Pensieri sulla pandemia

Come la paura del virus è diventata paura di noi stessi

Un anno fa, in questo periodo di febbraio, sembrava incredibile poter anche solo immaginare di condurre la vita che stiamo conducendo ora.
Eravamo ad un passo dal cadere nel baratro Coronavirus, con le prime avvisaglie di ciò che sarebbe successo in seguito: i primi decreti-legge di fine febbraio, il panico, i supermercati svuotati, le mascherine che non si trovavano, quella paura del virus che iniziava a dilagare.

La paura. Quella dilagante paura.

paura del virus

Infine, il silenzio, che tutti noi abbiamo toccato con mano, dalle finestre aperte, chiusi nelle nostre case.

Tutto è iniziato con la paura. Quella paura ci ha accompagnati per un anno che è sembrato un secolo.
Avremmo mai potuto pensare che sarebbe durata fino ad ora?

Dalla paura del virus alla paura dell’altro

In questo ultimo anno abbiamo subìto enormi cambiamenti.
Siamo passati dal vivere incuranti di tutto al non vivere perché abbiamo paura di tutto.

Abbiamo paura del virus.
Abbiamo ancora paura di toccarci, di uscire a prendere un caffè, di muoverci di regione per vedere il nostro fidanzato.

Ma più della paura del virus, abbiamo, forse, ancora più paura di noi stessi: di contagiare i colleghi, gli amici, i parenti.
Di diffondere questo maledetto virus.

paura del virus

Abbiamo paura di esprimere la nostra opinione sulla situazione.
Se vuoi uscire appena ne hai la possibilità, vieni additato di non avere a cuore la salute degli altri.

Se dici che vuoi fare il vaccino vieni giudicato.
Se dici che non ti fidi a farlo, vieni criticato dalla fazione opposta.
Perché è questo che siamo diventati: fazioni.
Gruppi separati e distinti.

Da una parte, ci sono i sostenitori, dall’altra, gli oppositori.
Che cosa sostengano e a cosa si oppongano, non è chiaro, forse nemmeno a loro.

Quello che è chiaro è che sembra che quasi nessuno sia più disposto ad impegnarsi su se stesso: occuparsi degli errori degli altri è molto più interessante.

È un buon passatempo, per chi non vuole guardarsi allo specchio.

La paura del virus che diventa paura di noi stessi: la necessità di essere consapevoli di chi siamo davvero

L’introspezione non è molto comune.
Ti porta a prendere consapevolezza.
E la consapevolezza può generare dolore, angoscia, desiderio di cambiare, di migliorare ogni aspetto che non vuoi vedere, sentire di te.

paura del virus

È come aprire la porta di casa tua e scoprire che non abiti da solo. C’è anche qualcun altro lì con te.
E se quella persona non ti piacesse?
Potresti sempre aprire la porta e invitarlo ad uscire.

Solo che quella casa non esiste nella realtà. Sei tu.
E quella persona non è altro che un lato di te che non ti piace.
Ma non la puoi mandare via.
Ci devi convivere.

Per questo serve coraggio ad occuparsi di sé.

La paura del virus che porta agli estremi: la ricerca della via di mezzo

Serve coraggio per cercare la via di mezzo.
Gli estremi sono lì, facili da scegliere. Facili da alimentare.

Li abbiamo avuti sotto gli occhi ogni giorno per tutto questo tempo.
Li troviamo ovunque:

  • ogni volta che apriamo un social e leggiamo i commenti lapidari, offensivi, rabbiosi, sotto la notizia del giorno
  • ogni volta che assistiamo ad una discussione per strada.

Quegli estremi sono dentro di noi, così prepotenti che diventa difficile bilanciarli.

paura del virus

Ma cosa c’è nel mezzo?
Nel mezzo c’è chi vuole semplicemente esprimere un’opinione.

Nel mezzo ci siamo noi comuni mortali che vogliamo pensare alla nostra vita, ai nostri sbagli, a imparare qualcosa da tutto questo per migliorarci.

Nel mezzo ci siamo noi che non vogliamo più avere paura.

Nel mezzo c’è chi, come noi, vorrebbe solo dimenticarsi di tutte queste polemiche e tornare a vivere con più serenità di prima.

Nel mezzo ci siamo noi che ci tappiamo le orecchie e ci copriamo gli occhi per non sentire, per non vedere tutta questa rabbia.
È difficile non sentirla. È difficile non vederla.

Perché non è solo il virus a essere subdolo.
C’è il virus e poi c’è quella paura che ci tira fuori.

E poi c’è anche quella parte oscura, che ognuno di noi possiede e che questa situazione sembra tirar fuori, con prepotenza.

Quella paura ancestrale di ammalarsi, di contagiare gli altri, di morire, di non essere in grado di vivere veramente.
Il virus fa paura: spaventa, contagia, uccide.
Il resto… Lo facciamo noi.

Martina Vaggi

Photo credit: Pixabay

Crescita personale

Lascia la persona che eri per diventare quella che sei

Arriva un momento in cui ti devi perdonare.
Devi perdonarti per aver pensato che la vita che hai sempre condotto ti sarebbe bastata.
Che ti sarebbe bastato il lavoro che facevi per sopravvivere. Che saresti sempre vissuta nello stesso luogo senza mai osare andartene.

Ti devi perdonare per aver pensato che non avresti mai voluto sposarti o fare figli, solo perché pensavi che questo modo di parlare ti rendesse veramente libera e indipendente.
Arriva un momento in cui vuoi di più. Vuoi cambiare lavoro, vuoi cambiare città: vuoi passare il resto della vita con il tuo compagno, giurandolo a voce alta, magari.
Arriva un momento, quel momento in cui vuoi osare di più.
Vuoi provarci. Vuoi buttarti.
E, in quel momento, può succedere che tu voglia tutto ciò che pensavi di non volere.
Così inizi a ragionare in maniera diversa.
E, a quel punto, ti rendi conto di non aver mai ragionato in maniera così lucida in vita tua.

Ti rendi conto di aver indossato una maschera per tutta la tua vita. Di averlo fatto perché avevi paura. Hai sempre avuto paura del giudizio degli altri, delle loro critiche, della cattiveria di cui è pieno il mondo.
Solo che questa volta è diverso: ora hai gli occhi aperti e guardi il mondo come se lo vedessi per la prima volta. Guardi le persone e capisci che c’è del buono in ognuno. E non c’è sempre quel bisogno costante di difendersi.

Ti guardi allo specchio e non ti riconosci.
Ma è una bella sensazione.
Come se gli anni passati sbiadissero dalla tua mente. Come se la persona che eri ti prendesse per mano per accompagnarti in quell’enorme prato verde.
Non avere paura” ti dice.
Sei tu. E sei a casa“.

Martina Vaggi

Photo credit: Pixabay

Crescita personale

Siamo nessuno per il mondo: il vero valore risiede dentro di noi

Siamo nessuno per il mondo: approccio ad una realtà univoca

Vi siete mai sentiti nessuno per il mondo?
Intendo dire… quella sensazione che vi fa sentire soli, tremendamente soli, persi in un mondo che sembra non concepire realmente la vostra esistenza?

Io ho perso il conto di quante volte mi sono sentita così.
Di essere nessuno.
Considerata nessuno.
Di valere come un nessuno.

E voi?
Vi è mai successo?

Vi è mai capitato di sentirvi come se proprio nessuno per il mondo che vi circonda?

Vi è mai capitato di non essere considerati sul lavoro o in un’amicizia o in una relazione?

Se non vi è mai successo di sentirvi così, siete fortunati.
Questo è quello che avrei detto io un anno fa.

Ora la penso diversamente.

nessuno per il mondo

Se vi sentite inesistenti per il mondo forse è perché vi sentite nessuno per voi stessi

Tutto parte da dentro di noi.
Il fuori è una rappresentazione di quello che noi pensiamo e proviamo dentro di noi.

Questo significa che se noi abbiamo pensieri negativi la realtà non potrà di certo essere positiva e viceversa.
Questa è la ragione per la quale ci sentiamo sempre dire: “Pensa positivo!

Oppure:

“Il mondo è uno specchio,
ti sorride se lo guardi sorridendo”

E così via.

nessuno per il mondo

Se non vi fidate, fate pure una prova: provate a vivere come se aveste il peso del mondo sulle spalle, rimuginate ogni giorno sul passato e su pensieri negativi che la vostra mente formula e che voi non siete in grado di bloccare: alimentate tutti i giorni pensieri negativi e provate poi a vedere cosa succede nella vostra vita.

Sono quasi sicura che anche la vostra vita sarà fuori esattamente come vi sentite voi dentro: un cupo baratro di sofferenza e insoddisfazione.

Detto questo, lo spiegone è servito per dire quanto segue: se voi vi sentite nessuno per il mondo, probabilmente è perché vi sentite nessuno per voi stessi.

Se vi sentite sempre gli ultimi o inesistenti in qualunque circostanza, probabilmente questo deriva da frustrazioni che avete voi verso voi stessi.
O, probabilmente, non vi state impegnando molto nel raggiungere obbiettivi per voi fattibili.

Questo, almeno, è quello che ho capito vivendo la situazione sulla mia pelle.

Perché abbiamo questo costante bisogno di essere qualcuno?

Se ci pensate bene, la cosa non ha alcun senso.

Se sei sicuro del tuo valore, perché hai un bisogno così esagerato di avere conferme?

Credo che tutti (o quasi tutti) abbiamo vissuto una situazione simile, almeno una volta.

Ma questo perché?

nessuno per il mondo

Abbiamo avuto delle mancanze nell’infanzia?
Probabile, ma qui ci addentriamo nella psicologia: io non sono psicologa, per cui non vado oltre.

Probabilmente non riusciamo a trovare certezze dentro di noi.
Per questo motivo, le cerchiamo al di fuori.

Ancora una volta questo tema “spirituale” del dentro che torna.

Il fatto è che, alla fine della fiera, noi non saremo mai nessuno per il mondo, per quanto possiamo sforzarci di esserlo.

Questo perché:

  • Tutti noi siamo unici ma interscambiabili.
  • Non siamo nessuno per un’azienda (se non accetti un lavoro tu, lo accetterà qualcun altro: se non ci sei tu c’è qualcun altro in grado di sostituirti).
  • Ci sarà sempre qualcuno più bravo di te: è inevitabile.
  • Non siamo nessuno per gli altri: le persone tradiscono, cambiano idea, abbandonano.

Ogni cosa è possibile, anche se hai dato amore a dismisura.
Ogni forma di cambiamento può accadere, anche se sei una buona persona, un buon dipendente, una brava e fedele fidanzata, una buona amica.

Un concetto difficile da accettare.

Tutti crediamo di valere qualcosa, di essere speciali,
di meritare un posto nel mondo degli altri.
In qualche modo, la riteniamo una cosa dovuta.

Da questo pensiero veniamo, ovviamente, delusi ogni volta, forse perché molti di noi tendono a nutrire a dismisura il proprio ego.

nessuno per il mondo

Per questo spesso ci rimaniamo male quando qualcuno non ci ricambia, quando qualcuno non ci considera altrettanto validi o insostituibili, come noi vogliamo a tutti i costi sembrare.
Non ci rimaniamo male perché amiamo alla follia quella persona.

Ci rimaniamo così male perché nutriamo il nostro ego fino a farlo scoppiare.
Amiamo l’idea che abbiamo di noi, forse.
Ma non quelle persone.

Se veramente amiamo una persona la lasciamo libera di decidere e accettiamo la sua decisione, qualunque essa sia: anche se è terribilmente difficile da accettare perché ci esclude dalla sua vita.

Ognuno di noi può essere “scaricato” o scartato.
Brutto da dire e da sentirselo dire: ma è la verità.

Questo può succedere perché siamo tutti dei signor nessuno, con una particolarità, però: siamo unici.

Una bella contraddizione, eh?

Siamo unici nei nostri difetti, nelle nostre imperfezioni.
Siamo unici nel nostro essere completi anche se ci affanniamo tutta la vita alla ricerca di qualcosa (o qualcuno) di esterno che ci renda ancora più uniti.

Nessuno di noi è realmente qualcuno in questo mondo terreno.

Ma non è questo che conta.
Non è questo l’importante.

nessuno per il mondo

Sentirsi nessuno per il mondo: l’importante è essere qualcuno per se stessi

L’importante è imparare ad accettare se stessi, a riconoscere il proprio valore.

Quando impariamo a fare questo, quando ci rendiamo conto di avere un valore, arriviamo a comprendere una verità di fondo.
Allora le cose inizieranno a cambiare dentro di noi e al di fuori.

A quel punto iniziamo a capire che a prescindere dal fatto che non conti nulla per gli altri, tu devi essere il primo a contare su te stesso.

A quel punto ti metti in gioco.
E inizi a lavorare su te stesso.

Lì si innesca un meccanismo che mette in moto l’intera macchina della tua vita: più lavori su te stesso, più riesci ad evolverti, maggior possibilità hai di capire cosa vuoi, dove vuoi andare e dove risiede il tuo valore.

Inizi a scrivere la tua strada.
La imbocchi, lavori più di prima e capisci che ogni risultato che ne deriva non è merito degli altri o della fortuna, ma è merito solo tuo.

Allora non cerchi più di nutrire il tuo ego, ma il tuo spirito.
E più passi fai, più ti rendi conto che l’essenza di tutto questo non è essere qualcuno per una marea di estranei che cambiano idea ogni giorno.
Non ti interessa più essere qualcuno per gli altri, o per il mondo, quando hai imparato ad essere qualcuno per te stesso.

Martina Vaggi

Photo credit: Pixabay

Riflessioni

Il tuo posto nel mondo

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E’ come una sensazione sotto pelle che non ti abbandona mai.
Si fa presente al mattino, appena apri gli occhi. In quel momento la avverti.
Si manifesta e si fa strada nei tuoi pensieri.
Rimani a guardare il soffitto per minuti, che a volte sembrano ore.
Poi ti alzi e inizi la giornata. E non ci pensi.
La seppellisci in profondità dentro di te. Come tutto quello che senti e che hai imparato a non manifestare davanti a chi non può capire i sentimenti o le emozioni.
Si disgrega tra il lavoro, la compagnia di altre persone, le ore passate al di fuori, gli impegni quotidiani sui libri.
Ma non se ne va, e forse non se ne andrà mai.

Ma è sempre lì ad aspettarti ad ogni risveglio. Lieve, leggera ma incisiva, va dritta in profondità.
La tristezza.
E’ sempre lì accanto a te quando apri gli occhi. Assieme a quella sensazione di vuoto, che per un istante ti fa dire: “Cosa sto facendo?”.
Si dice che abbiamo due vite e che iniziamo davvero a vivere quando realizziamo per quale scopo siamo nati.
Allora la tristezza significherebbe sentirsi come se ancora non avessimo capito qual è il nostro posto nel mondo.
Ma se tu avessi già capito qual è il tuo scopo in questa vita e non riuscissi a realizzarlo?
Forse la tristezza che provi è anche questo.
Forse è così che ci sentiamo quando non stiamo facendo ciò per cui siamo nati, non stiamo adempiendo al nostro scopo su questa terra.

Forse è un modo per la nostra mente di spingerci a provare un’altra via, ancora un’altra, pur di mantener vivo quel sogno, pur di volerlo rincorrere ancora, fino a quando c’è ancora vita per poterlo fare.
Forse non lo raggiungeremo mai e la tristezza allora non se ne andrà.
Ma possiamo davvero correre il rischio di non provarci?

Martina Vaggi

Photo credit: https://it.depositphotos.com
Riflessioni

La nave sta affondando, abbandonate la nave!

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Si dice che tutti dovremmo avere una vita vista mare.
Ma chi lo dice, probabilmente non ha mai avuto l’occasione di abitare in un tranquillo e pacifico posticino di campagna.
Non so chi fu il primo a scrivere questa frase, né ho ancora capito cosa significhi: per me il mare ha sempre rappresentato un oscuro contenitore di creature mostruose, nel quale è preferibile inabissarsi solo in acque poco profonde, possibilmente prossime alla riva.
Per quello che mi ricordo, almeno. Non vedo il mare da un bel po’.
C’è una cosa, però, che ricordo. Il mare fa riflettere. Ti aiuta a rilassare la mente, e, qualche volta, se sei fortunato, anche a riordinare i pensieri.
Quando ero più piccola (e frequentavo il mare molto più di ora) ricordo che sedevo lì, sullo scoglio più alto di quella spiaggia dove io e mamma andavamo sempre. Mi mettevo lì seduta con quel bikini colorato che faceva da contrasto a un’abbronzatura da 8 ore di sole non-stop. Stavo lì e guardavo il mare per ore.
Ma avrei potuto tranquillamente guardarlo anche per giorni.
Vedevo le onde infrangersi contro gli scogli, poi ritirarsi, prendere di nuovo la rincorsa, e, di nuovo, infrangersi con più forza di prima. Certo, l’epilogo era sempre quello, per loro: però io ammiravo la forza con cui l’onda ripeteva quel gesto e andava a morire lì dov’era destinata.
Forse è un po’ tutto destinato. Tutto ci viene dato in natura e dalla natura e, contro questa legge naturale, appunto, nessuno di noi può far nulla. Non possiamo lottare, ma non possiamo nemmeno arrenderci, dal momento che quella in cui viviamo e la nostra vita. Forse possiamo essere un po’ come quelle onde che ripetono, ogni secondo e ogni giorno, la stessa azione.
Ma se la vita ci stesse dando quello di cui abbiamo bisogno ma non quello che noi vorremmo davvero, noi come potremmo mai saperlo? Se la nostra vita stesse andando alla deriva, come una nave che affonda, di notte, senza alcuna luce, come potremmo noi sapere se intorno ci sono scogli a cui aggrapparsi o se tutto quanto è destinato a finire… lì?
Nessuno sa. Così come il capitano del Titanic non vide quell’iceberg, così non possiamo vedere noi più in là dei nostri stessi pensieri.
Siamo come bottiglie di vetro in balia delle onde, con un bel messaggio infiocchettato che magari nessuno leggerà mai.
In quelle ore in cui sedevo sugli scogli, il mare era capace di calmare la mia mente. Ma, a pensarci bene, non c’era poi molto da calmare.
Se oggi mi sedessi sugli stessi scogli a guardare nello stesso punto, non riconoscerei nulla. Né il mare, né la spiaggia, probabilmente non ricorderei nemmeno nulla delle cose successe lì. Non riuscirei a ricordare neppure me stessa.
E se guardassi al mare per avere un po’ di conforto… Non basterebbe nemmeno l’oceano a calmare il casino che ho in testa.
Ma al mare ci guarderei comunque. Guarderei a quelle onde così fiere e maestose e sarei fiera di loro e del loro continuo lottare.
Perché guardare loro sarebbe un po’ come guardare me stessa.
E se la nave davvero è destinata ad affondare… Beh, per il momento non si può sapere.
Ad oggi non è ancora affondata ma… sicuramente ha iniziato ad imbarcare un bel po’ d’acqua!

Martina Vaggi

Riflessioni

Solo noi e altri 7 miliardi come noi

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In questo mondo in continuo mutamento, è inevitabile per ognuno di noi fare degli incontri.
Siamo più di 7 miliardi di persone in un mondo che ci appare gigantesco e, allo stesso tempo, molto… familiare. Così conosciamo degli sconosciuti, ed è del tutto naturale per noi incontrarli, magari amarli oppure odiarli. La maggior parte di loro ci passa accanto senza nemmeno sfiorarci: come se la loro vita non ci riguardasse e non sentissimo di avere nulla in comune con loro. È in questo atteggiamento di puro e profondo egoismo che cresciamo tutti i giorni e tutti i giorni viviamo sulla nostra pelle un sentimento che cresce senza che nemmeno ce ne accorgiamo: l’indifferenza.
La pura indifferenza verso chiunque altro non sia noi o non faccia parte del nostro piccolo mondo. Un oceano di persone, con diversi interessi, lavori, amori, hobby, accomunati tutti da un’unica condizione: quella di essere esseri umani.
Eppure quante volte ci dimentichiamo di questo? Quante volte ci comportiamo come se esistessimo solo noi e non altri 7 miliardi come noi?
E in questo clima dilagante di rigida indifferenza non è un caso che costruire dei rapporti sia diventato sempre più difficile. Non è un caso che la parola “Io” venga sempre prima del “Noi” e che, pur avendo costruito un rapporto solido, non lo si possa mai veramente dare per scontato. Diventa sempre più difficile accettare di essere solo delle persone, convivere con i propri sbagli e le proprie debolezze.
Diventa sempre più difficile immergersi in se stessi, imparare a conoscersi, a volersi bene sul serio: perché oggi ognuno di noi evita questo confronto?
Forse, abbiamo semplicemente paura che, se ci immergessimo nel nostro oceano di difetti, errori, frasi dette al momento sbagliato e altre mai pronunciate, finiremmo con l’affogare.

Ma buttarsi di getto nell’oceano può insegnarti a nuotare. A conoscere te stessa e, di conseguenza, anche gli altri.
Forse non avremmo veramente bisogno di fare del male, o di subirlo, se fossimo a posto con noi stessi. Che fare del male ad un’altra persona è tutto ciò che di umano non è.

In questi ultimi anni ho iniziato a guardare meglio ciò che avevo davanti agli occhi e ciò che avevo perso. Ho rivalutato persone, situazioni finite male e altre ancora finite bene. Ho iniziato a cercare ciò che volevo e non quello che non potevo avere. Che ognuno di noi, in fondo, non cerca ciò che vuole il suo cuore ma ciò di cui ha bisogno la sua anima per poter guarire e credere ancora in qualcosa di straordinario.

E mentre le persone continuavano a criticare me, o chiunque altro, e a vivere secondo il proprio egoismo e ad osservare la tua vita altrui come se fosse un piccolo esperimento andato male, io osservavo loro. Mentre molti di loro continuavano a vivere la loro vita come se fossero unici, io mi ritrovavo, pian piano, anno dopo anno, ad abbandonare questo pensiero e iniziavo ad immergermi tra la gente, ad osservare il comportamento dei passanti, in metropolitana, per strada, in città come in paese. I gesti d’amore di una madre verso il figlio che ancora deve crescere, l’uomo d’affari che cammina in centro a Milano e sbraita ordini al telefono, urlando affinché tutti nelle vicinanze possano sentire quanto è potente, un uomo che bacia sua moglie sul tram: il barbone coricato sull’asfalto freddo che si sente morto per il mondo.
Ma nonostante la mia diffidenza verso il genere umano cresca a dismisura, io non posso fare a meno di rifugiarmi in una nicchia, quel nascondiglio segreto dal quale osservo il mondo cambiare, come se nemmeno ne facessi parte. Lo osservo in quel piccolo spazio di umanità, perché è in quel piccolo spazio che sono veramente libera.
La nostra umanità è la cosa più preziosa che abbiamo, eppure la svendiamo così facilmente tutti i giorni per fare spazio all’odio, al rancore verso cose passate e all’ansia di un futuro lontano che non possiamo vedere.
Calpestiamo noi stessi e, di conseguenza, anche gli altri e per cosa?
Per sembrare più forti, senza accorgerci che siamo ancora più deboli.
Per avere l’ultima parola, quella maledetta ultima parola, come se fossimo attori all’ultimo atto di una commedia con un unico obbiettivo: ottenere un applauso finale.
Tutto per soddisfare un ego che serva a nascondere chi siamo veramente.
Tutto per una maschera che indossiamo, l’ennesima.
Tutto pur di non ammettere di avere un problema, o forse milioni.
Tutto questo, una messinscena architettata dal migliore dei registi, pur di non ammettere quanto faccia paura affidarci a qualcuno.
È la cosa che più ci spaventa al mondo ma è anche la più straordinaria.
Poter toccare un altro essere umano, poterlo abbracciare fino a diventare uno soltanto, essere in grado di assorbire il suo dolore e farlo tuo. Condividere momenti che fermino il tempo e ci rendano consapevoli di che cosa voglia dire vivere davvero.
Non bisognerebbe mai dimenticarsi delle persone: solo le persone, alla fine, quelle che ti salvano davvero.
Ognuno di noi è un mondo incredibile da scoprire e la cosa più straordinaria è riuscire a farne parte.

Martina Vaggi

Photo credit: https://www.ilpost.it/2018/06/24/persone-per-cambiare-mondo/
Riflessioni

Quella sincera voglia di dare

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Il problema dell’avere a che fare con le persone forti è che nessuno si aspetta mai di vederle cadere. Nessuno sospetta mai che possano avere un tracollo.
E quando questo si manifesta, la gente è solita dire cose come: “Non me lo sarei mai aspettato da lei”.
Quando, in realtà, la debolezza è la caratteristica più comune e naturale dell’essere umano. E’ che ci si dimentica spesso di essere delle persone umane. Ci si dimentica di come non conti solo il nostro nome, i nostri difetti, le nostre esigenze, quanto anche quelle degli altri. Ci si dimentica di quanto ogni persona abbia in comune i più basilari e naturali sentimenti di felicità, sofferenza… solitudine.
Così una persona forte viene sempre un po’ data per scontata. Ed è un po’ anche per questo che, forse, impara a risolversi i propri problemi per conto suo. Impara a non chiedere una mano e, quando ha bisogno di aiuto, a cercarla alla base del suo braccio. Impara a creare le proprie regole e a vivere seguendo quelle.
Impara anche a chiudersi in se stessa. E questa è la parte peggiore.
Un atteggiamento controproducente, perché da molte persone viene visto come un sintomo di menefreghismo verso gli altri. E’ ci sono momenti – che quando arrivano, sembrano durare una vita – in cui senti che non hai più molto da dare, anche se non è così.
Senti che non riesci a dire, a raccontare, tutto ciò che sta succedendo, tutto il caos, la confusione che invade la tua mente e non la lascia in pace. In quei momenti hai bisogno di pensare solo a risolvere quei problemi e, semplicemente, non hai spazio per altro.
E’ in quei momenti che vorresti dire: “Non riesco a risolvere i miei casini, come posso farlo con i tuoi?
Ma non lo fai. Sorridi e vai avanti. Sorvoli e vai avanti. Ti metti addosso una maschera, sì, quella che tutti vogliono vedere, e non te la togli fino a quando non sei a casa.
La verità è che non tutti possono capire le tue situazioni se prima non ci passano loro. Come puoi spiegare un attacco di panico a chi non l’ha mai vissuto? Come puoi spiegare la paura, che ormai è diventata la costante della tua vita, di non essere mai abbastanza forte per quello che verrà. Come fai a spiegare che tutto questo è già abbastanza per te e non ne vuoi di più, davvero. Vorresti solo avere la mente sgombra e fantasticare su quanto di bello deve ancora venire.
Come puoi spiegare tutto questo?
E se lo dovessi spiegare, che cosa pretenderesti in cambio?
Non puoi pretendere, non puoi aspettarti nulla.
Una prima cosa che ho imparato in quest’ultimo anno è questa: ognuno di noi è solo. Anche se non lo è realmente, anche se è circondato da molte persone, è solo e lo è per davvero quando si tratta di vivere la propria vita, camminare con le sue gambe, tracciare la propria strada, convivere con se stessi e con le proprie scelte (e questa è la parte più difficile). Guardarsi allo specchio ogni giorno e vedere come la vita sia in grado di cambiarti, scoprire nuove ferite e nasconderle, perché quelle le devi vedere solo tu. Riuscire a trovare ogni lato nascosto di te e pensare: riuscirò mai a convivere con tutti i difetti che ho? E di tutti i pregi e le qualità che vedo che cosa ne farò?
La seconda cosa che ho imparato in questo periodo poi è che non tutti riescono a vederti davvero.
E questo, sia chiaro, non è una loro colpa. Specialmente se tu sei una di quelle persone che tendono a non mostrare mai debolezze.
Molti semplicemente si fermano a quello che mostri e a loro va bene così. Tutte le volte che stai in silenzio tu, vedono l’occasione per parlare sempre e solo dei loro problemi. Qualche volta ti buttano lì un “Tutto bene?” di circostanza, di noncuranza, come se questo ti potesse mai veramente bastare.
Non sono per le vie di mezzo, anche se ci provo. Il fatto è che ad un “Tutto bene?”, buttato lì tanto per fare gossip, preferisco quasi uno schiaffo. Preferisco essere messa all’angolo e sentirmi dire “Cosa ti sta succedendo?”. Perché quello esprime qualcosa. Questo è ciò che dici quando vuoi bene a qualcuno e vedi qualcosa che non va in lui. Ma non è detto che tutti lo vedano. Non è neanche detto che tutti vogliano veramente vederlo.
E’ che, semplicemente, a volte ci fa comodo fingere di non vedere. Ci dà la scusa giusta per poter pensare alla nostra vita senza sentirci in dovere verso qualcuno.
Poi ci sono anche persone che invece ti vedono realmente. Persone che ci provano nonostante i loro problemi, nonostante i se, i mai, e tutti gli why e because. Persone che, forse, in tutti questi anni, hanno imparato a conoscerti meglio di quanto tu conosci te stessa.
Persone che ti guardano da lontano, ti scrutano, come se cercassero di scavarti dentro e di capire il perché. Semplicemente il perché.
Se alle prime non do colpe (ho smesso di portare rancore da quando ho capito che faceva del male solo a me) nelle seconde vedo qualcosa che per me è fondamentale. Vedo la consapevolezza di non essere mai davvero sola. Vedo quello sguardo e mi ci aggrappo e torno di nuovo a credere in questa sincera voglia di dare che vedo in te e che, ogni giorno, cerco di non perdere in me.

Martina Vaggi

Riflessioni

Persone (diversamente) umane: la sensibilità che diventa ‘diversità’

amore-relazioni

Tutto questo tempo a chiedermi
Cos’è che non mi lascia in pace
Tutti questi anni a chiedermi
Se vado veramente bene
Così
Come sono”

Ci sono quei generi musicali che, pur non rispecchiando i tuoi canoni ti piace sempre ascoltare. Così come ci sono persone che, pur non essendo simili a te, ti lasciano sempre qualcosa di nuovo ogni volta che attraversano la tua vita.
Così è Elisa. Elisa è un fiore che non appassisce mai, è quella canzone cantata nel momento in cui avevi voglia di sentire quella melodia e nemmeno lo sapevi. Elisa è tutte quelle parole che non sai scrivere ma che fanno già parte di te.
Spesso mi sono ritrovata a scrivere su questo blog, il mio blog, di come tutte le persone, in fondo, siano uguali, pur essendo poi diverse tra loro e special
i. Ma c’è sempre qualcosa che ogni giorno si abbatte con forza su questa mia idea, facendola a pezzi e questa cosa si chiama “realtà”. La realtà, o meglio, la nostra realtà, quella in cui viviamo noi oggi, che sembra sempre pronta a dimostrarci come ognuno di noi sia così facilmente sostituibile: un dipendente, se licenziato, è sostituibile con un altro, magari migliore o peggiore del precedente (e a buon ragione, altrimenti nessuna azienda riuscirebbe ad andare avanti); un fidanzato o una fidanzata oggi giorno vengono sostituiti da gran parte delle persone con una facilità e una superficialità impressionante, come se fossimo nient’altro che macchine da collaudare prima di capire qual è quella che ha minori chilometri sul groppone, che consente un minor consumo di benzina e maggiori possibilità di durare a lungo.
Da quando ho iniziato a lavorare a contatto con il pubblico, ho notato l’impressionante facilità con la quale
le persone, molte volte, trattano allo stesso modo altre persone: con sdegno, arroganza e maleducazione a livelli spropositati. Come se seguissero un copione già prestabilito.
Come se sdegno, arroganza e maleducazione
fossero le sole cose in grado di dare.
Come se un essere umano, chiunque sia, qualunque lavoro faccia, non meriti di più.
Sembra quasi che le persone non aspettino altro che riversare su altre persone le proprie frustrazioni, il proprio odio (verso se stessi) e la propria rabbia. Come se nessuno di loro fosse più in grado di darsi delle colpe e fosse solo capace di riversarle sugli altri.
E in tutto questo io mi sono ritrovata sempre a
pormi due domande: da quando dare addosso ad un’altra persona è diventato una spinta a sentirci meglio con noi stessi?
E la seconda domanda è questa: e tutte quelle persone che non s
eguono questa scia ma cercano di essere migliori ogni giorno come fanno a trovare il proprio equilibrio in questa realtà, vivendo nella loro diversità?


Questo è sempre stato un modo
per fermare il tempo e la velocità
I passi svelti della gente
la disattenzione
le parole dette senza umiltà
Senza cuore, così
solo per far rumore

Per la prima domanda non ho mai avuto una risposta, ma più vado avanti più mi rendo conto di poter fare qualcosa per rispondere alla seconda domanda, quella che mi riguardava di più. Così sono arrivata alla conclusione che esistono persone veramente diverse in questa società. Le persone diversamente umane che non usano l’egoismo come scusa facile per rovinare rapporti sentimentali o di amicizia; persone che non calpestano gli altri pur di sentirsi migliori. Persone che ancora sanno dire “Grazie” o “Mi dispiace”. Quelle persone che ti abbracciano non perché vogliono qualcosa ma perché sentono di doverti dare qualcosa. Qualcosa di cui tu hai bisogno e lo percepiscono, lo vedono, perché sanno guardare oltre i propri interessi.
Sono quelle persone che quando ricevono una parola detta senza un minimo di umana sensibilità si sentono morire dentro e non dimenticano. Quelle persone usano le crepe del loro cuore per tenerlo ancora più unito e trovano un varco nella loro sensibilità per poter essere, un domani, un po’ più crudi, un po’ più egoisti, un po’ più fedeli a se stessi. Non perché essere egoisti sia giusto, ma perché se oggi vieni calpestata non dovrai permettere che ricapiti domani. E se oggi hai vissuto la vita di un altro e hai fatto ciò che gli altri volevano fare e mai quello che volevi tu, un domani dovrai essere pronta a seguire solo la strada che tu hai costruito.
Un giorno una mia amica, come una sorella per me, mi ha detto che sono troppo autocritica e che devo smetterla di darmi le colpe per tutto ciò che mi succede, perché è questo che mi fa stare male.
Sto seguendo il tuo consiglio, Lucrezia.

E se c’è un segreto è
fare tutto come se
vedessi solo il sole
e non
qualcosa che non c’è.
Elisa – Qualcosa che non c’è

Martina Vaggi

Riflessioni

Non immaginare qualcosa che non c’è ma apprezza quello che hai

 

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E’ difficile a volte capire come funziona una mente. Cosa la affascina, cosa la colpisce, cosa ne fa scattare l’interruttore “curiosità”.
E’ ancora più difficile capire come funziona un cuore. Quali sono le parole che lo fanno sentire protetto e al sicuro e quali i gesti che lo fanno correre a ritmo più incalzante.
In una realtà come la nostra, oggi, dove ci muoviamo a ritmo disumano per raggiungere obbiettivi irraggiungibili, dove le persone sembrano aver dimenticato cosa significhi fermarsi un attimo a godere la vista di un paesaggio – o di una persona – ci approcciamo all’altro sesso sempre con un po’ più di paura e di indecisione.
Il problema è che, sempre più di frequente, vediamo negli occhi dell’altro riflesse le nostre stesse paure, se non di più, e trasformiamo quella persona in un caso clinico da curare (noi donne, in questo, siamo diventate talmente brave da renderla una disciplina olimpionica) e diamo al nostro obbiettivo impossibile da raggiungere quel nome e cognome. Così la nostra realtà diventa “quello sguardo che ci ha lanciato che voleva dire di più” o quella notte che non scorderemo tanto facilmente, o quel rapporto iniziato ma mai portato avanti.
E senza neanche accorgercene trasformiamo la conoscenza in una gara di conquista dove la persona davanti a noi diventa un premio.
Forse sul momento non ce ne accorgiamo, ma una volta che ce ne rendiamo conto, una volta che vediamo scritte queste parole che delineano il nostro comportamento, quanto risulta sbagliato tutto questo?
Quanto sacrifichiamo di noi stessi solo per una ricerca di attenzione che altro non è se non un contentino dato con sufficienza?
In tutti questi anni di rapporti mancati, riusciti e poi finiti, mai iniziati o interrotti bruscamente con l’altro sesso, mi sono sempre un po’ stupita di notare come una delle costanti presente in tutti questi casi (vissuti in prima persona o indirettamente) sia sempre stata la trasformazione della realtà così com’è, in una realtà che solo noi percepiamo e vediamo così come siamo.
Ognuno di noi vede la realtà che vuol vedere. A volte distorce perfino la realtà che ha davanti solo per trasformarla in qualcosa che non c’è.
Ma così come mentre corriamo verso l’obbiettivo non riusciamo quasi mai a fermarci per chiederci per cosa – o per chi – davvero stiamo correndo, allo stesso modo non riusciamo a dare un freno a questo comportamento fino a quando non ci rendiamo conto di quanto triste esso sia.
Fino a quando non riesci, un giorno, a trovare la pace nella tua solitudine.
L’armonia nel tuo disordine. La tranquillità nei tuoi orari, nei tuoi impegni quotidiani che non hanno quel nome e cognome che vorresti, ma solo il tuo.
Solo il nome e cognome che porti e che rappresenta la tua vita.
Perché se fantasticare sul momento può essere bello, lo è ancora di più rendersi conto che non ne hai bisogno. Perché la realtà che ognuno di noi vuole vedere alla fine è quella che più ci fa star male.
Non abbiamo bisogno di scuse, ma, semmai, di concretezza. Di messaggi che arrivano decisi, di gesti trasparenti, di serate passate a parlare davanti ad un camino accesso, o davanti ad un caffè. Non abbiamo bisogno di immaginarci qualcosa che non c’è, ma di goderci quello che già abbiamo.
Non vogliamo più comportamenti ambigui, quelli già li abbiamo sperimentati e abbiamo capito a nostre spese che creano solo problemi: abbiamo bisogno della verità, anche se a volte può essere crudele.
Nessuno di noi deve correre dietro ad un treno che non si fermerà mai per noi.
D’altronde, le persone non sono treni: sono semplicemente persone. Che si tengono per mano quando vogliono affetto, si guardano quando vogliono cercarsi e si aspettano a vicenda quando hanno davanti l’unica persona che vogliono davvero.

Martina Vaggi

Photo credit: http://www.rai.it/dl/portaleRadio/media/ContentItem-afee63f9-db26-4c02-9070-c71533b5ceb4.html?iframe
Riflessioni

Mi piaci ma mi piaccio di più io

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Da che mondo è mondo, ci siamo abituati ad avere a che fare con una legge che regola l’universo dei rapporti sentimentali femminili: lo stronzo piace. E’ un po’ come quando chiedi consiglio ad un’amica più grande di te su come comportarti con un ragazzo che ti piace e lei, puntualmente, ti ribadisce il mantra: “In amore vince chi fugge“.
E, quindi, siamo alle solite frasi fatte, dette, ingurgitate e risputate di generazione in generazione. Ci siamo sempre sommerse di regole, come: “Non rispondere prima che siano passate 3 ore“, “Non gliela dare prima del quinto appuntamento (o il “via libera” era fissato al terzo?), “Sii sempre fredda e non mostrare mai alcun sentimento“. Dunque, ci lasciamo sommergere da questa marea di stronzate che a volte funzionano davvero, a volte invece no. E come mai?
Forse perché, nella fretta di categorizzare tutto manco fossimo degli Hashtag viventi, non ci siamo rese conto che esistono ancora persone non categorizzabili. Ma, soprattutto, esistono cose non categorizzabili. Sono quelle cose che non potranno mai essere viste come calcoli matematici con un risultato ben preciso: i sentimenti.
Ma se queste affermazioni valgono come verità, come mai non ci decidiamo mai di passare nei fatti dal famoso “In amor vince chi fugge” a “Ama quel cuore che per te si strugge?
Potremmo benissimo farlo. E potremmo farlo quando vogliamo noi. Per esempio potremmo iniziare a farlo nel fatidico giorno in cui inizieremo a decidere che non abbiamo più voglia di farci del male.
Perché, semplicemente, se è vero che gli stronzi piacciono sempre, è anche vero che prima o poi passano di moda.
Lo stronzo ti può piacere quando non sei ancora uscita dall’età della stupidera, diciamo tra quei 20 e 30 anni in cui ancora ti concedi di fare tutte le stronzate che vuoi. Quando ancora vaghi in quel limbo, quella terra di mezzo in cui tutte abbiamo camminato a lungo alla ricerca dell’uomo del mistero, maestro nel saperti dare e togliere allo stesso tempo.
Ma quando esci da quel vasto territorio e inizi ad avvicinarti a quei pericolosi anni di vita dove molti tuoi coetanei si sposano e fanno figli come se non ci fosse un domani, mentre tu sei ancora lì che non sai cucinarti un uovo sodo, beh, l’idea di avere a che fare con un uomo che non solo orienterà le tue giornate verso lunghe e noiose seghe mentali, ma porterà anche il tuo fegato ad un suicidio assistito, finalmente ti passa. Perché, scherzi a parte, nessuno, quando sarà il momento di scegliere con chi sistemarsi, vorrà lo stronzo di turno che oggi c’è e domani non si sa. Quello va bene quando devi farti le ossa, quando sei tu la prima ad avere ancora voglia di rischiare e sperimentare.
Forse tutte noi siamo passate per quella fase della nostra vita dove abbiamo intenzionalmente voluto indossare i panni della crocerossina di turno, pronta a sacrificare se stessa per salvare un uomo socialmente instabile e psicolabile (o perché ha avuto una vita difficile o perché la vita difficile ha intenzione di farla fare a te). Tutte noi ci siamo fisicamente e mentalmente impegnate nel voler a tutti i costi salvare quei bimbi sperduti e redimerli.
Ma sapete qual è la cosa bella del “periodo da crocerossina”?
Che, prima o poi, passa, grazie a Dio. O grazie a Cupido, che per una volta ha deciso di puntare il suo stramaledetto arco da un’altra parte.
Prima o poi tutte noi ci togliamo quel camice e lo rinchiudiamo nell’armadio, in un cassetto talmente nascosto che neanche volendo saremmo in grado di ritrovarlo.
Tenendo anche conto del fatto che quel camice c’è chi lo indossa giò per mestiere: noi no. O, almeno, non tutte noi. Perché avere a che fare con un uomo non può di certo essere un lavoro, no?
Ed è qui che l’atteggiamento “Sarà anche vero che mi piaci, ma mi piaccio di più io” inizia a prendere piede. Esattamente nello stesso momento in cui decidi che lo stesso rispetto che hai portato ad altri (e non hai ricevuto in cambio) ora hai voglia di portarlo solo a te stessa.
E’ una ragionamento da egoista? Sicuramente.
E’ una ragionamento di chi non è in grado di accontentarsi? Vero anche questo.
E quindi?
Non è anche vero che ognuno di noi ha la propria vita a cui pensare e il proprio benessere da salvaguardare?
E se dobbiamo davvero mettere il nostro tempo, sentimento e fegato in gioco, non è forse meglio rischiarlo per qualcuno che dimostra, ogni giorno, di tenere veramente a noi?
Non so quand’è che ho iniziato a ragionare così. Ho sempre criticato chi non rischia, chi non prova, chi non cerca di guardare oltre e scoprire fino in fondo cosa c’è o ci può essere. Anche a costo di farmi del male.
Poi però mi è successo di guardare indietro e di valutare scelte e atteggiamenti avuti con quei pochi esemplari che mi sono capitati a tiro. E tra queste scelte, quella di star dietro ad un uomo sapete dove mi ha portato? Ad essere sola. O ad essere presa per il culo, che è decisamente peggio.
Avete mai visto donne stronze e altezzose rimanere sole? Io no. E non parlo solo di quelle che sono per natura volutamente stronze: parlo anche e soprattutto di quelle che vanno per la propria strada. Si fanno la loro vita, amando gli uomini che ritengono meritevoli e calpestando quelli che non lo sono. Se ci fate caso, queste donne possono essere l’esemplare più criticato dagli uomini: quegli stessi uomini che poi le inseguono. Gli stessi uomini un tempo stronzi, diventati improvvisamente teneri cagnolini con orecchie basse e coda tra le gambe alla sola idea di non essere portati a spasso.
Devo aggiungere altro?

Martina Vaggi