Riflessioni

Il tuo posto nel mondo

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E’ come una sensazione sotto pelle che non ti abbandona mai.
Si fa presente al mattino, appena apri gli occhi. In quel momento la avverti.
Si manifesta e si fa strada nei tuoi pensieri.
Rimani a guardare il soffitto per minuti, che a volte sembrano ore.
Poi ti alzi e inizi la giornata. E non ci pensi.
La seppellisci in profondità dentro di te. Come tutto quello che senti e che hai imparato a non manifestare davanti a chi non può capire i sentimenti o le emozioni.
Si disgrega tra il lavoro, la compagnia di altre persone, le ore passate al di fuori, gli impegni quotidiani sui libri.
Ma non se ne va, e forse non se ne andrà mai.

Ma è sempre lì ad aspettarti ad ogni risveglio. Lieve, leggera ma incisiva, va dritta in profondità.
La tristezza.
E’ sempre lì accanto a te quando apri gli occhi. Assieme a quella sensazione di vuoto, che per un istante ti fa dire: “Cosa sto facendo?”.
Si dice che abbiamo due vite e che iniziamo davvero a vivere quando realizziamo per quale scopo siamo nati.
Allora la tristezza significherebbe sentirsi come se ancora non avessimo capito qual è il nostro posto nel mondo.
Ma se tu avessi già capito qual è il tuo scopo in questa vita e non riuscissi a realizzarlo?
Forse la tristezza che provi è anche questo.
Forse è così che ci sentiamo quando non stiamo facendo ciò per cui siamo nati, non stiamo adempiendo al nostro scopo su questa terra.

Forse è un modo per la nostra mente di spingerci a provare un’altra via, ancora un’altra, pur di mantener vivo quel sogno, pur di volerlo rincorrere ancora, fino a quando c’è ancora vita per poterlo fare.
Forse non lo raggiungeremo mai e la tristezza allora non se ne andrà.
Ma possiamo davvero correre il rischio di non provarci?

Martina Vaggi

Photo credit: https://it.depositphotos.com
Riflessioni

Sono sempre l’ultima a svegliarmi al mattino a casa mia.
Questo significa che non ho quasi mai possibilità di scelta sulle brioche che ci sono a tavola.
Questo significa anche che papà cercherà di mangiare quella più buona, mentre mamma cercherà di essere più veloce per tenerla da parte per me.

 

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Riflessioni

La paura che paralizza, la paura che ti spinge a muoverti

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Viviamo tutti dei giorni bui, dei momenti del nostro passato dei quali non andiamo fieri. Dei periodi della nostra vita in cui abbiamo smarrito noi stessi e ci siamo persi per poi non riconoscerci più. Questo forse è portato dall’instabilità della vita o, piuttosto, dal fatto che siamo noi i primi ad essere un po’ instabili.
Eppure
a volte non c’è un perché o un motivo scatenante di quella situazione. A volte non c’è nulla che non quadra eppure neanche nulla che sia al posto giusto.
Per me, che ai tempi avevo solo 23 anni, nulla sembrava essere fuori posto: avevo solo un’università da finire e nessuna responsabilità al mondo se non questa. Ero circondata – sono sempre stata circondata – da persone stupende: dei genitori incredibili che non mi avevano mai fatto pressione sul fatto che io ancora non lavorassi e non mi mantenessi da sola. Delle amiche di cui mi sono circondata e poi c’era lo sport che a me ha sempre dato tanto. Ho sempre avuto tanto dalla vita – anche più di quanto meritassi – eppure in quel momento questo è diventato un problema per me. Il fatto che, amicizie e rapporti sociali a parte, io non mi fossi mai guadagnata nulla di ciò che avevo. Era sempre stato tutto gratis, tutto facile, troppo facile per una come me che la vita ama complicarsela. Mi sentivo in colpa per un’università che non pagavo io e che ritardavo a concludere. Mi sentivo inutile per un lavoro che non svolgevo e anche ancora non cercavo. Non avevo più obbiettivi: le lezioni all’università le avevo concluse, mi mancavano solo gli ultimi esami e passavo ormai tutto il mio tempo a casa cercando di finirli e, a volte, non provandoci nemmeno.
Stare sempre a casa si può rivelare molto pericoloso, almeno per me. Perché mi portava a pensare a tutto ciò che andava male e a fantasticare ad una vita che non avevo e che volevo. Mi ha portato ad impigrirmi, a svegliarmi sempre più tardi la mattina, a non avere ritmi, quei ritmi che, mi sono resa conto solo una volta che ho iniziato a lavorare, per me sono tutto perché scandiscono il mio tempo e la mia giornata in regole ferree da seguire. Ho sempre avuto bisogno di regole anche se in fondo non le ho mai tollerate granché,
in un tipico dualismo che mi caratterizza e che rispecchia la mia vita, in fondo.
Se ripenso a quel periodo penso a quanto una persona sia in grado di fingere, persino una come me che tende sempre a dire ciò che pensa, anche a suo discapito.
Eppure uscivo, ero allegra, non dicevo mai di no per una cena o per una serata. Ma tutto questo non alleviava l’inutilità che sentivo, anzi, la peggiorava. Da fuori apparivo sicura, sorridevo ma dentro mi sentivo inutile.
Mi sentivo un fallimento e non tanto per le aspettative che altri potevano avere su di me, quanto per le aspettative che io mi ero posta su me stessa. Ero ad un bivio: sapevo in fondo quale strada dovevo prendere – qual era quella giusta – ma non riuscivo a muovermi. Ero paralizzata da ciò che volevo e che non riuscivo ad ottenere. Troppo consapevole di avere tutto ma di non essermi mai guadagnata niente, troppo frustrata della mia vita da prendermela magari con le persone che avevo vicino. Se instauravo rapporti con un ragazzo il rapporto finiva sempre male e io tiravo fuori il peggio di me per poi pentirmene un minuto dopo. Ripensandoci ora, credo che in quel periodo davo il peggio di me perché era l’unica cosa che potevo realmente dare. Non avevo più riserve di autostima. Non credevo in me, ero diventata un’insicura cronica, una di quelle persone che non riescono a muovere il culo per raggiungere i loro obbiettivi perché, di base, non l’hanno mai dovuto fare in vita loro.
Ma se non riesci a tirarti fuori dai tuoi stessi problemi tu, come pensi che qualcun altro ti salvi dal tuo abisso?”, questo continuavo a pensare.
Guardavo la vita degli altri andare avanti: le mie amiche laurearsi, iniziare a trovare un lavoro mentre io mi sentivo ferma al punto di partenza.
Le sentivo parlare di ore di lavoro, riposi, sacrifici, seppur piccoli o grandi, e pensavo: “Non vedo l’ora di affrontare anche io tutto questo”.
Eppure non riuscivo a muovermi.
Ripensandoci ora, forse era molto più comodo – è sempre più comodo – inscenare la parte della vittima che non riesce ottenere ciò che vuole, piuttosto che darsi da fare e iniziare a costruire, passo dopo passo, la strada sulla quale vuoi camminare.
E’ assurdo, me lo dicevo anche all’epoca: avere tutto e sentire di non avere niente. Perché quello che più mi mancava, e che, mi resi conto dopo, non dovrebbe mancare
mai, era la fiducia in me stessa. La grinta di non buttarsi giù, la pazienza nell’accettare che si può anche cadere nella vita ma ci si deve sempre rialzare da soli.
In quel periodo non scrivevo più. Non leggevo più. Non facevo più tutte quelle cose che mi hanno sempre fatto stare bene. Non so dare una definizione di quello che quel momento è stato per me. Non so dire se era depressione o svogliatezza o forse entrambe. Sono sempre stata allergica alle definizioni perché prima di vedere qualcuno come un paziente da curare preferisco vederlo per quello che realmente è: una persona con alti e bassi, con sbavature e linee dritte e ben definite. Una persona che sbaglia, volta pagina e ricomincia.
Così ho fatto io. E’ saltato fuori che il vero limite non sempre te lo impone la vita. Nel mio caso il limite me lo sono sempre imposto io. E’ venuto fuori che non erano certo quei due esami che mi mancavano alla laurea il problema:
di quelli me ne sono sbarazzata e il giorno in cui mi sono laureata ricordo di aver pensato: “Ah, ma era davvero così facile?”.
E poi da lì ho ricominciato. Mi sono buttata in lavori che volevo fare per scoprire se davvero facevano per me e in altri che mai avrei pensato di fare e nei quali sono partita completamente da zero.
E oggi quel periodo mi serve per pensare a quanto lavoro facciamo su noi stessi senza neanche accorgercene. A quanto i risultati di quel lavoro si vedano dopo tanto, troppo tempo: così tanto che una persona cambia e si trasforma senza neanche rendersene conto.
Non credo di aver mai detto a nessuno di quel mio periodo
che ora guardo a mente lucida e do in pasto alla carta perché è l’unica cosa che davvero so fare e della quale non me ne libererò mai. Era nascosto in me, come un’infinità di varie cose, parole, imperfezioni.
Esistono in fondo periodi negativi per tutti e cause scatenanti per ognuno di essi. Per me la causa scatenante è stata la paura: paura di non essere all’altezza delle mie aspettative. Ma la stessa paura che ieri mi ha paralizzato e bloccato dal fare qualsiasi cosa oggi, invece, mi accende e mi porta a buttarmi nelle cose e a viverle più che posso.
All’epoca non sapevo ancora quali fossero i veri problemi. Non conoscevo ancora le responsabilità, non avevo
ancora visto da vicino una malattia feroce, che ti costringe a vivere con l’ansia e la paura (la vera paura) di vedere un tuo amico o un tuo famigliare strappato dalla quotidianità, dalla routine, dalle piccole cose a cui rimaniamo aggrappati ogni giorno e che spesso diamo per scontate.
E ho capito, con il tempo che, forse, il segreto del vivere serenamente non è l’avere la fortuna di vivere una vita facile o la sfortuna di trovarsi a convivere con un dramma dopo l’altro, perché purtroppo di alti e bassi è fatta la vita di tutti noi. Forse la soluzione è cercare, trovare, e costruire continuamente un nostro equilibrio che ci permetta di vivere con leggerezza i periodi belli, e accusare il colpo nei periodi bui.
Senza farsi mai troppe domande su quello che accadrà.

Martina Vaggi
Photo credit: http://www.deabyday.tv/salute-e-benessere/mente-e-psiche/guide/1789/Come-superare-la-paura-del-giudizio-altrui.html
Riflessioni

Le sfumature della felicità

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Io non sono mai stata alta. Non ho mai avuto un fisico da spiaggia, uno di quelli che tutti si voltano a guardare con la lingua a penzoloni e la mascella che casca. Non sono mai stata particolarmente sveglia o di un’intelligenza tale da poter dire: “Questa un giorno sarà qualcuno”.
Sono sempre stata nella norma, nel mezzo, in quella striscia di grigio tra il bianco e il nero, dove il primo racchiude i numeri uno/geni/super intelligentoni alla Steve Jobs, e il secondo comprende le persone un po’ più tranquille.
C’è poi una cosa che ho sempre fatto: ho sempre dato troppo peso ai “Non sono” e “Non ho”.
Ma questa forse è una di quelle cose che si fanno quando si è più piccoli e insicuri ma soprattutto quando si è consapevoli dei limiti che uno ha.
Poi è andata meglio. Assieme ai limiti, con il tempo, sono venute fuori anche le caratteristiche positive. E’ saltato fuori che nessuno è perfetto, specialmente chi all’apparenza fa di tutto per esserlo, e che il mondo non è fatto di bianchi, neri o grigi. Così come le persone.
Quello che ho capito è che, assieme a questi colori così netti e distaccati, c’è un mondo di sfumature in ognuno di noi. Un mondo che corrisponde alla mia idea di carattere o personalità e che contiene luci, ombre, chiaroscuri e qualunque tonalità.
E’ saltato fuori che uno sbaglio non determina la persona maligna che sei, così come un signolo successo non fa di te una persona così fantastica e splendente.
E’ un’insieme di cose che fa di te ciò che sei. L’insieme di queste due, poi, sbagli e successi, fa di te un essere umano.
E tutti noi in fondo non siamo che simili, uguali e differenti allo stesso tempo, speciali e, a volte, per qualcuno, anche meno preziosi di quanto vorremmo sempre essere.
Ma, in fondo, cos’è che ci differenzia? Siamo persone fatte di carne, ossa, sangue, organi vitali, che vagano in questa vita cercando di darle un significato prima che la giostra si sia fermata.
Cercheremo cose diverse, in fondo, ma la ricerca di due cose ci renderà sempre uguali: felicità e amore. La felicità che dura un attimo o un periodo non definito, e la serenità, ovvero quello stato d’animo di pace con se stessi che è così difficile da trovare e da mantenere. Ma niente di questo è possibile senza l’amore: quello di quel gruppo intimo di persone che chiamiamo “Famiglia”, quello delle amicizie, di coloro che ti accettano così come sei senza essere costrette a farlo. E ultimo, ma non ultimo, quello di una persona, una sola tra sette miliardi, che ti guardi negli occhi e ti veda speciale anche se, a volte, magari non lo sei: bella, anche se non assomigli neanche lontanamente a una top model internazionale e importante come non ti ci sei mai sentita in vita tua.
Spesso cerchiamo nelle cose materiali quello che ci manca e, a volte, non ci rendiamo davvero conto che avere anche solo uno di questi tipi d’amore può renderti già di per sé una persona felice.
Averli tutti e tre, poi, fa di te la persona più fortunata al mondo.

Photo Credit: https://anima.tv

Martina Vaggi

Riflessioni

Mi piaci ma mi piaccio di più io

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Da che mondo è mondo, ci siamo abituati ad avere a che fare con una legge che regola l’universo dei rapporti sentimentali femminili: lo stronzo piace. E’ un po’ come quando chiedi consiglio ad un’amica più grande di te su come comportarti con un ragazzo che ti piace e lei, puntualmente, ti ribadisce il mantra: “In amore vince chi fugge“.
E, quindi, siamo alle solite frasi fatte, dette, ingurgitate e risputate di generazione in generazione. Ci siamo sempre sommerse di regole, come: “Non rispondere prima che siano passate 3 ore“, “Non gliela dare prima del quinto appuntamento (o il “via libera” era fissato al terzo?), “Sii sempre fredda e non mostrare mai alcun sentimento“. Dunque, ci lasciamo sommergere da questa marea di stronzate che a volte funzionano davvero, a volte invece no. E come mai?
Forse perché, nella fretta di categorizzare tutto manco fossimo degli Hashtag viventi, non ci siamo rese conto che esistono ancora persone non categorizzabili. Ma, soprattutto, esistono cose non categorizzabili. Sono quelle cose che non potranno mai essere viste come calcoli matematici con un risultato ben preciso: i sentimenti.
Ma se queste affermazioni valgono come verità, come mai non ci decidiamo mai di passare nei fatti dal famoso “In amor vince chi fugge” a “Ama quel cuore che per te si strugge?
Potremmo benissimo farlo. E potremmo farlo quando vogliamo noi. Per esempio potremmo iniziare a farlo nel fatidico giorno in cui inizieremo a decidere che non abbiamo più voglia di farci del male.
Perché, semplicemente, se è vero che gli stronzi piacciono sempre, è anche vero che prima o poi passano di moda.
Lo stronzo ti può piacere quando non sei ancora uscita dall’età della stupidera, diciamo tra quei 20 e 30 anni in cui ancora ti concedi di fare tutte le stronzate che vuoi. Quando ancora vaghi in quel limbo, quella terra di mezzo in cui tutte abbiamo camminato a lungo alla ricerca dell’uomo del mistero, maestro nel saperti dare e togliere allo stesso tempo.
Ma quando esci da quel vasto territorio e inizi ad avvicinarti a quei pericolosi anni di vita dove molti tuoi coetanei si sposano e fanno figli come se non ci fosse un domani, mentre tu sei ancora lì che non sai cucinarti un uovo sodo, beh, l’idea di avere a che fare con un uomo che non solo orienterà le tue giornate verso lunghe e noiose seghe mentali, ma porterà anche il tuo fegato ad un suicidio assistito, finalmente ti passa. Perché, scherzi a parte, nessuno, quando sarà il momento di scegliere con chi sistemarsi, vorrà lo stronzo di turno che oggi c’è e domani non si sa. Quello va bene quando devi farti le ossa, quando sei tu la prima ad avere ancora voglia di rischiare e sperimentare.
Forse tutte noi siamo passate per quella fase della nostra vita dove abbiamo intenzionalmente voluto indossare i panni della crocerossina di turno, pronta a sacrificare se stessa per salvare un uomo socialmente instabile e psicolabile (o perché ha avuto una vita difficile o perché la vita difficile ha intenzione di farla fare a te). Tutte noi ci siamo fisicamente e mentalmente impegnate nel voler a tutti i costi salvare quei bimbi sperduti e redimerli.
Ma sapete qual è la cosa bella del “periodo da crocerossina”?
Che, prima o poi, passa, grazie a Dio. O grazie a Cupido, che per una volta ha deciso di puntare il suo stramaledetto arco da un’altra parte.
Prima o poi tutte noi ci togliamo quel camice e lo rinchiudiamo nell’armadio, in un cassetto talmente nascosto che neanche volendo saremmo in grado di ritrovarlo.
Tenendo anche conto del fatto che quel camice c’è chi lo indossa giò per mestiere: noi no. O, almeno, non tutte noi. Perché avere a che fare con un uomo non può di certo essere un lavoro, no?
Ed è qui che l’atteggiamento “Sarà anche vero che mi piaci, ma mi piaccio di più io” inizia a prendere piede. Esattamente nello stesso momento in cui decidi che lo stesso rispetto che hai portato ad altri (e non hai ricevuto in cambio) ora hai voglia di portarlo solo a te stessa.
E’ una ragionamento da egoista? Sicuramente.
E’ una ragionamento di chi non è in grado di accontentarsi? Vero anche questo.
E quindi?
Non è anche vero che ognuno di noi ha la propria vita a cui pensare e il proprio benessere da salvaguardare?
E se dobbiamo davvero mettere il nostro tempo, sentimento e fegato in gioco, non è forse meglio rischiarlo per qualcuno che dimostra, ogni giorno, di tenere veramente a noi?
Non so quand’è che ho iniziato a ragionare così. Ho sempre criticato chi non rischia, chi non prova, chi non cerca di guardare oltre e scoprire fino in fondo cosa c’è o ci può essere. Anche a costo di farmi del male.
Poi però mi è successo di guardare indietro e di valutare scelte e atteggiamenti avuti con quei pochi esemplari che mi sono capitati a tiro. E tra queste scelte, quella di star dietro ad un uomo sapete dove mi ha portato? Ad essere sola. O ad essere presa per il culo, che è decisamente peggio.
Avete mai visto donne stronze e altezzose rimanere sole? Io no. E non parlo solo di quelle che sono per natura volutamente stronze: parlo anche e soprattutto di quelle che vanno per la propria strada. Si fanno la loro vita, amando gli uomini che ritengono meritevoli e calpestando quelli che non lo sono. Se ci fate caso, queste donne possono essere l’esemplare più criticato dagli uomini: quegli stessi uomini che poi le inseguono. Gli stessi uomini un tempo stronzi, diventati improvvisamente teneri cagnolini con orecchie basse e coda tra le gambe alla sola idea di non essere portati a spasso.
Devo aggiungere altro?

Martina Vaggi

Riflessioni

Il dubbio che indurisce il cuore, la sincerità che lo riscalda

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Ci sono alcune cose che ho imparato in questi miseri 25 anni di rapporti umani con le persone. La prima è che tutte noi tendiamo a sottovalutare una delle cose più importanti che abbiamo a disposizione gratuitamente: la comunicazione. La seconda è che la sincerità è passata di moda da quando le persone si sono rese conto che il dubbio poteva rivelarsi, alla lunga, molto più intrigante da provare.
Ma andiamo con ordine.
Si dice che spesso e volentieri il problema del comunicare risieda nel fatto che noi non ascoltiamo per capire realmente quello che l’altra persona ha da dirci, ma piuttosto per rispondere. Come se fossimo sempre più interessati alle parole che noi abbiamo da dire e non a quelle che ci ritroviamo ad ascoltare.
Il che è un bel problema. Prima di tutto perché ogni tipo di rapporto si basa sulla comunicazione. Ma, soprattutto, perché tutto quello che noi pensiamo, proviamo, vorremmo fare ma alla fine non facciamo, lo possiamo sapere solo noi.
E l’unico modo che abbiamo per farci conoscere davvero è comunicare ciò che pensiamo, proviamo, vorremmo fare ma alla fine non facciamo.
Così, a volte, può succedere di fare un tentativo. Può succedere di ritrovarsi a comunicare alla persona che abbiamo di fronte ciò che vogliamo: a parole, a gesti o per iscritto. E pensiamo quindi che questo risolva il problema. Pensiamo perfino che le persone così facendo possano capirci.
Ma purtroppo, a volte neanche questa soluzione funziona.
Questo perché oggi le persone hanno bisogno di mistero, di incoerenze tramutate in gesti, di pensieri ingarbugliati da sgarbugliare. Più che di sicurezze, sembra che oggi le persone abbiano bisogno di incertezze. Vogliono il problema e non la soluzione facile. Vogliono il dubbio, che è quanto di più attraente ci sia. Perché il dubbio ti lascia appeso ad un filo, ti dà speranza che qualcosa possa succedere ma anche il brivido che quel qualcosa non accadrà mai. E quindi ti porta a desiderare di più quella cosa, a lottare per averla.
Quante volte ci siamo avvicinati di più a qualcosa che ci sembrava inafferrabile? E quante altre volte, invece, abbiamo lasciato perdere ciò che era a portata di mano?
Succede. Così come succede che, alla fine di questa triste storia, qualcuno si faccia male. Solitamente un po’ tutti noi, alla ricerca di un sentimento, una persona o un obbiettivo che ci attrae solo perché ci sfugge.
E qui arriviamo al secondo punto: la sincerità.
Spesso ci lamentiamo di non trovare più persone sincere al giorno d’oggi, giusto? Ci lamentiamo di incontrare sempre persone che ci lasciano in bilico, come equilibristi, su fili invisibili di sentimenti e sensazioni. E ci stupiamo pure di quando questo nostro giro di giostra ci porti a ruzzolare giù per un burrone.
Ma noi non siamo equilibristi (non di mestiere, almeno), e questo lo sapevamo: come mai allora ci sorprendiamo di cadere, sempre, nella solita trappola?
Forse perché, per quanto sia assurdo, vogliamo essere lasciati in sospeso. Perché, per quanto sia difficile ammetterlo, siamo un po’ tutti incontentabili. Desideriamo avere vicino una persona sincera, ma poi la buttiamo via perché non sappiamo gestirla ed ecco che torniamo subito a rincorrere il caro, vecchio, dubbio.
Lo rincorriamo solo per il fatto che è intrigante. Perché è solo questo che è.
Che cosa dire, invece, della trasparenza? Della sincerità, genuina e cruda?
Quella ti scalda il cuore, ma oggi sembra che a nessuno importi di quel cuore. Oggi il vero vincente non sembra essere quello che apre il suo cuore agli altri, ma colui che a quel cuore mette una corazza e lo avvolge con del bel filo spinato resistente agli urti.
Oggi pochi hanno il coraggio di essere trasparenti e sinceri con gli altri. Per questo le persone dicono di volere la sincerità ma quando la ottengono scappano: perché semplicemente non sono più abituati a riceverla e non sanno come gestirla.
Ma la cosa bella della sincerità è che ti spiazza, ti sorprende proprio perché nessuno se la aspetta più davvero. Come nessuno si aspetta ancora che qualcuno arrossisca per un complimento, o sia interessato più al bene di un’altra persona piuttosto che al suo. Così come si fa fatica a credere che un uomo ti inviti ad uscire solo per conoscere davvero chi sei o che una donna sia più interessata alle pagliuzze dorate dei tuoi occhi piuttosto che all’orologio d’oro che porti al polso. E via con il carnevale dei luoghi comuni.
La sincerità è ormai un sentimento considerato superato, estinto, ma rimane in assoluto la miglior cosa che ti possa capitare. Perché, alla lunga, paga sempre.
Perché se il dubbio, con il passare del tempo, ti indurisce il cuore fino a ridurlo ad un semplice organo di diffidenza, la genuina e pura sincerità è ancora l’unica in grado di sciogliertelo.

Martina Vaggi

Riflessioni

Leggiamo storie perché vogliamo scrivere la nostra

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Siamo una moltitudine di persone diverse ma così tutte uguali in fondo.
Una quantità smisurata di teste e cuori pulsanti con il desiderio di trovare un cuore che batta allo stesso ritmo del nostro.
Andiamo nel mondo alla disperata ricerca di qualcuno come noi, o simile a noi, oppure completamente diverso.
Cerchiamo la persona giusta in una miriade di persone sbagliate, ma la cerchiamo con modalità, finalità e tempi troppo diversi.
Questo, forse, è uno dei motivi per cui è così difficile trovarla.
In un mondo abitato da sconosciuti cercheremo sempre due occhi che ci guardino come se ci conoscessero da sempre.
E ci ostiniamo a cercare una luce da seguire e la troviamo in miriade di citazioni diverse, tutte prese da chi è “qualcuno” per il mondo: cantanti, scrittori, persone di successo. E così condividiamo una citazione e poi un’altra, e poi un’altra ancora, perché ci riconosciamo in quelle parole: ma com’è che, alla fine, finiamo sempre per fare tutto il contrario di ciò che quelle parole ci dicono di fare?
Forse perché al mondo non c’è nessuno che possa dirci come vivere la nostra vita. Forse ascoltiamo canzoni solo per poter trovare la giusta colonna sonora alla nostra vita e leggiamo storie solo per poter trovare la nostra.
Ma il vero traguardo lo raggiungiamo solo nel momento in cui la nostra storia ce la scriviamo noi.

Martina Vaggi

Riflessioni

Il Natale di oggi: i regali più belli non sono sotto l’albero

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Quando eravamo piccoli volevamo sempre tutto e non ci accontentavamo mai. Per cui l’arrivo del Natale lo vedevamo come il momento più magico dell’anno ma non tanto per l’atmosfera o la famiglia riunita, quanto per i regali che avremmo trovato sotto l’albero. Era solo un giorno speciale che ci dava il pretesto di chiedere ancora di più rispetto a quello che chiedevamo già ogni giorno ai nostri genitori.
Poi siamo cresciuti e abbiamo iniziato a vivere momenti diversi. Con il tempo molte cose si sono ridimensionate e il Natale non è stato forse più bello come lo era un prima: gli alberelli addobbati hanno inziato a racchiudere sempre meno regali e il gusto dell’attesa per quella magica notte è un po’ andato scemando.
C’è sempre un momento in cui capisci di essere cresciuta. Per me quel momento è arrivato due settimane fa, quando alla domanda di mia madre: “Martina, cosa vuoi per Natale?” io ho risposto: “Un lavoro”.
L’ho detto scherzando, proprio come si dicono tutte quelle cose serie che pronunciate in maniera diversa risulterebbero pesanti.
Ma era la verità.
Da piccola per me non era Natale se non c’era la neve per terra. Amavo la neve. Adoravo guardarla per ore cadere lenta oltre le finestre di casa mia.
La adoro ancora.
Quest’anno non ci sarà la neve a Natale e anche i regali sotto l’albero saranno pochi.
Ma, come dicevo prima, si cresce.
Ed è allora che ti guardi attorno e inizi a pensare alla fortune che hai. Alle cose belle che possiedi, che non sono oggetti, ma persone. Pensi che tutti i regali del mondo non potranno mai sostituire i ricordi dei momenti più belli condivisi quest’anno con le persone che hai accanto.
Pensi a questi giorni, in cui passeggiando per le strade del tuo paese tutti ti salutavano e si fermvano per farti gli auguri. Pensi a quanta bellezza ci possa essere nella gentilezza, nei sorrisi e ti convinci che dovrebbe essere Natale tutti i giorni per trasformarci in persone così.
Natale non dovrebbe essere un semplice giorno, ma uno stato d’animo. Un vivere quotidiano che ti porta a ringraziare per ogni cosa che hai o che ti guadagnerai: affetto, stima, amicizia, amore e… salute.
Quanto sottovalutiamo la nostra salute?
Oggi bisogna ritenersi molto fortunati ad averla, perché non a tutti è concessa così gratuitamente. C’è chi lotta per la sua vita tutti i giorni, mentre tu rischi di passarla a lagnarti per le minime cose che non hai. Non bisognerebbe vivere così.
Per questo oggi guardo al futuro pensando al presente, ai doni che già ho e ad uno molto bello che sta per arrivare.
Ma il regalo più bello lo riceveremo solo quando instraderemo la nostra vita sui giusti binari, non permettendo a nessuno di dirottarla.
Perché i regali più belli non sono quelli che scartiamo sotto l’albero ma fanno parte di noi.
E io li voglio portare con me tutti i giorni, Natale incluso.

Buon Natale a tutti!

Martina Vaggi

Riflessioni

La donna del 1953 e quella di oggi: la verità è che non gli piaci abbastanza?

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La fortuna di avere un padre appassionato di cinema (e, praticamente, anche di tutto il resto), è che ti costringe a vedere film in bianco e nero mentre stai preparando l’albero di Natale, illustrandoti, nel mentre, praticamente tutto ciò che riguarda quel film: anno di produzione, tecniche di montaggio, storia degli attori e altre mille cose che onestamente non so come faccia a ricordarsi.
E’ capitato proprio oggi, e il film in questione era “I vitelloni” di Federico Fellini. Mentre mio padre era intento ad illustrarmi alcuni particolari del film, mi sono soffermata un attimo ad osservare una scena: uno dei protagonisti maschili stava corteggiando una giovane donna di nome Sandra (se non sbaglio). In quella scena l’uomo le chiedeva il permesso di baciarla sul collo e lei temporeggiava con l’atteggiamento tipicamente femminile del “No dai, voglio vedere se insisti così alla fine te lo faccio fare”.
Poco dopo ho chiesto a mio padre di che anno fosse il film. Era del 1953.
Un’epoca in cui gli uomini chiedevano il permesso di baciare una donna sul collo. E lei, diciamo, la Sandra di turno, faceva ancora storie nel consentirglielo.
Proprio come succede oggi, praticamente.
Più di 60 anni sono passati da quella scena e da quella situazione, e ad oggi il panorama sembra molto diverso.
Oggi la Sandra in questione non si farebbe di questo tipo, perché sarebbe troppo impegnata a stare al passo con tempi troppi veloci per lei. E il dongiovanni del film non starebbe certo a chiedere il permesso per un semplice bacio sul collo, ma chiederebbe senza mezzi termini quello molte ragazze danno e che, quindi, gli è dovuto. Oggi la Sandra della situazione si troverebbe a non avere molte scelte. Potrebbe continuare per la sua strada, dicendo “No” a tutti i cafoni che incontra (e gliene servirebbero di polmoni per farlo), correndo il rischio di essere snobbata e ritenuta poco interessante, oppure potrebbe semplicemente fare ciò che si sente di fare, da brava donna emancipata e sicura (?) di sé, decidendo di dire “Si” anche al primo appuntamento.
Ma probabilmente la situazione non cambierebbe, ed evolverebbe in quello che una mia amica over 40 una volta ha definito “Se non la dai, spariscono, e se la smolli subito, non li rivedi più”.
Ora… vedendo la situazione, ci sarebbe da chiedersi una cosa soltanto: che cos’è accaduto esattamente in questi 60 anni per arrivare a questo?
Che cos’ha portato il donnaiolo della situazione a non accontentarsi solo di un bacio sul collo ma a volere tutto e subito? E cos’ha portato la Sandra dei tempi che furono a concedere di più di quanto, a volte, volesse?
Il discorso sarebbe lungo. Quello che si sa, oggi, è che alcune cose, da quei tempi, probabilmente non sono mai cambiate. Ancora tutt’oggi la donna è considerata una persona da catalogare e da sistemare in un’apposita casella: puttana o suora. Sulla base di che cosa?
Mi sembra di capire che non ci sia una legge che stabilisca questo. Una regola che dica che “se la dai entro la terza uscita sei considerata così, altrimenti sarai ritenuta una donna diversa”.
Anche perché, se una regola ci fosse, una si potrebbe anche organizzare.
Ma una regola in effetti c’è. E’ la regola, né più né meno, che valuta l’interesse che uno ha nei confronti di un’altra. In parole povere: se piaci a un uomo, soffrirà di amnesie tali da essere capace di passare sopra a tutte le tue cavolate, comportamenti ambigui o altro. Se non gli piaci, inventerà qualche patetica scusa che gli permetta di eclissarsi dalla tua vita.
Pensate a quante seghe mentali ci saremo risparmiate, se da piccole fossimo cresciute con questa certezza, piuttosto che con le favole alla Walt Disney che mamma amava tanto leggerci.

Martina Vaggi

Riflessioni

La gentilezza che si nasconde dietro al coraggio

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Siamo circondati da parole.
Le parole accompagnano ogni cosa che facciamo, ogni relazione che intraprendiamo, e spesso sono la causa e la conseguenza del nostro bene e male quotidiano. Le parole risiedono dietro ogni gesto che compiamo quotidianamente, e gli danno un significato. Tant’è vero che, se gesti e parole coincidono, chiamiamo quell’atteggiamento “coerenza”.
Ecco, quest’oggi, in occasione della Giornata Mondiale della Gentilezza, io mi voglio soffermare su questo termine: “gentilezza”. Una parola che ha un suono melodico, dolce, esattamente come tutte quelle parole che ci rimandano a dei sentimenti positivi: amore, bellezza, generosità, altruismo.
Sicuramente le parole hanno in sè un’enorme potenza e potenzialità di intenti, ma necessitano anche di essere accompagnate da gesti.
Il fatto che esista una Giornata che celebra la gentilezza (e venga celebrata in ben 25 paesi), dovrebbe ora più che mai far riflettere.
Ora che le nostre vite sono in continuo fermento, dettate da cronometri invisibili che ci fanno correre senza darci tregua, in una continua maratona verso il profitto, il denaro o la sopravvivenza.
Ora che il desiderio verso una persona viene contata in quanti “like” mettiamo alle sue foto su Facebook, e non in quante volte ci precipitiamo sotto casa sua semplicemente per dire: “Sono qua e ti aspetto”.
In un mondo dove le nostre mani sfiorano più cellulari che corpi, abbiamo forse dimenticato quanto siano importanti i gesti, ma quelli veri. Abbiamo confuso la tecnologia con la vera realtà, permettendo ai vari social di costruire abili maschere dietro alle quali ci nascondiamo sempre con maggiore abilità. Siamo diventati strateghi nel non mostrare più alcun sentimento, affezionandoci a delle macchine, a degli strumenti inanimati, a delle realtà virtuali che mai ci daranno tutto il calore che può darci una persona vera.
Ci siamo fatti condizionare da questa “evoluzione”, senza renderci conto di quanto questo ci abbia involuti in qualcosa di finto e di innaturale.
Ma la gentilezza non può arrivare se ci nascondiamo dietro ad un telefonino.
Ma questo lo abbiamo dimenticato. Così come abbiamo dimenticato che cosa voglia dire essere gentili.
Ci siamo trovati di fronte a persone che ci hanno usato e ci siamo sentiti traditi: traditi dall’amore che abbiamo cercato di mostrare, dalla gentilezza che non abbiamo ricevuto. E così, forse, abbiamo imparato ad adattarci. A ricambiare con la stessa moneta, ad indossare i guantoni, a salire sul ring e a picchiare senza sosta. A pretendere di più da noi stessi: essere più stronzi, più cattivi, più furbi, più sagaci nel rispondere alle provocazioni.
Paradossalmente, i rapporti sono diventata una gara a chi fa più del male all’altro, e, come spesso succede, quando ci si ritrova dentro ad una gara si vuole vincere a tutti i costi.
Ma l’odio genera odio. Così come l’amore genera amore. E la gentilezza, allo stesso modo, può arrivare se accompagnata da calore, da sguardi che chiedono di più, da abbracci che desiderano attenzione, da parole che ti riempono il cuore e non permettono alla cattiveria del mondo di farsi spazio, sgomitando.
La gentilezza può arrivare solo se dietro c’è coraggio.
Il coraggio di mostrarci per quello che siamo: esseri umani che vogliono amare e vogliono essere amati.

Martina Vaggi