Riflessioni

Quella sincera voglia di dare

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Il problema dell’avere a che fare con le persone forti è che nessuno si aspetta mai di vederle cadere. Nessuno sospetta mai che possano avere un tracollo.
E quando questo si manifesta, la gente è solita dire cose come: “Non me lo sarei mai aspettato da lei”.
Quando, in realtà, la debolezza è la caratteristica più comune e naturale dell’essere umano. E’ che ci si dimentica spesso di essere delle persone umane. Ci si dimentica di come non conti solo il nostro nome, i nostri difetti, le nostre esigenze, quanto anche quelle degli altri. Ci si dimentica di quanto ogni persona abbia in comune i più basilari e naturali sentimenti di felicità, sofferenza… solitudine.
Così una persona forte viene sempre un po’ data per scontata. Ed è un po’ anche per questo che, forse, impara a risolversi i propri problemi per conto suo. Impara a non chiedere una mano e, quando ha bisogno di aiuto, a cercarla alla base del suo braccio. Impara a creare le proprie regole e a vivere seguendo quelle.
Impara anche a chiudersi in se stessa. E questa è la parte peggiore.
Un atteggiamento controproducente, perché da molte persone viene visto come un sintomo di menefreghismo verso gli altri. E’ ci sono momenti – che quando arrivano, sembrano durare una vita – in cui senti che non hai più molto da dare, anche se non è così.
Senti che non riesci a dire, a raccontare, tutto ciò che sta succedendo, tutto il caos, la confusione che invade la tua mente e non la lascia in pace. In quei momenti hai bisogno di pensare solo a risolvere quei problemi e, semplicemente, non hai spazio per altro.
E’ in quei momenti che vorresti dire: “Non riesco a risolvere i miei casini, come posso farlo con i tuoi?
Ma non lo fai. Sorridi e vai avanti. Sorvoli e vai avanti. Ti metti addosso una maschera, sì, quella che tutti vogliono vedere, e non te la togli fino a quando non sei a casa.
La verità è che non tutti possono capire le tue situazioni se prima non ci passano loro. Come puoi spiegare un attacco di panico a chi non l’ha mai vissuto? Come puoi spiegare la paura, che ormai è diventata la costante della tua vita, di non essere mai abbastanza forte per quello che verrà. Come fai a spiegare che tutto questo è già abbastanza per te e non ne vuoi di più, davvero. Vorresti solo avere la mente sgombra e fantasticare su quanto di bello deve ancora venire.
Come puoi spiegare tutto questo?
E se lo dovessi spiegare, che cosa pretenderesti in cambio?
Non puoi pretendere, non puoi aspettarti nulla.
Una prima cosa che ho imparato in quest’ultimo anno è questa: ognuno di noi è solo. Anche se non lo è realmente, anche se è circondato da molte persone, è solo e lo è per davvero quando si tratta di vivere la propria vita, camminare con le sue gambe, tracciare la propria strada, convivere con se stessi e con le proprie scelte (e questa è la parte più difficile). Guardarsi allo specchio ogni giorno e vedere come la vita sia in grado di cambiarti, scoprire nuove ferite e nasconderle, perché quelle le devi vedere solo tu. Riuscire a trovare ogni lato nascosto di te e pensare: riuscirò mai a convivere con tutti i difetti che ho? E di tutti i pregi e le qualità che vedo che cosa ne farò?
La seconda cosa che ho imparato in questo periodo poi è che non tutti riescono a vederti davvero.
E questo, sia chiaro, non è una loro colpa. Specialmente se tu sei una di quelle persone che tendono a non mostrare mai debolezze.
Molti semplicemente si fermano a quello che mostri e a loro va bene così. Tutte le volte che stai in silenzio tu, vedono l’occasione per parlare sempre e solo dei loro problemi. Qualche volta ti buttano lì un “Tutto bene?” di circostanza, di noncuranza, come se questo ti potesse mai veramente bastare.
Non sono per le vie di mezzo, anche se ci provo. Il fatto è che ad un “Tutto bene?”, buttato lì tanto per fare gossip, preferisco quasi uno schiaffo. Preferisco essere messa all’angolo e sentirmi dire “Cosa ti sta succedendo?”. Perché quello esprime qualcosa. Questo è ciò che dici quando vuoi bene a qualcuno e vedi qualcosa che non va in lui. Ma non è detto che tutti lo vedano. Non è neanche detto che tutti vogliano veramente vederlo.
E’ che, semplicemente, a volte ci fa comodo fingere di non vedere. Ci dà la scusa giusta per poter pensare alla nostra vita senza sentirci in dovere verso qualcuno.
Poi ci sono anche persone che invece ti vedono realmente. Persone che ci provano nonostante i loro problemi, nonostante i se, i mai, e tutti gli why e because. Persone che, forse, in tutti questi anni, hanno imparato a conoscerti meglio di quanto tu conosci te stessa.
Persone che ti guardano da lontano, ti scrutano, come se cercassero di scavarti dentro e di capire il perché. Semplicemente il perché.
Se alle prime non do colpe (ho smesso di portare rancore da quando ho capito che faceva del male solo a me) nelle seconde vedo qualcosa che per me è fondamentale. Vedo la consapevolezza di non essere mai davvero sola. Vedo quello sguardo e mi ci aggrappo e torno di nuovo a credere in questa sincera voglia di dare che vedo in te e che, ogni giorno, cerco di non perdere in me.

Martina Vaggi

Riflessioni

‘Non c’è stato nulla’: la negazione condiscendente dei rapporti sentimentali

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Qualche giorno fa mi sono ritrovata a parlare con una mia amica di un suo recente rapporto di conoscenza con un ragazzo non andato a buon fine. E per non andato a buon fine non intendo un rapporto che si è concluso con una litigata furibonda e piatti che volavano da una parte all’altra della stanza, ma semplicemente con una conoscenza reciproca che sembrava proseguire e che invece si è inabissata in un limbo in cui non ne voleva sapere di proseguire ma neanche di tornare al suo iniziale stato di inattività.
Così la mia amica mi raccontava gli ultimi avvenimenti e mi diceva: “Io voglio delle spiegazioni, Marty. Perché non si può sempre far finta che non sia successo niente”.
Tra le varie cose che mi ha detto, non so perché ma questa frase mi ha fatto riflettere.
Non è inusuale, infatti, sentire racconti (non molto metropolitani, in effetti, quanto piuttosto realistici) in cui un uomo prima parte in quarta e poi sparisce quando le cose si fanno troppo “difficili” da affrontare. Oppure, nei casi peggiori, racconti in cui un uomo prima parte in quarta per ottenere solo quello che vuole e poi (“Puff”) sparisce.
Che poi, dove vanno a finire gli uomini che spariscono?
Su un fiordo in Groenlandia a pensare a che pesci prendere?
Non so, me lo sono sempre chiesta. E in fondo a me piace immaginarmeli così.
Ma sto divagando. Il vero motivo per cui scrivo ora questo articolo è perché la frase della mia amica “Non si può sempre far finta che sia successo niente” mi ha acceso una lampadina nel cervello che da allora non sono più riuscita a spegnere.
Perché, esattamente, si deve far finta che non sia successo mai nulla?
Perché è una cosa che gli uomini tendono sempre a fare e quando (come, dove e perché) noi donne abbiamo sempre permesso che lo facessero?
E ultima domanda, la più importante: che cosa, all’interno di un rapporto di conoscenza può essere considerato niente?
E’ diventato niente sentire una persona per telefono?
E’ diventato niente baciare un’altra persona?
E’ niente avere rapporti intimi?
Perché, per quanto mi riguarda, tutte queste cose non sono niente ma sono già qualcosa. Qualcosa che, per esempio, avviene tra tra te e una persona, non tra te e tutto il resto del mondo. Ma immagino che questo ragionamento valga solo per quelle poche persone rimaste che ancora credono nella monogamia come valore che regola tutti i rapporti. O, perlomeno, nel ragionamento secondo il quale prima di passare ad una conoscenza successiva ci si debba concentrare perlomeno anche un minimo sulla conoscenza già in atto.
Ma se per un istante facciamo finta che il breve elenco da me fatto in precedenza sia considerato niente, che cos’è che quel niente diventa qualcosa?
Un mio amico un giorno mi disse che un rapporto per significare qualcosa dev’essere ufficiale.
Allora se seguiamo questo ragionamento, due persone che vanno in giro mano nel mano hanno quel qualcosa, giusto?
Ma se queste persone che vanno in giro mano nella mano (e quindi dimostrando al mondo che stanno assieme) nel frattempo si sentono o si frequentano di nascosto anche con altri hanno davvero qualcosa?

Se una persona si mette una fede al dito e poi tromba con la segretaria, il suo rapporto vale davvero qualcosa? O sono solo escamotage per mostrare qualcosa al mondo e, in segreto, continuare a coltivare quel niente?
Mi spiego meglio. In una società come la nostra, dove noi oggi ogni giorno cresciamo e ci confrontiamo con valori che sembrano essere ormai estinti, siamo, forse, sempre più portati ad attribuire poco valore ad ogni persona che incontriamo o ad ogni cosa che facciamo con questa persona, fino a quando il nostro rapporto non diventa veramente ufficiale. A volte non lo facciamo perché veramente crediamo in questo modus operandi, ma lo facciamo anche solo perché abbiamo paura di dimostrare quanto ci siamo rimasti male dalla fine di quella frequentazione. E quindi la bolliamo con un “Ma non c’è stato niente, in fondo, dai.”
Ma in questo tram tram di persone che ragionano tutte allo stesso modo c’è ancora chi crede che quel niente sia effettivamente qualcosa.
C’è ancora chi attribuisce un’importanza (di piccola, media o grande intensità) ad un contatto fisico con un’altra persona. Ad una notte, o forse due, o anche dieci. Cosa importa?
Stiamo sempre parlando di due persone che si conoscono. Di due persone che fanno qualcosa con qualcuno e non con altri. Di persone che si scelgono per condividere qualcosa.
Screditare quel qualcosa, trasformandolo in niente, non è altro che screditare le persone trasformandole in bambole preconfezionate, tutte uguali tra loro, con cui giocare un po’ prima di crescere e di buttarle via.
Siamo davvero diventati tutti i Ken e le Barbie di qualcuno?
Questo pensavo ed altro ancora più passavo il mio pomeriggio a parlare con questa mia amica: perché in quel momento, mentre cercavo di convincerla che non tutti i rapporti meritano spiegazioni, che a volte è meglio non chiedere per paura della risposta che potremmo ricevere, mi veniva spontaneo chiedermi se davvero ero convinta di ciò che le stavo suggerendo.
E’ che in fondo è anche vero che noi donne siamo anche fatte così: abbiamo sempre bisogno di spiegazioni, di chiudere una porta su una stanza disordinata e prenderci il tempo di riordinarla per la persona che verrà dopo.

E le spiegazioni, i chiarimenti, servono proprio a dare quell’ordine di cui abbiamo bisogno. A mettere un punto ad una situazione ambigua o non chiara che ti lascia nell’incertezza.
E che cosa c’è di sbagliato in tutto questo?
Perché abbiamo tutti paura di bollare un rapporto umano come niente quando sappiamo benissimo che è già qualcosa?

Martina Vaggi

Riflessioni

La tecnologia e le storie irrisolte: come i social hanno cambiato le relazioni sentimentali

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Ognuno di noi ha incontrato almeno una volta una persona con cui le cose potevano andare eppure non sono andate. Persone a volte completamente diverse da noi, altre volte invece molto simili, con le quali si percepisce fin da subito un legame inspiegabile, quella scarica di adrenalina al solo pensarle o vederle. A volte sono persone con cui staresti ore a parlare, altre volte persone talmente complicate e smarrite da smarrire te stesso nel cercare di capirle.
Ognuno di noi può annoverare nella propria lista di persone incontrate/frequentate almeno una di queste con cui ha un rapporto in sospeso.
Succede, prima o poi, di cadere nella trappola di un rapporto irrisolto.
E parlo di rapporti irrisolti perché il più delle volte si tratta di rapporti che non sembrano sentimentalmente risolvibili. Rapporti talmente incasinati da aver quasi paura di tramutarli in qualcosa di più, qualcosa di più “normale” e comune, come una storia a lieto fine o una relazione piena di quotidiani interessi e difetti condivisi.
Quando si capita in queste situazioni, la cosa più comune che possa accadere è quella di ritrovarsi immersi in un vortice di pensieri, paranoie, possibili soluzioni tutte catalogabili nella categoria “Cosa sarebbe successo se…?”.
Ma il più delle volte non succede mai nulla.
E quanto tempo passiamo chiedendoci il perché non succede mai nulla.
Alcuni dicono che è per via delle paure: quel groviglio complicato di sensazioni, mescolate all’istinto, che ci dicono che quello che vogliamo fare non rappresenta la cosa giusta, che ce ne pentiremo e che forse è meglio stare soli piuttosto che coltivare altre delusioni. E poi c’è il destino, che in queste situazioni fa un po’ da arma a doppio taglio, perché ti dà la “sicurezza” che le cose andranno come devono andare, che le persone verrano da te magicamente, pur non muovendo un dito per andarsele a prendere.
E poi… vale la solita regola del “Se non ti cerca, non gli piaci abbastanza”.
Per come la penso, potrebbero essere vere tutte queste opzioni, oppure nessuna di queste. Il fatto è che l’essere umano è diventato qualcosa di così complicato da capire, che credo che anche il signor Freud oggi avrebbe qualche difficoltà nel provarci.
Vi è mai successo di sedervi ad un tavolo circondata da persone che navigano sul 50esimo anno di età (o giù di lì) e di ascoltare, affascinate, quelle belle storie sul come lui ha conquistato lei, le ha portato dei fiori, ha avuto pazienza di apettare anche fino al quinto appuntamento per baciarla e tutte queste belle cosette qui?
Ecco, questi racconti sui bei tempi andati purtroppo non ci rispecchiano più. Non rispecchiano più quest’epoca in cui ci troviamo a vivere, altrimenti come si spiegherebbero tutti i discorsi maschili che sentiamo (“Non ci sono più ragazze con i valori, che vogliano sposarsi, stirare le camice” ecc) e tutti i discorsi femminili invece (“Sono tutti uguali, vogliono la ragazza seria e poi si fanno mettere sotto da quella che non la è”).
Ecco. Un disastro su tutta la linea praticamente.
Il fatto è che la società è cambiata e molto velocemente anche. I mezzi di comunicazione si sono evoluti in maniera così rapida da non darci neanche il tempo di adattarci. Per come la vedo io, le persone di oggi (noi), ci stiamo ancora adattando alla triste realtà che vediamo: le donne cercano di adattarsi al fatto di trovare con difficoltà qualcuno che faccia il primo passo (e lo faccia come si deve) e che sappia restare in una relazione a due senza cercare le soluzioni ai problemi tra le gambe di qualcun’altra. Gli uomini, invece, probabilmente stanno cercando di adattarsi al fatto di non essere più ormai in grado di fare gli uomini. Di alzare il telefono per chiamare, invece di scrivere un messaggio. Di citofonare invece di messaggiare. Di baciare, invece di lasciare dei like sulle foto profilo di Facebook.
E non è che sia solo colpa loro, per intenderci. Anche noi donne abbiamo le nostre colpe. Tanto per dirne una, le abbiamo nel momento in cui non rispettiamo noi stesse nella fretta di dare, assecondare, più che di ricevere, e mostrare (nel vero senso fisico della parola) solo per paura che la persona che abbiamo davanti semplicemente… svanisca.
Le abbiamo nel momento in cui non ci rendiamo conto che il rispetto per se stesse è la prima cosa: senza quello risulta difficile rispettare qualcun altro.
Quello che è innegabile, però è che Internet ha creato un’altra realtà, dandoci la possibilità di creare profili a nostra immagine e somiglianza, con il risultato che ognuno mostra solo ciò che vuole di se stesso: e quei profili non sono noi, ma qualcuno a volte completamente diverso da noi.
Quei profili sono diventati chi vorremmo essere noi.
Mentre noi, la parte più vera di noi, è rimasta dietro lo schermo, in disparte. A guardare.
E ad avere paura. Una tremenda paura.
La paura non di scrivere ma di chiamare. La paura non di nascondersi dietro un telefonino, ma di saltare in macchina e affrontare faccia a faccia la persona con cui vogliamo veramente chiarire.
Abbiamo paura nel momento in cui prendiamo coscienza di ciò che siamo diventati davvero. E allora capiamo che il “mi piace” alla foto profilo non ci basta più. Che le conversazioni via messaggio sono qualcosa di veramente asettico e freddo se non proseguono in gesti, sguardi, calore: al loro posto, infatti, preferiremmo una bella chiaccherata davanti ad un caffè.
Abbiamo paura quando ci rendiamo conto che questa realtà è andata troppo avanti, troppo oltre. E noi siamo rimasti indietro, a guardare con nostalgia a quei tempi passati in cui alle ragazze si regalavano ancora fiori per conquistarle e quelle ragazze non usavano i filtri Instagram per attirare e ingannare ma la mente, il sorriso, la semplicità di un viso acqua e sapone.
E in questo panorama già abbastanza triste si inseriscono le nostre storie irrisolte. E a vedere tutto l’insieme, è anche piuttosto facile rendersi conto del perché nascano storie che non hanno nè una durata, nè uno svolgimento, nè una fine.
Il problema vero però rimane: ogni persona ha voglia di circondarsi di sentimenti ed emozioni che la facciano sentire viva.
E come facciamo a dare quand’è più facile dare la colpa alla paura, o al destino, o a una miriade di stronzate che non sappiamo neanche più come inventarle?
Ma soprattutto: di tutto quell’amore che abbiamo e che continuiamo a non donare, cosa pensiamo di farne?

Martina Vaggi

Photo credit: https://www.zerochan.net
Riflessioni

Mi piaci ma mi piaccio di più io

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Da che mondo è mondo, ci siamo abituati ad avere a che fare con una legge che regola l’universo dei rapporti sentimentali femminili: lo stronzo piace. E’ un po’ come quando chiedi consiglio ad un’amica più grande di te su come comportarti con un ragazzo che ti piace e lei, puntualmente, ti ribadisce il mantra: “In amore vince chi fugge“.
E, quindi, siamo alle solite frasi fatte, dette, ingurgitate e risputate di generazione in generazione. Ci siamo sempre sommerse di regole, come: “Non rispondere prima che siano passate 3 ore“, “Non gliela dare prima del quinto appuntamento (o il “via libera” era fissato al terzo?), “Sii sempre fredda e non mostrare mai alcun sentimento“. Dunque, ci lasciamo sommergere da questa marea di stronzate che a volte funzionano davvero, a volte invece no. E come mai?
Forse perché, nella fretta di categorizzare tutto manco fossimo degli Hashtag viventi, non ci siamo rese conto che esistono ancora persone non categorizzabili. Ma, soprattutto, esistono cose non categorizzabili. Sono quelle cose che non potranno mai essere viste come calcoli matematici con un risultato ben preciso: i sentimenti.
Ma se queste affermazioni valgono come verità, come mai non ci decidiamo mai di passare nei fatti dal famoso “In amor vince chi fugge” a “Ama quel cuore che per te si strugge?
Potremmo benissimo farlo. E potremmo farlo quando vogliamo noi. Per esempio potremmo iniziare a farlo nel fatidico giorno in cui inizieremo a decidere che non abbiamo più voglia di farci del male.
Perché, semplicemente, se è vero che gli stronzi piacciono sempre, è anche vero che prima o poi passano di moda.
Lo stronzo ti può piacere quando non sei ancora uscita dall’età della stupidera, diciamo tra quei 20 e 30 anni in cui ancora ti concedi di fare tutte le stronzate che vuoi. Quando ancora vaghi in quel limbo, quella terra di mezzo in cui tutte abbiamo camminato a lungo alla ricerca dell’uomo del mistero, maestro nel saperti dare e togliere allo stesso tempo.
Ma quando esci da quel vasto territorio e inizi ad avvicinarti a quei pericolosi anni di vita dove molti tuoi coetanei si sposano e fanno figli come se non ci fosse un domani, mentre tu sei ancora lì che non sai cucinarti un uovo sodo, beh, l’idea di avere a che fare con un uomo che non solo orienterà le tue giornate verso lunghe e noiose seghe mentali, ma porterà anche il tuo fegato ad un suicidio assistito, finalmente ti passa. Perché, scherzi a parte, nessuno, quando sarà il momento di scegliere con chi sistemarsi, vorrà lo stronzo di turno che oggi c’è e domani non si sa. Quello va bene quando devi farti le ossa, quando sei tu la prima ad avere ancora voglia di rischiare e sperimentare.
Forse tutte noi siamo passate per quella fase della nostra vita dove abbiamo intenzionalmente voluto indossare i panni della crocerossina di turno, pronta a sacrificare se stessa per salvare un uomo socialmente instabile e psicolabile (o perché ha avuto una vita difficile o perché la vita difficile ha intenzione di farla fare a te). Tutte noi ci siamo fisicamente e mentalmente impegnate nel voler a tutti i costi salvare quei bimbi sperduti e redimerli.
Ma sapete qual è la cosa bella del “periodo da crocerossina”?
Che, prima o poi, passa, grazie a Dio. O grazie a Cupido, che per una volta ha deciso di puntare il suo stramaledetto arco da un’altra parte.
Prima o poi tutte noi ci togliamo quel camice e lo rinchiudiamo nell’armadio, in un cassetto talmente nascosto che neanche volendo saremmo in grado di ritrovarlo.
Tenendo anche conto del fatto che quel camice c’è chi lo indossa giò per mestiere: noi no. O, almeno, non tutte noi. Perché avere a che fare con un uomo non può di certo essere un lavoro, no?
Ed è qui che l’atteggiamento “Sarà anche vero che mi piaci, ma mi piaccio di più io” inizia a prendere piede. Esattamente nello stesso momento in cui decidi che lo stesso rispetto che hai portato ad altri (e non hai ricevuto in cambio) ora hai voglia di portarlo solo a te stessa.
E’ una ragionamento da egoista? Sicuramente.
E’ una ragionamento di chi non è in grado di accontentarsi? Vero anche questo.
E quindi?
Non è anche vero che ognuno di noi ha la propria vita a cui pensare e il proprio benessere da salvaguardare?
E se dobbiamo davvero mettere il nostro tempo, sentimento e fegato in gioco, non è forse meglio rischiarlo per qualcuno che dimostra, ogni giorno, di tenere veramente a noi?
Non so quand’è che ho iniziato a ragionare così. Ho sempre criticato chi non rischia, chi non prova, chi non cerca di guardare oltre e scoprire fino in fondo cosa c’è o ci può essere. Anche a costo di farmi del male.
Poi però mi è successo di guardare indietro e di valutare scelte e atteggiamenti avuti con quei pochi esemplari che mi sono capitati a tiro. E tra queste scelte, quella di star dietro ad un uomo sapete dove mi ha portato? Ad essere sola. O ad essere presa per il culo, che è decisamente peggio.
Avete mai visto donne stronze e altezzose rimanere sole? Io no. E non parlo solo di quelle che sono per natura volutamente stronze: parlo anche e soprattutto di quelle che vanno per la propria strada. Si fanno la loro vita, amando gli uomini che ritengono meritevoli e calpestando quelli che non lo sono. Se ci fate caso, queste donne possono essere l’esemplare più criticato dagli uomini: quegli stessi uomini che poi le inseguono. Gli stessi uomini un tempo stronzi, diventati improvvisamente teneri cagnolini con orecchie basse e coda tra le gambe alla sola idea di non essere portati a spasso.
Devo aggiungere altro?

Martina Vaggi

Riflessioni

50 sfumature di nero: l’uomo ha sostituito le pinze per capezzoli con le pinze per le sopracciglia

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Ieri sono andata al cinema a vedere 50 sfumature di Nero e la situazione è stata più o meno questa: sala gremita di persone (soprattutto donne) e risate imbarazzanti (e imbarazzate) per tutta la durata del film. Sì, perché ad essere imbarazzanti non sono state solo le risate del pubblico femminile, ma queste carrellate di sequenze senza senso del film, tenute insieme solo da un’esile e (a volte) anche inesistente trama. E i dialoghi inesistenti. E il procedere a rallentatore della storia. E le canzoni che non c’entravano praticamente nulla con la scena alla quale venivano associate.
Mi è capitato poche volte di criticare mentalmente ogni minuto del film che stavo guardando e questa è una di quelle poche volte.
Il vero dramma, però, è che io sono sempre stata una di quelle a favore della trilogia. Ho letto tutt’e e tre i libri all’epoca in cui uscirono e ho apprezzato il fatto che fosse stata una donna a cimentarsi con questo genere, correndo il rischio di essere criticata da tutti quei benpensanti bigotti che nel mondo certamente non mancano.
Ad oggi invece c’è da ammirare il coraggio del regista che c’ha messo il nome nel creare un film che veramente non sta in piedi. Personalmente, le uniche scene che ho veramente apprezzato sono state quelle dove Jamie Dornan (alias Christian Grey) si allena nella sua palestra privata del suo enorme attico, dando sfoggio di bicipiti, tricipiti, dorsali e quant’altro.
Eppure 50 sfumature di nero è risultato primo al boxoffice italiano del weekend, con 6.420.000 euro di incassi in soli quattro giorni. Inoltre, recenti statistiche hanno constatato che dall’uscita del primo film della saga l’acquisto di giochi erotici è incrementato del 40% in America. In Italia, inoltre, è stato registrato come molte più donne, dopo l’uscita del primo film, hanno deciso di cimentarsi con le nuove pratiche Bdsm. In pratica, il breve documentario sul film che ho visto ieri sera tornata a casa dal cinema sosteneva che questa saga, fino ad ora, è stata in grado di influenzare i gusti sessuali del pubblico come il cinema non aveva più saputo fare da molto tempo. Ma se preferiamo attenerci a dati reali e pratici, la sala gremita di persone al cinema ieri sera è già una dimostrazione dell’enorme curiosità che questo film ha attirato su di sé. Il fatto che questa curiosità sia poi prettamente femminile la dice lunga ma non stupisce più di tanto. Un po’ perché il protagonista del film è un gran bel vedere (il che non guasta mai) e un po’ perché, forse, ognuna di noi avrebbe bisogno (ogni tanto) di un Christian Grey nella propria vita.
E non mi riferisco tanto ai “24 mila dollari che sono capace di guadagnare ogni 15 minuti” o alle numerose proprietà/barche/grattaceli/case al mare sparse in America, Europa o Marte. Anche se tutto questo non sarebbe di certo un male.
Piuttosto parlo dell’intraprendenza. Dell’inseguire una donna che si vuole fino a quando non si riesce a conquistarla: del corteggiamento che prevede uscite, interesse, voglia di sorprendere sotto e fuori dalle lenzuola. E possiamo anche inserire la frase “Sei mia” nella top five delle più romantiche frasi da dire ad una donna, proprio perché dirla ogni tanto non guasterebbe.
E ora veniamo al punto saliente del film: il sesso. Adesso, sicuramente possiamo star qui e fare le finte puritane per il resto dei nostri giorni. Lo possiamo anche fare. Ma io credo che al mondo ci siano due tipi di donne: quelle che vorrebbero un uomo simil Christian Grey e quelle che mentono.
E non parlo di catene, frustini e tutte queste cose qui. Nel privato ognuno ha i suoi gusti e non spetta né a me né a voi giudicarli. Parlo piuttosto di un tipo d’uomo intraprendente che preferisce sorprenderti (ogni tanto) con qualcosa di nuovo piuttosto che affrontare la sessualità a mo’ di: “In che posizione vuoi che lo facciamo oggi?“, manco stesse ordinando al cameriere il suo piatto preferito dal menù.
Ma, a sentire le numerose lamentele femminili che corrono, forse quest’ultimo tipo d’uomo non è poi così raro da trovare oggi. E il fatto che molte donne siano interessate ad andare a vedere film di questo tipo ne è solo una conseguenza: se molte di noi vivessimo situazioni simili a casa nostra, non avremmo certo bisogno di affollare un cinema in un noioso lunedì sera. Ce ne staremmo semplicemente a casa a farle, ripeterle e poi farle ancora. E con “queste situazioni” parlo di appuntamenti, sesso, rapporti sentimentali e uomini degni di essere chiamati in questo modo. Qui non si sta certo chiedendo di avere il miliardario con l’elicottero, ma almeno uno che rispetti l’antica tradizione del maschio e abbia voglia di starti un pochino dietro, questo sì. Non si chiede certo che nella sua piccola abitazione tenga una stanza con fruste e catene, ma che sia un pochino più intraprendente questo sì.
In poche parole, si chiede solo che l’uomo faccia quello che ha sempre fatto nei secoli dei secoli: conquistare l’attenzione di una donna e saperla mantenere. Concetti che oggi forse sono un pochino passati di moda, da quando l’uomo ha preferito cose meno impegnative, come: ceretta, serate al bar con gli amici e videogiochi.
L’impressione che io ho maturato da questa esperienza è che la saga di 50 sfumature attrae e continua ad incuriosire un numeroso pubblico femminile da quando il maschio moderno ha deciso di sostituire le pinze per capezzoli con le pinze per le sopracciglia.
Questo è il mio pensiero. A voi i commenti.

Photo Credit: http://www.charismanews.com

Martina Vaggi

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La donna del 1953 e quella di oggi: la verità è che non gli piaci abbastanza?

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La fortuna di avere un padre appassionato di cinema (e, praticamente, anche di tutto il resto), è che ti costringe a vedere film in bianco e nero mentre stai preparando l’albero di Natale, illustrandoti, nel mentre, praticamente tutto ciò che riguarda quel film: anno di produzione, tecniche di montaggio, storia degli attori e altre mille cose che onestamente non so come faccia a ricordarsi.
E’ capitato proprio oggi, e il film in questione era “I vitelloni” di Federico Fellini. Mentre mio padre era intento ad illustrarmi alcuni particolari del film, mi sono soffermata un attimo ad osservare una scena: uno dei protagonisti maschili stava corteggiando una giovane donna di nome Sandra (se non sbaglio). In quella scena l’uomo le chiedeva il permesso di baciarla sul collo e lei temporeggiava con l’atteggiamento tipicamente femminile del “No dai, voglio vedere se insisti così alla fine te lo faccio fare”.
Poco dopo ho chiesto a mio padre di che anno fosse il film. Era del 1953.
Un’epoca in cui gli uomini chiedevano il permesso di baciare una donna sul collo. E lei, diciamo, la Sandra di turno, faceva ancora storie nel consentirglielo.
Proprio come succede oggi, praticamente.
Più di 60 anni sono passati da quella scena e da quella situazione, e ad oggi il panorama sembra molto diverso.
Oggi la Sandra in questione non si farebbe di questo tipo, perché sarebbe troppo impegnata a stare al passo con tempi troppi veloci per lei. E il dongiovanni del film non starebbe certo a chiedere il permesso per un semplice bacio sul collo, ma chiederebbe senza mezzi termini quello molte ragazze danno e che, quindi, gli è dovuto. Oggi la Sandra della situazione si troverebbe a non avere molte scelte. Potrebbe continuare per la sua strada, dicendo “No” a tutti i cafoni che incontra (e gliene servirebbero di polmoni per farlo), correndo il rischio di essere snobbata e ritenuta poco interessante, oppure potrebbe semplicemente fare ciò che si sente di fare, da brava donna emancipata e sicura (?) di sé, decidendo di dire “Si” anche al primo appuntamento.
Ma probabilmente la situazione non cambierebbe, ed evolverebbe in quello che una mia amica over 40 una volta ha definito “Se non la dai, spariscono, e se la smolli subito, non li rivedi più”.
Ora… vedendo la situazione, ci sarebbe da chiedersi una cosa soltanto: che cos’è accaduto esattamente in questi 60 anni per arrivare a questo?
Che cos’ha portato il donnaiolo della situazione a non accontentarsi solo di un bacio sul collo ma a volere tutto e subito? E cos’ha portato la Sandra dei tempi che furono a concedere di più di quanto, a volte, volesse?
Il discorso sarebbe lungo. Quello che si sa, oggi, è che alcune cose, da quei tempi, probabilmente non sono mai cambiate. Ancora tutt’oggi la donna è considerata una persona da catalogare e da sistemare in un’apposita casella: puttana o suora. Sulla base di che cosa?
Mi sembra di capire che non ci sia una legge che stabilisca questo. Una regola che dica che “se la dai entro la terza uscita sei considerata così, altrimenti sarai ritenuta una donna diversa”.
Anche perché, se una regola ci fosse, una si potrebbe anche organizzare.
Ma una regola in effetti c’è. E’ la regola, né più né meno, che valuta l’interesse che uno ha nei confronti di un’altra. In parole povere: se piaci a un uomo, soffrirà di amnesie tali da essere capace di passare sopra a tutte le tue cavolate, comportamenti ambigui o altro. Se non gli piaci, inventerà qualche patetica scusa che gli permetta di eclissarsi dalla tua vita.
Pensate a quante seghe mentali ci saremo risparmiate, se da piccole fossimo cresciute con questa certezza, piuttosto che con le favole alla Walt Disney che mamma amava tanto leggerci.

Martina Vaggi

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I rapporti irrisolti e altre leggende: come uomo e donna li affrontano

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Sarà capitato a tutti di trovarsi a dare consigli a un disperato in amore. E di solito, per “disperato in amore” s’intende una persona in piena crisi per una storia finita male o per un rapporto che non vuole proprio saperne di funzionare. Solitamente questa persona è un amico, il che rende ancora più arduo e delicato il compito di consolarlo e impedirgli di chiudersi in casa in presa ad attacchi depressivi da serie tv.
Una cosa che ho notato nel tentare di consolare un amico da una storia d’amore fallita, è, anche qui, l’opposto comportamento uomo-donna. Le donne, come spesso succede, tendono a crogiolarsi nei drammi, e in questo le amiche non è che siano molto di aiuto: quasi tutte le donne, infatti, nutrono questa tendenza autolesionistica all’analizzare ripetutamente una situazione, non solo parlandone all’infinito, ma anche segmentandola in varie parti, delle quali ricercano il segreto che si nasconde dietro ad ogni comportamento o parola detta, con un atteggiamento a metà tra migliori psicologhe e perfette investigatrici private. Questo, ovviamente, non fa altro che trasformare un piccolo problema in un’insuperabile ossessione, verso la quale investono tutte le loro speranze e aspettative.
Gli uomini, invece, in questo sembrano molto più semplici. Mi è capitato una volta di assistere a un dialogo tra due miei amici, uno dei quali, disperato per essere stato lasciato, aveva chiesto consiglio ad un suo amico. Lui, dopo essersi sorbito mezz’ora di paturnie e lamentele di ogni tipo dal disperato in amore, l’ha liquidato con una risposta del tipo: “Lascia stare, se deve essere sarà, altrimenti non è il caso di insistere“. Punto, stop, il caso è chiuso e archiviato fino a nuovi aggiornamenti.
Per quanto questa considerazione possa sembrare superficiale, io in realtà mi sono sempre chiesta se non fosse del tutto esatta e concreta. Non è forse vero che una storia funziona solitamente se procede spontaneamente, cioè mossa da sentimenti spontanei e non perché costruita da regole ferree di comportamento femminile trovate su riviste altrettanto femminili?
E qui arrivo ad un altro tipo di discorso. Sarà anche assurdo, ma, se ci pensiamo bene, le persone con cui di solito ci fissiamo e ossessioniamo per ore le nostre amiche, non sono quelle con cui abbiamo vissuto lunghe e complete storie d’amore. E mi riferisco a quelle storie talmente tranquille e prive di problemi da sembrare quasi noiose. Con quelle storie i conti li hai già fatti: sei partita da un inizio e sei arrivata ad una fine, e se hai amato e sei stata ricambiata, se hai dato tutta te stessa fino a quando non hai capito che non c’era più nulla da dare, sai di essere stata pronta a mettere un punto a quella situazione, e ad andare avanti.
Una storia non è altro che un percorso condiviso in due, e quando riesci a vivertelo in questo modo, sei anche piuttosto serena nel vederlo finire. E lo sei perché sai che è andata come doveva andare, e cioè spontaneamente.
Le fisse, invece, e tutte le conseguenti paranoie e paturnie, nascono con quelle persone con cui, per un motivo o per un altro, questo percorso non l’hai potuto fare. Sono quelle con cui hai dei conti in sospeso, quelle con cui non hai vissuto nemmeno un terzo di quello che avresti potuto vivere. E’ con loro che rimane quel punto di domanda, quel “Cosa sarebbe successo se…?“: con loro rimane quel retrogusto amaro di un probabile futuro che avrebbe potuto realizzarsi, se non aveste passato metà del vostro tempo cercando di distruggervi a vicenda.
E forse passerai molto tempo nel porti quelle domande: passerai molto tempo nel tormentarti, accusandoti di errori che hai fatto e dimenticando, a volte, i suoi. Probabilmente te ne farai un ossessione, e passerà del tempo prima che tu possa sentirti di nuovo serena e in pace con te stessa. Ma poi arriverà un giorno in cui accetterai con serenità e consapevolezza questa semplice e banale verità: non c’è nulla di irrisolto in una situazione non risolvibile.
Non c’è nulla per cui incolpare se stesse per un percorso non andato come pensavi tu. A volte perdere qualcosa che si desidera molto può essere solo un segnale che quel qualcosa non doveva accadere per il tuo stesso bene.
D’altronde il destino gioca il suo ruolo nel manovrare i fili delle nostre vite.
Per questo la domanda “Cosa sarebbe stato se…?” e tutte le altre paturnie che riversiamo sulle nostre amiche più esaurite di noi, non dovrebbero esistere: quando si parla di una storia non sarebbe potuto essere nulla, altrimenti lo sarebbe stato.

Martina Vaggi

Riflessioni

La ricerca del “diverso”: l’evoluzione dell’uomo contemporaneo da re a pedone

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“Forse io disseziono ogni piccola cosa e a volte mi espongo troppo,
ma almeno ho dei sentimenti!
Tu credi di essere forte perché le donne per te sono intercambiabili;
tu sicuramente non soffrirai, non ti renderai ridicolo, ma così non t’innamorerai mai!
Tu non sei forte, tu sei
solo, Alex! Io farò una serie infinita di cazzate,
ma so di essere più vicina all’amore di quanto non lo sia tu, e preferisco essere così che essere come te!

Dal film “La verità è che non gli piaci abbastanza”

Le molteplici volte che mi sono rivolta a persone più grandi di me per avere dei consigli step by step su “Come accalappiare un uomo, saperselo tenere, e vivere per sempre felice e contenta”, ho ricevuto perlopiù consigli che andavano da una scala di “Non fare l’interessata, perché sai, in amore vince chi fugge” a “Fagli credere che ha ragione e tieni la bocca chiusa, così alla fine lo porterai a fare quello che vuoi tu“.
Per molto tempo questi consigli non li ho né capiti né presi alla lettera, preferendo un ingenuo comportamento più spontaneo a considerazioni di persone più esperte che forse dei rapporti ci avevano capito qualcosa in più di me.
Perché il problema di questi, e altri consigli, tutti tra loro molto simili, è che alla fine si sono purtroppo rivelati in gran parte veritieri,
come ho potuto vedere in questi brevi anni, in cui mi sono ritrovata ad assistere, tramite esperienze dirette o indirette, ad un capovolgimento di atteggiamenti e ruoli: uomini che si atteggiano a prime donne e donne che, di conseguenza, fanno ciò che l’uomo ha sempre fatto fin dall’antichità. Ci provano. O perlomeno si espongono, con le loro mille paure, superate tutte da enormi aspettative e speranze. Donne che, nonostante la situazione appaia disperata, non hanno paura ad osare, pur sapendo di andare incontro a molteplici risposte, tra cui: “E’ un periodo difficile, ho molti problemi a lavoro“, oppure “Non sei tu il problema, sono io“, e ancora “I rapporti sono complicati, preferisco restarne fuori“. Ma la mia preferita, in assoluto, rimane: “Faccio volentieri del sesso con te, però per me rimani solo un’amica.”
Ho davvero perso il conto di tutte le volte che m’è cascata la mascella dallo sgomento a sentire queste risposte. Eppure a volte non è buffo osservare come, gli stessi uomini che con te cadevano in paranoie e crisi profonde, con la donna successiva si riducevano a dei tappetini che puntualmente venivano stesi fuori dalla porta a prender polvere? Non è buffo per niente, però il lieto fine a queste vicende c’è sempre: il classico e comune “Tutto torna”, che alcuni preferiscono chiamare “Karma”.
Ma, in fondo, credo che noi donne sappiamo che tutte queste paranoie altro non sono che scuse arricchite con belle parole: semplicemente abbiamo deciso di chiudere gli occhi e di dar loro un nome diverso. Da qui, siamo state molto fantasiose nell’usare termini come “Paranoie“, “Ambiguità“, “Comportamenti schizofrenici da maschio in crisi d’identità” e così via.
Ma dopo un numero ben consistente di rapporti finiti in questo modo, è
un classico per noi donne ritrovarsi a chiedersi, con orrore: “Non è che forse sono io ad essere sbagliata?

Ecco, quello che io penso riguardo a questa frase lo espongo proprio qui.
Forse era sbagliato il tipo di uomo con cui ci siamo sempre rapportate, o forse siamo sbagliate noi: forse c’è solo capitato in sorte di vivere negli anni del nuovo millennio, dove la “generazione smartphone” si è ormai radicata, e i “Mi piace” su Facebook hanno sostituito gli apprezzamenti della vita reale, quelli detti guardandosi negli occhi, ma soprattutto, quelli che lasciano spazio a una qualche forma di sentimento.
O forse, a volte siamo davvero e solo noi il problema: noi alla perenne ricerca del ragazzo “diverso”, di quello che mai pretenderebbe finzione da noi ma solo realtà. La realtà di essere se stessi fino in fondo, la realtà di essere apprezzate esattamente per quello che siamo, senza dover indossare tante maschere o mettere in partica tattiche inutili.

Ma continuando ad incontrare ragazzi tutti uguali tra loro, mossi da simili meccanismi, personalmente solo ora sto iniziando a prevedere con uno scarto di tempo piuttosto breve quanto piena di buche può dimostrarsi la strada che intendo percorrere ogni volta che ho la malsana idea di considerare un ragazzo “interessante”: ormai sono diventata piuttosto brava nell’incontrare il ragazzo perfettamente identico a quello precedente, tanto da arrivare a pensare che davvero siano tutti uguali.
E a forza di accumulare esperienze fallimentari (dirette o indirette)
ho iniziato a vedere quei bei ragazzi, con cui ogni tanto è lecito pensare che una donna si possa divertire, non come dei gloriosi re, ma come dei semplici pedoni, tutti così uguali e tutti così sacrificabili nel fare la prima ed ennesima mossa (sbagliata) nella scacchiera dell’esperienza.

“O forse il lieto fine è questo: sapere che nonostante le telefonate non ricevute
e il cuore infranto, nonostante tutte le figuracce e i segnali male interpretati,
nonostante i pianti e gli imbarazzi, non hai mai e poi mai perso la speranza.”

Martina Vaggi

Riflessioni

Capisci ciò che vuoi e impara a chiederlo apertamente

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Qualche giorno fa una mia cara amica, con la quale ho condiviso dieci anni di rapporto oltre che una serie di delusioni sentimentali molto simili, mi ha dato una sua opinione sulla serie di “delusioni” amorose che in passato ci siamo trovate a condividere. Secondo la sua opinione, spesso e volentieri gli uomini con i quali ci ritroviamo di consueto a rapportarci ci portano a dubitare di noi stesse e del nostro valore. Questa cosa mi ha dato da pensare… Soprattutto quando mi sono accorta (con sorpresa) che non era una cosa vera.
Così mi sono ritrovata a pensare a tre anni fa, quando di fronte al (non molto gentil) sesso maschile non riuscivo a mostrarmi per com’ero realmente perché temevo in un giudizio o in un rifiuto: quando credevo che esprimere la voglia di condividere un’emozione, un sentimento, un abbraccio, o qualunque cosa riuscisse a farmi sentire viva, mi rendesse così sbagliata in un mondo dove l’esser freddi e distaccati è diventato uno stile di vita giusto e “sano”. Ho ripensato a quanto sono stata male allora, e mi sono resa conto che nel disperato tentativo di adattarmi agli altri per non mostrarmi debole, ho mancato di rispetto all’unica persona che realmente dovrebbe contare nella mia vita: me stessa.
E poi ho ripensato all’oggi. Ho ripensato alle risate, all’umorismo, ai tentativi che faccio oggi giorno per cercare di prendere con più leggerezza le cose. Ho pensato a quanto mi stia abituando a far cadere giù le maschere, quando lo reputo opportuno, e a quanto ci stia finalmente riuscendo. Ho pensato a quanto io stia imparando a capire ciò che voglio e a chiederlo senza avere paura. E nel pensare tutte queste cose, ho scoperto con gioia qualcosa che prima ignoravo del tutto: non sono sbagliata per il mondo. Non sono sbagliata per gli altri. Non più. Perché finalmente ora mi rendo conto di essere giusta per me stessa.
Questo non è il solito articolo cinico e deluso che mi ritrovo solitamente a scrivere quando parlo di uomini. Questo articolo parla solo di quanto è bello e liberatorio, finalmente, sentire che stai facendo tutto quello che puoi fare per essere davvero serena.
Capisci ciò che vuoi e impara a chiederlo apertamente. Sembra facile, e forse adesso lo è davvero. Chiedo ciò che voglio e cerco di ottenerlo. E se non ci riesco, cambio direzione. Ma lo faccio prima di tutto per me: perché so che è giusto farlo.
Lo faccio perché questa è la mia vita e so di avere il diritto di viverla come io reputo giusto. Di vita ne abbiamo una, non c’è nulla dopo. E viverla seguendo le intenzione, i desideri e le opinioni altrui la rende sprecata. Vivere non riuscendo appieno ad apprezzare la semplicità che scovi in persone molto rare da trovare significa sprecarla. A cosa serve cercare sempre di più, guardare troppo avanti, e aspettare sempre che arrivino le occasioni giuste che possono fare al caso nostro, se questo ti impedisce di goderti appieno le occasioni del presente? Credo, piuttosto, che ogni occasione possa essere quella giusta: resta solo a noi decidere se lo è oppure no.
E’ così sprecato il tempo speso a chiederci cosa non va in noi; sprecato come sono quelle parole che non portano da nessuna parte, quando tra uomo e donna ci sono così tanti bei posti in cui poter andare.
E’ sprecata questa vita, solo se si decide di viverla attraverso gli occhi altrui.
E’ preziosa, invece, se scegliamo ogni giorno ciò che reputiamo meglio per noi e impariamo a buttarci nelle cose senza averne paura.
Ed è proprio così che intendo vivere.

Martina Vaggi

Riflessioni

Rapporti facili (Come usare adeguatamente una bacchetta magica)

Conceptual photo of sexy elegant couple in the tender passion

Quando hai una vita mondana normalmente attiva, dove ogni week-end hai l’occasione di spostarti di poco (o di molto) dal tuo piccolo ambiente di provincia, vieni a contatto con realtà di ogni tipo.
Con il tempo ho incominciato a rendermi conto di quanto il mondo potesse mostrarsi come un ricco buffet di emozioni, storie di sguardi mal celati e sorrisi furtivi e carichi di infedeltà.
Per chiunque sia disposto a dedicare cinque minuti di sguardi all’ambiente circostante in cui si trova, anche solo una piccola realtà mondana di un comunissimo sabato sera può infestarsi di storie finite, o mai cominciate, di notti in bianco coperte da chili di fondotinta, o di desideri annegati in tre o quattro cocktail.
Avendo sempre avuto pochi amici di sesso maschile, ho avuto poche occasioni di chieder loro pareri sulle storie sentimentali, rimanendo così, ahimè, del tutto ignorante in fatto di “mentalità maschile”.
Decisa, una volta per tutte, ad abbattere questo muro di segretezza, mi sono ritrovata una sera a parlare con un mio amico di un argomento che a me piace definire come il “must della gioventù contemporanea”: ovvero, il sesso occasionale.
Parente della buona e spassosa “una botta e via”, che ai tempi dei nostri genitori era considerata un raro incidente di percorso ad opera di qualche rara benefattrice, (che già allora era parecchio in avanti con i tempi), il sesso occasionale sembra essere diventata ormai una pratica del tutto normale: che una persona possa poi essere single, fidanzata o sposata non sembra fare alcuna differenza per nessuno.
Prima ho parlato di mentalità maschile: a questo proposito, dopo aver ascoltato opinioni maschili e femminili sull’argomento, posso testimoniare quanto uomo e donna rappresentino il Polo Nord e il Polo Sud delle mentalità umane.
Per cui, mentre alcune mie amiche sostenevano che un rapporto fisico con un uomo sia spesso accompagnato da una sorta di interesse (anche minimo) nei confronti di quell’uomo, altri miei amici sembravano totalmente immuni da alcun interesse, che non fosse esclusivamente fisico.
Addirittura mi sono ritrovata ad ascoltare con puro divertimento quanto fosse facile per loro, suddividere le ragazze in due categorie: quelle con le quali passare il resto della notte insieme, e quelle alle quali dare una sonora bacchettata in testa per farle sparire.
E una volta pronunciata la formula magica alla Cenerentola (“Bibidi-bobidi-bù”), e una volta scoccata la mezzanotte, ognuno è libero di tornare alla propria vita, senza obblighi, legami o doveri verso quella persona.
So che, forse, non dovrei farla molto lunga su questo argomento (anche perchè è una cosa che fanno tutti, no?), però in tutto questo geniale meccanismo mi sfugge qualcosa di spaventosamente semplice: come può un rapporto così caldo a livello fisico essere anche così freddo a livello emotivo?
E, ancora: com’è possibile che questo rapporto sia in grado di sostituire, anzi di essere preferibile, ad un rapporto sentimentale completo e totale con una persona?
E, nonostante sia ovvio per un uomo preferire questo rapporto facile, come può esserlo anche per una donna, se le mentalità dei due sessi funzionano in modo così differente?
Forse il mondo e la realtà in cui viviamo sono stati così prepotenti da instillare in noi un comune desiderio di fuga di fronte a qualunque legame o sentimento che ci possa portare, in futuro, alla sofferenza. Allo stesso modo, anche sul fronte dell’apparenza non ci si può certo aspettare miracoli: gli stessi amici che mi hanno così fatto ridere all’idea di una fata turchina che prestasse loro la bacchetta magica per far sparire le ragazze dai loro letti, mi hanno poi sorpreso ancor di più con la loro regola del “La prima apparenza è la sola ed unica cosa che conti”.
A detta loro, sembra quasi che la miglior chiave femminile da usare per aprire il loro cuore di pietra sia la perfezione.
Non vi è spazio all’errore, al chilo di troppo, alle sopracciglia non perfettamente curate, o alle smagliature che s’intravedono tra i tatuaggi e la gonna di jeans: ma soprattutto non viene dato spazio e tempo ad una seconda occasione. Ogni fraintendimento è visto come un affronto personale al proprio smisurato ego, e la pena non può che essere la separazione definitiva delle due parti.
D’altronde, ormai ci sono Barbie e Ken da ogni lato per potersi accontentare di comuni mortali con qualche difetto di fabbrica non perfezionato.
La profondità di spirito è passata di moda: ora è in voga la superficialità d’animo.
La bontà di cuore è stata presa a calci in culo da una profonda e mediocre crudeltà umana, che di umano ormai non ha più nulla.
Alle farfalle nello stomaco che accompagnavano ogni singola telefonata del nostro lui/lei, ora ci accontentiamo di messaggi vocali che terminano sempre e solo con un “Io non voglio nulla di più da te”.
Forse sono stata, mio malgrado, troppo dura in queste ultime righe, o forse la sono stata in tutto l’articolo.
Credo che sia giusto godersi tutto ciò che la vita ha da offrire senza porci troppe domande, ma credo anche che in certe situazioni porsi qualche questione ci renda gli animali pensanti che dobbiamo essere.
Quello che credo è che, nonostante i nostri sforzi di seppellire i sentimenti in fondo ai nostri cuori, non riusciremo mai ad ignorare ciò che ci stiamo, inevitabilmente, riducendo ad essere: solo dei pallidi echi di un passato carico di valori, di anni di matrimonio e di fedeltà, dove portare una fede al dito significava davvero appartenere a qualcuno.

Martina Vaggi