Pensieri sulla pandemia

Come la paura del virus è diventata paura di noi stessi

Un anno fa, in questo periodo di febbraio, sembrava incredibile poter anche solo immaginare di condurre la vita che stiamo conducendo ora.
Eravamo ad un passo dal cadere nel baratro Coronavirus, con le prime avvisaglie di ciò che sarebbe successo in seguito: i primi decreti-legge di fine febbraio, il panico, i supermercati svuotati, le mascherine che non si trovavano, quella paura del virus che iniziava a dilagare.

La paura. Quella dilagante paura.

paura del virus

Infine, il silenzio, che tutti noi abbiamo toccato con mano, dalle finestre aperte, chiusi nelle nostre case.

Tutto è iniziato con la paura. Quella paura ci ha accompagnati per un anno che è sembrato un secolo.
Avremmo mai potuto pensare che sarebbe durata fino ad ora?

Dalla paura del virus alla paura dell’altro

In questo ultimo anno abbiamo subìto enormi cambiamenti.
Siamo passati dal vivere incuranti di tutto al non vivere perché abbiamo paura di tutto.

Abbiamo paura del virus.
Abbiamo ancora paura di toccarci, di uscire a prendere un caffè, di muoverci di regione per vedere il nostro fidanzato.

Ma più della paura del virus, abbiamo, forse, ancora più paura di noi stessi: di contagiare i colleghi, gli amici, i parenti.
Di diffondere questo maledetto virus.

paura del virus

Abbiamo paura di esprimere la nostra opinione sulla situazione.
Se vuoi uscire appena ne hai la possibilità, vieni additato di non avere a cuore la salute degli altri.

Se dici che vuoi fare il vaccino vieni giudicato.
Se dici che non ti fidi a farlo, vieni criticato dalla fazione opposta.
Perché è questo che siamo diventati: fazioni.
Gruppi separati e distinti.

Da una parte, ci sono i sostenitori, dall’altra, gli oppositori.
Che cosa sostengano e a cosa si oppongano, non è chiaro, forse nemmeno a loro.

Quello che è chiaro è che sembra che quasi nessuno sia più disposto ad impegnarsi su se stesso: occuparsi degli errori degli altri è molto più interessante.

È un buon passatempo, per chi non vuole guardarsi allo specchio.

La paura del virus che diventa paura di noi stessi: la necessità di essere consapevoli di chi siamo davvero

L’introspezione non è molto comune.
Ti porta a prendere consapevolezza.
E la consapevolezza può generare dolore, angoscia, desiderio di cambiare, di migliorare ogni aspetto che non vuoi vedere, sentire di te.

paura del virus

È come aprire la porta di casa tua e scoprire che non abiti da solo. C’è anche qualcun altro lì con te.
E se quella persona non ti piacesse?
Potresti sempre aprire la porta e invitarlo ad uscire.

Solo che quella casa non esiste nella realtà. Sei tu.
E quella persona non è altro che un lato di te che non ti piace.
Ma non la puoi mandare via.
Ci devi convivere.

Per questo serve coraggio ad occuparsi di sé.

La paura del virus che porta agli estremi: la ricerca della via di mezzo

Serve coraggio per cercare la via di mezzo.
Gli estremi sono lì, facili da scegliere. Facili da alimentare.

Li abbiamo avuti sotto gli occhi ogni giorno per tutto questo tempo.
Li troviamo ovunque:

  • ogni volta che apriamo un social e leggiamo i commenti lapidari, offensivi, rabbiosi, sotto la notizia del giorno
  • ogni volta che assistiamo ad una discussione per strada.

Quegli estremi sono dentro di noi, così prepotenti che diventa difficile bilanciarli.

paura del virus

Ma cosa c’è nel mezzo?
Nel mezzo c’è chi vuole semplicemente esprimere un’opinione.

Nel mezzo ci siamo noi comuni mortali che vogliamo pensare alla nostra vita, ai nostri sbagli, a imparare qualcosa da tutto questo per migliorarci.

Nel mezzo ci siamo noi che non vogliamo più avere paura.

Nel mezzo c’è chi, come noi, vorrebbe solo dimenticarsi di tutte queste polemiche e tornare a vivere con più serenità di prima.

Nel mezzo ci siamo noi che ci tappiamo le orecchie e ci copriamo gli occhi per non sentire, per non vedere tutta questa rabbia.
È difficile non sentirla. È difficile non vederla.

Perché non è solo il virus a essere subdolo.
C’è il virus e poi c’è quella paura che ci tira fuori.

E poi c’è anche quella parte oscura, che ognuno di noi possiede e che questa situazione sembra tirar fuori, con prepotenza.

Quella paura ancestrale di ammalarsi, di contagiare gli altri, di morire, di non essere in grado di vivere veramente.
Il virus fa paura: spaventa, contagia, uccide.
Il resto… Lo facciamo noi.

Martina Vaggi

Photo credit: Pixabay

Riflessioni

Persone (diversamente) umane: la sensibilità che diventa ‘diversità’

amore-relazioni

Tutto questo tempo a chiedermi
Cos’è che non mi lascia in pace
Tutti questi anni a chiedermi
Se vado veramente bene
Così
Come sono”

Ci sono quei generi musicali che, pur non rispecchiando i tuoi canoni ti piace sempre ascoltare. Così come ci sono persone che, pur non essendo simili a te, ti lasciano sempre qualcosa di nuovo ogni volta che attraversano la tua vita.
Così è Elisa. Elisa è un fiore che non appassisce mai, è quella canzone cantata nel momento in cui avevi voglia di sentire quella melodia e nemmeno lo sapevi. Elisa è tutte quelle parole che non sai scrivere ma che fanno già parte di te.
Spesso mi sono ritrovata a scrivere su questo blog, il mio blog, di come tutte le persone, in fondo, siano uguali, pur essendo poi diverse tra loro e special
i. Ma c’è sempre qualcosa che ogni giorno si abbatte con forza su questa mia idea, facendola a pezzi e questa cosa si chiama “realtà”. La realtà, o meglio, la nostra realtà, quella in cui viviamo noi oggi, che sembra sempre pronta a dimostrarci come ognuno di noi sia così facilmente sostituibile: un dipendente, se licenziato, è sostituibile con un altro, magari migliore o peggiore del precedente (e a buon ragione, altrimenti nessuna azienda riuscirebbe ad andare avanti); un fidanzato o una fidanzata oggi giorno vengono sostituiti da gran parte delle persone con una facilità e una superficialità impressionante, come se fossimo nient’altro che macchine da collaudare prima di capire qual è quella che ha minori chilometri sul groppone, che consente un minor consumo di benzina e maggiori possibilità di durare a lungo.
Da quando ho iniziato a lavorare a contatto con il pubblico, ho notato l’impressionante facilità con la quale
le persone, molte volte, trattano allo stesso modo altre persone: con sdegno, arroganza e maleducazione a livelli spropositati. Come se seguissero un copione già prestabilito.
Come se sdegno, arroganza e maleducazione
fossero le sole cose in grado di dare.
Come se un essere umano, chiunque sia, qualunque lavoro faccia, non meriti di più.
Sembra quasi che le persone non aspettino altro che riversare su altre persone le proprie frustrazioni, il proprio odio (verso se stessi) e la propria rabbia. Come se nessuno di loro fosse più in grado di darsi delle colpe e fosse solo capace di riversarle sugli altri.
E in tutto questo io mi sono ritrovata sempre a
pormi due domande: da quando dare addosso ad un’altra persona è diventato una spinta a sentirci meglio con noi stessi?
E la seconda domanda è questa: e tutte quelle persone che non s
eguono questa scia ma cercano di essere migliori ogni giorno come fanno a trovare il proprio equilibrio in questa realtà, vivendo nella loro diversità?


Questo è sempre stato un modo
per fermare il tempo e la velocità
I passi svelti della gente
la disattenzione
le parole dette senza umiltà
Senza cuore, così
solo per far rumore

Per la prima domanda non ho mai avuto una risposta, ma più vado avanti più mi rendo conto di poter fare qualcosa per rispondere alla seconda domanda, quella che mi riguardava di più. Così sono arrivata alla conclusione che esistono persone veramente diverse in questa società. Le persone diversamente umane che non usano l’egoismo come scusa facile per rovinare rapporti sentimentali o di amicizia; persone che non calpestano gli altri pur di sentirsi migliori. Persone che ancora sanno dire “Grazie” o “Mi dispiace”. Quelle persone che ti abbracciano non perché vogliono qualcosa ma perché sentono di doverti dare qualcosa. Qualcosa di cui tu hai bisogno e lo percepiscono, lo vedono, perché sanno guardare oltre i propri interessi.
Sono quelle persone che quando ricevono una parola detta senza un minimo di umana sensibilità si sentono morire dentro e non dimenticano. Quelle persone usano le crepe del loro cuore per tenerlo ancora più unito e trovano un varco nella loro sensibilità per poter essere, un domani, un po’ più crudi, un po’ più egoisti, un po’ più fedeli a se stessi. Non perché essere egoisti sia giusto, ma perché se oggi vieni calpestata non dovrai permettere che ricapiti domani. E se oggi hai vissuto la vita di un altro e hai fatto ciò che gli altri volevano fare e mai quello che volevi tu, un domani dovrai essere pronta a seguire solo la strada che tu hai costruito.
Un giorno una mia amica, come una sorella per me, mi ha detto che sono troppo autocritica e che devo smetterla di darmi le colpe per tutto ciò che mi succede, perché è questo che mi fa stare male.
Sto seguendo il tuo consiglio, Lucrezia.

E se c’è un segreto è
fare tutto come se
vedessi solo il sole
e non
qualcosa che non c’è.
Elisa – Qualcosa che non c’è

Martina Vaggi