Riflessioni

Sono sempre l’ultima a svegliarmi al mattino a casa mia.
Questo significa che non ho quasi mai possibilità di scelta sulle brioche che ci sono a tavola.
Questo significa anche che papà cercherà di mangiare quella più buona, mentre mamma cercherà di essere più veloce per tenerla da parte per me.

 

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Riflessioni

Lettera a una nonna

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Vengo ancora al cimitero e piango sempre per te.
Inizio questa lettera così perché mi sembra l’unico modo possibile in cui poterla iniziare. Sono passati ormai quasi sette anni da quando te ne sei andata e io non so quanto piangere ho fatto quel giorno. Forse le lacrime sono state un modo per esprimere quanto io fossi rammaricata di non poter più vivere certe emozioni e traguardi con te.
Se potessi parlarti, in questo giorno dedicato alle mamme, giorno in cui le mancanze si fanno ancora più sentire, probabilmente ti direi di quanto tu mi sia mancata il giorno in cui ho preso la patente: un giorno che per te non sarebbe forse stato felice, perché avrebbe segnato l’inizio di ansie e angosce continue. Se potessi parlarti, probabilmente ti racconterei di quanto mi manca sentirti parlare della tua infanzia: ricordo di quando mi dicevi che da piccola volevi leggere a tutti i costi e stavi delle ore a consumare la candela. E i miei bisnonni ti sgridavano perché quella era l’unica candela che avevate a disposizione.
Io di candele non ne ho mai consumate, nonna, ma di luce ne ho usata molta: l’ho usate per le mille pagine che avevo da studiare per ogni esame, l’ho usata per le intere ore passate su quei libri, che mi hanno portato dritto ad una laurea della quale tu saresti stata così fiera. Ti ho pensata tanto quel giorno, e anche tutti i giorni spesi ad assistere le lauree delle mie amiche, che ancora avevano la fortuna di avere dei nonni pronti a baciarli sulla guancia per congratularsi con loro.
Se tu fossi qui, so che vorresti leggere quello che scrivo e so che le candele che prima non potevi usare, ora le useresti tutte in una volta solo per me.
Mi manca di quando il nonno mi raccontava della guerra e piangeva e non riusciva più a fermarsi: mi ricordo ancora di quando andava a vedere le partite di tennis di Andrea e gli brillavano così tanto gli occhi che sapevo che non sarebbe mai stato orgoglioso di me quanto lo era di lui. Ora potrebbe venire a vedere anche le mie di partite, ora che anche io ho iniziato a giocare.
Mi manca di quando io e Andrea litigavamo e tu mi abbracciavi e dicevi: “Dovete abbassare una spalla ciascuno, Martina”. Ora c’è la mamma a dirmi queste cose e, forse, una spalla la stiamo abbassando davvero per poter andare d’accordo.
Mi manca quando mi parlavi del passato, degli inverni che tu e il nonno avete speso in negozio, per costruire a forza di ago e filo il vostro e il nostro futuro. Mi ricordo di quando dicevi: “Abbiamo cucito cento cappotti in un inverno, lavorando giorno e notte”. Se tu fossi qui, ti racconterei di come adesso non basterebbero cento cappotti per creare un futuro: ti racconterei di quanti giovani ci sono che non hanno voglia di lavorare e che si lamentano dei sette euro all’ora che prendono, ma di quanti ancora ce ne siano che si danno da fare e inseguono un sogno che forse non raggiungeranno mai. Quanto costa cara la serenità, nonna, ad oggi non potresti saperlo. Quanto costa caro immaginarsi un futuro che sembra ogni giorno sempre più irraggiungibile.
Se tu fossi qui, ora che ho coscienza di quanto varrebbe un minuto speso insieme a te, forse ti abbraccerei di più. E sorriderei amaramente nel sentire la tua fatidica domanda: “Ce l’hai il fidanzatino, Martina?”, e risponderei in maniera cinica, perché ad oggi non posso fare altro. Ti racconterei di quanto è difficile poter credere in qualcosa di così semplice come l’amore, di quanto ormai sia complicato dare amore a qualcuno, sapendo, fin dal principio, di avere così poche speranze di riceverlo. Perché di persone come te che hanno amato il loro marito per cinquant’anni ormai ce ne sono davvero poche.
Se tu fossi qui ti racconterei di quel giorno in cui ho deciso di tatuarmi il tuo nome sul braccio: quasi come se il dolore subito dall’ago potesse farmi sentire più vicina a te. Ma so che tu non saresti d’accordo.
Se tu fossi qui ti chiederei di parlare di più. Ma forse, più di ogni altra cosa, ti chiederei di mettere una mano sulla spalla della mamma e di infonderle serenità, tranquillità, in un tempo dove ogni madre del mondo cerca di essere forte non solo per se stessa, ma anche per il marito e per i figli. Un tempo dove ogni madre cerca di sorridere e affrontare la vita giorno per giorno, sapendo che i problemi ci sono e ci saranno, ma possono essere messi da parte se c’è una famiglia per la quale apparecchiare la tavola, fare i letti, stare seduti insieme a cenare e ridere fino a star male.

Vengo ancora al cimitero e piango sempre per te. Sto piangendo anche ora mentre sto scrivendo questa lettera che non potrai mai leggere. Piango e mi rendo conto che queste sono le uniche lacrime delle quali non mi vergognerei mai.

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Martina Vaggi