Crescita personale

5 principi della Legge di attrazione che migliorano la tua vita

Quanto tempo ci vuole affinché la nostra mente trasformi un’azione in abitudine?
Quanto impegno ci vuole nel mantenerla?

La Legge di attrazione: cambiare le abitudini malsane, a partire dai nostri pensieri

Secondo una ricerca, condotta dalla University College di Londra, è stato scoperto che ci vogliono in media sessantasei giorni per trasformare un’azione in abitudine.

Dunque, se dovessimo pensare un attimo a quali siano le abitudini malsane per la nostra vita, quale sarebbe la prima che vi verrebbe in mente?

Legge di attrazione

Questa è la abitudine malsana prima che verrebbe in mente a me: il fumo, la sigaretta.

Se dovessi fare una lista delle abitudini malsane più comuni, nella mia ci sarebbero: fumare, mangiare male, non fare attività fisica, bere troppo…

Anche voi avete pensato alle stesse cose?

Non so se ci avete fatto caso, ma quando si parla di abitudini, ci riferiamo sempre ad abitudini che riguardano il fisico o comunque azioni che riguardano l’esterno.

Avete mai sentito qualcuno indicare come abitudine malsana il pensare troppo? O l'alimentare pensieri negativi?

Io no.

Probabilmente noi attribuiamo la soluzione ai nostri problemi o alle nostre abitudini malsane all’esterno di noi, perché sembra che la soluzione venga da li.
Per questo, se vogliamo smettere di fumare pensiamo: “Che ci vuole? Basta buttare via il pacchetto!” oppure “Basta non accendere la sigaretta e non fumarla.

Così, rispettiamo questo mantra per qualche settimana, per un mese, magari.
Poi, inevitabilmente, torna a farsi vivo nella nostra mente il desiderio di accenderne una.
(Purtroppo so di cosa parlo, ho smesso di fumare innumerevoli volte.)

Questo perché succede?

Probabilmente perché il problema non risiede all’esterno di noi, ma al nostro interno.

Legge di attrazione

Il problema risiede nella nostra mente, o meglio: quel disagio che ci porta a fumare risiede, con tutta probabilità, nella nostra parte inconscia.

E fino a quando non risolvi quello, fino a quando non capisci che tipo di disagio si è venuto a formare con il tempo, portandoti a trovare rifugio in una sigaretta, non potrai mai smettere di fumare per davvero.

Vale un po’ lo stesso discorso per quanto riguarda i nostri pensieri.

Come mai non sentiamo mai nessuno dire:

Forse dovresti cambiare modo di pensare“?

Perché è così difficile dare un consiglio simile?

Perché è così difficile pensare che sia possibile cambiare?
Perché vogliamo a tutti i costi vivere, magari anche nell’infelicità perenne, pensando di non poterci riuscire?

Legge di attrazione

Secondo la Legge di attrazione i pensieri che coltivi ogni giorno ti portano ad essere la persona che sei

Le abitudini sono delle brutte, bruttissime bestie.

Sradicare un’abitudine non è semplice, soprattutto se riguarda il modo in cui siamo stati abituati a pensare e, di conseguenza, agire.

Premessa: la nostra mente sembra nutrire un’attrattiva nei confronti del negativo.
Quanti servizi al telegiornale raccontano una realtà positiva? Ben pochi, come sappiamo.
E quante volte vi è capitato di fermarvi ad assistere ad una litigata per strada? O di tendere il collo per vedere cosa sia successo in quell’incidente d’auto?

Da quanta negatività siamo sempre stati, inevitabilmente, attratti ogni giorno?

Faccio riferimento anche a quelle persone che dicono:

Pensa negativo, così se va male almeno non ti illudi“.

Avete mai conosciuto persone che ragionano così?
Io si, parecchie.
E fino a un anno fa ero una di loro.

Ecco, secondo la Legge di attrazione, di cui parleremo dopo, questo tipo pensiero è nocivo non solo perché è negativo, ma anche perché attrae a te una realtà esattamente speculare ad esso: ossia, una realtà negativa.

Legge di attrazione

Facciamo un esempio pratico: pensare negativo è un po’ come entrare in campo per una partita di tennis con la convinzione che andrai a perdere.

Non vi sembra anche a voi una follia?
Oltre che uno spreco totale di energia e di tempo.

Parlando sinceramente: dopo aver maturato un pensiero simile, voi andreste a giocare la partita?
Non so voi, ma io se penso già di perdere una partita, neanche ci metto piede in campo.
Semplicemente, perché so già che pensando in questo modo perderò.

Avete fatto caso a quante persone sono costantemente focalizzate su pensieri negativi e, di conseguenza, su atteggiamenti negativi verso il mondo, la vita, le cose, le persone, il lavoro…
Il problema è che ognuna di queste persone vuole che anche tu viva male come vivono loro.

Per questo si dice che per stare bene è necessario allontanarsi dalle persone negative.
Perché ti privano di forze, di energia.
Le persone negative hanno un problema per ogni soluzione. 

Ma la soluzione per i loro disagi non puoi essere tu.
Per questo nessuno di noi deve farsi carico dei problemi altrui: ognuno ha i propri da risolvere e li può risolvere solo volendo trovare una soluzione.

Come faccio a saperlo?
Perché, un tempo, io ero esattamente la persona che vi ho descritto qui sopra.
E attraevo esattamente persone negative come me.

Solo che non mi ero ancora imbattuta nei principi della Legge di attrazione, quindi certe cose non potevo ancora saperle.

Legge di attrazione

Pensavo che pensare in maniera negativa mi avrebbe salvato da possibili delusioni.
Fino a quando non mi sono accorta che mi stava letteralmente rovinando sia il presente che il futuro.

E voglio precisare una cosa: quando parlo di “persone negative” non intendo brutte persone.
Nessuno di noi è brutto, bello, bravo o cattivo.
Siamo semplicemente persone.

Una persona può essere negativa per me ma positiva per un’altra.
Esattamente come ogni persona può rappresentare il più bel regalo che la vita possa farvi o il peggiore: dipende tutto da come voi interpretate quella suddetta persona nel vostro percorso.

Tutto dipende dai pensieri che coltiviamo ogni giorno e nutriamo con cura.

Sembra incredibile anche a voi?
All’inizio, per me lo è stato.

Vivere il “qui e ora”: lascia perdere il futuro, non è alla nostra portata

Un’altra interessante fetta di pensieri negativi riguarda quelle persone proiettate perennemente nel futuro.

Avete presente discorsi tipo: “Ma non pensi a quello che potrebbe succedere se…?“, oppure “Ma ti rendi conto di quello che poteva capitarti..?” e ancora: “Non fare questo, perché se lo fai, vedrai che succederà questo/quello/codesto…

Allora.
A parte il fatto che nessuno di noi prevede il futuro.
(Fino ad ora, almeno, non mi è ancora capitato di incontrare indovini certificati.)

Ma, razionalmente, tutto questo pensare e preoccuparsi costantemente per il futuro a che cosa pensate che sia utile?
Che cosa pensate che possa portare di positivo alla vostra vita o a quella di persone che avete attorno?

Ansia, depressione, insonnia.
Poi?
Esaurimento nervoso?

Tutte cose molto positive, insomma.

Legge di attrazione

Perché tutto questo affannarsi, se non sappiamo cosa succederà domani?
Se non sappiamo nemmeno dove saremo, domani?

Probabilmente la risposta risiede nel fatto che siamo dei maniaci del controllo.
Vorremmo avere tutto sotto i nostri comandi.

E non siamo disposti ad accettare una verità che un medico e un infermiere vede tutti i giorni nelle camere di ospedale: noi non abbiamo il controllo sulle cose. 

Non abbiamo il controllo sulla nostra vita.
Possiamo controllare solo i nostri pensieri.
E già è un’azione miracolosa questa.

La realtà che stiamo vivendo tutt’oggi e che abbiamo vissuto per un anno, chiusi in casa, avrebbe dovuto insegnarci esattamente questo: non possiamo vivere proiettati nel futuro.
Il “qui e ora” è l’unico tempo che veramente conta per noi.

Noi dovremmo pensare al nostro presente, è lì che risiede il potere che abbiamo.
Il potere di cambiare le cose.

Nel nostro presente risiede la capacità di modellare il futuro.

Non nel futuro. Il futuro non c’è, ora nella nostra vita e non sappiamo neanche se ci sarà.
E questo continuo e incessante tendere il collo verso un tempo lontano, non farà altro che farci smarrire il presente, questo “qui e ora” che ci riguarda.

Questo modo di vedere e vivere le cose non farà altro che farci annegare nella paura.

“La paura non è reale: l’unico posto in cui può esistere è nel nostro modo di pensare al futuro. È un prodotto della nostra immaginazione che ci fa temere cose che non ci sono nel presente e che forse neanche mai ci saranno. Si tratta quasi di una follia, Kitai; cioè non mi fraintendere: il pericolo è molto reale, ma la paura… la paura è una scelta.”

Dal film: “After Earth”, con Will Smith.

Vivere nella paura.
Annegare nella paura, come in sabbie mobili che ti paralizzano e ti rendono incapace di agire.

Il che è esattamente quello che è sempre accaduto nella mia vita.
Almeno, fino a quando non mi sono imbattuta in questo libro.
Così ho conosciuto la famosa Legge di attrazione.

Legge di attrazione

La Legge di attrazione secondo Mike Dooley

L’arte di far accadere le cose” è un libro che racchiude i principali dogmi della Legge di attrazione.

Questo libro è giunto a me un anno fa, in vista del mio compleanno.
Giunto, sì.

Fu una mia responsabile del lavoro a regalarmelo.
Mi disse: “A me sta aiutando molto a vivere più serenamente. Spero che aiuti anche te.
Assieme al libro c’era un biglietto, scritto da lei. Di questo biglietto ricordo le parole:

“Spero che realizzerai tutti i tuoi sogni”.

Sembra una cosa da prima elementare, direste voi?

Eppure, io ho letto quel libro. E l’ottobre dello stesso anno, in un momento di enorme cambiamento per tutti, ho scritto il mio primo libro.

Coincidenze?
Forse sì, forse no. Vedremo.

Eppure, dopo aver letto “L’arte di far accadere le cose” ed aver mosso i primi passi nel mondo che riguarda la Legge di attrazione, ho smesso di credere più alle coincidenze.

E ho iniziato a capire che tutto accade esattamente per una ragione.

Legge di attrazione
Mike Dooley e la Legge di attrazione, photo credit: Wikipedia

Ma scopriamo qualcosa di più sull’autore di questo meraviglioso libro.

Mike Dooley è uno scrittore statunitense appartenente al movimento filosofico “New Thought“, che persegue il pensiero che tutto ciò che si vuole conquistare sia possibile attrarlo a sé, continuando a credere nel risultato finale.

Dooley è anche uno dei maestri protagonisti di “The secret“, il documentario (poi divenuto libro) di Rhonda Byrne, che parla di questo “segreto”, ovvero racconta come la Legge di attrazione possa influenzare positivamente la nostra vita.

Ma di che cosa parla il libro di Dooley e che cos’è questa Legge di attrazione?

La legge di attrazione: i pensieri diventano cose

“L’abbondanza è un lavoro interiore. Per provocare un cambiamento dovete per prima cosa rivolgervi al vostro interno. Chiarite quello che volete e poi avventuratevi fuori semplicemente nella direzione generica delle vostre passioni. E al momento giusto si farà vivo l’Universo ad afferrare la bacchetta per dirigere l’orchestra.”

Mike Dooley – L’arte di far accadere le cose

La prima volta che ho letto questo libro, mi è stato difficile, da subito, poter credere a quella realtà che vi veniva descritta.

Mi ricordo che sfogliavo le pagine, leggevo sbigottita tutte quelle parole dense di significati profondi e non capivo. Non capivo come tutto questo potesse essere in qualche modo reale.

Nel libro “L’arte di far accadere le coseDooley descrive con una scrittura molto chiara quello che per lui rappresenta l’uomo al centro dell’Universo.
Spesso ripete questa frase:

“I pensieri diventano cose.”

Fa riferimento ad una realtà, la nostra realtà, che ci circonda.
Andando avanti nella lettura, risulta chiaro quanto segue:

Sono i pensieri a creare la nostra realtà.

Quello che Dooley sostiene, anche mediante l’utilizzo di esempi che spesso e volentieri usa affinché si capisca meglio il suo concetto, è molto semplice:

la realtà che ci circonda è generata da noi, o meglio, dal nostro interno. Dai nostri pensieri, dalle nostre emozioni.

Legge di attrazione

L’esterno è come una proiezione del nostro mondo interiore.

E non è stato Dooley il primo a dirlo e nemmeno io.

Una cosa simile l’ha detta anche Carl Gustav Jung, una delle figure più importanti del pensiero psicologico.

Jung si interessò ad un fenomeno già osservato e studiato in antichità, da Platone: la “Sincronicità”.
Secondo Jung la Sincronicità è ciò che lega due eventi che non hanno un rapporto evidente di causa ed effetto.

Avviene, per esempio, quando pensiamo intensamente ad una persona e quella, poco dopo ci chiama al telefono.
Oppure quando abbiamo un impegno di lavoro molto importante e la macchina decide di non voler partire proprio quel giorno.

Quelle che noi chiamiamo "coincidenze", indicandole in senso negativo (sfortuna) o positivo (fortuna) sono, in realtà, eventi che il nostro inconscio evidentemente hanno un significato molto profondo e, di conseguenza... Accadono nella nostra vita. 

Non a caso, ovviamente.

Questo ci riporta all’argomento: i pensieri diventano cose.

Questo significa che se noi, tutti i giorni, nutriamo pensieri negativi, la realtà (e le altre persone) saranno esattamente lo specchio di quei pensieri.
Se, al contrario, ci abituiamo a nutrire pensieri positivi, la realtà non potrà che essere positiva.

Pensate che sia uno scherzo?
Allora soffermiamoci un attimo su questo: vi è mai capitato di avere a che fare con persone che si lamentano sempre della loro realtà, sostenendo che tutte le sfortune del mondo capitano solo a loro?

Credete che sia un caso che persone che si lamentano ricevono sempre motivi per lamentarsi?

Ecco… prendiamo invece ad esempio le persone positive.
Avete mai fatto caso che spesso una persona che vive serenamente e in pace con gli altri viene indicata come “Una persona fortunata, che ha tutto quello che vuole dalla vita”?

Credete che sia un caso che a quella persona vada sempre tutto per il verso giusto?
Pensate che non abbia mai problemi?
O forse… è il modo in cui sceglie di affrontarli che fa la differenza?

Forse, semplicemente, sa scegliere con cura i propri pensieri.
Forse, semplicemente, scegliere di vedere il bicchiere mezzo pieno invece che mezzo vuoto.

Legge di attrazione

Alimentare credenze positive.
E iniziare a credere
Tu attrai esattamente ciò che sei.

Non è semplice accettare questo.
Non è semplice perché significa prendersi un’enorme responsabilità, forse la più grande: quella di capire che la nostra realtà la creiamo noi.

Tu vivi esattamente la realtà che vuoi vivere.
Attrai esattamente le situazioni che vuoi oppure di cui hai bisogno per evolverti.

Il fatto che ci lamentiamo tutti i giorni dicendo a noi stessi che odiamo questa realtà, è semplicemente indice del fatto che non siamo capaci o disposti ad ammettere a noi stessi che questo è ciò che vogliamo davvero: lamentarci.

Per quanto possa sembrare assurdo, ci sono davvero persone che vogliono essere infelici.
Ci sono davvero persone che vogliono vivere male.
Ci sono davvero persone che non sanno apprezzare ed essere grati per quello che hanno.

Ci sono passata anche io, come tanti, credo.

Accettare quanto scritto in questo libro di Dooley, significa accettare di non poter dare più la colpa ad altri dei nostri fallimenti.

Perché non esiste la fortuna o la sfortuna. Non esiste il caso.
Esistiamo noi con la nostra mentalità.
Noi che vogliamo cambiare senza però mai volerlo davvero fare.

Legge di attrazione

Ecco, è questa la sfida che lancia Dooley: cambia il tuo modo di pensare e cambierai la tua realtà!

Io ho accettato la sfida.
Una volta capito che potevo lavorare sui miei pensieri, scartando quelli negativi e alimentando quelli positivi, ci ho provato.

Ho pensato “Che cos’ho da perdere?“.

E posso dire che questo libro mi ha davvero cambiato la vita, in positivo.

Se volete, il libro su Amazon lo potete trovare direttamente da qui.

Qui e ora: 5 principi della Legge di attrazione che migliorano la tua vita

Ma che cosa ci insegna la Legge di attrazione?
Quali sono i dogmi principali e in che modo possono aiutarci a vivere più serenamente con noi stessi?

Legge di attrazione

Vivere il “qui e ora“.

Come avevo già sottolineato all’inizio di questo articolo, la Legge di attrazione teorizza l’importanza di rimanere ancorati al presente, per riuscire a viverlo davvero.

Ed anche molto utile per scrollarsi di dosso paure e credenze limitanti su un futuro che non possiamo conoscere.

I pensieri diventano cose.

Il secondo concetto, uno dei più importanti della Legge di attrazione, a mio avviso, è anche il più liberatorio.

Se accetto il fatto che basta controllare i miei pensieri e imparare a pensare in maniera differente per riuscire a vivere in maniera migliore, allora ho già raggiunto un importante traguardo evolutivo.
Ovviamente, cambiare i propri pensieri da un giorno all’altro non è facile: ci vuole tempo e allenamento.

Attrai quello che sei e sii grato di quello che hai

Noi siamo come calamite per i pensieri, le percezioni e le sensazioni che proviamo.
Questo è il motivo per cui se pensi costantemente cose negative, otterrai una realtà negativa.
Non c’è nessuna magia, nessun incantesimo: è un fatto che possiamo verificare tranquillamente nella vita di tutti i giorni.

Per questo motivo è utile rendersi conto che c’è sempre qualcosa per cui essere grati.
Ed essere grati per qualcosa, anche per il fatto di essere vivi e in salute, può dare un senso alla nostra intera esistenza.

In più, il tuo mondo esterno ti indica quello che tu realmente vuoi.
Anche questo concetto della Legge di attrazione non è così facile da digerire. In pratica, il suo significato è il seguente: sicuramente è possibile che tu razionalmente voglia una suddetta cosa: ma se la realtà ti restituisce un’altra immagine, evidentemente il tuo inconscio non la pensa così.

Chiedi e ti sarà dato.

Questo concetto della Legge di attrazione così semplice e pulito ci consente di interrogarci nel profondo. Di guardarci dentro (che male non fa) e di capire. Prima di tutto, capire cosa veramente vogliamo dalla vita, o da noi stessi, o dagli altri.
Una volta che lo hai capito, chiedi. E poi…

Compi delle azioni quotidiane che ti avvicinino all’obbiettivo.
E credi.

Devi credere in questo meccanismo, devi credere che funzioni.
Alcuni pensano che la Legge di attrazione teorizzi semplicemente un concetto basato sul: pensa a quello che vuoi ottenere, siediti con le mani in mano e aspetta che la magia si compia. Alcuni pensano questo e per questo motivo criticano la Legge di attrazione duramente.

In realtà, la Legge di attrazione non predica incantesimi alla Mago Merlino. Ci insegna semplicemente questo:

pensa a ciò che vuoi, agisci per ottenerlo e, allo stesso tempo, mettici un po’ di fede.

Legge di attrazione

Seguiamo la Legge di attrazione: non esistono tempi migliori o peggiori, esiste solo il tempo che ti dai tu

Non è questione di aspettare che arrivi il tuo momento.
Non si tratta nemmeno di vivere nell’attesa che vengano tempi migliori.

Come abbiamo appena visto, la Legge di attrazione non dice questo.

Io ho vissuto anni proiettandomi nel futuro, in attesa di quel “momento di grande cambiamento” che speravo mi sarebbe piombato direttamente dal cielo.

Ovviamente, non è successo. Non succede mai.

Nessun cambiamento ti piomba tra capo e collo. Sei tu che ti muovi verso il cambiamento.

Perché, come ci suggerisce la Legge di attrazione, tra la realtà che vuoi e quella che hai c’è un ponte: è il ponte delle azioni quotidiane.

Per questo io non credo più che sia questione di “tempo” ma di mentalità. 

In questo momento ci lamentiamo tutti di più.
Abbiamo meno risorse a cui attingere (denaro) e meno valori su cui basarci (onestà, gentilezza, altruismo).

Ci lamentiamo, in continuazione, alimentando in negativo una realtà che è già estremamente negativa.

E giustifichiamo la cosa dicendo “È il momento storico“. 

Ma ci siamo sempre lamentati di non avere nulla anche quando avevamo troppo. 
Sempre alla ricerca di ciò che non avevamo perché incapaci di guardare a tutto il bello che c’era.
Incapaci di essere grati di ogni cosa bella che abbiamo nella nostra vita.

Ognuno di noi ha qualcosa per cui essere grato.

Ci siamo sempre lamentati della realtà che avevamo attorno. 
Ma la realtà non è altro che una proiezione esterna di quello che avviene dentro di noi. 

La nostra realtà, in pratica, siamo noi.

Martina Vaggi

Photo credit: Pixabay e Pexels.
Mondadori store

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Pensieri sulla pandemia

Sopravvivere ad una realtà in declino: la continua ricerca di se stessi

Sta diventando difficile questa realtà.
Forse per alcuni lo è sempre stato, per altri inizia ad esserlo ora.
Questa vita così poco “sociale” e “socievole”, alla quale ci siamo abituati. 
Queste abitudini malsane che abbiamo acquisito in questo anno, non per volontà nostra.

Il lavoro che viene tolto così, come se non valesse niente. 
Come se fosse solo un giocattolo che si sono stufati di regalarci.

La realtà di oggi: la perdita completa del controllo

Non abbiamo accesso al controllo.
Non possiamo decidere noi quando e come questa situazione finirà.
Non possiamo cambiare la situazione esterna.

E questa situazione che noi non possiamo controllare alla fine sta controllando noi.

Quando incontrai la Signora T. per la prima volta (ne parlo nel mio libro) stavo passando un brutto momento. Non potevo fare nulla per cambiare la situazione esterna e quindi la subivo, ci stavo molto male.

Sono passati due anni da quel momento, ma ricordo ancora quali furono le parole che mi disse:

“Non puoi cambiare la realtà: non puoi cambiare le altre persone. E non è nemmeno tuo dovere farlo. Tu puoi cambiare te stessa, se lo vuoi. Facendo questo, anche le cose esterne cambieranno.”

Immagino che non tutti possano credere o comprendere un discorso simile. 
Anche io avevo i miei dubbi. Fino a quando non mi sono resa conto che aveva ragione lei.
Fino a quando non ho capito il vero significato di quella frase.

Se cambi il tuo modo di vedere le cose e la realtà, acquisirai un punto di vista completamente diverso. 

A quel punto tutto ti sembrerà diverso.
Ti sembrerà che la realtà esterna sia cambiata
ma non sarà così: avrai solo cambiato modo di osservarla.

Questo esempio si applica bene alla realtà di oggi.

Ovviamente noi non possiamo controllare il Covid.
Nessuno di noi può gestire gli eventi esterni.
Ma possiamo mettere ordine sulla realtà dentro di noi.
Possiamo fare tutto quello che è in nostro potere e nelle nostre capacità per migliorare la nostra situazione.

Gestire i pensieri per gestire la realtà

Noi abbiamo una responsabilità, la più importante di tutte.

La responsabilità di gestire i nostri pensieri. 

Abbiamo una possibilità: quella di poter scegliere con cura i nostri pensieri, ogni giorno.

Un pensiero, coltivato ogni giorno, produce un risultato, che, con il tempo, diventa una realtà.
La nostra realtà, quella in cui viviamo, tutti i giorni.

Sta a noi scegliere se sia positiva o negativa.
Sta a noi decidere se la nostra realtà sarà un enorme prato in cui correre o una prigione in cui rinchiuderci.

La realtà di oggi è traumatica. 
Decisamente frustrante. Decisamente demotivante. 
Veramente, veramente triste.

Quindi? Che cosa è in nostro potere fare?

realtà

Imparare da una realtà in declino

Vi è mai capitato di ritrovarvi senza un soldo, eppure di sentirvi la persona più ricca del mondo?
Vi è mai capitato di non avere un lavoro eppure di riuscire comunque a tenere per mano la speranza?
Vi è mai capitato non avere una prospettiva di futuro, eppure… di riuscire a cogliere la bellezza, inafferrabile, del presente? 

A me è successo.
Non sto dicendo che vi auguro che vi capiti.

Dico solamente che è dalle situazioni peggiori che impariamo le lezioni più importanti.

E quando questo avviene, se tu riesci a cogliere quei momenti, se riesci a vederli, puoi imparare qualcosa che ti porterai dietro per sempre.

Quando è successo a me, anni fa, ho capito una cosa. 

Spesso noi tendiamo a dividere le persone in due categorie: persone negative e persone positive. 
Forse un po’ di genetica c’è anche in questo o forse ha ragione la “Legge dell’attrazione” (i pensieri diventano cose, ecc.).
O forse… siamo noi che decidiamo chi vogliamo essere. 

Quando è successo a me ho capito che le persone non possono essere divise in due categorie: perché tra le persone negative e quelle positive c’è uno spazio enorme, aperto, dove circolano tutti coloro che ancora non hanno capito bene da che parte stare.

Come avviene il cambiamento della nostra realtà

Ad un certo punto mi sono accorta che avevo passato vent’anni a rimproverarmi di qualsiasi cosa e ad addossarmi qualsiasi colpa.
E a cosa mi era servito?
Avevo passato del tempo con persone che mi avevano sempre criticato.
E a cosa mi era servito?

Era servito a cercare una persona che mi aiutasse a cambiare la mia realtà
Era servito a capire che a volte non possiamo farcela da soli.
Che il cambiamento, per quanto possa spaventare e fare paura, per quanto possa portarti a soffrire, conduce, inevitabilmente, anche a qualcosa di buono.

Ci vogliono anni, forse. 
Ma, alla fine, inizi a diventare il cambiamento che vorresti vedere negli altri.

Quando scegli di non vedere sempre il lato negativo.
Quando capisci che essere negativi con se stessi non ti porta da nessuna parte.
Che nessuno ottiene dei risultati se continua a darsi del “cretino”. 

Ci vuole del tempo. 

Ma la più grande conquista che tu possa ottenere durante questo percorso arriva quando inizi ad occuparti di te. 

Quando smetti di guardare gli altri, di paragonarti a loro.

Loro hanno la loro realtà: tu hai la tua.

E non vuoi più cambiarli, perché sai che non puoi. Non funziona così.
Quando inizia a ricercare la tua approvazione. 
Non quella degli altri. 

Agli altri non importa nulla di te.
Ed è giusto che sia così. 

Martina Vaggi

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Riflessioni

“Benvenuto nel mondo vero”

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Comincio a essere esausta.
Ho delle difficoltà nel capire come il mondo sia arrivato ad essere quello che è ora. Manca un filo conduttore che lega la creazione dell’uomo (da due corpi nudi e in pace, tentati da un serpente e una mela) a quello che l’uomo è diventato oggi. Come se mancasse un enorme pezzo di storia a questa trama avvincente: quell’enorme pezzo di fondamentale importanza in cui tutta la trama si è sviluppata.
È un po’ come se l’uomo ci avesse preso gusto a mangiare quella mela e fosse diventato lui il serpente.
Non riesco a spiegarmi come ogni persona che incontriamo si possa dimostrare sempre più deludente di un’altra, come se il mondo avesse creato dei robot tutti uguali tra loro e l’unica alternativa a coloro che robot non sono sia quella di diventarlo, per annullare quel dolore che deriva dall’essere diversi.
Non capisco come possa essere rimasta così poca umanità nelle persone. La stessa umanità che ti spinge a tendere una mano verso una persona, nonostante ti abbia fatto soffrire in passato. Come se tendere una mano oggi significhi aspettarsi uno schiaffo in risposta.
All’apparenza siamo persone. Persone che si devono muovere al ritmo inumano di una macchina, persone che pensano solo al profitto, a essere ogni giorno più abile nel riuscire a fregarti. Condividiamo la casa con altre persone come noi, con cui viviamo per anni e anni senza mai dedicare loro veramente il tempo per conoscerli per poi, una volta che non ci sono più, piangere il tempo che avevamo per non averli vissuti appieno.
Eppure abbiamo un sacco di tempo a disposizione per godere delle persone che viviamo ogni giorno. Perché non lo sfruttiamo mai abbastanza?
Perché ci risulta molto più facile piangere la scomparsa di una persona piuttosto che vivere la sua presenza?
Una delle cose che ho imparato in questi anni è che sono le persone a salvarti nei momenti di difficoltà: da tutto, anche da te stesso. Le persone e lo straordinario amore che le lega.
Ma noi ci comportiamo come delle macchine. È un po’ come se vivessimo in un Matrix reale, dove lo spinotto non è attaccato ad uno strumento di elaborazione immagini ma ad un social. Viviamo la nostra vita sui social tanto che, ormai, la nostra vita è diventata un social.
E quindi postiamo foto per avere gli apprezzamenti di altri, perché non siamo più in grado di apprezzarci da soli. Abbiamo bisogno di mille amici, perché non sappiamo apprezzare quelli che abbiamo in realtà, là fuori, nel mondo reale.
Ci riconosciamo in frasi che altri dicono pensando di essere gli unici al mondo al quale possano riferirsi e approfittiamo di ogni occasione per scaricare su altri la nostra rabbia, la nostra frustrazione. Come se non fossimo in grado di conoscerci, criticarci, assumerci delle responsabilità.
Come l’umiltà fosse una cosa che non ci appartiene più.
Non siamo più in grado di chiedere scusa, di perdonare, di guardarci allo specchio e ripartire da lì. Sempre da lì.
E quindi gli altri diventano i nostri nemici, la nostra nemesi per l’eccellenza. Gli altri meritano il nostro disprezzo, il nostro odio verso se stessi che dobbiamo vomitare per forza su qualcuno.
Che questi altri provino anche loro dei sentimenti, quello non ci tocca più di tanto: che questi altri stiano affrontando la vita e un mondo sotterraneo di problemi e difficoltà, quello non interessa a nessuno. Ognuno pensa di essere nel giusto, di essere unico nel suo genere, come se non facesse nemmeno parte di una specie. Ognuno pensa di avere il diritto di calpestare qualcun altro, anche solo per la rabbia che prova verso se stesso.
Come l’uomo che calpesta un insetto: non si fa venire i rimorsi per averlo fatto, d’altronde, era solo un insetto, no?
Hanno tutti qualcosa da dimostrare: il problema è che, quel qualcosa, non è mai niente di buono.
Tutto questo perché è successo?
Perché determinati valori sono spariti? Perché non siamo più in grado di coesistere?
Perché tutto questo diverte determinate persone, mentre a me viene la nausea solo ad osservare tutta questa indifferenza.
Tutti questi occhi che guardano ma non ti vedono mai davvero.
Tutte queste mani che sfiorano ma non riescono mai a sentire il tuo dolore.
Tutto questo senza che ci fosse stata data alcuna scelta. Nessuna pillola rossa per entrare nella tana del bianconiglio. Semplicemente, il mondo è cambiato a una velocità non prevista, non calcolata nella maniera corretta e ognuno di noi ha cercato di adeguarsi.
Solo i più forti sopravvivono al cambiamento proprio perché non si oppongono ma lo assecondano, si modellano a seconda della situazione e si adeguano.
Ma adeguarsi non può voler dire diventare come loro.

Martina Vaggi

Photo credit: https://scirocconews.com/2015/07/20/il-nostro-mare-la-pillola-azzurra-offerta-da-morpheus-in-matrix-tutte-le-verita-nascoste-per-opportunita-turistiche/
Riflessioni

Persone (diversamente) umane: la sensibilità che diventa ‘diversità’

amore-relazioni

Tutto questo tempo a chiedermi
Cos’è che non mi lascia in pace
Tutti questi anni a chiedermi
Se vado veramente bene
Così
Come sono”

Ci sono quei generi musicali che, pur non rispecchiando i tuoi canoni ti piace sempre ascoltare. Così come ci sono persone che, pur non essendo simili a te, ti lasciano sempre qualcosa di nuovo ogni volta che attraversano la tua vita.
Così è Elisa. Elisa è un fiore che non appassisce mai, è quella canzone cantata nel momento in cui avevi voglia di sentire quella melodia e nemmeno lo sapevi. Elisa è tutte quelle parole che non sai scrivere ma che fanno già parte di te.
Spesso mi sono ritrovata a scrivere su questo blog, il mio blog, di come tutte le persone, in fondo, siano uguali, pur essendo poi diverse tra loro e special
i. Ma c’è sempre qualcosa che ogni giorno si abbatte con forza su questa mia idea, facendola a pezzi e questa cosa si chiama “realtà”. La realtà, o meglio, la nostra realtà, quella in cui viviamo noi oggi, che sembra sempre pronta a dimostrarci come ognuno di noi sia così facilmente sostituibile: un dipendente, se licenziato, è sostituibile con un altro, magari migliore o peggiore del precedente (e a buon ragione, altrimenti nessuna azienda riuscirebbe ad andare avanti); un fidanzato o una fidanzata oggi giorno vengono sostituiti da gran parte delle persone con una facilità e una superficialità impressionante, come se fossimo nient’altro che macchine da collaudare prima di capire qual è quella che ha minori chilometri sul groppone, che consente un minor consumo di benzina e maggiori possibilità di durare a lungo.
Da quando ho iniziato a lavorare a contatto con il pubblico, ho notato l’impressionante facilità con la quale
le persone, molte volte, trattano allo stesso modo altre persone: con sdegno, arroganza e maleducazione a livelli spropositati. Come se seguissero un copione già prestabilito.
Come se sdegno, arroganza e maleducazione
fossero le sole cose in grado di dare.
Come se un essere umano, chiunque sia, qualunque lavoro faccia, non meriti di più.
Sembra quasi che le persone non aspettino altro che riversare su altre persone le proprie frustrazioni, il proprio odio (verso se stessi) e la propria rabbia. Come se nessuno di loro fosse più in grado di darsi delle colpe e fosse solo capace di riversarle sugli altri.
E in tutto questo io mi sono ritrovata sempre a
pormi due domande: da quando dare addosso ad un’altra persona è diventato una spinta a sentirci meglio con noi stessi?
E la seconda domanda è questa: e tutte quelle persone che non s
eguono questa scia ma cercano di essere migliori ogni giorno come fanno a trovare il proprio equilibrio in questa realtà, vivendo nella loro diversità?


Questo è sempre stato un modo
per fermare il tempo e la velocità
I passi svelti della gente
la disattenzione
le parole dette senza umiltà
Senza cuore, così
solo per far rumore

Per la prima domanda non ho mai avuto una risposta, ma più vado avanti più mi rendo conto di poter fare qualcosa per rispondere alla seconda domanda, quella che mi riguardava di più. Così sono arrivata alla conclusione che esistono persone veramente diverse in questa società. Le persone diversamente umane che non usano l’egoismo come scusa facile per rovinare rapporti sentimentali o di amicizia; persone che non calpestano gli altri pur di sentirsi migliori. Persone che ancora sanno dire “Grazie” o “Mi dispiace”. Quelle persone che ti abbracciano non perché vogliono qualcosa ma perché sentono di doverti dare qualcosa. Qualcosa di cui tu hai bisogno e lo percepiscono, lo vedono, perché sanno guardare oltre i propri interessi.
Sono quelle persone che quando ricevono una parola detta senza un minimo di umana sensibilità si sentono morire dentro e non dimenticano. Quelle persone usano le crepe del loro cuore per tenerlo ancora più unito e trovano un varco nella loro sensibilità per poter essere, un domani, un po’ più crudi, un po’ più egoisti, un po’ più fedeli a se stessi. Non perché essere egoisti sia giusto, ma perché se oggi vieni calpestata non dovrai permettere che ricapiti domani. E se oggi hai vissuto la vita di un altro e hai fatto ciò che gli altri volevano fare e mai quello che volevi tu, un domani dovrai essere pronta a seguire solo la strada che tu hai costruito.
Un giorno una mia amica, come una sorella per me, mi ha detto che sono troppo autocritica e che devo smetterla di darmi le colpe per tutto ciò che mi succede, perché è questo che mi fa stare male.
Sto seguendo il tuo consiglio, Lucrezia.

E se c’è un segreto è
fare tutto come se
vedessi solo il sole
e non
qualcosa che non c’è.
Elisa – Qualcosa che non c’è

Martina Vaggi

Riflessioni

Non immaginare qualcosa che non c’è ma apprezza quello che hai

 

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E’ difficile a volte capire come funziona una mente. Cosa la affascina, cosa la colpisce, cosa ne fa scattare l’interruttore “curiosità”.
E’ ancora più difficile capire come funziona un cuore. Quali sono le parole che lo fanno sentire protetto e al sicuro e quali i gesti che lo fanno correre a ritmo più incalzante.
In una realtà come la nostra, oggi, dove ci muoviamo a ritmo disumano per raggiungere obbiettivi irraggiungibili, dove le persone sembrano aver dimenticato cosa significhi fermarsi un attimo a godere la vista di un paesaggio – o di una persona – ci approcciamo all’altro sesso sempre con un po’ più di paura e di indecisione.
Il problema è che, sempre più di frequente, vediamo negli occhi dell’altro riflesse le nostre stesse paure, se non di più, e trasformiamo quella persona in un caso clinico da curare (noi donne, in questo, siamo diventate talmente brave da renderla una disciplina olimpionica) e diamo al nostro obbiettivo impossibile da raggiungere quel nome e cognome. Così la nostra realtà diventa “quello sguardo che ci ha lanciato che voleva dire di più” o quella notte che non scorderemo tanto facilmente, o quel rapporto iniziato ma mai portato avanti.
E senza neanche accorgercene trasformiamo la conoscenza in una gara di conquista dove la persona davanti a noi diventa un premio.
Forse sul momento non ce ne accorgiamo, ma una volta che ce ne rendiamo conto, una volta che vediamo scritte queste parole che delineano il nostro comportamento, quanto risulta sbagliato tutto questo?
Quanto sacrifichiamo di noi stessi solo per una ricerca di attenzione che altro non è se non un contentino dato con sufficienza?
In tutti questi anni di rapporti mancati, riusciti e poi finiti, mai iniziati o interrotti bruscamente con l’altro sesso, mi sono sempre un po’ stupita di notare come una delle costanti presente in tutti questi casi (vissuti in prima persona o indirettamente) sia sempre stata la trasformazione della realtà così com’è, in una realtà che solo noi percepiamo e vediamo così come siamo.
Ognuno di noi vede la realtà che vuol vedere. A volte distorce perfino la realtà che ha davanti solo per trasformarla in qualcosa che non c’è.
Ma così come mentre corriamo verso l’obbiettivo non riusciamo quasi mai a fermarci per chiederci per cosa – o per chi – davvero stiamo correndo, allo stesso modo non riusciamo a dare un freno a questo comportamento fino a quando non ci rendiamo conto di quanto triste esso sia.
Fino a quando non riesci, un giorno, a trovare la pace nella tua solitudine.
L’armonia nel tuo disordine. La tranquillità nei tuoi orari, nei tuoi impegni quotidiani che non hanno quel nome e cognome che vorresti, ma solo il tuo.
Solo il nome e cognome che porti e che rappresenta la tua vita.
Perché se fantasticare sul momento può essere bello, lo è ancora di più rendersi conto che non ne hai bisogno. Perché la realtà che ognuno di noi vuole vedere alla fine è quella che più ci fa star male.
Non abbiamo bisogno di scuse, ma, semmai, di concretezza. Di messaggi che arrivano decisi, di gesti trasparenti, di serate passate a parlare davanti ad un camino accesso, o davanti ad un caffè. Non abbiamo bisogno di immaginarci qualcosa che non c’è, ma di goderci quello che già abbiamo.
Non vogliamo più comportamenti ambigui, quelli già li abbiamo sperimentati e abbiamo capito a nostre spese che creano solo problemi: abbiamo bisogno della verità, anche se a volte può essere crudele.
Nessuno di noi deve correre dietro ad un treno che non si fermerà mai per noi.
D’altronde, le persone non sono treni: sono semplicemente persone. Che si tengono per mano quando vogliono affetto, si guardano quando vogliono cercarsi e si aspettano a vicenda quando hanno davanti l’unica persona che vogliono davvero.

Martina Vaggi

Photo credit: http://www.rai.it/dl/portaleRadio/media/ContentItem-afee63f9-db26-4c02-9070-c71533b5ceb4.html?iframe
Riflessioni

Rapporti facili (Come usare adeguatamente una bacchetta magica)

Conceptual photo of sexy elegant couple in the tender passion

Quando hai una vita mondana normalmente attiva, dove ogni week-end hai l’occasione di spostarti di poco (o di molto) dal tuo piccolo ambiente di provincia, vieni a contatto con realtà di ogni tipo.
Con il tempo ho incominciato a rendermi conto di quanto il mondo potesse mostrarsi come un ricco buffet di emozioni, storie di sguardi mal celati e sorrisi furtivi e carichi di infedeltà.
Per chiunque sia disposto a dedicare cinque minuti di sguardi all’ambiente circostante in cui si trova, anche solo una piccola realtà mondana di un comunissimo sabato sera può infestarsi di storie finite, o mai cominciate, di notti in bianco coperte da chili di fondotinta, o di desideri annegati in tre o quattro cocktail.
Avendo sempre avuto pochi amici di sesso maschile, ho avuto poche occasioni di chieder loro pareri sulle storie sentimentali, rimanendo così, ahimè, del tutto ignorante in fatto di “mentalità maschile”.
Decisa, una volta per tutte, ad abbattere questo muro di segretezza, mi sono ritrovata una sera a parlare con un mio amico di un argomento che a me piace definire come il “must della gioventù contemporanea”: ovvero, il sesso occasionale.
Parente della buona e spassosa “una botta e via”, che ai tempi dei nostri genitori era considerata un raro incidente di percorso ad opera di qualche rara benefattrice, (che già allora era parecchio in avanti con i tempi), il sesso occasionale sembra essere diventata ormai una pratica del tutto normale: che una persona possa poi essere single, fidanzata o sposata non sembra fare alcuna differenza per nessuno.
Prima ho parlato di mentalità maschile: a questo proposito, dopo aver ascoltato opinioni maschili e femminili sull’argomento, posso testimoniare quanto uomo e donna rappresentino il Polo Nord e il Polo Sud delle mentalità umane.
Per cui, mentre alcune mie amiche sostenevano che un rapporto fisico con un uomo sia spesso accompagnato da una sorta di interesse (anche minimo) nei confronti di quell’uomo, altri miei amici sembravano totalmente immuni da alcun interesse, che non fosse esclusivamente fisico.
Addirittura mi sono ritrovata ad ascoltare con puro divertimento quanto fosse facile per loro, suddividere le ragazze in due categorie: quelle con le quali passare il resto della notte insieme, e quelle alle quali dare una sonora bacchettata in testa per farle sparire.
E una volta pronunciata la formula magica alla Cenerentola (“Bibidi-bobidi-bù”), e una volta scoccata la mezzanotte, ognuno è libero di tornare alla propria vita, senza obblighi, legami o doveri verso quella persona.
So che, forse, non dovrei farla molto lunga su questo argomento (anche perchè è una cosa che fanno tutti, no?), però in tutto questo geniale meccanismo mi sfugge qualcosa di spaventosamente semplice: come può un rapporto così caldo a livello fisico essere anche così freddo a livello emotivo?
E, ancora: com’è possibile che questo rapporto sia in grado di sostituire, anzi di essere preferibile, ad un rapporto sentimentale completo e totale con una persona?
E, nonostante sia ovvio per un uomo preferire questo rapporto facile, come può esserlo anche per una donna, se le mentalità dei due sessi funzionano in modo così differente?
Forse il mondo e la realtà in cui viviamo sono stati così prepotenti da instillare in noi un comune desiderio di fuga di fronte a qualunque legame o sentimento che ci possa portare, in futuro, alla sofferenza. Allo stesso modo, anche sul fronte dell’apparenza non ci si può certo aspettare miracoli: gli stessi amici che mi hanno così fatto ridere all’idea di una fata turchina che prestasse loro la bacchetta magica per far sparire le ragazze dai loro letti, mi hanno poi sorpreso ancor di più con la loro regola del “La prima apparenza è la sola ed unica cosa che conti”.
A detta loro, sembra quasi che la miglior chiave femminile da usare per aprire il loro cuore di pietra sia la perfezione.
Non vi è spazio all’errore, al chilo di troppo, alle sopracciglia non perfettamente curate, o alle smagliature che s’intravedono tra i tatuaggi e la gonna di jeans: ma soprattutto non viene dato spazio e tempo ad una seconda occasione. Ogni fraintendimento è visto come un affronto personale al proprio smisurato ego, e la pena non può che essere la separazione definitiva delle due parti.
D’altronde, ormai ci sono Barbie e Ken da ogni lato per potersi accontentare di comuni mortali con qualche difetto di fabbrica non perfezionato.
La profondità di spirito è passata di moda: ora è in voga la superficialità d’animo.
La bontà di cuore è stata presa a calci in culo da una profonda e mediocre crudeltà umana, che di umano ormai non ha più nulla.
Alle farfalle nello stomaco che accompagnavano ogni singola telefonata del nostro lui/lei, ora ci accontentiamo di messaggi vocali che terminano sempre e solo con un “Io non voglio nulla di più da te”.
Forse sono stata, mio malgrado, troppo dura in queste ultime righe, o forse la sono stata in tutto l’articolo.
Credo che sia giusto godersi tutto ciò che la vita ha da offrire senza porci troppe domande, ma credo anche che in certe situazioni porsi qualche questione ci renda gli animali pensanti che dobbiamo essere.
Quello che credo è che, nonostante i nostri sforzi di seppellire i sentimenti in fondo ai nostri cuori, non riusciremo mai ad ignorare ciò che ci stiamo, inevitabilmente, riducendo ad essere: solo dei pallidi echi di un passato carico di valori, di anni di matrimonio e di fedeltà, dove portare una fede al dito significava davvero appartenere a qualcuno.

Martina Vaggi