Crescita personale

5 cose da non dire ad una persona malata di tumore

Quest’oggi dedico qualche minuto per affrontare un tema molto delicato che ormai è purtroppo molto frequente.

Di tumore se ne sente parlare quasi ogni giorno. E in questi casi non sempre è facile gestire una situazione simile, né per le persone vicine alla persona coinvolta, né per gli estranei.

Ci sono alcune cose da non dire ad una persona malata di tumore.
O comunque, ci sono cose che sarebbe meglio non dire.

La verità, però, è che molto spesso non si sa cosa dire o come comportarsi di fronte ad una persona che lotta tra chemio e dolori: ed è proprio da qui che nasce l’idea di provare a spiegare cosa sarebbe meglio dire (o non dire) se chiunque di voi si trovasse a fare i conti con una persona che sta affrontando questo tipo di situazione.

Cose da non dire ad una persona malata di tumore

5 cose da non dire ad una persona malata di tumore: la mia esperienza indiretta

Credo sia giusto specificare fin da subito che non scrivo su questo argomento senza averne conoscenza: o meglio, diciamo che la mia conoscenza a riguardo è stata da me vissuta in maniera indiretta.

Anni fa una mia amica si ammalò di tumore.
Aveva venticinque anni.
Fu uno shock per tutti, non tanto per la malattia in sé, quanto per il fatto che il tumore l’avesse colpita in un età così giovane.

Da amica, posso dire che quando una persona finisce con l’essere colpita da una situazione simile, indirettamente è come se ne venissi colpita anche tu.

Credo sia questo il significato di amicizia.
O meglio, il significato di famiglia.

Ho notato che una persona malata può sentirsi a disagio quando degli amici cercano di aiutarla o di starle accanto per tenerle compagnia e darle supporto morale durante le terapie.
Il disagio forse nasce dal fatto che una situazione simile ti procura rabbia e reazioni di questo tipo.
Parlo sempre per esperienza indiretta.

Ma è proprio questa esperienza indiretta che mi permette di dire questo:

in realtà, poter stare accanto ad un essere umano che sta vivendo una malattia, è un privilegio.

Si impara anche da situazioni simili. Soprattutto a livello umano.

In quelle situazioni ci si ritrova a vivere più intensamente ogni cosa.
Ogni momento sembra più prezioso.
E ci si ritrova con il vivere momenti che valgono una vita intera.

cose da non dire ad una persona malata di tumore

C’è stato un momento, ricordo, in cui il suo dottore le disse che gran parte dell’evolversi della situazione sarebbe dipeso dal modo in cui la mia amica avrebbe reagito.

A conferma del fatto che è vero quando dicono che:

nella vita solo una minima percentuale riguarda quello che ti accade: per il resto, la percentuale più ampia e più importante riguarda il modo in cui la tua mente reagisce.

A questo proposito, ricordo che il medico consigliò alla mia amica la lettura di un libro, per aiutarla e accompagnarla lungo questo percorso di malattia e di guarigione.
Ricordo ancora come si chiama quel libro perché lei non fu la sola a comprarlo.

Era un libro straordinario. Una raccolta di scritti del Dalai Lama.
Attraverso le sue parole, scorrendo quelle pagine, si aveva davvero l’impressione di fare un percorso spirituale di pace e consapevolezza dentro di sè.

Vi lascio qui il link di Amazon: in caso aveste bisogno anche voi di incamminarvi verso un percorso di serenità interiore.

Una volta terminato questo percorso, la mia amica mi ha suggerito l’idea di scrivere questo articolo, per spiegare cosa sia meglio dire o non dire ad una persona colpita da una malattia.

Questo articolo rappresenta il suo punto di vista, ma non esclude che di punti di vista ce ne potrebbero sicuramente essere altri, dettati da altre persone che si trovano nella stessa situazione.

cose da non dire ad una persona malata di tumore

5 cose da non dire a una persona malata di tumore: scopo dell’articolo

Visto la delicatezza del tema è anche bene precisare che questo non è assolutamente un articolo volto a rimproverare nessuno che abbia mai pronunciato le parole che trovate qui sotto.

Queste cinque tipologie di frasi, dette quasi sempre senza nessuna cattiva intenzione, a volte possono sortire un effetto non positivo sul morale della persona malata: l’intento qui è quindi quello di sdrammatizzare ma al tempo stesso dare qualche consiglio utile a chi dovesse trovarsi a fare i conti con la malattia di un parente o di un amico.

Buona lettura a tutti.

cose da non dire ad una persona malata di tumore

5 cose da non dire ad una persona malata di tumore:

1)Proprio a te doveva capitare questa disgrazia

Con questa frase la persona colpita da un tumore si potrebbe sentire vittima di un destino crudele che, chissà per quale colpa commessa nella vita presente o passata, ha deciso di infliggergli questa punizione.

A questa frase sarebbe preferibile dire: “Mi dispiace che ti sia capitata questa sofferenza”, o, meglio ancora, “Non sei solo”.

2)Come ti trovo bene

Altra frase che sarebbe meglio evitare. La persona malata di tumore cerca sempre di nascondere con trucco e qualche piccola attenzione i segni della malattia, ma quando si guarda allo specchio occhiaie e pallore del viso sono all’ordine del giorno. Come esempio opposto, invece, sarebbe da evitare una frase del tipo: “Sei un po’ gonfio”.

Sarebbe meglio non ricordare alla persona in questione che il cortisone la fa assomigliare ad un palloncino.

3) “Sei in perfetta forma”.

Nella top five troviamo anche quest’altra frase.
Dunque, se probabilmente fino al giorno precedente la persona colpita da un tumore è rimasta a letto con nausea e spossatezza, sa bene che la frase “perfetta forma” non si addice decisamente al suo stato attuale.

Sarebbe meglio dire, al suo posto: “Mi sembra che il tuo corpo stia reagendo abbastanza bene

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4) Andrà tutto bene, ne sono sicuro

Quando arriva il tempo dei controlli, chi pronuncia questa frase potrebbe pensare di infondere speranza al malato. Purtroppo, non è così: sappiamo tutti che i controlli potrebbero non andare bene. Se non hanno la certezza i medici, nessun altro può averla.

Molto meglio, invece, augurare il meglio, senza fare previsioni non richieste.

5)Ti accompagno io a fare la terapia

Al quinto posto, ultima ma non per importanza, troviamo questa frase. A questo proposito, questa frase andrebbe pronunciata solo se si ha un certo livello di intimità con la persona colpita da tumore.
Nel caso opposto, purtroppo, il diretto interessato potrebbe trovarsi in imbarazzo e non sapere bene come far capire a chi fa questa richiesta che non ha piacere a farsi accompagnare da lei.

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Se invece il rapporto è stretto e profondo, proporsi di condividere un momento così importante non potrà che far piacere alla persona che sta lottando contro la malattia.

Queste sono le 5 cose da non dire ad una persona malata di tumore.
In caso dovesse esservi utile. In caso qualcuno di voi si ritrovasse a vivere e a condividere questo percorso di vita con una persona colpita dalla malattia.

Questo articolo ha questo scopo: quello di essere utile, di dare un consiglio pratico.

Martina Vaggi

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Riflessioni

La donna del 1953 e quella di oggi: la verità è che non gli piaci abbastanza?

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La fortuna di avere un padre appassionato di cinema (e, praticamente, anche di tutto il resto), è che ti costringe a vedere film in bianco e nero mentre stai preparando l’albero di Natale, illustrandoti, nel mentre, praticamente tutto ciò che riguarda quel film: anno di produzione, tecniche di montaggio, storia degli attori e altre mille cose che onestamente non so come faccia a ricordarsi.
E’ capitato proprio oggi, e il film in questione era “I vitelloni” di Federico Fellini. Mentre mio padre era intento ad illustrarmi alcuni particolari del film, mi sono soffermata un attimo ad osservare una scena: uno dei protagonisti maschili stava corteggiando una giovane donna di nome Sandra (se non sbaglio). In quella scena l’uomo le chiedeva il permesso di baciarla sul collo e lei temporeggiava con l’atteggiamento tipicamente femminile del “No dai, voglio vedere se insisti così alla fine te lo faccio fare”.
Poco dopo ho chiesto a mio padre di che anno fosse il film. Era del 1953.
Un’epoca in cui gli uomini chiedevano il permesso di baciare una donna sul collo. E lei, diciamo, la Sandra di turno, faceva ancora storie nel consentirglielo.
Proprio come succede oggi, praticamente.
Più di 60 anni sono passati da quella scena e da quella situazione, e ad oggi il panorama sembra molto diverso.
Oggi la Sandra in questione non si farebbe di questo tipo, perché sarebbe troppo impegnata a stare al passo con tempi troppi veloci per lei. E il dongiovanni del film non starebbe certo a chiedere il permesso per un semplice bacio sul collo, ma chiederebbe senza mezzi termini quello molte ragazze danno e che, quindi, gli è dovuto. Oggi la Sandra della situazione si troverebbe a non avere molte scelte. Potrebbe continuare per la sua strada, dicendo “No” a tutti i cafoni che incontra (e gliene servirebbero di polmoni per farlo), correndo il rischio di essere snobbata e ritenuta poco interessante, oppure potrebbe semplicemente fare ciò che si sente di fare, da brava donna emancipata e sicura (?) di sé, decidendo di dire “Si” anche al primo appuntamento.
Ma probabilmente la situazione non cambierebbe, ed evolverebbe in quello che una mia amica over 40 una volta ha definito “Se non la dai, spariscono, e se la smolli subito, non li rivedi più”.
Ora… vedendo la situazione, ci sarebbe da chiedersi una cosa soltanto: che cos’è accaduto esattamente in questi 60 anni per arrivare a questo?
Che cos’ha portato il donnaiolo della situazione a non accontentarsi solo di un bacio sul collo ma a volere tutto e subito? E cos’ha portato la Sandra dei tempi che furono a concedere di più di quanto, a volte, volesse?
Il discorso sarebbe lungo. Quello che si sa, oggi, è che alcune cose, da quei tempi, probabilmente non sono mai cambiate. Ancora tutt’oggi la donna è considerata una persona da catalogare e da sistemare in un’apposita casella: puttana o suora. Sulla base di che cosa?
Mi sembra di capire che non ci sia una legge che stabilisca questo. Una regola che dica che “se la dai entro la terza uscita sei considerata così, altrimenti sarai ritenuta una donna diversa”.
Anche perché, se una regola ci fosse, una si potrebbe anche organizzare.
Ma una regola in effetti c’è. E’ la regola, né più né meno, che valuta l’interesse che uno ha nei confronti di un’altra. In parole povere: se piaci a un uomo, soffrirà di amnesie tali da essere capace di passare sopra a tutte le tue cavolate, comportamenti ambigui o altro. Se non gli piaci, inventerà qualche patetica scusa che gli permetta di eclissarsi dalla tua vita.
Pensate a quante seghe mentali ci saremo risparmiate, se da piccole fossimo cresciute con questa certezza, piuttosto che con le favole alla Walt Disney che mamma amava tanto leggerci.

Martina Vaggi

Riflessioni

Forme di violenza contemporanea: l’incapacità di amare se stessi e gli altri

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Il rispetto è quel concetto autentico e prezioso, che ha mosso forse i primi passi assieme alla nascita dell’uomo e affonda le sue radici in tempi molto lontani, tramandato di generazione in generazione, e giunto fino all’epoca dei nostri nonni, che l’hanno adottato come vero e proprio stile di vita. E mi riferisco allo stile di vita dei miei nonni, che poi non credo sia molto diverso da quello dei vostri. Uno stile di vita che prevedeva al primo posto il lavoro e l’amore per il proprio lavoro, oltre che l’amore per la propria famiglia. Un amore che non vedeva il nonno alzare le mani verso la nonna, in un gesto istintivo di rabbia indirizzata verso qualunque forma di morbosa gelosia. Uno stile di vita che portava uomini e donne a dare un valore al concetto di insegnamento: la scuola serviva ad istruire giovani menti alla disciplina e questo portava i genitori a rispettare il ruolo dell’insegnante anche, e soprattutto, quando questo sferzava le mani degli studenti più indisciplinati con una rigida bacchetta. Perché quel gesto, benché fosse doloroso per gli alunni, insegnava loro un concetto che sarebbe venuto molto utile nella vita: quello del rispetto.
Non ricordo di aver mai sentito mio nonno raccontare di genitori che aspettavano l’insegnante fuori dalla scuola per riempirlo di botte con la scusa del “Ha rimproverato mio figlio e lui non se lo meritava”.
Non so poi cosa sia successo. Non so come mai le cose siano cambiate così tanto da allora. Non so perché la realtà che oggi i giornali raccontano sia completamente diversa da quella che mi raccontavano i miei nonni quando sedevo sul divano accanto a me.
Forse la violenza che oggi i notiziari ci piazzano davanti agli occhi c’era già allora ma in minor misura. O forse era maggiormente nascosta.
O forse il mondo, nella sua continua crescita e ricerca di nuove forme di comunicazione e di profitto, ha fatto il passo più lungo della gamba e ora tutti noi ne paghiamo il prezzo. Forse i genitori hanno smesso di seguire gli antichi valori e hanno iniziato a seguire i propri, insegnando ai figli che tutto è loro concesso, a partire da un I-Phone fino ad un insulto detto ad alta voce contro un professore.
So solo che le persone, nel tempo, hanno smesso di amare tutto ciò che le circondava: natura, lavoro e… altre persone. E hanno perso se stesse. I rapporti hanno iniziato a diventare meno stabili, e le persone sono diventate più insicure una volta appreso di non poter riuscire a gestire l’altra persona con la quale si frequentano.
E quando si inizia a capire di non riuscire a gestire un’altra persona si cerca di imporre la propria autorità con la forza e le proprie idee con la violenza.
Una violenza che travalica il rispetto che, forse, inizialmente c’era. Una violenza che non si manifesta solo con i calci e con il pugni, ma anche con gli ordini, le derisioni, gli insulti.
La frustrazione e la consapevolezza di essere una persona insignificante oggi si manifesta così: prendendosela con il più debole.
Con le donne, inermi di fronte alla forza fisica di un uomo.
Attraverso il bullismo, la cui culla risiede nei social, diventati oramai uno strumento di derisione delle idee altrui e di imposizioni delle nostre. Imposizioni che, purtroppo, a volte portano una giovane donna a strangolarsi con un foulard, schiacciata di fronte all’enorme potere della cattiveria virtuale.
Ma non c’è una colpa. Non c’è quasi mai una colpa che giustifichi atti di violenza simile.
Forse, l’unica colpa, se davvero c’è, è quella di non riuscire a rispettare se stessi.
Perché di fronte ad una persona che non è disposta ad ascoltarti, capirti, accettarti ed amarti, l’unica cosa da fare è andarsene via. Voltare le spalle a chi cerca di colpirti, a chi ti deride quando ti mostri debole, a chi non ha rispetto dei tuoi sentimenti, della tua diversità e la usa per ferirti.
Voltarti e poi, compatirli. Compatire chi non ama se stesso abbastanza da riuscire ad amare gli altri.
Oggi non è solo la violenza contro le donne a far paura. Ciò che più spaventa è la violenza in ogni sua manifestazione. Una violenza che si nasconde tra le mura domestiche ma anche tra le mura della nostra realtà: mura invisibili e minacciose, che separano il comportamento di tutti da quello dei “diversi”. Una violenza che si può nascondere tra le mura di una casa di riposo, dove un anziano viene pestato e umiliato da chi dovrebbe prendersi cura di lui. Una violenza che si cela dietro ad una moltitudine di schermi e che è generata una moltitudine di nomi e di cognomi.
Una violenza che non è solo fisica. Forse ricevere un pugno fa più male che ricevere un insulto, ma i lividi prima o poi scompaiono: il sangue smette di scorrere, la ferita si cicatrizza e il corpo guarisce.

Sono le ferite inferte all’anima quelle più difficili da curare.

Credo in chi alla violenza risponde con le braccia alzate

e credo in chi nelle braccia alzate vede un abbraccio e non la resa”

Marco Mengoni

Martina Vaggi

Photo Credit: http://www.salentoflash.it/

Riflessioni

La semplicità e la perfezione che la società richiede: due miti a confronto

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La perfezione è il male di una nazione” così scrisse l’attrice Julia Roberts, che un anno fa, all’alba dei suoi 48 anni, pubblicava una foto sul suo profilo Instagram dove si ritraeva senza trucco. Un gesto che mirava a contrastare l’ossessione che la società contemporanea nutre nei confronti dell’estetica, un’ossessione che oggi più che mai serpeggia nella vita quotidiana di ognuno di noi… e la infesta. Come un morbo.
Ciò che lei voleva denunciare con quel gesto è visibile ad occhio nudo nella vita di tutti i giorni.
Sempre più di frequente le persone rincorrono la perfezione a velocità incredibile, come se stessero rincorrendo la felicità, senza chiedersi se l’una porti davvero al raggiungimento dell’altra.
Allo stesso modo, uomini e donne sono sempre più portati a tenere un ritmo incessante, quasi disumano, sia nel lavoro come nella vita privata. Se nel lavoro non sei sveglio, veloce a muoverti, e un pizzico più furbo degli altri, rischi di arrivare ultimo o sentirti inferiore: se in amore non sei perfetto, o abile a nascondere le tue imperfezioni, rischi di essere scaricato. E c‘è poi tutto il lato estetico della faccenda da prendere in considerazione: nascondere qualunque imperfezione fisica sembra essere diventato il modo migliore per piacere. A se stessi, ma soprattutto, agli altri.
Al gesto “rivoluzionario” di Julia Roberts, pubblicato sul suo profilo Instagram, oggi si contrappongono maree di video postati sullo stesso social, con lo scopo di insegnare a schiere di donne come pitturarsi le sopracciglia, applicarsi lunghissime ciglia finte, gonfiarsi le labbra a dismisura, e cospargersi il petto con tonnellate di fondotinta (o era fard?) fino a mostrare un’incavatura di seno più pronunciata. Con il risultato di trasformare semplici “ragazze comuni” in “donne perfette”, che non mostrano nessuna imperfezione.
Cose che, se ci provassi io, probbilmente finirei per assomigliare alla caricatura di un cammello con le labbra rosso accese.
Eppure queste donne sono già di per sè carine, adorabili in ogni loro imperfezione,
e, per questo, uniche. Ma ecco che con qualche (centinaia) di pennellate in più di fondotinta, possono diventare delle piccole bambole umane, bellissime, certo, ma tutte simili tra loro. Così simili da non essere quasi più distinguibili.
E se truccarsi è bello, e cercare di far risaltare i propri lineamenti lo è ancora di più, esagerare fino a diventare chi non siamo anche solo per una sera è diventato parte di quella ricerca ossessiva della perfezione alla quale molte persone hanno finito per aderirvi.
E per quanto riguarda alcuni uomini: anche nel loro caso la ricerca dell’ossessione sfora
sempre nel “di più”: sempre più depilato, sempre con sopracciglia più curate, sempre con addominali più scolpiti.
Ma anche in questo caso, se curare il prorpio corpo e mangiare sano è una cosa stupenda, è esagerare con le dosi di narcisismo che ci spinge a piacere di più agli altri che non a noi stessi.

Spesso ci sentiamo ripetere che “Nessuno è perfetto”, perché è l’essere degli umani che fa di noi delle persone imperfette: persone piene di cicatrici per una vita che a volte fa troppo male e di sbagli che vorremmo poter cancellare. Ma a questo punto mi chiedo: è davvero giusto volerli cancellare? E’ davvero giusto pretendere di voler eliminare tutte quelle impurità che ci rendono quelli che siamo, solo perché è la società, o una moda, ad imporcelo?
Da quando avere delle smagliature in più è diventato qualcosa da nascondere? Da quando non avere degli addominali scolpiti è diventato sintomo di una persona “non bella”?
Ogni tanto dovremmo ricordarci che siamo solo degli esseri umani e non macchine sapientemente addestrate a rispondere ai comandi di una società e di persone fin troppo esigenti.
Eppure io nutro la convinzione che le persone siano diventate abili nel tentare di nascondere qualsiasi imperfezione fisica dietro a maschere perfette perché nutrono la speranza che in questo modo qualcuno le amerà di più.
E a volte nascondono tutti quegli incidenti di percorso che li hanno portati su nuove strade. Tutti quegli sbagli commessi, le strade giuste intraprese con passo malfermo e quelle sbagliate con passo deciso: e tutti quegli gli sguardi non dati e le frasi più belle mai dette. Come se fosse davvero giusto voler cancellare tutti gli sbagli che hanno reso noi persone migliori.
Come se avessero troppa paura che nessuno sappia guardare oltre una semplice facciata. E questa è una paura con la quale, purtroppo, dovremmo sempre fare i conti: perché sembra sempre più difficile trovare sul nostro cammino delle persone in grado di guardare la bellezza che giace in fondo al nostro animo. Persone straordinarie, capaci di guardare dall’alto l’abisso profondo e oscuro del nostro animo e avere ancora il coraggio di saltarci dentro.

Martina Vaggi

Photo Credit: https://ranmafan.wordpress.com

Riflessioni

La ricerca del “diverso”: l’evoluzione dell’uomo contemporaneo da re a pedone

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“Forse io disseziono ogni piccola cosa e a volte mi espongo troppo,
ma almeno ho dei sentimenti!
Tu credi di essere forte perché le donne per te sono intercambiabili;
tu sicuramente non soffrirai, non ti renderai ridicolo, ma così non t’innamorerai mai!
Tu non sei forte, tu sei
solo, Alex! Io farò una serie infinita di cazzate,
ma so di essere più vicina all’amore di quanto non lo sia tu, e preferisco essere così che essere come te!

Dal film “La verità è che non gli piaci abbastanza”

Le molteplici volte che mi sono rivolta a persone più grandi di me per avere dei consigli step by step su “Come accalappiare un uomo, saperselo tenere, e vivere per sempre felice e contenta”, ho ricevuto perlopiù consigli che andavano da una scala di “Non fare l’interessata, perché sai, in amore vince chi fugge” a “Fagli credere che ha ragione e tieni la bocca chiusa, così alla fine lo porterai a fare quello che vuoi tu“.
Per molto tempo questi consigli non li ho né capiti né presi alla lettera, preferendo un ingenuo comportamento più spontaneo a considerazioni di persone più esperte che forse dei rapporti ci avevano capito qualcosa in più di me.
Perché il problema di questi, e altri consigli, tutti tra loro molto simili, è che alla fine si sono purtroppo rivelati in gran parte veritieri,
come ho potuto vedere in questi brevi anni, in cui mi sono ritrovata ad assistere, tramite esperienze dirette o indirette, ad un capovolgimento di atteggiamenti e ruoli: uomini che si atteggiano a prime donne e donne che, di conseguenza, fanno ciò che l’uomo ha sempre fatto fin dall’antichità. Ci provano. O perlomeno si espongono, con le loro mille paure, superate tutte da enormi aspettative e speranze. Donne che, nonostante la situazione appaia disperata, non hanno paura ad osare, pur sapendo di andare incontro a molteplici risposte, tra cui: “E’ un periodo difficile, ho molti problemi a lavoro“, oppure “Non sei tu il problema, sono io“, e ancora “I rapporti sono complicati, preferisco restarne fuori“. Ma la mia preferita, in assoluto, rimane: “Faccio volentieri del sesso con te, però per me rimani solo un’amica.”
Ho davvero perso il conto di tutte le volte che m’è cascata la mascella dallo sgomento a sentire queste risposte. Eppure a volte non è buffo osservare come, gli stessi uomini che con te cadevano in paranoie e crisi profonde, con la donna successiva si riducevano a dei tappetini che puntualmente venivano stesi fuori dalla porta a prender polvere? Non è buffo per niente, però il lieto fine a queste vicende c’è sempre: il classico e comune “Tutto torna”, che alcuni preferiscono chiamare “Karma”.
Ma, in fondo, credo che noi donne sappiamo che tutte queste paranoie altro non sono che scuse arricchite con belle parole: semplicemente abbiamo deciso di chiudere gli occhi e di dar loro un nome diverso. Da qui, siamo state molto fantasiose nell’usare termini come “Paranoie“, “Ambiguità“, “Comportamenti schizofrenici da maschio in crisi d’identità” e così via.
Ma dopo un numero ben consistente di rapporti finiti in questo modo, è
un classico per noi donne ritrovarsi a chiedersi, con orrore: “Non è che forse sono io ad essere sbagliata?

Ecco, quello che io penso riguardo a questa frase lo espongo proprio qui.
Forse era sbagliato il tipo di uomo con cui ci siamo sempre rapportate, o forse siamo sbagliate noi: forse c’è solo capitato in sorte di vivere negli anni del nuovo millennio, dove la “generazione smartphone” si è ormai radicata, e i “Mi piace” su Facebook hanno sostituito gli apprezzamenti della vita reale, quelli detti guardandosi negli occhi, ma soprattutto, quelli che lasciano spazio a una qualche forma di sentimento.
O forse, a volte siamo davvero e solo noi il problema: noi alla perenne ricerca del ragazzo “diverso”, di quello che mai pretenderebbe finzione da noi ma solo realtà. La realtà di essere se stessi fino in fondo, la realtà di essere apprezzate esattamente per quello che siamo, senza dover indossare tante maschere o mettere in partica tattiche inutili.

Ma continuando ad incontrare ragazzi tutti uguali tra loro, mossi da simili meccanismi, personalmente solo ora sto iniziando a prevedere con uno scarto di tempo piuttosto breve quanto piena di buche può dimostrarsi la strada che intendo percorrere ogni volta che ho la malsana idea di considerare un ragazzo “interessante”: ormai sono diventata piuttosto brava nell’incontrare il ragazzo perfettamente identico a quello precedente, tanto da arrivare a pensare che davvero siano tutti uguali.
E a forza di accumulare esperienze fallimentari (dirette o indirette)
ho iniziato a vedere quei bei ragazzi, con cui ogni tanto è lecito pensare che una donna si possa divertire, non come dei gloriosi re, ma come dei semplici pedoni, tutti così uguali e tutti così sacrificabili nel fare la prima ed ennesima mossa (sbagliata) nella scacchiera dell’esperienza.

“O forse il lieto fine è questo: sapere che nonostante le telefonate non ricevute
e il cuore infranto, nonostante tutte le figuracce e i segnali male interpretati,
nonostante i pianti e gli imbarazzi, non hai mai e poi mai perso la speranza.”

Martina Vaggi

Riflessioni

Venticinque anni: tra matrimoni e altre realtà

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Siamo circondate da matrimoni e bambini“: iniziò così una non comune serata per alcune comuni venticinquenni. Io e alcune mie amiche eravamo andate ad una festa di un’altra nostra cara amica per festeggiarne il compleanno e ben presto ci siamo trovate a fare i conti con una realtà che io trovavo difficile da accettare, almeno prima di aver buttato giù qualche bicchiere di vino.
Una realtà, composta da mie amiche/conoscenti coetanee, che prende il nome di “Siamo già conviventi e/o già spostae e/o già con figli e ne siamo molto felici”.
In un baleno mi sono trovata accanto a persone così vicine a me anagraficamente ma così più adulte in fatto di scelte, che mi resi subito conto che la festa si era trasformata in un’anteprima della vita che non ero ancora pronta a prendere in considerazione.
Esaminavo questo mondo, così sconosciuto e lontano da me, e provavo sconcerto e allo stesso tempo un senso di strana felicità nel vedere quanto persone così giovani fossero contente e felici di aver scelto di farsi carico di responsabilità che per me apparivano (e appaiono, tutt’oggi) ancora troppo grandi da digerire.
Non so esattamente quando sia successo che i venticinquenni abbiano sentito già il bisogno di intraprendere questa vita: probabilmente tutto questo è accaduto mentre ero troppo presa tra esami all’università da una parte, e serate con le amiche in discoteca dall’altra. O forse, semplicemente, questa era una realtà già ben radicata prima e io ancora non ci avevo fatto caso?
Non saprei, ma fatto sta che, nel momento in cui mi resi conto dell’esistenza di questo mondo, iniziai a vedere situazioni di questo tipo ovunque. A riconferma di tutto questo, aggiungo le frequenti conversazioni che mi sono trovata ad affrontare con amici e conoscenti, conversazioni che di solito iniziavano con una frase ad effetto del tipo: “E’ incredibile ma si stanno sposando proprio tutti“, e finivano con una’altra, ancora più sconcertante: “E proprio le persone più insospettabili, poi!
Insomma: non fai in tempo a convincerti che puoi considerarsi “salva” da questo mondo, (almeno fino ai 30 anni di età), che ti ritrovi a ruzzolare nella tana del Bianconiglio sotto forma di una spaesata Alice nel paese degli “E vissero per sempre felici e contenti”.
Ma, nonostante sia una scelta che io trovo troppo prematura per la mia età, è innegabile affermare quanto necessiti sicuramente di una grossa dose di maturità e di coraggio. Un coraggio e una maturità che non credo di poter prendere in considerazione… almeno fin dopo i 30 anni di età. Ma, arrivati a questo punto, chi può dirlo con certezza?

Martina Vaggi

Riflessioni

Capisci ciò che vuoi e impara a chiederlo apertamente

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Qualche giorno fa una mia cara amica, con la quale ho condiviso dieci anni di rapporto oltre che una serie di delusioni sentimentali molto simili, mi ha dato una sua opinione sulla serie di “delusioni” amorose che in passato ci siamo trovate a condividere. Secondo la sua opinione, spesso e volentieri gli uomini con i quali ci ritroviamo di consueto a rapportarci ci portano a dubitare di noi stesse e del nostro valore. Questa cosa mi ha dato da pensare… Soprattutto quando mi sono accorta (con sorpresa) che non era una cosa vera.
Così mi sono ritrovata a pensare a tre anni fa, quando di fronte al (non molto gentil) sesso maschile non riuscivo a mostrarmi per com’ero realmente perché temevo in un giudizio o in un rifiuto: quando credevo che esprimere la voglia di condividere un’emozione, un sentimento, un abbraccio, o qualunque cosa riuscisse a farmi sentire viva, mi rendesse così sbagliata in un mondo dove l’esser freddi e distaccati è diventato uno stile di vita giusto e “sano”. Ho ripensato a quanto sono stata male allora, e mi sono resa conto che nel disperato tentativo di adattarmi agli altri per non mostrarmi debole, ho mancato di rispetto all’unica persona che realmente dovrebbe contare nella mia vita: me stessa.
E poi ho ripensato all’oggi. Ho ripensato alle risate, all’umorismo, ai tentativi che faccio oggi giorno per cercare di prendere con più leggerezza le cose. Ho pensato a quanto mi stia abituando a far cadere giù le maschere, quando lo reputo opportuno, e a quanto ci stia finalmente riuscendo. Ho pensato a quanto io stia imparando a capire ciò che voglio e a chiederlo senza avere paura. E nel pensare tutte queste cose, ho scoperto con gioia qualcosa che prima ignoravo del tutto: non sono sbagliata per il mondo. Non sono sbagliata per gli altri. Non più. Perché finalmente ora mi rendo conto di essere giusta per me stessa.
Questo non è il solito articolo cinico e deluso che mi ritrovo solitamente a scrivere quando parlo di uomini. Questo articolo parla solo di quanto è bello e liberatorio, finalmente, sentire che stai facendo tutto quello che puoi fare per essere davvero serena.
Capisci ciò che vuoi e impara a chiederlo apertamente. Sembra facile, e forse adesso lo è davvero. Chiedo ciò che voglio e cerco di ottenerlo. E se non ci riesco, cambio direzione. Ma lo faccio prima di tutto per me: perché so che è giusto farlo.
Lo faccio perché questa è la mia vita e so di avere il diritto di viverla come io reputo giusto. Di vita ne abbiamo una, non c’è nulla dopo. E viverla seguendo le intenzione, i desideri e le opinioni altrui la rende sprecata. Vivere non riuscendo appieno ad apprezzare la semplicità che scovi in persone molto rare da trovare significa sprecarla. A cosa serve cercare sempre di più, guardare troppo avanti, e aspettare sempre che arrivino le occasioni giuste che possono fare al caso nostro, se questo ti impedisce di goderti appieno le occasioni del presente? Credo, piuttosto, che ogni occasione possa essere quella giusta: resta solo a noi decidere se lo è oppure no.
E’ così sprecato il tempo speso a chiederci cosa non va in noi; sprecato come sono quelle parole che non portano da nessuna parte, quando tra uomo e donna ci sono così tanti bei posti in cui poter andare.
E’ sprecata questa vita, solo se si decide di viverla attraverso gli occhi altrui.
E’ preziosa, invece, se scegliamo ogni giorno ciò che reputiamo meglio per noi e impariamo a buttarci nelle cose senza averne paura.
Ed è proprio così che intendo vivere.

Martina Vaggi

Riflessioni

Amore e sesso occasionale: la felicità è nei due estremi?

AmicidiLettovipiaciuto

“Amore e sesso occasionale: paradossalmente sono i due estremi la soluzione migliore”. Non molto tempo fa mi sono imbattuta in questa frase che mi ha lasciato incredibilmente di stucco. La cosa che mi ha sconvolto di più è stato il sentire con le mie orecchie quanto l’amore rientrasse nei piani di una vita “migliore”, e sentirlo pronunciare ad alta voce da un uomo.
Con il passare del tempo sarò diventata sicuramente più cinica, ma in un mondo dove il concetto “la ricerca dell’anima gemella” sembra essere ormai datato e fuori moda, mi sorprendo sempre quando qualcuno trova ancora il coraggio di ammettere a se stesso, e anche agli altri, di sentire la necessità di provare qualcosa in questa realtà. Un qualcosa che ci faccia sentire più vivi, e più in linea con l’idea di una vita che valga la pena di essere vissuta.
Ma, più tardi, pensando a ciò che lui aveva affermato, mi chiedevo se, parlando della sfera sentimentale, la felicità la si potesse davvero trovare nei due estremi. In una realtà dove il sesso occasionale è ormai alla portata di tutti perché facile da ottenere e da praticare, in quanto libero da ogni vincolo di fedeltà e di impegno quotidiano con l’altra persona con cui lo si pratica, sarà davvero capace di rendere completamente felice una persona? Al giorno d’oggi sembra di sì, visto la facilità con cui viene… richiesto.
Oggi sembra che per gli uomini sia più facile e naturale chiedere a una donna di fare del sesso (“E sia ben chiaro che non voglio storie serie“) piuttosto che chiederle di uscire a prendere un caffè per conoscersi.
Ricordo ancora con chiarezza di un episodio che mi è successo in discoteca, dove un ragazzo mi ha chiesto di andare nel parcheggio a “fare qualcosa con lui” e ottenendo una risposta negativa mi ha domandato con una certa nonchalance: “Ma che problemi hai tu?
E la cosa veramente tragica è che non è stato l’unico caso
accaduto a me o ad altre persone di mia conoscenza.
Quindi oggi aspettarsi che un ragazzo ti chieda di andare a prendere un caffè invece di chiederti l’accesso facile e garantito alle tue grazie significa “avere dei problemi”? Siamo al limite del comico quasi.
Ormai sembra che ammettere di voler conoscere qualcuno stia diventando una pratica pericolosa, in quanto “anormale” per la realtà che ci circonda, basata spesso e volentieri su incontri casuali e superficiali, sguardi che non vengono neanche più notati, mani che si sfiorano ma solo per passarsi i cocktail o le sigarette.
A volte sembra quasi che l’amore stia passando di moda assieme all’umanità, quella pura e semplice, capace di portarti ad ammettere i tuoi sentimenti ad un’altra senza doverti sempre sentire un lebbroso, evitato e tenuto lontano da tutte quelle persone immuni da sentimenti.
Ma,
tornando alla pratica del sesso occasionale, per quanto comune e “facile”, non sembra essere immune da ricadute sentimentali: queste a volte possono andare a buon fine, provocando l’inizio di una storia d’amore, mentre altre volte… si rivelano un disastro. Forse i rapporti occasionali non fanno per tutti: esattamente come i rapporti stabili.
Forse ci sono
persone portate più per l’uno o per l’altro, e che ce ne sono altre (a mio avviso, le più fortunate), portate per entrambi.
Resta il fatto che i due estremi di cui lui mi ha parlato (amore e sesso) risultano essere entrambe due necessità di cui l’uomo ha bisogno. E se per i rapporti occasionali non tutti ne siamo portati, resta da dire che anche l’amore non è più così facile da trovare. Il mondo va a rotoli perché spesso e volentieri le persone di buon cuore chiedono amore a persone che non hanno tempo di ricambiarlo perché troppo impegnate a correre dietro a persone più “stronze”.
Oggi più che mai l’amore sembra somigliare sempre di più ad una partita a scacchi dove chi non sconosce le regole finisce, inevitabilmente, per perdere la partita.

Nell’evoluzione delle specie, quand’è che l’amore ha cessato di essere meraviglioso e ha iniziato a far paura?
E se ci fosse davvero da scegliere tra i due estremi (amore e sesso), quale sarebbe meglio intraprendere?
L‘amore non è forse più sacro, in quanto più difficile da trovare e da mantenere al momento?
Forse la vera felicità si manifesta nel nostro cuore quando troviamo quella persona che sa unire sesso e amore e sa condividerli solo con noi.
E’ questo il difficile, ma è anche qui dove comincia
il bello.

Martina Vaggi

Riflessioni

Un futuro a brandelli

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Mi ritrovo a leggere le prime pagine de “La Stampa” stamattina, come ogni mattina ho preso l’abitudine a fare da qualche settimana. Sul quotidiano nazionale le prime pagine sono dedicate alla tragedia avvenuta in Spagna in questi giorni. Leggo le prime righe dell’articolo ma poi non riesco a continuare. I giornalisti descrivono le storie di quei giovani, parlano dei loro desideri, delle loro aspirazioni che non potranno più avversarsi: fa troppo male guardare quella foto in prima pagina, dove tutte loro sono in posa con quel sorriso e quella luce piena di speranza, ora eternamente racchiusa nei loro occhi. Mi fa male leggere di quei 23 o 25 anni ormai sprecati, sfioriti, uccisi da un semplice sbaglio umano.
E mentre rifletto sul perchè tutto questo mi entri fin sotto la pelle e mi faccia rabbrividire, mi rendo conto che avevano suppergiù la mia stessa età: sogni e vite diverse, ma tutte accomunate da quella straordinaria voglia di vivere, che ti muove, ti sprona, la stessa che ho anche io. Un sorriso diverso ma identico al mio per quella speranza di credere in un mondo migliore, in un futuro per chi ha potenzialità e voglia di fare. Riconosco in tutte loro quello sguardo allegro, spensierato ma cosciente che sono sicura di avere anche io, e che rivedono nei miei amici e in tutti i giovani che incontro. Credo che di fronte a questi eventi ci si senta coinvolti maggiormente quando ci si riconosce nelle vittime, nei loro sguardi o nelle loro storie.
Sono in metro ora e l’ammasso di persone presenti non mi permette di leggere il giornale come vorrei: così apro il cellulare, e sulla bacheca di Facebook trovo varie notizie di un qualcosa di ancora più spaventoso: si tratta di avvenimenti di cui non vorresti mai leggere perchè sai istintivamente che rappresenterebbero solo il preludio ad infinite catene di altri avvenimenti. Leggo il titolo “Esplosioni all’aeroporto di Bruxelles”, poi mi soffermo sul numero dei morti e quello dei feriti: non sono molti, per fortuna, ma è il termine “esplosioni” quello che mi fa più riflettere. Perché è con questo termine che quel sentimento di paura torna a galoppare dentro di me, si insinua in quel continuo sentore di catastrofe già annunciata non solo con l’espisodio parigino di non molto tempo fa, ma anche con gli episodi che stanno avvenendo in quella parte di mondo che non è solo europeo. E anche qui, rimango colpita, di sasso: mi ritorna in un lampo la paura di entrare in mentro, la paura di sedermi sugli scalini ai piedi del mio amato Duomo di Milano, e, ultima ma non ultima, la paura di non poter affrontare serenamente questo futuro. Un futuro che a noi giovani viene negato già lavorativamente, quando ogni singolo giorno affrontiamo a testa alta i nostri sogni, ma non ne riusciamo mai a trarre un basilare guadagno. Ebbene, con questi eventi, è come se strappassero a brandelli anche un’altra parte di futuro, la più importante: quello che riguarda la vita, la nostra vita, che è la cosa più sacra che possediamo.
E quindi cosa ci resta da fare se non stare a guardare, impotenti, questo tragico susseguirsi di eventi?
Non so dare risposte, in questo momento so solo pormi domande. Lo faccio ogni minuto ormai, mentre cammino, leggo o scrivo, e la domanda è sempre la stessa: riusciremo mai a vedere un futuro sereno?

Martina Vaggi

Riflessioni

Qualcosa di straordinario

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Pensavo solo che è da tanto tempo che non ti vedo così felice”, pronuncio queste parole ancor prima di finire di pensarle. Mi ritrovo in un pub con una mia amica e lei ha appena finito di raccontarmi di questi mesi di frequentazione con un ragazzo che le piace molto.
Buffo come le persone possano cambiare: fino a poco tempo fa non mi sarei mai lanciata in una dichiarazione simile, probabilmente perché avevo la tendenza a nascondere qualunque tipo di dolcezza che mi facesse sentire debole.
Ma quando si tratta di persone che conosco, è inevitabile che la loro felicità coincida anche con la mia.
E in questo mondo così freddo è bello riscoprire, anche attraverso le storie degli altri, un sentimento capace di farti brillare gli occhi nel modo in cui stava capitando a lei.
Abituate come siamo alle storie senza lieto fine, dove la brava ragazza viene conquistata dal ragazzo sbagliato e finisce spesso in lacrime tra le braccia del ragazzo giusto (che si accontenta anche solo di consolarla) ci siamo anche davvero abituate a credere che le vie dell’amore siano del tutto finite?
Quella sera io mi sono accorta di quanto ci sia del bello nel vedere che qualcosa di meraviglioso, alle volte, può anche capitare a persone altrettanto meravigliose che hanno aspettato così tanto per questo momento.
Forse abbiamo tutti bisogno di credere nell’esistenza (mitologica?) di altre persone meravigliose: è questo che ci porta a sperare in continuazione che, qualche volta, qualcosa di bello possa capitare anche a noi.
Perché ogni persona ordinaria ha bisogno, in fondo, di ricevere qualcosa di straordinario.

Martina Vaggi