’unica soluzione sarà quella di toglierle ed accettare il bene e il male di noi stessi, così come quello delle altre persone; inoltre, prendere ogni delusione come una spinta verso il miglioramento può essere il miglior modo di vedere la vita come quello straordinario dono che non sempre ci meritiamo.
E solo accettando il corso degli eventi si può pensare a come i legami che ti è stato concesso di costruire non siano destinati a spezzarsi, bensì ad essere mantenuti, vivi e vividi, dal ricordo; a come le tue parole, se scritte, possano essere conservate e rilette milioni di volte, affinchè le persone possano rivivere quella parte così profonda di te.
E l’amore, l’amicizia, la vita stessa… tutte immortalate in quegli scatti, quelle foto capaci di rubare il tempo e fossilizzare quel momento, affinchè non muti il tuo aspetto e non stravolga il tuo sorriso.
Essere ricordati da qualcuno, o forse dal mondo intero: questo darebbe un senso a quel cammino che qualcun altro ha scelto al posto nostro, ma che siamo stati noi a voler percorrere.
Martina Vaggi