Autori emergenti

Raccogliere storie e testimonianze, un diario di quarantena ft. Martina Vaggi

Gabriele Glinni intervista Martina Vaggi sul libro “Il diario del silenzio – Storie reali di quarantena”. Trovi l’intervista pubblicata su “Pillole di Folklore” qui.

Bentrovati a tutti! La scrittrice Martina Vaggi, durante il periodo della quarantena, si è dedicata a un bellissimo lavoro. La sua opera, “ll diario del silenziostorie reali di quarantena” contiene cinquanta racconti (basati su storie reali) che riguardano il primo lockdown.
Trovando il suo lavoro molto interessante, desideravo esplorarlo più in dettaglio. Dunque benvenuta Martina, e grazie per la tua partecipazione!

Ecco la mia prima curiosità.

Cosa ti ha spinta ad approcciarti a questo genere di lavoro, ossia, raccogliere le testimonianze di 50 persone, elaborandole in forma di racconto?

Ciao Gabriele, innanzitutto ti ringrazio per avermi ritagliato questo bellissimo spazio. 
Quello che mi ha spinto a iniziare questa raccolta di testimonianze è stata la voglia di raccontare, di dare una testimonianza scritta, di ciò che tutti noi, in un modo o nell’altro, abbiamo vissuto in questo momento storico molto difficile e traumatico.

Volevo raccogliere testimonianze di varie persone, di vari settori di lavoro e di come avessero affrontato la situazione nei mesi del primo lockdown.

Martina Vaggi

Per questo motivo, ho deciso di occuparmi non solo delle persone comuni (ossia di quelle persone che, come me, avevano vissuto il lockdown in casa, in una routine di ansia e paura) ma di allargare questa ricerca a vari settori lavorativi.

Così ho cercato persone che avessero lavorato a stretto contatto con questa realtà, come gli infermieri, i medici, gli operatori sanitari: ho ascoltato gli insegnanti, che avevano lavorato da casa con la didattica a distanza, e gli studenti, che avevano risentito di questo brusco cambiamento trovandosi senza punti di riferimento.

Poi ho ascoltato gli imprenditori, quelli che avevano chiuso l’azienda e gli altri che avevano continuato a lavorare, nonostante le enormi difficoltà. I dipendenti e il lavoro in smartworking. Gli psicologi, gli educatori, coloro che avevano cercato di aiutare, anche se a distanza: i volontari della protezione civile, che portavano a casa beni di prima necessità a chi era più a rischio. 

Queste e tante altre storie, tante altre realtà.

Per ogni persona che ascoltavo io costruivo una storia, un racconto, cercando di mettermi nei panni di quella persona e di raccontare ciò che lei aveva visto con i suoi occhi: ogni racconto inizia con una data, con un luogo e una regione e con la dicitura “Quarantena, giorno…”.

In questo modo ho potuto tenere il conto dei giorni di lockdown che abbiamo vissuto. Ho strutturato il libro come se fosse un diario, cercando di dare una panoramica generale di come l’Italia avesse affrontato quel momento storico. 

Pur essendo un libro che racconta molto il dolore, la sofferenza vissuta, ho cercato in realtà di trasmettere anche speranza, positività: molte di queste persone che ho ascoltato, infatti, sono state in grado di reagire a questa situazione, portando anche molti esempi positivi che era giusto trasmettere.

Martina Vaggi

Per tornare alla domanda che mi hai fatto, aggiungerei anche questo: avendo io vissuto il lockdown chiusa in casa, non avevo potuto essere di aiuto a nessuno. Credo che sia stato anche questo a spingermi a dar vita a questo libro: la voglia di dare qualcosa.

Trasmettere tutti i sacrifici, gli sforzi che molte persone avevano compiuto in quel momento per adattarsi a questa nuova realtà, a questo enorme cambiamento.

Andiamo più nello specifico.

Ci sono state delle storie in particolare che ti hanno colpita, rattristita o ispirata, in fase di stesura?

Citane pure alcune liberamente!

Tra le storie che ho raccontato, quella che più mi ha colpita nella sua particolarità e stata quella riguardante un sacerdote e la sua opera di volontariato nei reparti Covid. Quando ho ascoltato questa persona, lui mi ha raccontato di un episodio accaduto durante un turno notturno in reparto.

C’è questo frammento di storia, in cui lui incontra nei corridoi dell’ospedale un medico: da questo incontro nasce un momento di profonda umanità. Il medico si ferma di fronte al sacerdote, lo riconosce nel suo ruolo (grazie alla croce di legno che portava sopra alla tuta, la stessa che indossavano gli operatori sanitari) e in un momento di silenzio, di profondo dolore, gli prende la mano e se la porta sulla testa.

I due rimangono così, uniti in quel momento di preghiera.

Martina Vaggi

Quando lui mi ha raccontato questa scena, mi è sembrato di vederla nella mia mente, come se fosse un film.
Il suo racconto si intitola “Il prete volontario” ed è quello che, tutt’ora, mi commuove di più. 

Ci sono dettagli nelle storie, come per esempio nomi reali o riferimenti, a cui devi fare attenzione o che devi trattare in modo specifico, con dovuto riguardo?

Ho preferito usare nomi fittizi per raccontare le storie di queste persone. Solo in alcuni casi ho mantenuto il loro vero nome e cognome, in quanto i protagonisti di queste storie mi hanno dato un consenso firmato ad usare la loro vera identità.

Per tutti gli altri, i nomi sono inventati, li ho scelti io. Come se fossero personaggi creati e non reali.
Anche per quanto riguarda gli ospedali: non ho usato i nomi delle strutture.

Martina Vaggi

Se stavo scrivendo di un racconto ambientato in un ospedale di provincia, non citavo né il nome dell’ospedale né la provincia. Lo indicavo semplicemente con il nome della regione. Ad esempio: “Ospedale in Piemonte”.

In che modo hai cercato persone disponibili a narrare le loro storie? Hai in seguito mantenuto qualche racconto?

Le prime persone che ho ascoltato sono state persone vicine a me o conoscenti. Altre persone sono state proprio loro a trovarle: diciamo che il “passaparola” ha aiutato molto, in questo caso.
Io avevo le idee chiare su chi volevo ascoltare: ad esempio, ho cercato a lungo una persona di Bergamo e alla fine sono riuscita a trovare una persona di Nembro, il paesino focolaio dell’epidemia nella bergamasca.

Martina Vaggi

Volevo anche una persona del Veneto, che mi raccontasse come la regione avesse vissuto la situazione. Poi mi sono mossa nel cercare anche persone del sud Italia: è stato interessante osservare come, almeno in un primo momento, loro avessero vissuto la situazione di riflesso, “subendo” anche psicologicamente ciò che stava accadendo al nord Italia, dalle immagini che vedevano nei telegiornali. 

Ogni volta che ascoltavo una persona, accadeva che fosse lei a dirmi: “Sai che anche un mio amico ha vissuto una determinata situazione mentre era in quarantena”. In questo modo, non è stato difficile “costruire” una rete di persone disposte a raccontarsi.

Ho visto in molte persone la voglia di raccontare le proprie storie.

Questo è veramente molto bello, Martina.
Noi ricordiamo che il libro di Martina Vaggi “Il diario del silenzio” lo potete trovare su Amazon e vi lasciamo qui il link:

Ora una domanda di più amplio respiro.

Cosa ti ha avvicinata alla scrittura? Qual è stato il tuo percorso, e cosa consiglieresti a chi si avvicina per la prima volta a tale hobby?

Io scrivo da sempre. Ho sempre avuto questa esigenza.

L’esigenza di esprimere la moltitudine di pensieri che affollano la mia mente o di raccontare ciò che vedo tramite le mie esperienze o le storie degli altri. 

Per questo scopo, nel 2015, ho creato il mio blog “Pensieri surreali di gente comune”. Successivamente sono nate le pagine Facebook e Instagram collegate al blog.

Durante il lockdown tenevo una sorta di “diario pubblico” su queste pagine, dove pubblicavo post in cui indicavo il giorno di quarantena e il mio pensiero sul giorno trascorso o sui sentimenti che provavo e “vedevo” espressi anche da altri. Da qui è nata l’impostazione del libro “Il diario del silenzioStorie reali di quarantena”.

Negli anni precedenti alla nascita del blog e del libro, ho studiato Lettere Moderne all’Università di Pavia, mi sono laureata che già scrivevo su giornali cartacei e digitali a tempo pieno. Purtroppo, non percependo un compenso, una volta laureata non ho più avuto la possibilità di continuare: avevo, ovviamente, bisogno di un lavoro che mi desse la possibilità di mantenermi. 

Martina Vaggi

Così ho svolto diversi lavori: mi sono adattata ma non ho mai smesso di scrivere. 
Credo che sia questo il “consiglio” che potrei dare a chi, come me, si ritrova ad avere una “capacità” che non è molto remunerativa: di continuare a provare, di continuare a scrivere, di cercare una strada per poterlo fare, un giorno, come lavoro. 

Io non so se riuscirò mai a vivere solamente di scrittura ma sicuramente continuerò a provarci.

Grazie di cuore per la tua partecipazione, Martina! Siamo stati felici di ospitarti, e di parlare di una tematica così particolare e interessante.
Abbiamo inoltre piacere di includere i tuoi lavori e i tuoi link social:

Grazie a te per questa bellissima esperienza.


“Il diario del silenzio – Storie reali di quarantena” di Martina Vaggi su Amazon: https://lnkd.in/dcmdkqe

Blog di Martina Vaggi: https://atomic-temporary-98104754.wpcomstaging.com/

Profilo LinkedIn Martina Vaggi: https://www.linkedin.com/in/martina-vaggi-828007131/

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Facebook profilo del Blog di Martina Vaggi: https://www.facebook.com/PensieriSurrealidigentecomune

Profilo Instagram di Martina Vaggi: https://www.instagram.com/martiggi91/channel/

Profilo Instagram blog Martina Vaggi: https://www.instagram.com/pensierisurrealidigentecomune/

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Il diario del silenzio

“Il diario del silenzio”: scrivere e pubblicare un libro di testimonianze

Che cosa provi mentre stai correndo una maratona? Mentre vedi il traguardo ancora troppo lontano da raggiungere e le gambe iniziano a farti male?

Non puoi dirlo in quel momento.
In quel momento la tua mente deve essere sgombra di pensieri, per permetterti di correre liberamente, senza condizioni. Quello che provi, o che hai provato in quegli istanti di fatica e sudore, lo capirai e sarai in grado di raccontarlo solo più avanti. A mente lucida.

È la stessa cosa che succede quando stai scrivendo un libro.
La stessa cosa accadde a me quando scrissi “Il diario del silenzio – Storie reali di quarantena“.

Il diario del silenzio

Scrivere un libro: l’importanza di fare delle liste

Nel luglio 2020 è nata in me questa consapevolezza.
Era da più di un mese terminato il primo lockdown che tutti avevamo vissuto con gli stessi sentimenti: sgomento, dolore, rabbia, incredulità.

Perché non mettere quei sentimenti su carta?
Perché non lasciare un segno di ciò che avevamo vissuto e provato, affinché altri, nel futuro, potessero leggerli e immedesimarsi in noi?

Ho iniziato il tutto in maniera innocente.
Prima ho pensato a cosa volevo esattamente esprimere.
Che cosa avrei voluto rappresentare con “Il diario del silenzio“?

Volevo ascoltare varie persone e le loro storie riferite a quel folle lasso di tempo che aveva lasciato cicatrici indelebili su ognuno di noi.

Cominciai facendo una lista.
Tutto partì con un foglio di carta dove io appuntai tre riferimenti:

Il diario del silenzio

Volevo raccontare storie.
Dovevo contattare persone disponibili a raccontarmele.
Il tutto, nel più breve tempo possibile.

Il lockdown era terminato da poco e io non avevo la minima idea che potesse ripresentarsi un’emergenza sanitaria di lì a pochi mesi.
Credevo di dover fare tutto alla svelta, altrimenti l’argomento non sarebbe più stato molto attuale, dopo.

Così, partì la mia ricerca.
La ricerca di date, avvenimenti, di persone e aziende che potessero darmi una mano nel realizzare “Il diario del silenzio“.

Nonostante i miei dubbi, trovai molte persone disposte a raccontarmi di loro.
E quel foglio dove io mi ero appuntata quei primi tre riferimenti, ben presto divenne una vera e propria lista.

Una lista di persone da intervistare.

Il diario del silenzio


All’inizio tutto partì così.
Ma… ben presto, dopo le prime interviste, mi resi conto di una cosa.

“Il diario del silenzio”: l’ascolto attivo delle testimonianze

Quelle persone non erano cavie.
Erano testimonianze di un periodo storico mai vissuto prima.
E io non dovevo intervistarle.
Dovevo ascoltarle.
Immedesimami in loro, in tutte quelle parole
che sgorgavano senza un freno.
In tutti quei sentimenti che trapelavano da ogni
movimento inconscio delle mani, del loro sguardo.

La prima persona che ascoltai fu un paziente della Toscana, che era stato ricoverato in terapia intensiva per due settimane.
Io non lo conoscevo, non l’avevo mai visto prima.
Era stato un mio amico a darmi il suo contatto.
Mi parlò al telefono per due ore e mezza.

Credo di non aver mai ascoltato per così tanto tempo e con così tanta attenzione una persona in tutta la mia vita.

Il flusso di parole era così impetuoso e continuo, che quasi mi dispiaceva interromperlo con le mie domande.

Il diario del silenzio

Ogni volta che ascoltavo una testimonianza
cercavo di non interromperla perché non
volevo rovinare quel flusso di emozioni.
Il problema era che avevo bisogno di un
quadro cronologico chiaro e quindi di date,
di periodi, per poter poi incanalare tutto questo
in una sorta di “diario”, dove ogni racconto
avrebbe avuto la sua data in cui poter circoscrivere la sua storia.

La cosa strana era che avevo sempre pensato di non essere all’altezza di fare nulla nella mia vita.

E invece… ho scritto “Il diario del silenzio“. Chi l’avrebbe mai pensato?
Non io.

Non io, che ho sempre pensato che non avrei mai potuto scrivere un libro, nonostante avessi scritto praticamente da sempre: sui giornali, su testate digitali, sul mio blog.
Come posso io rendere appieno un’esperienza vissuta da un’altra persona?
Questo mi chiedevo, continuamente.
Eppure, man mano che andavo avanti in questo percorso, capii una cosa.

Il diario del silenzio

L’ascolto è la chiave.

Se vuoi davvero conoscere la storia di una persona, devi ascoltarla.

E non mi riferisco a quell’ascolto di cui facciamo uso tutti, tutti i giorni: concedere all’altra persona di parlare solo per poter dare noi una risposta.
Quello non è ascoltare.
È attendere il proprio turno, esattamente come facciamo ogni volta che siamo in coda per salire sul treno.

Il vero ascolto è quello attivo.
Quello che prescinde da ogni giudizio.
Questo è l’ascolto che ti permette di entrare nella vita delle persone e di cogliere sfumature in loro che neanche loro sanno di avere.
Questo è l’ascolto che esercitai per poter immedesimarmi nelle storie di quelle persone e scrivere il libro.
Questo mi portò un arricchimento personale impagabile.

Il flusso di coscienza dello scrittore

Dopo neanche un mese dall’inizio della prima stesura di “Il diario del silenzio“, ero entrata in una sorta di limbo.
Stavo sperimentando quello che gli psicologi chiamano “Flow“, cioè “Flusso”.
Ovvero: uno stato di coscienza dove la persona è completamente coinvolta nell’attività che sta svolgendo.

Il diario del silenzio

Ricordo che la mia vita andava avanti come se niente fosse, ma io ne ero quasi estranea.
In quei momenti pensavo:

Ogni volta che cammino per la strada,
ogni volta che vado a lavoro,
ogni volta che mi addormento alla sera,
sto pensando al libro: a chi ascoltare,
a chi coinvolgere, a come fare per farlo crescere.

Il fatto è che la mia vita, in quel momento, era un vero casino.
Da anni non avevo grandi soddisfazioni personali o lavorative a cui attingere.
In più, il mio fidanzato aveva ricevuto una promozione, si era trasferito al sud e noi ci eravamo lasciati.
Stavo soffrendo.

E per la prima volta ci riuscii: riuscì ad usare la sofferenza per fare qualcosa di produttivo.

Anche da quella sofferenza nacque “Il diario del silenzio“.
Questo mi fece prendere consapevolezza di una cosa.

I percorsi si fanno con i “nonostante.
Non con i “se” e con i “ma”.
Con quelli non si va da nessuna parte.

Un percorso si fa nonostante tu stia male.
Nonostante tu sia delusa.
Nonostante in te alberghi sofferenza.
Perché puoi comunque trovare la strada per vedere la gioia.
Che è ovunque il nostro occhio sia disposto a scovarla.

Scrivere un libro: cosa fare dopo che la prima stesura è terminata

Nello scrivere “Il diario del silenzio“, una volta che la prima stesura fu terminata, si chiuse una porta e se ne aprirono altre mille.
Come devo procedere ora?“, mi chiesi, in quel momento.
Una lista. Dovevo fare un’altra lista.

Il diario del silenzio

Il 22 ottobre 2020 fu la prima volta che vidi il mio libro online.
Come titolo scelsi, appunto, “Il diario del silenzio“.
Il sottotitolo fu “Storie reali di quarantena“.

All’inizio, quando guardai il mio libro per la prima volta,
io vidi solo il mio nome.
Credo che capiti a tutti, soprattutto se è il primo libro.

Solo dopo alcune settimane dalla pubblicazione iniziarono ad accadere delle cose.
Il diario del silenzio” si stava diffondendo, soprattutto a livello locale.
Trattando di storie reali e, di racconti dov’era presente molta sofferenza, si presentarono alla mia porta alcune situazioni.

Una signora del paese fermò mia mamma al supermercato per farle i complimenti.
Le disse: “Ho letto il libro di sua figlia“, poi scoppiò a piangere.
E mia mamma, con lei.
Il tutto davanti al banco dei salumi.

Alcune persone che avevo ascoltato iniziarono a portare il libro a lavoro, nei reparti dell’ospedale e a parlarne.
Un passante del mio paese, un giorno, mi fermò per strada e mi disse: “Sai che quando ho letto ‘Il diario del zilenzio‘ ho pianto per una notte intera?“.

La mamma di una mia coscritta mi mandò a casa dei fiori: avevo deciso di inserire sua figlia, deceduta giovane in un incidente, in un racconto del libro. L’avevo descritta esattamente come era da viva: una bella ragazza solare, con una straordinaria voglia di vivere.

Ho pensato che anche se una persona non può più vivere su questa terra, può comunque vivere per sempre in un racconto.

La scrittura, serve a questo. A lasciare una traccia.

Il giorno in cui mi arrivarono a casa quei fiori, trovai anche un biglietto, scritto dalla mamma della mia coscritta.
Quel giorno ho pianto senza riuscire a fermarmi.

Succedevano cose molto belle, in continuazione.
Ma tutte queste cose non riguardavano me.

Non ero io il centro di quel turbine.
Erano le altre persone.

E in quel momento mi sono resa conto che non era il mio nome la cosa più importante di “Il diario del silenzio“.
Erano tutte le altre persone al quale il libro era legato.

Da quel momento in poi, smisi di focalizzarmi sul mio nome in copertina.

“Il diario del silenzio”: cosa fare dopo averlo pubblicato

Divenne una priorità per me fare in modo che le persone parlassero del libro.
Ma in che modo dovevo muovermi?

Il diario del silenzio


In qualche modo, fare quelle liste mi aiutava ad organizzare la giornata.
Riuscivo sempre a portare a termine ciò che mi ero scritta e ad ottenere anche dei buoni risultati.

Nel giro di due mesi avevo venduto circa cinquecento copie, tra eBook e print on demand.
Avevo ottenuto un buon numero di recensioni, tutte positive.
Dopo tre mesi, “Il diario del silenzio” era primo nella classifica IBS.it degli eBook più regalati dell’anno.

Forse per alcuni sembrerà poco. Per altri, sembrerà tanto.
Per me non era né tanto né poco: erano semplicemente obbiettivi che mi ero prefissata di raggiungere.
Mi limito a riportare quanto è successo e quanto ho ottenuto, sapendo di averci messo tutta me stessa.

Poco dopo che “Il diario del silenzio” venne pubblicato, mia mamma mi disse: “Sei fortunata che hai trovato persone che ti fanno pubblicità, che ti organizzano presentazioni, che ci tengono a parlare del libro.
Ma io sapevo che la fortuna, in realtà, non c’entrava molto.

Quando lavori su un tuo progetto, quando sei tu a cercare i contatti, a creare legami,
a fare in modo che le persone credano in quello che stai facendo anche più
di quanto ci creda tu, non è fortuna.
Semplicemente avevi chiaro un obbiettivo: ci hai lavorato su e hai ottenuto dei risultati.
Fine.

Nel processo di scrittura e pubblicazione di un libro, tutti pensano che scriverlo sia la fase più difficile.
Le persone credono che sia quello il vero e duro lavoro e, in effetti, prima di pubblicare “Il diario del silenzio” anche io la pensavo così.
Scrivere in effetti non è semplice.
Assemblare tutti i pensieri fino a dar loro la forma di un libro, lo è ancora meno.

La verità è che, quando il libro venne pubblicato, io ebbi in qualche modo la percezione che il duro lavoro iniziasse in quel momento.
E, effettivamente, questo fu ciò che avvenne.

Il diario del silenzio

“Il diario del silenzio”: i book blogger, i contatti, le recensioni

Dopo la pubblicazione de “Il diario del silenzio“, non avendo io una casa editrice alle spalle, mi sono organizzata io.
Quello è il momento in cui ho cercato i contatti con persone disposte a parlare del tuo libro sui loro blog, sui giornali: ricerchi interviste, recensioni.
Crei tu stesso dei contatti che poi mantieni.
In che modo?

Con la gentilezza. Con la consapevolezza che niente ci è dovuto da nessuno.
E con l’uso di due semplici parole, delle quali a volte scordiamo l’esistenza: per favore e grazie.
Ma in tutto questo c’era anche qualcos’altro.
In qualche modo, l’aver pubblicato un libro fece maturare in me una consapevolezza.

Io non ero nessuno.
E il fatto di aver pubblicato un libro
con il mio nome sopra non faceva di me qualcuno.

In Italia, ogni giorno, vengono pubblicati circa duecento libri.

Ogni giorno. Duecento libri. “Il diario del silenzio” era solo uno di questi.
Quindi… per come la vedo io, siamo tutti dei “nessuno”.
Tutti noi siamo dei nessuno per il mondo, o per le altre persone.

Dunque… dov’ero rimasta?
Ah si, giusto: mantenere dei contatti.
Il passo successivo, almeno per me, fu quello di cercare concorsi letterari e fiere online a cui iscrivere “Il diario del silenzio“.

Creare anche un booktrailer. Anche solo per mettermi alla prova.
E poi… guardare al futuro.
Avendo sempre in mente un obbiettivo.
Il che mi riporta a quest’ultima lista che ho fatto un mese fa:

Il diario del silenzio

… Su questi ultimi due punti ci sto ancora lavorando.

Martina Vaggi

Photo credit immagine in evidenza: “Il diario del silenzio” di http://booklovers105.blogspot.com/2020/12/recensione-il-diario-del-silenzio.html

Altre immagini: Pixabay e Canva e “Il diario del silenzio” di Martina Vaggi.




Il diario del silenzio

Scrivere e pubblicare un libro di testimonianze: l’ascolto attivo e l’importanza di fare delle liste

Che cosa provi mentre stai correndo una maratona? Mentre vedi il traguardo ancora troppo lontano da raggiungere e le gambe iniziano a farti male?
Non puoi dirlo in quel momento.
In quel momento la tua mente deve essere sgombra di pensieri, per permetterti di correre liberamente, senza condizioni. Quello che provi, o che hai provato in quegli istanti di fatica e sudore, lo capirai e sarai in grado di raccontarlo solo più avanti. A mente lucida.
È la stessa cosa che succede quando stai scrivendo un libro.

Apri Word e vedi quella pagina bianca davanti a te.
E senti in te quel bisogno, quella necessità di riempirla.
Sai che devi farlo.

Nel luglio 2020 è nata in me questa consapevolezza.
Era da più di un mese terminato il primo lockdown che tutti avevamo vissuto con gli stessi sentimenti: sgomento, dolore, rabbia, incredulità.
Perché non mettere quei sentimenti su carta? Perché non lasciare un segno di ciò che avevamo vissuto e provato, affinché altri, nel futuro, potessero leggerli e immedesimarsi in noi?

Ho iniziato il tutto in maniera innocente.
Prima ho pensato a cosa volevo esattamente esprimere: volevo ascoltare varie persone e le loro storie riferite a quel folle lasso di tempo che aveva lasciato cicatrici indelebili su ognuno di noi.
Cominciai facendo una lista.
Tutto partì con un foglio di carta dove io appuntai tre riferimenti:

Volevo raccontare storie.
Dovevo contattare persone disponibili a raccontarmele.
Il tutto, nel più breve tempo possibile.

Il lockdown era terminato da poco e io non avevo la minima idea che potesse ripresentarsi un’emergenza sanitaria di lì a pochi mesi.
Credevo di dover fare tutto alla svelta, altrimenti l’argomento non sarebbe più stato molto attuale, dopo.

Così, partì la mia ricerca.
La ricerca di date, avvenimenti, di persone e aziende che potessero darmi una mano nel realizzare il mio progetto.

Nonostante i miei dubbi, trovai molte persone disposte a raccontarmi di loro.
E quel foglio dove io mi ero appuntata quei primi tre riferimenti, ben presto divenne una vera e propria lista.
Una lista di persone da intervistare.


All’inizio tutto partì così.
Ma… ben presto, dopo le prime interviste, mi resi conto di una cosa.

Quelle persone non erano cavie.
Erano testimonianze di un periodo storico mai vissuto prima.
E io non dovevo intervistarle.
Dovevo ascoltarle.
Immedesimami in loro, in tutte quelle parole che sgorgavano senza un freno.

In tutti quei sentimenti che trapelavano da ogni movimento inconscio delle mani, del loro sguardo.

La prima persona che ascoltai fu un paziente della Toscana, che era stato ricoverato in terapia intensiva per due settimane.
Io non lo conoscevo, non l’avevo mai visto prima.
Era stato un mio amico a darmi il suo contatto.
Mi parlò al telefono per due ore e mezza.
Credo di non aver mai ascoltato per così tanto tempo e con così tanta attenzione una persona in tutta la mia vita.
Il flusso di parole era così impetuoso e continuo, che quasi mi dispiaceva interromperlo con le mie domande.

Ogni volta che ascoltavo una testimonianza cercavo di non interromperla perché non volevo rovinare quel flusso di emozioni.
Il problema era che avevo bisogno di un quadro cronologico chiaro e quindi di date, di periodi, per poter poi incanalare tutto questo in una sorta di “diario”, dove ogni racconto avrebbe avuto la sua data in cui poter circoscrivere la sua storia.

La cosa strana era che avevo sempre pensato di non essere all’altezza di fare nulla nella mia vita.
Ho sempre pensato che non avrei mai potuto scrivere un libro, nonostante avessi scritto praticamente da sempre: sui giornali, su testate digitali, sul mio blog.
Come posso io rendere appieno un’esperienza vissuta da un’altra persona?
Questo mi chiedevo, continuamente.
Eppure, man mano che andavo avanti in questo percorso, capii una cosa.

L’ascolto è la chiave.
Se vuoi davvero conoscere la storia di una persona, devi ascoltarla.
E non mi riferisco a quell’ascolto di cui facciamo uso tutti, tutti i giorni: concedere all’altra persona di parlare solo per poter dare noi una risposta.
Quello non è ascoltare.
È attendere il proprio turno, esattamente come facciamo ogni volta che siamo in coda per salire sul treno.

Il vero ascolto è quello attivo.
Quello che prescinde da ogni giudizio.
Questo è l’ascolto che ti permette di entrare nella vita delle persone e di cogliere sfumature in loro che neanche loro sanno di avere.
Questo è l’ascolto che esercitai per poter immedesimarmi nelle storie di quelle persone e scrivere il libro.

Questo mi portò un arricchimento personale impagabile.

Dopo neanche un mese dall’inizio del mio percorso, ero entrata in una sorta di limbo.
Stavo sperimentando quello che gli psicologi chiamano “Flow“, cioè “Flusso”.
Ovvero: uno stato di coscienza dove la persona è completamente coinvolta nell’attività che sta svolgendo.

Ricordo che la mia vita andava avanti come se niente fosse, ma io ne ero quasi estranea.
In quei momenti pensavo: “Ogni volta che cammino per la strada, ogni volta che vado a lavoro, ogni volta che mi addormento alla sera, sto pensando al libro: a chi ascoltare, a chi coinvolgere, a come fare per farlo crescere.

Il fatto è che la mia vita, in quel momento, era un vero casino.
Da anni non avevo grandi soddisfazioni personali a cui attingere.
In più, il mio fidanzato aveva ricevuto una promozione, si era trasferito al sud e noi ci eravamo lasciati.
Stavo soffrendo.
E per la prima volta riuscii a usare quella sofferenza per fare qualcosa di produttivo.

I percorsi si fanno con i “nonostante.
Non con i “se” e con i “ma”.
Con quelli non si va da nessuna parte.
Un percorso si fa nonostante tu stia male.
Nonostante tu sia delusa
.
Nonostante in te alberghi sofferenza.

Perché puoi comunque trovare la strada per vedere la gioia.
Che è ovunque il nostro occhio sia disposto a scovarla.

Nello scrivere un libro, una volta che la prima stesura è terminata, si chiude una porta e se ne aprono mille.
Come devo procedere ora?“, mi chiesi.
Una lista. Dovevo fare un’altra lista.

Il 22 ottobre 2020 fu la prima volta che vidi il mio libro online.
Come titolo scelsi “Il diario del silenzio“.
Il sottotitolo fu “Storie reali di quarantena“.
All’inizio, quando lo guardai per la prima volta, io vidi solo il mio nome.
Credo che capiti a tutti, soprattutto alla prima pubblicazione.

Solo dopo alcune settimane dalla pubblicazione iniziarono ad accadere delle cose.
Il libro si stava diffondendo, soprattutto a livello locale.
Trattando di storie reali e, perlopiù, di storie dov’era presente molta sofferenza, si presentarono alla mia porta alcune situazioni.

Una signora del paese fermò mia mamma al supermercato per farle i complimenti.
Le disse: “Ho letto il libro di sua figlia”, poi scoppiò a piangere. E mia mamma, con lei.
Il tutto davanti al banco dei salumi.
Alcune persone che avevo ascoltato iniziarono a portare il libro a lavoro, nei reparti dell’ospedale e a parlarne.
Un passante del mio paese, un giorno, mi fermò per strada e e mi disse: “Sai che quando l’ho letto ho pianto per una notte intera?”.
La mamma di una mia coscritta mi mandò a casa dei fiori: avevo deciso di inserire sua figlia, deceduta giovane in un incidente, in un racconto del libro. L’avevo descritta esattamente come era da viva: una bella ragazza solare, con una straordinaria voglia di vivere.
Ho pensato che anche se una persona non può più vivere su questa terra, può comunque vivere per sempre in un racconto.
D’altronde, la scrittura, serve a questo. A lasciare una traccia.
Il giorno in cui mi arrivarono a casa quei fiori, trovai anche un biglietto, scritto dalla mamma della mia coscritta.
Quel giorno ho pianto senza riuscire a fermarmi.

Succedevano cose molto belle, in continuazione.
Ma tutte queste cose non riguardavano me.

Non ero io il centro di quel turbine.
Erano le altre persone.
E in quel momento mi sono resa conto che non era il mio nome la cosa più importante di quel libro.
Erano tutte le altre persone al quale era legato.
Da quel momento in poi, smisi di focalizzarmi sul mio nome in copertina
.

Divenne una priorità per me fare in modo che le persone parlassero del libro.
Ma in che modo dovevo muovermi?


In qualche modo, fare quelle liste mi aiutava ad organizzare la giornata.
Riuscivo sempre a portare a termine ciò che mi ero scritta e ad ottenere anche dei buoni risultati.

Nel giro di due mesi avevo venduto circa cinquecento copie, tra eBook e print on demand.
Avevo ottenuto un buon numero di recensioni, tutte positive.
Dopo tre mesi, il mio libro era primo nella classifica IBS.it degli eBook più regalati dell’anno.
Forse per alcuni sembrerà poco. Per altri, sembrerà tanto.
Per me non era né tanto né poco: erano semplicemente obbiettivi che mi ero prefissata di raggiungere.
Mi limito a riportare quanto è successo e quanto ho ottenuto, sapendo di averci messo tutta me stessa.

Poco dopo che il libro venne pubblicato, mia mamma mi disse: “Sei fortunata che hai trovato persone che ti fanno pubblicità, che ti organizzano presentazioni, che ci tengono a parlare del libro.”
Ma io sapevo che la fortuna, in realtà, non c’entrava molto.

Quando lavori su un tuo progetto, quando sei tu a cercare i contatti, a creare legami,
a fare in modo che le persone credano in quello che stai facendo anche più
di quanto ci creda tu, non è fortuna.
Semplicemente avevi chiaro un obbiettivo: ci hai lavorato su e hai ottenuto dei risultati.
Fine.

Nel processo di scrittura e pubblicazione di un libro, tutti pensano che scriverlo sia la fase più difficile.
Le persone credono che sia quello il vero e duro lavoro e, in effetti, prima di pubblicarlo anche io la pensavo così.
Scrivere in effetti non è semplice.
Assemblare tutti i pensieri fino a dar loro la forma di un libro, lo è ancora meno.

La verità è che, quando il libro venne pubblicato, io ebbi in qualche modo la percezione che il duro lavoro iniziasse in quel momento.
E, effettivamente, questo fu ciò che avvenne.

Dopo la pubblicazione, se non hai una casa editrice alle spalle, devi organizzarti tu.
Quello è il momento in cui cerchi i contatti con persone disposte a parlare del tuo libro sui loro blog, sui giornali: ricerchi interviste, recensioni.
Crei tu stesso dei contatti che poi mantieni.
In che modo?
Con la gentilezza. Con la consapevolezza che niente ci è dovuto da nessuno.
E con l’uso di due semplici parole, delle quali a volte scordiamo l’esistenza: per favore e grazie.
Ma in tutto questo c’era anche qualcos’altro.
In qualche modo, l’aver pubblicato un libro fece maturare in me una consapevolezza.

Io non ero nessuno.
E il fatto di aver pubblicato un libro con il mio nome sopra non faceva di me qualcuno.

In Italia, ogni giorno, vengono pubblicati circa duecento libri.
Ogni giorno. Duecento libri.
Quindi… per come la vedo io, siamo tutti dei “nessuno”.
Tutti noi siamo dei nessuno per il mondo, o per le altre persone.

La soluzione non è cercare di essere qualcuno per gli altri.
Agli altri non frega nulla di noi.
La cosa giusta da fare è cercare di essere qualcuno per noi stessi.

Dunque… dov’ero rimasta?
Ah si, giusto: mantenere dei contatti.
Beh, il passo successivo, almeno per me, fu quello di cercare concorsi letterari e fiere online a cui iscrivere il libro.
Ho creato anche un booktrailer. Anche solo per mettermi alla prova.
E poi… ho cercato di guardare al futuro.
Avendo sempre in mente un obbiettivo.
Il che mi riporta a quest’ultima lista che ho fatto un mese fa:

… Su questi ultimi due punti ci sto ancora lavorando.

Martina Vaggi

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Altre immagini: create su Canva.




Pensieri sulla pandemia

Avere 30 anni in tempi di Covid

Cosa significa avere 30 anni in tempi di Covid?

Come ci si sente a vivere una realtà in cui non ci aspettavamo di essere catapultati, tutti?

Cosa si prova a vedere davanti a noi un futuro che sembra perdere il significato stesso della parola “futuro”?

Alcuni dicono che la vita inizi proprio a 30 anni.
Che questi siano gli anni migliori per scoprire se stessi.
Sarà anche vero, ma… per noi giovani oggi, forse sarà più dura.

perdona

Oppure, al contrario, avremo modo di dimostrare il nostro valore.
Avremo l’occasione di dimostrare che siamo resilienti.
Che sappiamo cogliere le sfide per migliorarci e non starcene con le mani in mano.

Avremo modo di dimostrare che la vita non inizia a 30 anni ma inizia in qualsiasi momento.
Che piangendoci addosso non risolveremo mai nulla.

Anche voi avete dubbi su quello che sto dicendo, o è una mia impressione?

Avere 30 anni oggi: le paure del futuro

Credo che il sentimento più naturale del mondo, in questo momento storico così drammatico sia la paura.
Non dovremmo sentirci sbagliati nel nutrire paura del futuro.

Anche perché, per quanto possiamo sforzare il collo a vederci più lungo di quanto i nostri occhi non riescano a fare… Non possiamo.
Semplicemente, non possiamo.

30 anni

Noi non possiamo guardare più in là.
Non abbiamo accesso al futuro.
Non possiamo semplicemente scegliere una porta che ci conduca ad uno spazio temporale e spingerla.
Non possiamo pensare di aprirla.

Ma se dovessimo immaginare, per un momento, che questo fosse possibile…
Se tu potessi farlo, poniamo.

Ecco: tu dove andresti?
Avanti o indietro?
Ti muoveresti nel passato o nel futuro?

A chi porresti le tue domande per avere le risposte che cerchi?

Se si potesse farlo, credo che io cercherei le risposte alle mie domande nel passato.
Se potessi parlare con i miei nonno, chiederei a loro com’è stato vivere una situazione traumatica come la guerra e uscirne vivi.

Quella porta non si può aprire.
E ognuno deve cavarsela da solo, come sempre.

Ma cosa direbbero i nostri nonni dei 30 anni or sono, loro che hanno vissuto la guerra sulle loro spalle e sono riusciti a superarla?

Cosa potrebbero dirci loro per farci stare meglio?

Io non sono cosa direbbe mio nonno. So cosa mi diceva quando era ancora vivo su questa terra.
E posso immaginare cosa potrebbe dirmi oggi, se gli rivelassi le mie paure.

Queste, che ora trascrivo qui.

30 anni

Avere 30 anni: il futuro e la ricerca di un lavoro

Vorrei svegliarmi domani e avere 70 anni.
Una vita già vissuta alle spalle, una pensione che mi basti a pagarmi un affitto e la spesa.
Niente di più.

Vivere della semplice quotidianità, senza avere grilli per la testa, senza troppe aspettative sulla vita.
Perché quello che dovevo imparare, già l’avrei appreso in tempi passati.
Avrei già costruito, quando ancora si poteva costruire.
Risparmiato qualcosa quando ancora era possibile risparmiare.

Ho 30 anni, invece, e un futuro da costruire, che faccio fatica a vedere.
A malapena si scorge, non importa quanto io guardi lontano.

30 anni

Ho 30 anni e vivo, costantemente, nella paura.
La vivo come altri di noi, sulla pelle.
È la paura di non avere più un lavoro domani, di non riuscire a trovarne altri negli anni a venire.

È la paura di desiderare un lavoro più adatto agli studi che ho fatto, a tutta la fatica e la speranza che ho investito.
Un desiderio che si accavalla con il costante senso di colpa che provo nel pensare questo, quando vedo quanti altri un lavoro lo hanno perso.

Ho 30 anni e mi chiedo se non sia già tardi.
Tardi per i sogni che volevo realizzare ieri e che domani… potrò? Domani… chissà?

Ho 30 anni e non so quando riuscirò a diventare completamente indipendente, non so se potrò mai mantenere una casa o un figlio, se mai lo avrò.

Convivo con questa continua ansia che mi fa pensare:

“Ma ho già 30 anni: è tardi.”

Avere 30 anni in pandemia: a ogni generazione la sua guerra

Poi mi soffermo a pensare al passato.
Se mio nonno fosse qui, oggi, mi racconterebbe della guerra, come faceva sempre. Di quando ha patito la fame, di quando è stato fatto prigioniero dai tedeschi. Lì la sua più grande fortuna fu quella di saper fare un mestiere: era sarto e cuciva le divise dei soldati.

Lui i suoi 30 anni li ha vissuti così.
Prigioniero di una guerra più grande di lui.

30 anni

Allora mi parlerebbe di quando è riuscito a scappare dal campo di prigionia e le bombe esplodevano tutte attorno a lui. Me lo racconterebbe con tutta la sua profonda umiltà e si metterebbe a piangere come un disperato, come succedeva ogni volta.

E io allora mi vergognerei un po’ di questi pensieri.
Di aver paura di dover lottare per avere un futuro.
Mi vergognerei di avere 30 anni e troppa paura.

Perché, forse, ogni generazione ha la propria guerra da combattere o da vivere, stringendo i denti, con forza.
Ogni generazione ha la propria corda da tirare.

E non è detto che sia per forza negativo passare attraverso eventi così nefasti.
Non è detto che non si possa imparare qualcosa da una realtà che non ci aspettavamo di vivere.
Noi non possiamo saperlo.
Non abbiamo questa possibilità.

Possiamo solo dire: forse si, forse no. Vedremo.

30 anni

Avere 30 anni nel presente: la lezione della Signora T.

Torno a pensare al presente.

Ai miei 30 anni che non sono sprecati.
Al mio desiderio di non arrendermi, di venire a capo di qualsiasi pensiero negativo ingarbugli la mia mente.

Torno con il pensiero a quella volta che mi rivolsi all’unica persona in grado di aiutarmi a sciogliere quei nodi.
A quella volta in cui la Signora T. (ne parlo nel mio libro) mi disse:

“Sai Martina, il punto non è vivere sperando e pregando di non avere mai problemi.
Sarebbe troppo semplice.
La vita non deve essere vissuta con la speranza di non vivere mai un problema.
Sarebbe irrealistico.
Il punto, piuttosto, è: cercare, nonostante i problemi, di trovare sempre la forza per affrontarli.”

30 anni

Martina Vaggi

Photo credit: Pixabay e Canva


Crescita personale

Avere trent’anni in tempi di Covid

Vorrei svegliarmi domani e avere settant’anni.
Una vita già vissuta alle spalle, una pensione che mi basti a pagarmi un affitto e la spesa. Niente di più.
Vivere della semplice quotidianità, senza avere grilli per la testa, senza troppe aspettative sulla vita.
Perché quello che dovevo imparare, già l’avrei appreso in tempi passati.
Avrei già costruito, quando ancora si poteva costruire.
Risparmiato qualcosa quando ancora era possibile risparmiare.

Ho trent’anni, invece, e un futuro da costruire, che faccio fatica a vedere.
A malapena si scorge, non importa quanto io guardi lontano.
Vorrei svegliarmi domani e smettere di avere paura.
E invece questa continua paura io la vivo, come altri di noi, sulla pelle. E’ la paura di non avere più un lavoro domani, di non riuscire a trovarne altri negli anni a venire.
E’ la paura di desiderare un lavoro più adatto agli studi che ho fatto, a tutta la fatica e la speranza che ho investito. Un desiderio che si accavalla con il costante senso di colpa che provo nel pensare questo, quando vedo quanti altri un lavoro lo hanno perso.
E’ la paura di non riuscire a diventare completamente indipendente, di non poter mantenere una casa o un figlio, se mai lo avrò.

Poi mi soffermo a pensare al passato.
Se mio nonno fosse qui, oggi, mi racconterebbe della guerra, come faceva sempre. Di quando ha patito la fame, di quando è stato fatto prigioniero dai tedeschi. Lì la sua più grande fortuna fu quella di saper fare un mestiere: era sarto e cuciva le divise dei soldati.
Mi parlerebbe di quando è riuscito a scappare dal campo di prigionia e le bombe esplodevano tutte attorno a lui. Me lo racconterebbe con tutta la sua profonda umiltà e si metterebbe a piangere come un disperato, come succedeva ogni volta.
E io allora mi vergognerei un po’ di questi pensieri.
Di aver paura di dover lottare per avere un futuro.
Mi vergognerei.
Perché, forse, ogni generazione ha la propria guerra da combattere o da vivere, stringendo i denti, con forza. Ogni generazione ha la propria corda da tirare.

Torno a pensare al presente.
A quella volta in cui la Signora T. mi disse: “Sai Martina, il punto non è vivere sperando e pregando di non avere mai problemi. Sarebbe troppo semplice. Il punto, piuttosto, è: cercare, nonostante i problemi, di trovare sempre la forza per affrontarli.”

Martina Vaggi

Photo credit: https://pixabay.com/photos/woman-virus-bacteria-window-5628976/


Pensieri sulla pandemia

1 gennaio 2021: fuori è sempre inverno

Guardo fuori dalla finestra. Il cielo è grigio, la neve scende copiosa. Mi è sempre piaciuto guardarla cadere.
E’ il primo gennaio del 2021. Sono le due di un pomeriggio come un altro e io sto per mettermi a scrivere.

Rivivo per un istante i ricordi di questo anno terribile che ci siamo lasciati alle spalle. Ricordo tutte le cose successe, le rivedo nella mia testa come se fosse un film. Credo che sia successo un po’ a tutti noi, quest’anno.
Abbiamo ricordato l’anno che è stato, tutto ciò che di negativo è successo.
Il 2020 ci ha toccati tutti con mano. E’ entrato nelle nostre vite con prepotenza e con una drammatica forza superiore ci ha travolti.
Forse è qui che qualcuno di noi ha preso consapevolezza, per la prima volta, che tutto ciò che ci succede, talvolta, è mosso da qualcosa di più grande di noi. Che abbiamo il controllo solo fino ad un certo punto, anche se ci ostiniamo ad esercitarlo su ogni cosa che ci circonda.
Che l’unico momento che conta davvero vivere è il nostro presente.

Ogni anno salutiamo l’ultimo giorno che lo accompagna e il primo dell’anno nuovo ma quest’anno è diverso.
La nostra vita non sarà mai più la stessa dopo il 2020.
Credo che per tutti noi sia così.
Forse tutti noi speriamo di dimenticare.
Forse un domani ritroveremo una mascherina stropicciata nella tasca del nostro giubbotto o sepolta nella nostra borsetta. Non ne avremo più bisogno e allora tutto questo potrà essere un ricordo, potrà essere definito “passato.”

Abbiamo aspettato che l’anno finisse per poterlo mandare al diavolo. Lo abbiamo condannato perché questo si fa con i momenti bui, con i periodi negativi, con le persone che ci fanno del male: le si manda a quel paese, senza volerci più avere a che fare.
Anche io vedevo il mondo in questa maniera. Poi, un giorno, la signora T. mi disse: “Non puoi scappare da una situazione negativa sperando di risolvere così il problema. Se te ne vai da un ambiente in cui stai male senza aver imparato i motivi per i quali stai male, un domani finirai di nuovo in una situazione simile e tutto ricomincerà da capo. Per poter dire addio a qualcosa, devi prima aver imparato perché quel qualcosa ha così tanta presa su di te. Solo così, puoi lasciarlo andare.”
Lasciar andare una situazione significa averla compresa, aver imparato a vedere il negativo e il buono.
“Il buono c’è in ogni cosa, se noi lo sappiamo cogliere” mi disse quel giorno, la signora T.

Sono le tre del pomeriggio ora.
Dalla mia scrivania, vedo la neve cadere fuori dalla finestra.
Ognuno di noi spera in cuor suo di dimenticare, ma io non voglio dimenticare.
C’è un mondo esterno che ci insegna che alcune cose non le possiamo cambiare. Non possiamo cambiare quello che è successo l’anno passato. Non possiamo impedire che alcune cose avvengano.
Non possiamo fermare la neve che cade.
Possiamo, però, evitare che dentro di noi geli sempre l’inverno.

Martina Vaggi

Crescita personale · Il diario del silenzio

Quello che provi quando insegui un sogno

Quando avevo diciotto anni scelsi di iscrivermi a Lettere Moderne. Non sapevo ancora di preciso quale sarebbe stata la mia strada, o cos’avrei fatto da grande. Sapevo solo che in una cosa ero brava ed avevo passione: la scrittura.
A vent’anni iniziai a muovermi nell’ambito del giornalismo: scrivevo articoli per giornali cartacei della mia zona e ben presto iniziai a collaborare anche con giornali digitali e blog. I miei genitori mi sconsigliarono questa strada, perché avevano già sentito dire da molti altri del settore che non portava guadagno né la minima possibilità di mantenersi. Un giorno ricordo che mio padre mi disse: “Sì, sarai anche brava a scrivere, ma questo non ti dà diritto ad essere ammessa al Corriere della Sera.”
All’epoca ricordo di essermi chiesta: “Perché dovrei scrivere puntando necessariamente ad arrivare ad un giornale così importante?”
So che la domanda può sembrare stupida, ma il concetto che stava maturando in me all’epoca era questo: tutto ciò che facciamo è considerato valido solo se ci permette di arrivare in alto? Oppure è il cammino che intraprendiamo, i passi che muoviamo lungo il percorso, la fatica, le lezioni che impariamo che contano?

Quando, qualche anno dopo, non ebbi più la possibilità economica di lavorare guadagnando poco, dovetti smettere di fare quel lavoro. Era vero che non dava la possibilità di un guadagno stabile e questo mi venne confermato anche da altri giornalisti del settore, che praticavano da anni.
A quel punto mi ero laureata. I miei genitori continuavano a spronarmi verso strade diverse: “Fai l’insegnante, piuttosto. Cercati un vero lavoro.”
Non feci l’insegnante, se non per brevi periodi.
Aprii un blog, questo blog, e continuai a scrivere per mio conto. Trovai lavoro nel settore che, all’epoca, dava possibilità di trovare da lavorare subito: la ristorazione.
Mi adattai ad un mondo che all’epoca non capivo, ad un ambiente che non mi faceva stare bene, a dei ritmi velocissimi di lavoro e imparai più di quanto avessi mai potuto pensare.
Non avrei mai pensato che la mia vita potesse prendere quella direzione e, ancora faticavo ad accettarlo.
Nel frattempo erano successe tante cose che non avrei mai voluto succedessero e io reagii a quelle cose esattamente come reagisco a tutto ciò che di negativo mi succede: vissi l’intera situazione come un trauma, come un enorme peso che mi schiacciava, come un incubo dal quale non sapevo se mai sarei riuscita a svegliarmi.
Iniziai a stare male, ad avere continui attacchi di panico prima di dormire, a vivere male la quotidianità.
Questo fu un bene, in realtà. Perché mi diede la spinta per rivolgermi ad una persona, a chiedere aiuto.
Iniziai un percorso di crescita con una persona, che sarebbe poi diventata la mia Signora T. in un libro che avrei scritto in futuro. Cominciai a capire tante cose, a prendermi ogni responsabilità delle mie azioni, anche e soprattutto di ciò che pensavo. Capii che le altre persone non si possono cambiare né è mio compito farlo: io avevo solamente il compito di lavorare su me stessa, di crescere, di cambiare il mio modo di pensare e trasformarlo in qualcosa di positivo per me. Questo era il mio compito, questo era ciò che io dovevo fare.
Un giorno la Signora T. mi disse: “La responsabilità è di chi capisce.”
Io capivo. Capivo che ero in grado di guardarmi dentro, di individuare la parte peggiore di me, quella che tutti noi abbiamo e di affrontarla. E così feci e così faccio, ogni giorno.

Paradossalmente, una situazione negativa per me si era rivelata la mia salvezza: da quella avevo tratto il coraggio di rivolgermi ad una persona, di farmi aiutare. Da quel momento in avanti, non feci altro che crescere e cambiare. Nel giro di due anni riuscii a fare dei cambiamenti su me stessa che credevo impossibili nell’arco di decenni. Eppure, li feci.
Alcune persone non li accettarono, altri si strinsero ancora più vicino a me.
Credo che succeda questo, quando le persone notato un cambiamento in te: o restano o se ne vanno.

Un anno fa scoppiò la pandemia. Io presi il coraggio, un coraggio che non credevo neanche di avere. Presi in mano carta e penna e iniziai a buttare giù delle idee. Quelle idee divennero pensieri, che coinvolsero prima me, poi altre persone attorno a me. Durante il primo lockdown, sotto suggerimento di una mia cara amica, iniziai a pensare: “Devo scrivere un libro su tutto questo.”
Dopo la riapertura, quegli appunti che avevo preso ogni giorno di chiusura divennero la mia agenda di appuntamenti, di persone da intervistare. Ed ecco che il libro, quel sogno di una vita che tenevo chiuso nel cassetto segreto, prese forma.
Scrissi di loro. Dell’infermiera e della sua paura nell’avere a che fare con i pazienti Covid; dell’imprenditore che chiude l’azienda per salvaguardarsi, del medico che piange mentre stringe la mano ad un paziente che muore da solo. Scrissi delle insegnanti che lavorarono da casa, in didattica a distanza: degli alunni spaesati, dei pazienti ricoverati in terapia intensiva.
Quel mondo che io, chiusa in casa come tutti, non avevo vissuto, ora lo vivevo attraverso di loro e mi esplodeva dentro, come tutte le lacrime che non ero riuscita a versare durante il lockdown e che ora trovavano il loro sfogo.
Il libro venne pubblicato e divenne “Il diario del silenzio – Storie reali di quarantena” e io sentii di aver fatto, per la prima volta, qualcosa di buono nella mia vita.

Il 22 ottobre, giorno in cui il mio libro uscì sulla piattaforma online, mi ricordai di quella volta in cui mio padre mi disse: “Prova ad entrare in una libreria e a guardarti attorno: non vedi quante persone ci sono al mondo che scrivono? Come puoi pensare di emergere tu?”
Di nuovo, all’epoca, mi feci una domanda: “Ma nella vita bisogna scrivere solo per diventare qualcuno di importante?”
Ebbene sono entrata in una libreria, qualche tempo fa. Mi sono guardata attorno ma la domanda che mi sono posta è stata diversa da quella che mi pose mio padre. Io mi domandai: “Se ci sono milioni di persone che scrivono e pubblicano libri… perché non posso farlo anche io?”
Allora ho capito.
Non si scrive necessariamente per pubblicare un best seller: non ci si butta in un’impresa solo per diventare il migliore del mondo. Per come la vedo io, non esistono persone migliori, perché ci sarà sempre qualcuno che ti supererà in qualcosa, sempre.
Si compie un viaggio avendo bene in mente una destinazione: ma è il percorso, i passi, le cadute, la fatica che ti insegnano se quel percorso è giusto per te.
E’ la fatica, non la voglia di diventare il capo del mondo.
E quella fatica ha un senso.
Anche se non sarai mai la prima ballerina o il vincitore di un Premio Nobel.
Quella fatica avrà un senso per te.

Martina Vaggi

“Il diario del silenzio” link –> https://lnkd.in/dcmdkqe

Crescita personale · Il diario del silenzio

Scrivere un libro: quello che provi quando insegui un sogno

Ognuno ha il suo sogno da realizzare.
Ognuno di noi vuole qualcosa da questa vita, che lo voglia ammettere oppure no.

Scrivere un libro: il mio obiettivo

Io volevo scrivere un libro.

E ho avuto non pochi ostacoli da superare, lungo il percorso.

Quando però sono riuscita nell’impresa, mi sono resa conto che spesso siamo noi i principali ostacoli al raggiungimento dei nostri obiettivi.

Mi chiamo Martina Vaggi, sono l’autrice del libro “Il diario del silenzio – Storie reali di quarantena“.

E ora vi racconto la mia esperienza.

Scrivere un libro: il percorso di studi e la gavetta

Quando avevo diciotto anni scelsi di iscrivermi alla facoltà di Lettere Moderne.

Non sapevo ancora di preciso quale sarebbe stata la mia strada, o cos’avrei fatto da grande.

Sapevo solo che in una cosa ero brava ed avevo passione: scrivere.

Avevo questa capacità e volevo renderla, un giorno, un lavoro: volevo arrivare prima o poi a scrivere un libro.
Ma era ancora presto per avere quella fiducia in me stessa.

scrivere un libro

Così a vent’anni iniziai a muovermi nell’ambito del giornalismo e della scrittura per il web: scrivevo articoli per giornali cartacei della mia zona e ben presto iniziai a collaborare anche con giornali digitali e blog.
Il compenso era zero: questo significa che, per fare questo “lavoro” a livello economico percepivo esattamente zero.

I miei genitori mi sconsigliarono questa strada, perché avevano già sentito dire da molti altri del settore che non portava guadagno né la minima possibilità di mantenersi.

Un giorno ricordo che mio padre mi disse: “Sì, sarai anche brava a scrivere, ma questo non ti dà diritto ad essere ammessa al Corriere della Sera.
All’epoca ricordo di essermi chiesta: “Perché dovrei scrivere puntando necessariamente ad arrivare ad un giornale così importante?

So che la domanda può sembrare stupida, ma il concetto che stava maturando in me all’epoca era questo.

Tutto ciò che facciamo è considerato valido solo se ci permette di arrivare in alto?
Oppure è il cammino che intraprendiamo, i passi che muoviamo lungo il percorso, la fatica, le lezioni che impariamo che contano?

scrivere un libro

Quando, qualche anno dopo, non ebbi più la possibilità economica di lavorare guadagnando poco o niente, e dovetti smettere di fare quel lavoro.
Era vero che non dava la possibilità di un guadagno stabile e questo mi venne confermato anche da altri giornalisti del settore, che praticavano da anni.

A quel punto mi ero laureata.
I miei genitori continuavano a spronarmi verso strade diverse: “Fai l’insegnante, piuttosto. Cercati un vero lavoro.

Il fatto è che, nella mia mente, io continuavo a pensare: “Voglio scrivere un libro“.
Avevo quella vocina nella testa che: ma io la zittivo.

Comunque non feci l’insegnante, se non per brevi periodi.

Aprii un blog, questo blog, e continuai a scrivere per mio conto.

Trovai lavoro nel settore che, all’epoca, dava possibilità di trovare da lavorare subito: la ristorazione.
Mi adattai ad un mondo che all’epoca non capivo, ad un ambiente che non mi faceva stare bene, a dei ritmi velocissimi di lavoro e imparai più di quanto avessi mai potuto pensare.

Non avrei mai pensato che la mia vita potesse prendere quella direzione e,
ancora faticavo ad accettarlo.

Scrivere un libro: quando soffochi la tua voce interiore

Nel frattempo erano successe tante cose che non avrei mai voluto succedessero e io reagii a quelle cose esattamente come reagisco a tutto ciò che di negativo mi succede: vissi l’intera situazione come un trauma, come un enorme peso che mi schiacciava, come un incubo dal quale non sapevo se mai sarei riuscita a svegliarmi.

scrivere un libro

Iniziai a stare male, ad avere continui attacchi di panico prima di dormire, a vivere male la quotidianità.
Questo fu un bene, in realtà. Perché mi diede la spinta per rivolgermi ad una persona, a chiedere aiuto.
Iniziai un percorso di crescita con una persona, che sarebbe poi diventata la mia Signora T. in un libro che avrei scritto in futuro.

Cominciai a capire tante cose, a prendermi ogni responsabilità delle mie azioni, anche e soprattutto di ciò che pensavo.

Capii che le altre persone non si possono cambiare né è mio compito farlo.

Io avevo solamente il compito di lavorare su me stessa, di crescere, di cambiare il mio modo di pensare e trasformarlo in qualcosa di positivo per me. Questo era il mio compito, questo era ciò che io dovevo fare.

Un giorno la Signora T. mi disse: “La responsabilità è di chi capisce.
Io capivo. Capivo che ero in grado di guardarmi dentro, di individuare la parte peggiore di me, quella che tutti noi abbiamo e di affrontarla. E così feci e così faccio, ogni giorno.

Paradossalmente, una situazione negativa per me si era rivelata la mia salvezza: da quella avevo tratto il coraggio di rivolgermi ad una persona, di farmi aiutare.

Da quel momento in avanti, non feci altro che crescere e cambiare.
Nel giro di due anni riuscii a fare dei cambiamenti su me stessa che credevo impossibili nell’arco di decenni. Eppure, li feci.

Alcune persone non li accettarono, altri si strinsero ancora più vicino a me.
Credo che succeda questo, quando le persone notato un cambiamento in te: o restano o se ne vanno.

Nel frattempo, la mia vocina interiore continuava a insistere: “Voglio scrivere un libro“, ripeteva.

Era come un’altra parte di me che io non potevo permettermi di ascoltare. E così, continuavo a zittirla.

scrivere un libro

Scrivere un libro: l’idea e il progetto che prende forma

Un anno fa scoppiò la pandemia.

Io presi il coraggio, un coraggio che non credevo neanche di avere.
Presi in mano carta e penna e iniziai a buttare giù delle idee.

Avevo sempre quella vocina interiore che mi diceva, con insistenza: “Voglio scrivere un libro“.
Solo che, arrivati a quel punto, io non la zittivo più, non la soffocavo più.

Avevo ormai capito che soffocando la mia creatività per tutto quel tempo, stavo soffocando anche me.

Quelle idee divennero pensieri, che coinvolsero prima me, poi altre persone attorno a me. Durante il primo lockdown, sotto suggerimento di una mia cara amica, iniziai a pensare:

Devo scrivere un libro su tutto questo.

Così fu.

Dopo la riapertura, quegli appunti che avevo preso ogni giorno di chiusura divennero la mia agenda di appuntamenti, di persone da intervistare. Ed ecco che il libro, quel sogno di una vita che tenevo chiuso nel cassetto segreto, prese forma.

Così scrissi di loro.

Dell’infermiera e della sua paura nell’avere a che fare con i pazienti Covid; dell’imprenditore che chiude l’azienda per salvaguardarsi, del medico che piange mentre stringe la mano ad un paziente che muore da solo. Scrissi delle insegnanti che lavorarono da casa, in didattica a distanza: degli alunni spaesati, dei pazienti ricoverati in terapia intensiva.

Quel mondo che io, chiusa in casa come tutti, non avevo vissuto, ora lo vivevo attraverso di loro e mi esplodeva dentro, come tutte le lacrime che non ero riuscita a versare durante il lockdown e che ora trovavano il loro sfogo.

scrivere un libro

A quel punto, quel traguardo che per tutta la mia vita era sembrato così distante e irraggiungibile (quello di riuscire a scrivere un libro), si stava concretizzando sotto i miei occhi increduli.

Scrivere un libro: segui la tua strada

Il libro venne pubblicato e divenne “Il diario del silenzio – Storie reali di quarantena” e io sentii di aver fatto, per la prima volta, qualcosa di buono nella mia vita.

Il 22 ottobre, giorno in cui il mio libro uscì sulla piattaforma online, mi ricordai di quella volta in cui mio padre mi disse: “Prova ad entrare in una libreria e a guardarti attorno: vedi quante persone ci sono al mondo che scrivono? Sarebbe troppo difficile per te emergere.

E invece… ecco il mio libro! Proprio su Amazon!

Di nuovo, all’epoca, mi feci una domanda:

Ma nella vita bisogna scrivere solo per diventare qualcuno di importante?

Certo, era chiaro che mio padre mi dicesse quelle cose solo per proteggermi, per non farmi cadere in tristi delusioni.
Ma io non potevo vivere tutta la mia vita in balia di pensieri e idee altrui.

Avevo bisogno, come ogni essere vivente, di seguire la mia strada.
Avevo bisogno di tracciare la mia rotta.
O, almeno, di provarci.

scrivere un libro

Ebbene qualche tempo prima di concepire in me l’idea di scrivere un libro, sono entrare in una libreria.
Mi sono guardata attorno ma la domanda che mi sono posta è stata diversa da quella che mi pose mio padre.

Io mi domandai: “Se ci sono milioni di persone che scrivono e pubblicano libri… perché non posso farlo anche io?

Solo in quel momento tutti i pezzi del puzzle sono andati al loro posto.
In quel momento ho capito.

Scrivere un libro: il senso più nobile della fatica

Non devi scrivere un libro necessariamente per pubblicare un best seller.
Non ci si butta in un’impresa solo per diventare il migliore del mondo.

Per come la vedo io, non esistono persone migliori, perché ci sarà sempre qualcuno che ti supererà in qualcosa, sempre.

Si compie un viaggio avendo bene in mente una destinazione: ma è il percorso, i passi, le cadute, la fatica che ti insegnano se quel percorso è giusto per te.

E’ la fatica, non la voglia di diventare il capo del mondo.
E quella fatica ha un senso.
Anche se non sarai mai la prima ballerina o il vincitore di un Premio Nobel.
Quella fatica avrà un senso per te.

Martina Vaggi

Photo credit scrivere un libro: Pixabay