Riflessioni

La gentilezza che si nasconde dietro al coraggio

abbraccio3

Siamo circondati da parole.
Le parole accompagnano ogni cosa che facciamo, ogni relazione che intraprendiamo, e spesso sono la causa e la conseguenza del nostro bene e male quotidiano. Le parole risiedono dietro ogni gesto che compiamo quotidianamente, e gli danno un significato. Tant’è vero che, se gesti e parole coincidono, chiamiamo quell’atteggiamento “coerenza”.
Ecco, quest’oggi, in occasione della Giornata Mondiale della Gentilezza, io mi voglio soffermare su questo termine: “gentilezza”. Una parola che ha un suono melodico, dolce, esattamente come tutte quelle parole che ci rimandano a dei sentimenti positivi: amore, bellezza, generosità, altruismo.
Sicuramente le parole hanno in sè un’enorme potenza e potenzialità di intenti, ma necessitano anche di essere accompagnate da gesti.
Il fatto che esista una Giornata che celebra la gentilezza (e venga celebrata in ben 25 paesi), dovrebbe ora più che mai far riflettere.
Ora che le nostre vite sono in continuo fermento, dettate da cronometri invisibili che ci fanno correre senza darci tregua, in una continua maratona verso il profitto, il denaro o la sopravvivenza.
Ora che il desiderio verso una persona viene contata in quanti “like” mettiamo alle sue foto su Facebook, e non in quante volte ci precipitiamo sotto casa sua semplicemente per dire: “Sono qua e ti aspetto”.
In un mondo dove le nostre mani sfiorano più cellulari che corpi, abbiamo forse dimenticato quanto siano importanti i gesti, ma quelli veri. Abbiamo confuso la tecnologia con la vera realtà, permettendo ai vari social di costruire abili maschere dietro alle quali ci nascondiamo sempre con maggiore abilità. Siamo diventati strateghi nel non mostrare più alcun sentimento, affezionandoci a delle macchine, a degli strumenti inanimati, a delle realtà virtuali che mai ci daranno tutto il calore che può darci una persona vera.
Ci siamo fatti condizionare da questa “evoluzione”, senza renderci conto di quanto questo ci abbia involuti in qualcosa di finto e di innaturale.
Ma la gentilezza non può arrivare se ci nascondiamo dietro ad un telefonino.
Ma questo lo abbiamo dimenticato. Così come abbiamo dimenticato che cosa voglia dire essere gentili.
Ci siamo trovati di fronte a persone che ci hanno usato e ci siamo sentiti traditi: traditi dall’amore che abbiamo cercato di mostrare, dalla gentilezza che non abbiamo ricevuto. E così, forse, abbiamo imparato ad adattarci. A ricambiare con la stessa moneta, ad indossare i guantoni, a salire sul ring e a picchiare senza sosta. A pretendere di più da noi stessi: essere più stronzi, più cattivi, più furbi, più sagaci nel rispondere alle provocazioni.
Paradossalmente, i rapporti sono diventata una gara a chi fa più del male all’altro, e, come spesso succede, quando ci si ritrova dentro ad una gara si vuole vincere a tutti i costi.
Ma l’odio genera odio. Così come l’amore genera amore. E la gentilezza, allo stesso modo, può arrivare se accompagnata da calore, da sguardi che chiedono di più, da abbracci che desiderano attenzione, da parole che ti riempono il cuore e non permettono alla cattiveria del mondo di farsi spazio, sgomitando.
La gentilezza può arrivare solo se dietro c’è coraggio.
Il coraggio di mostrarci per quello che siamo: esseri umani che vogliono amare e vogliono essere amati.

Martina Vaggi

Riflessioni

La ricerca del “diverso”: l’evoluzione dell’uomo contemporaneo da re a pedone

Justin-Long-e-Ginnifer-Goodwin-in-una-scena-del-film

“Forse io disseziono ogni piccola cosa e a volte mi espongo troppo,
ma almeno ho dei sentimenti!
Tu credi di essere forte perché le donne per te sono intercambiabili;
tu sicuramente non soffrirai, non ti renderai ridicolo, ma così non t’innamorerai mai!
Tu non sei forte, tu sei
solo, Alex! Io farò una serie infinita di cazzate,
ma so di essere più vicina all’amore di quanto non lo sia tu, e preferisco essere così che essere come te!

Dal film “La verità è che non gli piaci abbastanza”

Le molteplici volte che mi sono rivolta a persone più grandi di me per avere dei consigli step by step su “Come accalappiare un uomo, saperselo tenere, e vivere per sempre felice e contenta”, ho ricevuto perlopiù consigli che andavano da una scala di “Non fare l’interessata, perché sai, in amore vince chi fugge” a “Fagli credere che ha ragione e tieni la bocca chiusa, così alla fine lo porterai a fare quello che vuoi tu“.
Per molto tempo questi consigli non li ho né capiti né presi alla lettera, preferendo un ingenuo comportamento più spontaneo a considerazioni di persone più esperte che forse dei rapporti ci avevano capito qualcosa in più di me.
Perché il problema di questi, e altri consigli, tutti tra loro molto simili, è che alla fine si sono purtroppo rivelati in gran parte veritieri,
come ho potuto vedere in questi brevi anni, in cui mi sono ritrovata ad assistere, tramite esperienze dirette o indirette, ad un capovolgimento di atteggiamenti e ruoli: uomini che si atteggiano a prime donne e donne che, di conseguenza, fanno ciò che l’uomo ha sempre fatto fin dall’antichità. Ci provano. O perlomeno si espongono, con le loro mille paure, superate tutte da enormi aspettative e speranze. Donne che, nonostante la situazione appaia disperata, non hanno paura ad osare, pur sapendo di andare incontro a molteplici risposte, tra cui: “E’ un periodo difficile, ho molti problemi a lavoro“, oppure “Non sei tu il problema, sono io“, e ancora “I rapporti sono complicati, preferisco restarne fuori“. Ma la mia preferita, in assoluto, rimane: “Faccio volentieri del sesso con te, però per me rimani solo un’amica.”
Ho davvero perso il conto di tutte le volte che m’è cascata la mascella dallo sgomento a sentire queste risposte. Eppure a volte non è buffo osservare come, gli stessi uomini che con te cadevano in paranoie e crisi profonde, con la donna successiva si riducevano a dei tappetini che puntualmente venivano stesi fuori dalla porta a prender polvere? Non è buffo per niente, però il lieto fine a queste vicende c’è sempre: il classico e comune “Tutto torna”, che alcuni preferiscono chiamare “Karma”.
Ma, in fondo, credo che noi donne sappiamo che tutte queste paranoie altro non sono che scuse arricchite con belle parole: semplicemente abbiamo deciso di chiudere gli occhi e di dar loro un nome diverso. Da qui, siamo state molto fantasiose nell’usare termini come “Paranoie“, “Ambiguità“, “Comportamenti schizofrenici da maschio in crisi d’identità” e così via.
Ma dopo un numero ben consistente di rapporti finiti in questo modo, è
un classico per noi donne ritrovarsi a chiedersi, con orrore: “Non è che forse sono io ad essere sbagliata?

Ecco, quello che io penso riguardo a questa frase lo espongo proprio qui.
Forse era sbagliato il tipo di uomo con cui ci siamo sempre rapportate, o forse siamo sbagliate noi: forse c’è solo capitato in sorte di vivere negli anni del nuovo millennio, dove la “generazione smartphone” si è ormai radicata, e i “Mi piace” su Facebook hanno sostituito gli apprezzamenti della vita reale, quelli detti guardandosi negli occhi, ma soprattutto, quelli che lasciano spazio a una qualche forma di sentimento.
O forse, a volte siamo davvero e solo noi il problema: noi alla perenne ricerca del ragazzo “diverso”, di quello che mai pretenderebbe finzione da noi ma solo realtà. La realtà di essere se stessi fino in fondo, la realtà di essere apprezzate esattamente per quello che siamo, senza dover indossare tante maschere o mettere in partica tattiche inutili.

Ma continuando ad incontrare ragazzi tutti uguali tra loro, mossi da simili meccanismi, personalmente solo ora sto iniziando a prevedere con uno scarto di tempo piuttosto breve quanto piena di buche può dimostrarsi la strada che intendo percorrere ogni volta che ho la malsana idea di considerare un ragazzo “interessante”: ormai sono diventata piuttosto brava nell’incontrare il ragazzo perfettamente identico a quello precedente, tanto da arrivare a pensare che davvero siano tutti uguali.
E a forza di accumulare esperienze fallimentari (dirette o indirette)
ho iniziato a vedere quei bei ragazzi, con cui ogni tanto è lecito pensare che una donna si possa divertire, non come dei gloriosi re, ma come dei semplici pedoni, tutti così uguali e tutti così sacrificabili nel fare la prima ed ennesima mossa (sbagliata) nella scacchiera dell’esperienza.

“O forse il lieto fine è questo: sapere che nonostante le telefonate non ricevute
e il cuore infranto, nonostante tutte le figuracce e i segnali male interpretati,
nonostante i pianti e gli imbarazzi, non hai mai e poi mai perso la speranza.”

Martina Vaggi

Riflessioni

Qualcosa di straordinario

14022016_san-valentino-ombrello-rosso_03

 

Pensavo solo che è da tanto tempo che non ti vedo così felice”, pronuncio queste parole ancor prima di finire di pensarle. Mi ritrovo in un pub con una mia amica e lei ha appena finito di raccontarmi di questi mesi di frequentazione con un ragazzo che le piace molto.
Buffo come le persone possano cambiare: fino a poco tempo fa non mi sarei mai lanciata in una dichiarazione simile, probabilmente perché avevo la tendenza a nascondere qualunque tipo di dolcezza che mi facesse sentire debole.
Ma quando si tratta di persone che conosco, è inevitabile che la loro felicità coincida anche con la mia.
E in questo mondo così freddo è bello riscoprire, anche attraverso le storie degli altri, un sentimento capace di farti brillare gli occhi nel modo in cui stava capitando a lei.
Abituate come siamo alle storie senza lieto fine, dove la brava ragazza viene conquistata dal ragazzo sbagliato e finisce spesso in lacrime tra le braccia del ragazzo giusto (che si accontenta anche solo di consolarla) ci siamo anche davvero abituate a credere che le vie dell’amore siano del tutto finite?
Quella sera io mi sono accorta di quanto ci sia del bello nel vedere che qualcosa di meraviglioso, alle volte, può anche capitare a persone altrettanto meravigliose che hanno aspettato così tanto per questo momento.
Forse abbiamo tutti bisogno di credere nell’esistenza (mitologica?) di altre persone meravigliose: è questo che ci porta a sperare in continuazione che, qualche volta, qualcosa di bello possa capitare anche a noi.
Perché ogni persona ordinaria ha bisogno, in fondo, di ricevere qualcosa di straordinario.

Martina Vaggi

Riflessioni

Maschere e (pre)giudizi

maschere

Oggi la gente ti giudica
Per quale immagine hai
Vede soltanto le maschere
Non sa nemmeno chi sei
Devi mostrarti invincibile
Collezionare trofei
Ma quando piangi in silenzio
scopri davvero chi sei

Esseri Umani – Marco Mengoni

Raramente mi sono ritrovata a pensare al passato con nostalgia.
La nostalgia può colpirmi solo quando penso al fisico più snello di un tempo, o alla spensieratezza di quegli anni trascorsi sui banchi di scuola, dove una verifica di Matematica era l’unica preoccupazione che mi affliggeva.
Ma se si tratta di guardare chi sono ora e a chi ero un tempo, mi ritrovo a pensare con stupore a quanto sia possibile cambiare quelle parti di se stessi che sembrava impossibile modificare .
La personalità è una questione seria e non di poco conto: si dice, infatti, che il carattere non lo si possa cambiare e che ogni persona sia destinata a rimanere sempre la stessa negli anni a venire. Ma le persone sono solite dire non poche falsità, soprattutto quando hanno fallito in qualcosa e vogliono farti credere che anche tu andrai incontro ad un destino simile al loro.
Io credo che le persone possano cambiare, e il vero cambiamento non deriva solo dalle esperienze negative che ognuno di noi è destinato ad incontrare sulla propria strada: il cambiamento, quello vero, avviene solo se siamo noi a volerlo.
Ma è fin troppo facile osservare come le persone siano molto propense al giudizio nei confronti altrui: il che, di fatto, non è un male. Giudicare, in fondo, è un qualcosa che facciamo tutti, senza distinzioni, e a volte questi giudizi, se costruttivi, possono anche tornare utili.
Ma cosa dire, invece, dei pregiudizi?
Cosa succede quando le persone decidono di giudicarti non per come sei, ma per come appari?
Cosa che, ovviamente, molti sono soliti fare… sempre.
Ci sono cose che nessuno ti insegna, ma che impari tu col passare del tempo quando inizi a prendere sempre più coscienza di te stessa. Una di queste è che per poter dire di conoscere davvero una persona non occorrono mesi, ma parecchi anni: anni trascorsi a frequentare quella persona negli ambienti più disparati, nella gioia e nel dolore, in salute e in malattia… (era questa la formula, giusto?). Di conseguenza, se una persona non ha trascorso abbastanza tempo con la persona che sei (e non quella che vuoi mostrare), come può pensare che le cose che dirà sul tuo conto saranno vere?
Con il tempo sono arrivata a pensare a quanto i giudizi di persone estranee che non ti conoscono non debbano toccarti in quanto non possono che essere falsi.
La conferma l’ho avuta fino a poco tempo fa, quando ero troppo impegnata a fare in modo di piacere a tutte quelle persone alle quali non piacevo senza rendermi conto che l’unica che stavo scontentando realmente era me stessa.
Non serve a nulla impegnarsi nel fare cambiare idea a persone che credono di sapere tutto sul tuo conto. Il mondo è una giungla, una caverna primitiva dove le persone giudicheranno sempre tutto: dai vestiti che indossi per coprirti (senza rendersi conto che sono simili ai loro), dal fisico che hai (ma il corpo è destinato, per natura, a mutare nel tempo), e per finire, criticheranno anche il tuo modo di comportarti.
La realtà si può rivelare non molto facile, inoltre, per tutte quelle persone che conservano ancora in sé un briciolo di onestà e di autocoscienza.
La verità è che siamo tutti molto influenzabili ai giudizi altrui fino a quando non incominciamo ad apprezzare veramente noi stessi.
E quando raggiungi quel livello che ti consente di sentirti a tuo agio con te stessa, come la prima volta che hai scoperto di voler essere quel tipo di persona, e nessun’altra al mondo, scoprirai che i giudizi altrui non sono davvero un tuo problema. Scoprirai anche di come il potere di far sì che questi ti sfiorino risieda nelle tue mani, in quanto sei tu ad avere il dovere di decidere a quali giudizi (e a quali persone) poter dare un’importanza.
Se davvero devi rendere conto a qualcuno, guardati attorno ai rapporti che sei riuscita a costruire: guarda chi è davvero rimasto dopo aver visto alla luce del sole i tuoi lati oscuri, perché sono loro le persone che più di tutte meritano le tue spiegazioni.

E per affrontare il mondo esterno, invece, ho scoperto quanto certe maschere possono tornare molto utili: quelle maschere che ognuno di noi indossa per non farsi vedere per come realmente è. Quelle che tutti usiamo per nascondere le nostre fragilità, per sentirci sempre forti, per proteggerti dalla cattiveria senza limite delle persone: quelle sono in grado di permetterti di essere chiunque tu voglia sembrare.
Alla fine, l’importante è essere davvero sé stessi con chi dimostra la sua volontà di scoprire che persona tu sia: e mi riferisco a quelle fantastiche persone che tutti i giorni hanno il coraggio di togliere quella maschera da dura che indossi per vedere se sotto c’è davvero un viso intenerito dall’innocenza dei tuoi anni.
Ma, nel dubbio, le maschere sono in grado di nascondere la tua parte migliore al mondo esterno, per evitare che questo la riduca in pezzi.
Alcuni amano indossare quella dell’eterna gentilezza (e amano essere sempre gentili, anche solo per educazione o ipocrisia), altri preferiscono una maschera più dura, crudele (che nasconda il loro lato estremamente sensibile) e così via. A volte ne indossi alcune per così tanto tempo da riuscire a cambiare certi lati del tuo carattere (e non sempre è un male).
Per esempio, indossare la maschera di quella che ride sempre non mi dispiace, anche a costo di sembrare frivola.
Si, direi che quella è decisamente la mia maschera preferita.

Ma che splendore che sei
Con la tua fragilità
E ti ricordo che non siamo soli
a combattere questa realtà!

Martina Vaggi

Riflessioni

Quel giorno di Febbraio

corona_laurea_verona-600x600

Quest’oggi mi sono soffermata a riflettere sul concetto di “completezza”, e a quanto spesso le persone ricorrano alla comune frase “Mi sento completo” per descrivere un loro attuale periodo di gioia e felicità.
Può essere, forse, che questa frase racchiuda in sè quello che è l’obbiettivo primario di ogni essere vivente, ossia il raggiungimento di una pienezza interiore, di uno stato di serenità con se stessi e con gli altri.
Se ci pensiamo bene, gli Americani avevano già introdotto questo concetto, inserendolo addirittura nella loro Dichiarazione di Indipendenza. Questo documento, che nel lontano 1776 aveva segnato la piena indipendenza delle tredici colonie britanniche dalla madrepatria, riportava nelle prime righe queste parole: “[…] che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di alcuni Diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca delle Felicità”.
Credo che effettivamente ognuno di noi possa ritrovarsi d’accordo nel considerare questi tre concetti come “diritti inalienabili” dell’uomo. Infatti, laddove la vita sia ovviamente necessaria, lo sono anche la libertà e la felicità individuale, affinchè si possa davvero affermare di vivere e non soltanto di sopravvivere.
E quindi arriviamo al concetto primario: sette miliardi di persone in questo mondo che cercano (e talvolta trovano) la libertà e la felicità in vario modo: chi nel lavoro, per potersi sentire indipendentemente libero; chi nella vera e disinteressata amicizia, per potersi affidare fedelmente a qualcuno; chi nel matrimonio, per poter avere ogni giorno qualcuno da amare e dal quale essere amato (nonostante per alcune donne questo simboleggi piuttosto la loro unione ad una carta di cretino ben fornita,,,).
Parentesi cinica a parte, concludo la mia lista aggiungendo anche i più ambiziosi, ovvero coloro che sperano di trovare la felicità in tutte queste situazioni.
Nonostante io creda che non sia possibile per tutti provare questo sentimento di completezza tutti i giorni della propria vita, c’è sempre un periodo in cui ognuno di noi l’ha provato.
Per me, per esempio, quel momento è arrivato il 18 Febbraio di quest’anno, il giorno in cui ho raggiunto il primo vero traguardo della mia vita: la laurea.
Essendo io stata una delle ultime tra le mie amiche a laurearmi, ne avevo sentito parlare da loro come uno dei giorni più belli, in cui l’ansia, lo stress e le notti insonni dovute agli esami, potevano finalmente trovare riposo in un attestato che avrebbe portato a sperare in un futuro ricco di successi.
Arrivato quel giorno, una volta ottenuto ciò che più volevo e sognavo da mesi, mi sono guardata attorno e ho potuto scorgere, forse per la prima volta, il vero significato della parola “felicità”.
Mi sono resa conto di quanto riuscissi a vedere quel traguardo perchè riflesso negli occhi di tutte le persone riunite attorno a me: negli occhi stanchi di mio padre, testimoni silenziosi di così tanti sacrifici; nel sorriso radioso di mia madre, che la rendeva ancora più bella del solito; nelle acclamazioni di mio fratello, con il quale avevo sempre avuto un rapporto turbolento, che quel giorno sembrava ancora più felice di me. Negli altri parenti vedevo ammirazione per un traguardo che loro non avevano mai avuto l’occasione di raggiungere, e nelle mie più care amicizie vedevo il mio cuore.
Non avevo nessun uomo da baciare quel giorno, nessun uomo che mi stringesse la mano, ma ricordo perfettamente che per la prima volta sentivo di non averne bisogno. Sentivo di avercela fatta, non solo per ciò che avevo conquistato, ma per avere vicino tutte quelle persone così vere, così care per me, tutti quei “sopravvissuti” al mio carattere difficile, alle litigate, alle più svariate situazioni che avevamo affrontato nel corso del tempo.
Non sapevo come avevo osato chiedere tanto alla vita, ma soprattutto non sapevo come avevo fatto ad ottenerlo.
J-Ax, conosciuto da molti come uno dei rapper italiani più noti, in una sua vecchia canzone disse: “E a un certo punto, finita la festa, vedrai tutti andar via.. Ti accorgerai che quel poco che resta ti basta ed ecco, quella sarà casa tua!”.
Credo che con questa strofa lui intendesse esattamente ciò che ora sto tentando di esprimere io: la festa era passata, il traguardo raggiunto, e tutti coloro rimasti in parte erano e in parte rappresentavano la mia famiglia.
Quel giorno io ho realizzato che la felicità non la si trova solo e necessariamente all’interno di se stessi, ma risiede anche nelle persone di cui ci si circonda.
Da quel traguardo, che aveva più i sintomi di una partenza, dalla mia determinazione, e da tutti coloro che mi erano sempre stati accanto, iniziava a formarsi la mia idea di completezza.
Essere completi significa nutrirsi del pensiero costante di potercela fare in un mondo deturpato dai se e dai ma, logorato da scadenze, ansie e stress continui.
Completezza è libertà da tutto questo, è avere qualcuno a cui appoggiarsi, un cuore vivo e pulsante suddiviso in ognuna delle persone che hai scelto di avere accanto.
E questo coincide davvero con il concetto di felicità: o, perlomeno, con il suo principio.

Martina Vaggi

Riflessioni

Il corteggiamento e altre leggende

corteggiament

Una sera d’estate mi sono soffermata a riflettere sul corteggiamento, sul significato etimologico della parola stessa, e su come esso sia cambiato nel corso del tempo.
Tanto per iniziare, credo che il termine stesso per me indica una serie di comportamenti che esseri di qualunque specie utilizzano per conquistare altri esseri. Sempre a parer mio, il significato potrebbe estendersi a molti livelli, come quello lavorativo, per esempio, laddove per un’azienda corteggiare un cliente significherebbe cercare di ottenerne la fiducia, affinchè il cliente scelga quell’azienda piuttosto che un’altra.
Ma mi limiterei a fare osservazioni e ragionamenti sul livello sentimentale, quello a cui il termine è, forse, maggiormente circoscritto.
In questo ambito si sa che in molte specie è usata da secoli questa tecnica. Consultando un comune dizionario, infatti, alla voce “corteggiamento” ho trovato ciò che ora cito: “In zoologia, l’insieme dei comportamenti ritualizzati consistenti spesso in danze ed esibizioni da parte del maschio di varie specie per rendersi accetto alla femmina nel periodo degli amori.” Oltre a questa, il dizionario mi ha dato anche una definizione ben più breve e concisa dell’atteggiamento umano relativo al termine: “Fare la corte a qualcuno, cercando di conquistarne l’attenzione e l’affetto con gentilezze, complimenti”.
Iniziamo dalla prima definizione, quella relativa al regno animale. Non sono una zoologa, né mi sono mai soffermata a spiare per ore e ore i tipici comportamenti degli animali in amore, ma devo ammettere che una sbirciatina all’atteggiamento dei volatili in primavera l’ho dato. E sono quasi sicura di aver visto nei piccioni maschi un atteggiamento tipico di chi tenta di utilizzare tutte le armi a sua disposizione per conquistare la sua preda: arruffare le penne, gonfiare il petto e zampettare in maniera impettita su e giù davanti alla prescelta.
Per farla breve, questi credo siano atteggiamenti che gli animali, ognuno alla sua maniera, usino da tantissimo tempo, oserei dire fin dalla loro creazione. Non credo, anche se non posso esserne sicura, che col tempo si siano stufati di utilizzarli perchè non raccoglievano il consenso sperato, o che abbiano cambiato l’ordine delle cose, decidendo che da quel momento in avanti sarebbero state le femmine a prendere l’iniziativa.
E qui arriviamo alla seconda definizione, quella relativa al genere umano: il dizionario mi ha dato una definizione che parla di complimenti, gentilezze, convincendomi (o almeno tentando di farlo) che il corteggiamento implichi almeno uno di queste due caratteristiche.
Complimenti e gentilezze.
Non so, credo che sarebbe interessante fare un’indagine al giorno d’oggi per cercare di capire quanto queste due caratteristiche vengano usate nel corteggiamento contemporaneo. O meglio, sarebbe interessante chiedersi se l’attitudine al corteggiare esista ancora o no.
Una mia piccola indagine però l’ho fatta, chiedendo a persone molto più adulte di me, persone che hanno vissuto la loro giovinezza quarant’anni fa. Ho notato che, pur avendo io chiesto pareri a molte persone diverse, ho ottenuto le stesse risposte da tutti. Tutte queste persone mi hanno pazientemente spiegato come un tempo fossero solo gli uomini a corteggiare. Gli uomini prendevano l’iniziativa, utilizzando le due caratteristiche prima indicate, e aspettando, pazientemente che la persona oggetto del loro corteggiamento li accettasse e volesse donargli ciò che, com’è da sempre, l’uomo desidera più di ogni altra cosa. Non parlo d’amore ovviamente, anche se devo dire che questi “uomini d’altri tempi” ai quali ho chiesto pareri sull’argomento hanno affermato, con mio stupore, che ottenere l’amore della ragazza da loro corteggiata non era certo un dispiacere, anzi.
Da allora sembra però che molte cose siano cambiate.
Ed ecco che, come tutte le specie sono portate ad evolversi per tentare di sopravvivere in un ambiente ostile, anche la specie umana ha dovuto dare un suo contributo per cercare di sopravvivere ad una situazione che è diventata sempre più spaventosa, anche se, probabilmente, l’unica cosa che davvero ha iniziato a spaventare l’uomo sono state le peggiori paure che si sono pian piano insidiate nel suo animo. Per esempio, la paura dell’essere rifiutato, del non essere mai abbastanza in un mondo in continua evoluzione, dove ciò che conta è apparire, mostrare ed essere mostrati.
La geniale creazione dei Social Network, poi, ha dato il suo contributo a far sì che il corteggiamento scomparisse quasi del tutto. A quanto pare al giorno d’oggi se si vuole conquistare una persona si pensa sia sufficiente mettere un “like” su Facebook, oppure riempire di cuori le foto del suo profilo Instagram.
Assieme alla voglia di apparire e di mostrarsi come un entità perfetta, dove i difetti non possono essere tollerati, è cresciuta nell’uomo la voglia di cercare altre entità perfette. Allo stesso modo, si è instaurato un meccanismo dove fossilizzare la propria attenzione su una persona che non concede subito ciò che l’uomo desidera è considerato uno spreco di tempo per l’uomo medio, che ormai può ottenere ciò che vuole facilmente e senza doversi sforzare troppo.
A questo punto ci avviciniamo al baratro dell’estistenzialismo umano: gli uomini smettono di cercare ciò che vogliono in una sola persona, e di conseguenza le donne cercano in tutti i modi di soddisfare i loro capricci per fare in modo che non se ne vadano.
Ma ora, ecco che la frittata è fatta.
Perciò, benvenuti nell’epoca contemporanea, dove ormai molti uomini hanno assunto quasi tutte le caratteristiche femminili (a parte le più dolorose, ovviamente, quali le mestruazioni e il parto): corteggiare non fa più per loro, ora sono loro a voler essere compiaciuti, corteggiati, amati senza mai essere disposti a concedere nulla in cambio. A quanto pare, hanno deciso di eliminare anche dal loro corpo qualunque tipo di mascolinità, recandosi volentieri dalle loro estetiste di fiducia.
E le donne… che dire? Insicure come solo noi riusciamo ad essere, ora la maggior parte di noi pretende di mostrarsi sempre forti, indipendenti, coscienti del fatto che qualunque tipo di debolezza sarebbe condannata dalla società (e dagi uomini). Alle sofferenze d’amore in cui le nostre madri si crogiolavano per ore, noi oggi preferiamo infinite ore in palestra, o dal parrucchiere, o in qualche negozio alla moda, con il risultato di far si che ogni ragazza sia molto simile in atteggiamenti, usi e costumi. Abbiamo pure finito con l’accettare il sesso occasionale come divertimento puro e semplice, dove non c’è più spazio per i dubbi o per le tipiche domande che (un tempo) le donne si ponevano il giorno dopo avvenuto il rapporto. Per esempio, domande tipo: “Gli sarò piaciuta?”, e un classico “Mi richiamerà mai?”.
Se vi rispecchiate nelle definizioni che io ho appena dato, non avete nulla di cui preoccuparvi: significa che vi siete perfettamente evoluti per poter sopravvivere alle esigenze di questa realtà ostile.
Ma se siete diversi, o per meglio dire, se in voi è rimasta ancora una scintilla degli antichi valori e di quegli atteggiamenti tipici dei tempi che furono, allora sarà meglio che iniziate a preoccuparvi sul serio, perchè sopravvivere come vincitori per voi non sarà così semplice.
Esattamente come non lo è per me. Ma su questo ci sto lavorando.

Martina Vaggi