Autori emergenti

Paolo Arigotti: 10 domande all’autore del libro “Il collegio dei segreti”

Ben ritrovati con la rubrica “10 domande all’autore” firmata Pensieri surreali di gente comune!
Quest’oggi abbiamo ospite Paolo Arigotti, autore emergente di tre libri: “Un triangolo rosa”, “Sorelle molto speciali” e “Il Collegio dei segreti”.

Ci racconterà la sua esperienza come scrittore.
Ben trovato Paolo Arigotti, sono felice di averti qui sul mio blog.
Ecco la prima domanda:

Quando è nata in te la passione per la scrittura?

In un certo senso credo che sia nata con me: basta pensa che, qualche settimana, fa riordinando vecchie carte ho ritrovato alcuni racconti o incipit di romanzi scritti durante il periodo della scuola superiore. 

Il tuo primo libro, “Un triangolo rosa” risale al 2015 ed è appena stato ripubblicato con CTL Editore. 

Che cosa ti ha spronato a pensare: “Devo farlo, devo scrivere un libro”?

Il romanzo è stato scritto tra il 2013 e 2014 e fu il frutto di un viaggio in Polonia, durante il quale visitai il memoriale di Auschwitz. Furono i racconti delle guide ad ispirarmi la vicenda dei tre protagonisti, che ho trasformato nel mio primo libro.

Paolo Arigotti

Parlando proprio del tuo primo libro, “Un triangolo rosa”: vuoi descriverci la trama?

Di che cosa tratta?

Si tratta di una storia d’amore gay che coinvolge tre uomini, due italiani e un tedesco, sullo sfondo dei drammatici eventi degli anni Trenta e Quaranta del Novecento. La trama si snoda attraverso quei fatti, con una serie di colpi di scena che condurranno i protagonisti nell’inferno di Auschwitz.

(Libro su Amazon):

In questo libro tu affronti un tema molto forte: quello di un amore omosessuale durante il periodo nazista, momento storico in cui, come sappiamo tutti, purtroppo gli omosessuali erano brutalmente perseguitati. 
Come ti è venuta l’ispirazione di affrontare proprio questo argomento e perché?

Il titolo si riferisce all’amore tra i tre uomini?

Anche se il termine “rosa” mi mette un dubbio…

Il titolo si collega con le vicende dei tre protagonisti, però ha pure un altro significato, visto che il triangolo rosa cucito sulle divise individuava i gay internati nei lager ed avviati allo sterminio.

La mia grande passione per la storia del Novecento mi ha assieme aiutato ed ispirato nelle ricerche, che hanno dato vita a questo romanzo.

Parlerei ora di “Sorelle molto speciali”, il tuo secondo romanzo, pubblicato nel 2018 con Link Edizioni. Libro del quale mi piace moltissimo la copertina, ti devo dire la verità.

Qual è la trama di “Sorelle molto speciali“?

Si tratta anche in questo caso di una storia d’amore, di un altro tipo però, precisamente quello di una madre per le sue figlie gemelle, una delle quali nata con la sindrome di Down. Parliamo sempre degli anni Trenta del secolo scorso, una condizione oltremodo difficile per l’epoca e sullo sfondo di un’altra tragedia: il folle progetto nazista dell’eliminazione dei disabili mentali, a cominciare proprio dai bambini.

In questo libro affronti anche il tema della disabilità, in quanto una delle protagoniste è affetta dalla sindrome di Down.

Paolo Arigotti

Quali valori volevi trasmettere ai tuoi lettori affrontando questa tematica?

Il coraggio di sfidare i pregiudizi e di non arrendersi,
specie quando la vita ti mette di fronte sfide apparentemente impossibili.

Siamo arrivati al tuo ultimo libro: “Il collegio dei segreti”, pubblicato nel 2020 con Onda d’Urto Edizioni. 
Quest’ultimo libro, più che narrare una storia, ripercorre un fatto storico realmente accaduto, è corretto?

“Il collegio dei segreti” si basa su fatti realmente accaduti?

I protagonisti sono personaggi di fantasia, ma i fatti storici – la resistenza tedesca giovanile contro il nazismo – sono reali ed ho voluto provare a riportare alla luce la storia dimenticata di tanti eroi condannati all’oblio per tante ragioni, storiche e politiche.

Paolo Arigotti

Fai un frequente ricorso alla storia nei tuoi libri, specialmente al periodo del Nazismo: che cosa ti ha spinto ad occuparti proprio di quel periodo storico cosi drammatico e nefasto?

Che valori volevi trasmettere occupandoti del periodo nazista?

Io sono un appassionato di storia del Novecento da sempre, il che mi ha spinto a conseguire una seconda laurea in questa materia lo scorso anno.

Il valore più importante è quello della memoria, intesa non come semplice ricordo, ma soprattutto per comprendere come certi fatti sono potuti accadere e scongiurare il pericolo che possano ripetersi.

Su Amazon trovate anche “Il collegio dei segreti“, qui:

I tuoi libri sono stati tutt’e tre pubblicati con un editore: cosa ne pensi di chi oggi preferisce rivolgersi al self-publishing?

Tu hai mai considerato questa opzione?

Io sono più incline alla pubblicazione tramite l’editoria tradizionale, purché non si tratti di editoria a pagamento, scelta che con tutto il rispetto non condivido. Il self publishing in Italia non è decollato come in altre realtà (penso a quella americana ad esempio), ma non ho nulla da eccepire nei confronti di chi fa questa scelta.

Tu gestisci anche una pagina YouTube intitolata “Il salotto culturale di Paolo Arigotti Scrittore”, dove intervisti autori ed editori.

Vuoi raccontarci qualcosa di questa bella iniziativa? 

Si tratta di una piccola rubrica che gestisco da oltre un anno sul mio canale YouTube, dove intervisto autori ed autrici di tutta Italia (e non solo), dedicandoci non soltanto alle opere letterarie, ma a tanti argomenti storici, culturali e di attualità.

L’ho creata per via delle restrizioni imposte dai vari lockdown, stante l’impossibilità di realizzare eventi dal vivo; non credo che il web debba sostituire questi ultimi, ma certamente può affiancarsi come importante strumento di promozione della cultura.

E noi non possiamo che essere d’accordo con te…
Bene, Paolo Arigotti, questa era la mia ultima domanda… Sono molto contenta di averti avuto ospite oggi sul mio blog.
Io ti saluto e ti faccio un grosso in bocca al lupo per i tuoi libri… e per quelli che verranno! 

Tante grazie Martina, piacere mio.

Ma, prima di andare…

Recapiti social Paolo Arigotti:

Paolo Arigotti, Paolo Arigotti, Paolo Arigotti

Martina Vaggi

Photo credit: le foto presenti in articolo sono tutte di Paolo Arigotti, che me le ha concesse solo ai fini della pubblicazione dell’articolo.

Riflessioni

Occidentali’s karma: la tradizione inciampa e si rialza

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Che il tempo in cui viviamo noi oggi rappresenti un’epoca in continuo mutamento, dove per novità intendiamo qualcosa che va on line alle 17:00 e alle 17:01 è già storia passata e superata, credo sia evidente a tutti. Che la nostra voglia di stare al passo con Internet e con il mondo digitale (attorno al quale ormai ruota tutta la nostra esistenza) ci porti a preferire spesso cose veloci, istantanee, che arrivino subito dritto al punto senza girarci tanto attorno è abbastanza evidente in tutti i campi della nostra quotidianità. E ciò è stato reso evidente anche ieri sera con la vittoria di Francesco Gabbani al Festival di Sanremo: o meglio, con la vittoria della sua Occidentali’s Karma, che già rappresenta un vero e proprio tormentone.
Non mi sto a dilungare sul significato della canzone. D’altronde, mi sembra di aver capito che, tra ieri e oggi, molti, con la scusa di difendere la sua vittoria al Festival della canzone italiana, si siano già affannati fin troppo a fare copia e incolla del suo significato più nascosto e recondito e a piazzarlo su Internet, sventolandolo sotto al naso dei non discepoli del Gabbani, a mo’ di: “Se ti piace Occidentali’s karma è solo perché sei un superficiale e non sei in grado di andare oltre alle parole della canzone“.
No, genio. Non è proprio così.
E rimango anche stupita di questo improvviso talento dimostrato da tutti nell’andare in profondità delle cose, soprattutto da parte di quelle persone che fino a ieri non erano in grado nemmeno di guardare oltre il proprio naso.
Eppure tra ieri sui Social il “mantra” (giusto per rimanere in tema) è questo. Ma tutto torna, in fondo, e questo Gabbani l’ha profondamente capito. Perché ieri sera, tra lo sdegno di coloro che hanno visto la tradizione sanremese sradicata in un attimo da un allegro ritornello con tanto di scimmia danzante al fianco, e l’esultanza della gran parte dei giovani che erano anche solo contenti di aver trovato il nuovo tormentone estivo da ballare, a Sanremo non ha vinto la canzone migliore, ma la modernità. O meglio, la contemporaneità, che alla fine siamo noi: è il nostro tempo, fatto di lezioni di Nirvana e di una folla che grida un mantra.
A Sanremo ha vinto la bravura e l’ingegno di un cantante che non ha (e forse non avrà mai) la professionalità e la carriera di un mostro sacro come Fiorella Mannoia, ma che ha saputo interpretare al meglio ciò di cui il pubblico ama così tanto sparlare: difetti, incoerenze e dubbi sulla nostra fragile e volubile epoca.
Occidentalis’ Karma rappresenta una feroce critica della nostra società. Una società che rifiuta lo splendido inno alla vita della Mannoia per far posto ad una canzone orecchiabile e ballabile, destinata a diventare il tormentone esitivo 2017. Che sia poi una canzone solo apparentemente superficiale, questo è vero: che sia piena di significati profondi abilmente mascherati, questo è vero.
Ma che a tutti piaccia per le metafore profonde che rispecchiano il nostro tempo, sinceramente stento a crederci. Forse perché mi pare abbastanza evidente che ad oggi tutto ciò che piace non venga valutato in termini di profondità e di significati, quanto in termini di semplicità. Deve colpire proprio lì dove tutti vogliono che colpisca, con un’abile e acuta ironia. Tutte caratteristiche che questa canzone ha, oltre al fatto di essere molto orecchiabile, il che rientra tra le caratteristiche apprezzate dalla società di oggi: qualcosa di allegro, da ballare per un po’ di tempo, e poi da accantonare per far spazio ad altre cose più allegre.
L’allegria come mezzo per affrontare le difficoltà, o, forse, per evitarle del tutto.
Ciò che secondo me stona in questa bella favoletta moderna è che tutto questo sia accaduto sul palco di Sanremo, sotto gli occhi di Fiorella Mannoia, la storia della musica italiana incarnata in uno splendido vestito rosso: una Mannoia che viene accantonata dal pubblico o, addirittura, trattata con sdegno, come ho purtroppo potuto leggere in alcuni commenti trovati sui Social. La sua canzone viene denigrata (sui Social) perché il testo da lei interpretato risulta troppo pesante per questo tempo. Poco importa il messaggio che rappresenta: sembra importare, piuttosto, come si presenta la canzone nella sua veste lenta e melodica, non immediata, e, quindi, ritenuta ormai una “canzone per vecchi”.
Giusto per renderci conto fino a che punto siamo arrivati.
E se c’è anche chi è contento del fatto che ieri sera a Sanremo abbia prevalso il detto “fuori il vecchio, dentro il nuovo“, su questo ci sarebbe altro da dire. Perché se parliamo di qualcosa di “nuovo” e di premiare il talento giovanile non possiamo proprio evitare di fare un nome: Ermal Meta, la cui canzone offriva parecchi spunti di riflessione. Forse non sarà ballabile sul tavolo di una discoteca con un costume da scimmia, però la sua straordinaria sensibilità forse poteva meritare qualcosa di più..
In sostanza, il mio pensiero è e rimane questo: se vogliamo affermare che la canzone di Gabbani sia stata una genialata, perché ha travestito di allegria e di ironia i peggiori difetti della società contemporanea, sono d’accordo. Se vogliamo affermare che, tra qualche mese, la si ballerà in tutti i luoghi e in tutti i laghi, mi trovate d’accordo: se volete dirmi che, a furia di ascoltarla, sarà sicuramente in grado di trascinare tutti a muovere qualche passo, fin qui sto con voi. Ma da lì a premiarla come miglior canzone italiana sul palco del Fesival della canzone italiana, di acqua sotto i ponti ce ne passa.
E ritorniamo, quindi, al punto di partenza: a Sanremo quest’anno ha vinto la modernità, che è stata in grado di scalzare la tradizione vestita di rosso con un inchino e un baciamano.
Tradizione. Un termine che spesso viene frainteso e paragonato a qualcosa di vecchio, di stantio e di superabile. Ma per quanto a volte possiamo odiarla, disprezzarla o accantonarla, la tradizione (che sia benedetta!) è quanto di più difficile si possa sradicare, forse perché si basa su qualcosa di “antico”, che ha resistito nel tempo e si è tramandato sotto varie forme. E le cose più antiche, spesso, sono quelle che, applicate ad ogni circostanza (o epoca), sono in grado di dare ancora dei magnifici esempi di vita. Funzionano ancora nel tempo perché sono le più durevoli.
Forse non saranno destinate a diventare dei tormentoni estivi, ma sono sicuramente in grado di accompagnarci per tutta la vita.

Photo Credit: http://www.agi.it

Martina Vaggi

Riflessioni

La sconfitta secondo il popolo del web: l’abilità di sparare cattiverie dietro uno schermo

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Questa notte Federica Pellegrini ha mancato il bronzo ai giochi olimpici. La notizia ha lasciato di stucco tutti, me compresa: una cosa che invece non mi ha molto stupito sono stati i commenti del “popolo del web”, che sui Social, non appena è uscita la notizia, si è sentito chiamato in causa nel dare la propria opinione sull’argomento.
E tra il susseguirsi di commenti malevoli che poco c’entrano con lo sport, come “Si crede tanto bella, ma non lo è”, mi è parso di leggerne altri di ben peggiore invidia, come: “Invece di pensare a stare sotto i riflettori, che pensi ad allenarsi di più”.
Non si sa il come nè il perché, ma sembra che Facebook abbia dato l’illusione a tutti di poter dire qualunque scemenza senza dover incorrere in nessuna punizione. Il popolo del web si esprime e ama farlo. Perché così ha l’occasione di sparare cattiverie. Ha finalmente l’occasione di sfogare un po’ di rabbia frustrata e di infelicità per una vita che non lo appaga sul primo malcapitato che fa notizia.
Da un po’ di tempo a questa parte gli sportivi sembrano essere i bersagli più facili per questo popolo del cybergspazio. Fino a poco tempo fa sotto il mirino c’era il tennista Novak Djovokic, attaccato duramente dai fan di Roger Federer, che hanno iniziato a trarre il proprio orgasmo personale vedendo che anche lui (come tutti gli esseri umani) incominciava a perdere qualche colpo (e qualche partita). Da stamattina sotto il mirino pare esserci la nuotatrice azzurra. Federica, infatti, è stata accusata fin dalle prime luci dell’alba di “tirarsela troppo”: che cosa questo c’entri con la gara olimpica in sè, non ci è dato sapere. Ci è dato solo sapere che il popolo del web ha emesso il suo verdetto, con la solita dose di invidia, ignoranza e cattiveria.
Ma in tutto questo verrebbe da chiedersi: quanto vale la parola di un branco di persone, tra le quali molte di loro non avranno mai praticato uno sport neanche per sbaglio? Poco, in effetti. erché in questa vita le parole contano ben poco.
I sacrifici, quelli contano: i fatti, quelli contano. E i fatti sono che questa ragazza gareggia per le Olimpiadi da quando ha 16 anni, sacrificando sicuramente molto della sua vita e della sua persona. Ma il popolo di Facebook la sa lunga, e preferisce impartire lezioni di vita, piuttosto che imparare: preferisce fare la morale a tutti, piuttosto che prendere appunti di chi, in questa vita davvero ce l’ha fatta e ha qualcosa da raccontare.
Tornando ai due esempi che ho fatto prima: che cos’hanno in comune Djokovic e la Pellegrini? Che entrambi sono stati criticati nel momento in cui hanno perso.
A volte sembra che sia quasi una legge fisica: “Se vinci sei qualcuno, se perdi non sei nessuno“. E’ una frase che ho sentito spesso circolare nel mondo dello sport: io non l’ho mai ritenuta vera, ma il popolino di Facebook, quello così tanto abituato a criticare, a quanto pare sì.
Eppure è fin troppo facile prendersela con chi perde. Perché chi perde è vulnerabile, è fragile, ed facile buttarlo, nuovamente, a terra. Ma è anche risaputo che solo i vili se la prendono con chi è più debole. Soprattutto quei vili che sanno alzare la voce solo dietro un computer.
Ma nella marmaglia di parole che il popolino di Facebook ha pronunciato, ora una domanda la vorrei fare io: Federica Pellegrini avrà anche perso in bronzo ma quand’è che voi perderete la vostra cattiveria?

Martina Vaggi

Photo Credit: http://gds.it