Autori emergenti

Gabriele Glinni: 10 domande all’autore dell’inedito “Ascend-ent”

Ben ritrovati con la nuova rubrica “10 domande all’autore” di Pensieri surreali di gente comune!
Quest’oggi ho il piacere di avere come ospite sul mio blog Gabriele Glinni, mediatore linguistico, blogger e scrittore di un libro inedito che vedrà presto la luce. 

Allora, Gabriele Glinni, bentrovato!
Sono molto contenta di averti qui, sul mio blog.

Gabriele Glinni: Ciao a te, Martina. Il piacere è tutto mio! Devo dire che non mi aspettavo per niente questa occasione, nel senso che di solito sono io che sguinzaglio interviste alla gente, ma quando sono pour moi mi sento sempre in soggezione (ride, n.d.r.).

No scherzo. Sul serio, grazie! Se non altro quantomeno di aver speso tempo a pensare e a scrivere alle domande, non è cosa da poco.

Premetto le mie risposte potrebbero suonare o molto personali o sarcastiche, questo perché non mi piace scrivere wall of text noiosi e prolissi. Inoltre mi ritengo e vengo considerato una persona estremamente trasparente e onesta (sia in senso positivo che negativo).
Dirò esattamente cosa penso.

E io sono estremamente felice di questo!
Inizio subito parlando del tuo romanzo inedito, che si intitola “Ascend-ent”: ha un titolo davvero curioso.

Gabriele Glinni

Come hai scelto il titolo e di che cosa tratta il tuo libro?

Puoi illustrarci la trama?

Gabriele Glinni: Allora allora, iniziamo dicendo che Ascend-ent è una crasi. Ovvero include sia il verbo “to ascend” (ascendere) che “ascendent” (l’ascendente di qualcuno su qualcun altro). 

Ascendere è inteso come il percorso e l’impegno del protagonista, Wade, per migliorarsi.
Ascendente è inteso come l’influenza dei vari personaggi (includendo anche varie figure) l’una con l’altra, finendo con il rivoluzionarsi la vita a vicenda, senza notarlo.

Ora la trama
Allora l’idea di base è questa.

C’è stato un virus chiamato Encevirus, scopiazzato ovviamente dal Covid, nel senso che è stato privo di sintomi particolari.
Tuttavia, post Encevirus, la realtà è cambiata radicalmente. Anche persone che non ne sono risultate positive hanno sviluppato la capacità di esercitare un controllo su determinati oggetti. Queste persone vengono chiamate “gli specialisti”.
Per esempio, Wade Cameron, il protagonista, è diventato in grado di controllare gli scontrini. Non carta, non papiri, specificamente scontrini, scelta intenzionalmente ridicola.

Wade è infatti un neolaureato in Marketing senza alcuna passione per il proprio percorso di studi.
Si ritrova in questo tedioso limbo di non sapere che fare della propria vita, in un mondo lavorativo che, lo sappiamo, diventa sempre più spietato ed esigente.
Wade non ha alcun talento se non quello per il disegno e la capacità di manovrare dei piccoli, buffi scontrini.

Un noioso pomeriggio estivo riceve una chiamata da un’associazione, la NeolGen, (prima dell’editing del libro la chiamata avveniva da parte del fondatore, Paul Auberon: adesso le cose sono un po’ cambiate). Comunque… questa chiamata gli offre la possibilità di entrare a far parte della NeolGen durante un evento di apertura agli inizi di settembre.

Wade, pieno di dubbi ed interrogativi, accetta.

𝑇𝑢𝑡𝑡𝑜 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑟𝑖𝑒𝑠𝑐𝑜 𝑎 𝑝𝑒𝑛𝑠𝑎𝑟𝑒 𝑒̀, 𝑑𝑜𝑝𝑜 𝑙’𝑒𝑛𝑐𝑒𝑣𝑖𝑟𝑢𝑠, 
𝑙𝑎 𝑟𝑒𝑎𝑙𝑡𝑎̀ 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑒𝑚𝑏𝑟𝑎 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑙𝑎 𝑠𝑡𝑒𝑠𝑠𝑎.
𝐿𝑒 𝑝𝑒𝑟𝑠𝑜𝑛𝑒 𝑖𝑛 𝑚𝑒𝑡𝑟𝑜, 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑞𝑢𝑖𝑒𝑡𝑒, 𝑔𝑢𝑎𝑟𝑑𝑎𝑛𝑜 𝑖𝑙 𝑐𝑒𝑙𝑙u𝑙𝑎𝑟𝑒, 
𝑝𝑎𝑟𝑙𝑎𝑛𝑜 𝑡𝑟𝑎 𝑑𝑖 𝑙𝑜𝑟𝑜, 𝑟𝑖𝑑𝑜𝑛𝑜, 𝑝𝑒𝑛𝑠𝑎𝑛𝑜 𝑎𝑖 𝑓𝑎𝑡𝑡𝑖 𝑝𝑟𝑜𝑝𝑟𝑖. 
𝑀𝑎 𝑐’𝑒̀ 𝑞𝑢𝑎𝑙𝑐𝑜𝑠𝑎 𝑛𝑒𝑖 𝑙𝑜𝑟𝑜 𝑚𝑜𝑑𝑖 𝑑𝑖 𝑓𝑎𝑟𝑒, 𝑞𝑢𝑎𝑙𝑐𝑜𝑠𝑎 𝑐ℎ𝑒 𝑝𝑟𝑖𝑚𝑎 𝑛𝑜𝑛 𝑐’𝑒𝑟𝑎. 
𝐿’𝑖𝑛𝑐𝑒𝑟𝑡𝑒𝑧𝑧𝑎, 𝑙a 𝑝𝑎𝑢𝑟𝑎, 𝑑𝑖 𝑢𝑛𝑎 𝑠𝑜𝑐𝑖𝑒𝑡𝑎̀ 𝑐ℎ𝑒 𝑒̀ 𝑠𝑡𝑎𝑡𝑎 𝑓𝑟𝑎𝑡𝑡𝑢𝑟𝑎𝑡𝑎. 

Gabriele Glinni

Queste parole arrivano direttamente dal tuo libro e, devo dire con sincerità, che incuriosiscono molto. Curiosi sono i riferimenti ad una società, come dici tu “fratturata”: viene quasi da fare un parallelismo con la realtà che stiamo vivendo ora. 

Questo paragone ha un senso?

C’è un nesso con la realtà odierna?
Da quant’è che stai lavorando a questo inedito?

Gabriele Glinni: Assolutamente sì.

Come avrete capito, Ascend-ent è una sorta di parodia/take sulla società moderna, in chiave action/sovrannaturale.

Nel senso, c’è un clima di incertezza, c’è sospetto verso tutto ciò che è diverso, c’è la disoccupazione, c’è una situazione di, cito espressamente Wade:

“I ricchi si arricchiscono e i poveri si impoveriscono” 

(nel senso che la NeolGen favorisce direttamente figure come ingegneri linguisti anche un po’ programmatori contro neolaureati in non si sa bene cosa).

La tematica principale è la ricerca di se stessi: scoprire chi si è veramente, cosa si vuole, chi è il vero “sé”. Quindi, nonostante le premesse “supereroistiche”, non ha assolutamente niente del genere. Tant’è che i nemici principali stringono molto l’occhio al genere horror, al posto di essere specialisti cattivi o qualcosa del genere. 

Gabriele Glinni

Ma, per ora, mi fermo 😉 

Da quanto ci sto lavorando? Mi sembra suppergiù da aprile, credo, dell’anno scorso.

Anticipo che scrivo da quando avevo quindici anni, e l’anno scorso, per una serie di motivi (per riassumere molto: relazione di 9 anni volta al termine), volevo fermarmi definitivamente. Ma dei cari amici mi hanno motivato a riprendere.
Quindi vorrei ringraziare in particolare Orlando Palone per essermi stato sempre vicino, Erica Secondini per avermi spinto a proseguire con la scrittura e il balzante Alessandro Bolzani per aver creduto nelle mie capacità.

Ps.: mi piace fare nomi di persone in queste occasioni. In realtà ce n’è stata solo un’altra, ma dettagli.

Beh, che dire Gabriele… da questo inizio, direi che hai fatto bene a non fermarti e a continuare a scrivere!

Restando in tema di un argomento molto dibattuto oggigiorno, vorrei chiederti qualcosa in più su un argomento in particolare.

L’ Encevirus”: cosa puoi rivelarci, senza rivelare troppo?

Gabriele Glinni: In realtà non molto, Martina.

Inteso che l’Encevirus in sé e per sé è secondario e quasi solo un espediente narrativo che fa avvenire le cose. Resta molto misterioso e indefinito su come abbia alterato la realtà (tant’è che, ripeto, anche gente non positiva è stata condizionata).

Il vero problema sono le conseguenze che ha generato. Oltre gli specialisti c’è un altro lato della medaglia di cui non ho proprio parlato.

Ascend-ent studia com’è cambiata la società DOPO il virus, non IL virus in sé.

Beh, è sicuramente interessante anche questo.
Dal momento che oggi viviamo in una realtà dove non si parla di nient’altro che di un virus, tu hai preferito incentrare il libro sulla società e sul suo cambiamento.

Ma veniamo ora ai personaggi. Ti faccio una domanda un po’ off topic: tu hai presentato i tre personaggi principali della tua opera (Wade, Darius e Lea).

Gabriele Glinni

A quali dei personaggi protagonisti pensi di assomigliare di più? 

In quale di loro ti ci ritrovi?

Gabriele Glinni: Tutti e tre per vari motivi.

Wade è un tipo approssimativo, negativo e pessimista al suo peggio; coraggioso, intraprendente e tutto d’un pezzo al suo meglio.

Darius è l’ingegnere linguista anche un po’ programmatore che ti dicevo, lungi da quel che sono, ma è parecchio goffo sia come gestualità sia come abilità sociali, e in questo mi ci rispecchio al 100%. Inoltre ha una sorta di blocco mentale che qui non svelo, che si rifà al mio vissuto.

Lea è quella che mi somiglia di meno, ma è una malata di social media e talvolta nemmeno io scherzo.

Bene, Gabriele… torniamo invece ora a parlare del libro e delle sue fasi editoriali. 

Dunque, il libro è un inedito, quindi non è stato ancora pubblicato. 
A che punto sei arrivato con le varie fasi che precedono la pubblicazione di un testo?

Hai già trovato una casa editrice o pensi di pubblicarlo in self-publishing?

Gabriele Glinni: Allora, premetto subito che il libro è stato concluso a dicembre 2020. O almeno, la prima stesura.

Avrei potuto tranquillamente pubblicarlo così com’era, ma mi sono rifiutato e ho cercato in lungo e largo un editor che mi convincesse.

Ho spulciato su Writer’s Dream e LinkedIn, e alla fine ho trovato un’agenzia e una professionista che rispecchiassero perfettamente il mio modo di lavorare e pensare: Progetto Scrittura (https://www.progettoscrittura.it/) e Sara Coradduzza.

Il preventivo era altino, ma ho accettato senza esitare.

Gabriele Glinni

Gabriele Glinni: Con Progetto Scrittura e Sara, nonostante ci vorrà tantissimo altro tempo per completare Ascend-ent, sto perfezionando il prodotto finale. Ovvero stiamo lavorando su refusi, resa grammaticale e struttura narrativa, modificando, rimuovendo e aggiungendo interi pezzi di storia. Un lavoraccio.

Devo dire, in totale onestà, se da una parte vedo il potenziale del lavoro, dall’altra è difficile accettare alcune “rivoluzioni” sul mio testo (ride, n.d.r).

Non è mai stato mio interesse il guadagno – tanto più il fornire un’opera finale che sia al massimo livello possibile. Che poi la leggeranno quattro gatti, amen. Voglio solo essere consapevole di aver pubblicato un ottimo libro.
Ciò detto, al momento di questa intervista stiamo revisionando il terzo capitolo (di circa 7-8).

L’obiettivo è pubblicare in self tramite Amazon. Un po’ perché non mi interessa stare a combattere appresso a case editrici, un po’ perché Ascend-ent come formato lo vedo di più come eBook. Non ce lo vedo troppo come romanzo classico.

Insomma, il punto è questo, voglio fare di testa mia senza troppe rotture di scatole, cercando di completare un romanzo divertente da leggere e che possa lasciare qualcosa. Niente più, niente meno.

Beh, mi sembri sicuramente deciso nei tuoi intenti… Ma, dimmi, invece, per quanto riguarda la copertina.

Gabriele Glinni

La foto che vediamo qui sarà la copertina definitiva del libro? 

Gabriele Glinni: No. L’immagine è un tentativo di copertina minimal da parte mia, editando e giocherellando, con Canva e Photoshop, con un disegno che ho commissionato. È un po’ come immaginavo la copertina definitiva e come vorrei fosse.

Preferisco un aspetto minimal che salti all’occhio, piuttosto di qualcosa di particolarmente elaborato.

Tu gestisci anche un blog, che si chiama Pillole di Folklore e Scrittura: com’è nato?

In quanti siete a gestirlo?

Gabriele Glinni: Pillole di Folklore e Scrittura (https://pilloledifolklore.org) è nato dalla mente del balzante che voleva riportare in auge un suo vecchio progetto, chiamato Pillole di Mitologia, poi fatto a pezzi da hacker malvagi.

Casualmente, nello stesso periodo in cui voleva aprire il blog, io stavo riscoprendo vecchie amicizie, tra cui quella di Alessandro, e mi sono imbarcato all’avventura con lui.
Inizialmente era un progettino che trattava unicamente di scrittura e folklore (per l’appunto), con un massimo di 2-3 articoli a settimana, e visitatori per mese che se raggiungevano il centinaio era un miracolo.

Poi piano piano ci sono stati alcuni cambiamenti, tra di questi:

  1. ho fatto unire la mia amica Ilenia, che si occupa di recensioni di libri
  2. per il motivo più bislacco ho iniziato a intervistare gente su hobby, studi, ecc., e quest’idea ha avuto molto successo
  3. abbiamo incrementato la quota degli articoli pubblicati per settimana
  4. abbiamo incrementato le piattaforme dove fare pubblicità, e in generale la pubblicità al blog stesso
  5. abbiamo fatto unire Martina Di Carlo (conosciuta da me su LinkedIn) che si occupa di articoli di traduzione, ed Elisa, una mia ex collega che si occupa di recensioni di videogiochi. 

Insomma, il blog si è evoluto moltissimo e ad oggi abbiamo un numero incredibile di visite!

Gli admin siamo Alessandro ed io, e i collaboratori sono: Ilenia, Elisa e Martina.

Ho avuto il piacere di essere anche io intervistata da te per il blog Pillole di Folklore e Scrittura, a proposito del mio libro.

Quand’è che hai deciso di riservare uno spazio del blog a interviste/recensioni di autori emergenti? 

Gabriele Glinni: Preparati a ridere.

Una delle prime interviste era una subdola strategia per attaccare bottone. L’esigenza era trovare una ragazza. Niente più, niente meno.

Poi comunque mi divertii, mi intrigava fare articoli dedicati ad amici e conoscenti, e così ho iniziato a chiedere in giro. Hanno accettato con piacere.

L’idea ha avuto trazione e, ad oggi, vengo contattato per scrivere interviste! Chi l’avrebbe mai detto?
In particolare, sono piaciute moltissimo quella a Orlando, a Yuri e a Vanessa.

Beh, sicuramente è stata un’idea interessante, la tua… Non ti nego che io stessa ne sto prendendo spunto per fare interviste, qui sul blog.

Parliamo adesso di te e del tuo percorso di vita.

Tu sei un mediatore linguistico. Che percorso di studi hai svolto?
Come mai hai deciso di intraprendere questa strada?

Gabriele Glinni: Allora, “mediatore linguistico” è un titolo di cui mi fregio perché, in realtà, sono molto più specializzato in traduzione che interpretariato.

Il mio percorso di laurea è infatti Traduzione e Interpretariato, con un master in Traduzione Cinetelevisiva e Sottotitolaggio, e tutto nasce dalla mia abilità con l’inglese.

L’inglese è sempre stato parte di me perché… non volevo aspettare le versioni italiane dei videogiochi (specie Pokémon), e quindi, versione americana dopo versione americana, mi sono fatto una cultura non indifferente. Aggiungiamoci telefilm, ore perse a litigare su reddit e forum online con stranieri, il tutto il lingua inglese, e ho imparato la lingua così.

I miei genitori mi hanno sempre molto spinto a studiare altre lingue. Conosco infatti bene il francese e il portoghese. So qualcosina di spagnolo e di russo.
Tornando al discorso principale, ecco, il problema è questo. 

Il lavoro di traduttore oggigiorno è non solo sottopagato, ma difficile da avere.
Devi vincere la lotteria per lavorare in-house e trovare tanti clienti come freelance è tutt’ora una leggenda urbana per me.

Girando su LinkedIn, la realtà che osservo è che TANTI laureati in lingua vacillano nel triste stato del coso verde “open to work”, con esperienze di lavoro che includono “traduttore freelance” dell’aria.

E vi dico la verità.

Purtroppo per conoscere le lingue non è necessaria una laurea. Nel senso che ho colleghi e amici ingegneri che le lingue le sanno bene, e pure meglio di un laureato in lingua. Perché essere laureati in lingua NON vuol dire automaticamente avere un C2 in tutte le lingue studiate.

Allora, chi sarei io? Il “tizio che sa più lingue di tutti” e che è capace di usarle a livello lavorativo, per la comunicazione interpersonale e la traduzione. Da qui il titolo di “Mediatore Linguistico”. 

A essere completamente sincero, col senno di poi avrei voluto studiare programmazione. Sapere usare Javascript e programmare funzionalità di siti internet. Ma sono cose che si capiscono tardi e non rimpiango nulla del mio percorso. Anche perché l’abilità linguistica è, COMUNQUE, sempre apprezzata e utile, e mai dire mai. Pubblicato Ascend-ent vorrei dedicare tempo alla programmazione.

Sapere le lingue è un qualcosa caduto in secondo piano.

Infatti, nell’azienda dove lavoro, mi è stato richiesto di lavorare a una traduzione ma come cosa secondaria rispetto al lavoro principale. Mi ha reso molto felice, ma, ecco, vi fa capire.

Gabriele Glinni

Parlando di lavoro, appunto…Nella situazione di enorme difficoltà che stiamo vivendo oggi nella ricerca di un lavoro, tu sei riuscito nell’impresa?

Hai trovato il lavoro per il quale hai dedicato anni di studio?

Gabriele Glinni: Nì.

No nel senso che non lavoro nell’ambito della traduzione, o comunque della scrittura creativa.
Sì nel senso che lavoro nell’ambito della comunicazione interpersonale, cosa che amo, e nell’ufficio si usa molto l’inglese.

Ma credo che, prima di tutto, bisogna essere in grado di adattarsi e accettare di imparare cose nuove (fino a un mese fa manco sapevo cosa fosse una cessione del quinto), anche perché il lavoro DIPENDE dal mercato e NON dalle nostre esigenze, ahimè. Poi… un’azienda intelligente saprà utilizzare TUTTE le capacità di un proprio dipendente.

La vedo così.

Bene, Gabriele Glinni, questa era l’ultima domanda!

Io ti ringrazio di essere stato qui, sul mio blog.

Hai dato spunti molto molto interessanti, su cui riflettere.
Ti faccio un grosso in bocca al lupo per la futura pubblicazione del tuo inedito “Ascend-ent” e… per tutto!

Grazie ancora! 

Gabriele Glinni: Grazie a te e in bocca al lupo a te, Martina.

È stato un piacere e senz’altro un onore.

Gabriele Glinni lo potete trovare anche qui.

Profilo social Gabriele Glinni: https://linktr.ee/Gabrieleglinni

Martina Vaggi

Photo Credit: foto di Gabriele Glinni, https://pixabay.com e https://www.canva.com

Autori emergenti

Raccogliere storie e testimonianze, un diario di quarantena ft. Martina Vaggi

Gabriele Glinni intervista Martina Vaggi sul libro “Il diario del silenzio – Storie reali di quarantena”. Trovi l’intervista pubblicata su “Pillole di Folklore” qui.

Bentrovati a tutti! La scrittrice Martina Vaggi, durante il periodo della quarantena, si è dedicata a un bellissimo lavoro. La sua opera, “ll diario del silenziostorie reali di quarantena” contiene cinquanta racconti (basati su storie reali) che riguardano il primo lockdown.
Trovando il suo lavoro molto interessante, desideravo esplorarlo più in dettaglio. Dunque benvenuta Martina, e grazie per la tua partecipazione!

Ecco la mia prima curiosità.

Cosa ti ha spinta ad approcciarti a questo genere di lavoro, ossia, raccogliere le testimonianze di 50 persone, elaborandole in forma di racconto?

Ciao Gabriele, innanzitutto ti ringrazio per avermi ritagliato questo bellissimo spazio. 
Quello che mi ha spinto a iniziare questa raccolta di testimonianze è stata la voglia di raccontare, di dare una testimonianza scritta, di ciò che tutti noi, in un modo o nell’altro, abbiamo vissuto in questo momento storico molto difficile e traumatico.

Volevo raccogliere testimonianze di varie persone, di vari settori di lavoro e di come avessero affrontato la situazione nei mesi del primo lockdown.

Martina Vaggi

Per questo motivo, ho deciso di occuparmi non solo delle persone comuni (ossia di quelle persone che, come me, avevano vissuto il lockdown in casa, in una routine di ansia e paura) ma di allargare questa ricerca a vari settori lavorativi.

Così ho cercato persone che avessero lavorato a stretto contatto con questa realtà, come gli infermieri, i medici, gli operatori sanitari: ho ascoltato gli insegnanti, che avevano lavorato da casa con la didattica a distanza, e gli studenti, che avevano risentito di questo brusco cambiamento trovandosi senza punti di riferimento.

Poi ho ascoltato gli imprenditori, quelli che avevano chiuso l’azienda e gli altri che avevano continuato a lavorare, nonostante le enormi difficoltà. I dipendenti e il lavoro in smartworking. Gli psicologi, gli educatori, coloro che avevano cercato di aiutare, anche se a distanza: i volontari della protezione civile, che portavano a casa beni di prima necessità a chi era più a rischio. 

Queste e tante altre storie, tante altre realtà.

Per ogni persona che ascoltavo io costruivo una storia, un racconto, cercando di mettermi nei panni di quella persona e di raccontare ciò che lei aveva visto con i suoi occhi: ogni racconto inizia con una data, con un luogo e una regione e con la dicitura “Quarantena, giorno…”.

In questo modo ho potuto tenere il conto dei giorni di lockdown che abbiamo vissuto. Ho strutturato il libro come se fosse un diario, cercando di dare una panoramica generale di come l’Italia avesse affrontato quel momento storico. 

Pur essendo un libro che racconta molto il dolore, la sofferenza vissuta, ho cercato in realtà di trasmettere anche speranza, positività: molte di queste persone che ho ascoltato, infatti, sono state in grado di reagire a questa situazione, portando anche molti esempi positivi che era giusto trasmettere.

Martina Vaggi

Per tornare alla domanda che mi hai fatto, aggiungerei anche questo: avendo io vissuto il lockdown chiusa in casa, non avevo potuto essere di aiuto a nessuno. Credo che sia stato anche questo a spingermi a dar vita a questo libro: la voglia di dare qualcosa.

Trasmettere tutti i sacrifici, gli sforzi che molte persone avevano compiuto in quel momento per adattarsi a questa nuova realtà, a questo enorme cambiamento.

Andiamo più nello specifico.

Ci sono state delle storie in particolare che ti hanno colpita, rattristita o ispirata, in fase di stesura?

Citane pure alcune liberamente!

Tra le storie che ho raccontato, quella che più mi ha colpita nella sua particolarità e stata quella riguardante un sacerdote e la sua opera di volontariato nei reparti Covid. Quando ho ascoltato questa persona, lui mi ha raccontato di un episodio accaduto durante un turno notturno in reparto.

C’è questo frammento di storia, in cui lui incontra nei corridoi dell’ospedale un medico: da questo incontro nasce un momento di profonda umanità. Il medico si ferma di fronte al sacerdote, lo riconosce nel suo ruolo (grazie alla croce di legno che portava sopra alla tuta, la stessa che indossavano gli operatori sanitari) e in un momento di silenzio, di profondo dolore, gli prende la mano e se la porta sulla testa.

I due rimangono così, uniti in quel momento di preghiera.

Martina Vaggi

Quando lui mi ha raccontato questa scena, mi è sembrato di vederla nella mia mente, come se fosse un film.
Il suo racconto si intitola “Il prete volontario” ed è quello che, tutt’ora, mi commuove di più. 

Ci sono dettagli nelle storie, come per esempio nomi reali o riferimenti, a cui devi fare attenzione o che devi trattare in modo specifico, con dovuto riguardo?

Ho preferito usare nomi fittizi per raccontare le storie di queste persone. Solo in alcuni casi ho mantenuto il loro vero nome e cognome, in quanto i protagonisti di queste storie mi hanno dato un consenso firmato ad usare la loro vera identità.

Per tutti gli altri, i nomi sono inventati, li ho scelti io. Come se fossero personaggi creati e non reali.
Anche per quanto riguarda gli ospedali: non ho usato i nomi delle strutture.

Martina Vaggi

Se stavo scrivendo di un racconto ambientato in un ospedale di provincia, non citavo né il nome dell’ospedale né la provincia. Lo indicavo semplicemente con il nome della regione. Ad esempio: “Ospedale in Piemonte”.

In che modo hai cercato persone disponibili a narrare le loro storie? Hai in seguito mantenuto qualche racconto?

Le prime persone che ho ascoltato sono state persone vicine a me o conoscenti. Altre persone sono state proprio loro a trovarle: diciamo che il “passaparola” ha aiutato molto, in questo caso.
Io avevo le idee chiare su chi volevo ascoltare: ad esempio, ho cercato a lungo una persona di Bergamo e alla fine sono riuscita a trovare una persona di Nembro, il paesino focolaio dell’epidemia nella bergamasca.

Martina Vaggi

Volevo anche una persona del Veneto, che mi raccontasse come la regione avesse vissuto la situazione. Poi mi sono mossa nel cercare anche persone del sud Italia: è stato interessante osservare come, almeno in un primo momento, loro avessero vissuto la situazione di riflesso, “subendo” anche psicologicamente ciò che stava accadendo al nord Italia, dalle immagini che vedevano nei telegiornali. 

Ogni volta che ascoltavo una persona, accadeva che fosse lei a dirmi: “Sai che anche un mio amico ha vissuto una determinata situazione mentre era in quarantena”. In questo modo, non è stato difficile “costruire” una rete di persone disposte a raccontarsi.

Ho visto in molte persone la voglia di raccontare le proprie storie.

Questo è veramente molto bello, Martina.
Noi ricordiamo che il libro di Martina Vaggi “Il diario del silenzio” lo potete trovare su Amazon e vi lasciamo qui il link:

Ora una domanda di più amplio respiro.

Cosa ti ha avvicinata alla scrittura? Qual è stato il tuo percorso, e cosa consiglieresti a chi si avvicina per la prima volta a tale hobby?

Io scrivo da sempre. Ho sempre avuto questa esigenza.

L’esigenza di esprimere la moltitudine di pensieri che affollano la mia mente o di raccontare ciò che vedo tramite le mie esperienze o le storie degli altri. 

Per questo scopo, nel 2015, ho creato il mio blog “Pensieri surreali di gente comune”. Successivamente sono nate le pagine Facebook e Instagram collegate al blog.

Durante il lockdown tenevo una sorta di “diario pubblico” su queste pagine, dove pubblicavo post in cui indicavo il giorno di quarantena e il mio pensiero sul giorno trascorso o sui sentimenti che provavo e “vedevo” espressi anche da altri. Da qui è nata l’impostazione del libro “Il diario del silenzioStorie reali di quarantena”.

Negli anni precedenti alla nascita del blog e del libro, ho studiato Lettere Moderne all’Università di Pavia, mi sono laureata che già scrivevo su giornali cartacei e digitali a tempo pieno. Purtroppo, non percependo un compenso, una volta laureata non ho più avuto la possibilità di continuare: avevo, ovviamente, bisogno di un lavoro che mi desse la possibilità di mantenermi. 

Martina Vaggi

Così ho svolto diversi lavori: mi sono adattata ma non ho mai smesso di scrivere. 
Credo che sia questo il “consiglio” che potrei dare a chi, come me, si ritrova ad avere una “capacità” che non è molto remunerativa: di continuare a provare, di continuare a scrivere, di cercare una strada per poterlo fare, un giorno, come lavoro. 

Io non so se riuscirò mai a vivere solamente di scrittura ma sicuramente continuerò a provarci.

Grazie di cuore per la tua partecipazione, Martina! Siamo stati felici di ospitarti, e di parlare di una tematica così particolare e interessante.
Abbiamo inoltre piacere di includere i tuoi lavori e i tuoi link social:

Grazie a te per questa bellissima esperienza.


“Il diario del silenzio – Storie reali di quarantena” di Martina Vaggi su Amazon: https://lnkd.in/dcmdkqe

Blog di Martina Vaggi: https://atomic-temporary-98104754.wpcomstaging.com/

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