Crescita personale

5 cose che ho imparato da un lavoro operativo e che porterò sempre con me

Un lavoro operativo non è semplice come molti pensano.

C’è chi lo fa con passione ed è il suo mestiere di vita.

C’è chi lo fa per mantenersi agli studi, chi per farsi un’esperienza.
Per me è stato entrambe le due cose.

Ho molti ricordi di quel lavoro, perché per me è stato il primo in assoluto.

Ricordo il suono intermittente delle friggitrici.
Ricordo la sveglia alle 4.00 del mattino, le strade ancora buie, deserte. I primi clienti che ti davano il buongiorno mentre tu preparavi loro il primo caffè della giornata.
E poi, i turni di notte, le chiusure, dopo le quali non si riusciva mai a prendere sonno.

Ricordo le giornate passate a correre, quelle in cui non ci si ferma a mangiare: le pause sigaretta, i colleghi che un po’ non sopporti, un po’ diventano la tua famiglia perché ti danno quel senso di appartenenza.
L’appartenenza ad un gruppo, con il quale impari a convivere.

Ho passato gli ultimi tre anni a svolgere un lavoro operativo.
Queste sono le cose che ho imparato da questa esperienza.

Lavoro operativo

Post laurea: adattarsi ad un lavoro che non avevi previsto

Quando ho scelto di frequentare Lettere Moderne sapevo cosa pensavano tutti di quella facoltà. Non perché ero un’indovina, ma perché, semplicemente, tutti mi dicevano le stesse cose.

Ma hai scelto Lettere? Ma sei seria?

Ma che futuro pensi di avere dopo?

E così via.

Nel 2011, quando ho iniziato l’università, ricordo che a Lettere eravamo quasi in duecento.
Nel 2015, quando mi sono laureata io, solo in cinquanta eravamo arrivati al termine degli studi.

Gli esami prevedevano uno studio molto intenso: le pagine erano tante, sempre. I professori non prendevano i nullafacenti alla leggera.
Molti studenti si chiedevano: che lavoro ci sarà per noi, dopo?

A parte chi voleva insegnare, per tutti gli altri sarebbe stata un’incognita.

Io sapevo che, una volta terminato, mi sarei dovuta adattare ai lavori che avrei trovato. Un po’ forse era anche quello che volevo.
E, come spesso accade, quello che inconsciamente vuoi, si avvera.

Finita l’università, ho continuato a fare quello che facevo prima: scrivevo per vari giornali cartacei e digitali, senza guadagnare assolutamente nulla.

Quando ho iniziato a cercare lavoro, quattro anni fa, sembrava non esserci nulla.
Continuavo a mandare curriculum nel campo dell’editoria, senza mai ricevere risposta.
Mandavo fino a quaranta curriculum a settimana.

Ad un certo punto, ho iniziato a non dormire più.

Credo che ogni giovane, oggi, abbia provato almeno una volta quella sensazione: lo smarrimento. Il senso di vuoto, quella percezione di totale rifiuto da parte del mondo.
Come se non servissimo nulla a questa realtà. Come se la nostra presenza non fosse nemmeno gradita.

Ricordo che persino mandare curriculum era diventata una vergogna per me: mi sentivo quasi come se stessi chiedendo l’elemosina a qualcuno, tale era la non considerazione che ricevevo. E come me, tanti altri.

Come spesso accade, quando non riesci a trovare nulla, devi provare a cambiare la direzione nella quale stai guardando.

Io avevo bisogno di trovare un lavoro al più presto.
Un mio amico, che stava lavorando nella ristorazione, un giorno mi disse: “Guarda che qui stanno cercando: se vuoi…

Portai il curriculum al locale.
Feci un colloquio. Dopo una settimana mi fecero firmare il contratto.

Il giorno in cui iniziai, il mio amico mi fece l’occhiolino e mi disse: “Ora sono cazzi tuoi. Preparati.

Non avevo la più pallida idea di che cosa significasse quella frase.
Una settimana dopo, lo scoprii.

Lavoro operativo

Imparare un lavoro operativo: le difficoltà iniziali

Qui è una giungla.

Fu questo quello che pensai all’inizio.

Il mio primo giorno di lavoro fu un festivo, a Pasqua. In chiusura.
Me lo ricordo come se fosse ieri.

Non ero in grado di fare nulla. Ero una persona completamente incapace di rapportarsi con il pubblico: una ragazza molto timida e insicura che si vergognava anche solo a dire “Buonasera” ai clienti.

Non ero nemmeno in grado di tenere in mano una scopa.
Quel giorno ricordo che il manager di turno mi disse: “Dai, adesso spazza per terra, che dobbiamo chiudere.”

Non so come si fa” gli risposi. Ho sempre avuto il difetto di essere troppo sincera.
Lui si fermò un istante, la mano che reggeva la penna rimase sospesa per aria. Si voltò a guardarmi: “Ma sei seria?

Diciamo che non iniziai proprio bene.

Comunque, io e quel manager siamo rimasti amici. Oggi, le volte che ci incontriamo per bere una birra, mi dice ancora: “Ma ti ricordi che quando sei entrata lì dentro non sapevi nemmeno spazzare per terra?

All’inizio per me fu un incubo. Il lavoro era molto veloce, c’era tanto con cui avere a che fare.
Ricordo che alcune mie amiche mi dicevano: “Ma cosa ci fai tu, lì dentro? Perché stai lì a lavorare?

Tutti pensavano che quello fosse un lavoro da idioti.
Molti lo pensano ancora. Pensano che un lavoro operativo di quel tipo lo possa fare chiunque.
Sono gli stessi che non resisterebbero due settimane.

All’inizio fu molto dura.
Poi andò meglio.
Quell’estate in cui lavorai persi circa quindici chili.
Una bella alternativa alla dieta, in effetti.

Non esistevano più sabati o domeniche. Non esisteva più ferragosto, non avevi i giorni per andare in ferie perché il contratto era stagionale.
Ma a me non importava.
Ero entrata lì senza sapere fare niente ed ero curiosa di imparare.

Quell’estate imparai da quel lavoro più di qualsiasi esame io abbia mai dato all’università.

Lavoro operativo

Imparare da un lavoro operativo: il team working

Quando iniziai quel lavoro operativo, credevo che la cosa più difficile per me sarebbe stata il rapporto con i clienti.

In realtà, ben presto mi resi conto che la sfida più dura sarebbe stata quella di convivere con più di trenta persone, tutte nello stesso locale.
Tutte donne, oltretutto.

Trenta persone diverse: trenta personalità, attitudini, menti, diverse.

Forse non è mai veramente facile. Nemmeno se hai a che fare con un gruppo di colleghi più ristretto.
Ma la cosa che ho imparato è che in un ambiente nuovo, specialmente quando non conosci minimamente il lavoro, ci devi entrare a testa veramente molto molto bassa.

Una volta imparato il lavoro, poi, arriva un’altra difficoltà: reggere l’arroganza di chi non sopporta che tu abbia imparato.
A volte penso che certe persone non vorrebbero mai vederti crescere: a loro andrebbe bene vederti sempre lì, al solito stadio, senza mai ottenere risultati.

In questo modo, non sarebbero costretti ad ammettere a se stessi che sono loro a non essere in grado di fare una crescita.

Ad ogni modo, imparai che anche in un ambiente difficile puoi imparare a lavorare in team.
Anche in un ambiente duro, puoi imparare come vivere il team working senza spargimenti di sangue.

Tutto quello che bisogna fare, per imparare a lavorare in team, io lo racchiuderei in una parola: aiutare.
Aiutarsi a vicenda, essere disponibile per gli altri.
Disponibile per i cambi turno, perché magari c’è quella collega che ha i figli e ha bisogno di quel determinato giorno per portarli dal dentista.

Essere disponibile ad ascoltare. Ascoltarli quando nessun altro lo fa.

Ma, soprattutto: mettere il rispetto per se stessi sopra tutto e tutti.
Una cosa che io imparai forse troppo tardi.

Lavoro operativo

Capolinea lavorativo: ovvero, quando senti di dover mollare la presa

Non tutti sono fatti per un lavoro operativo.
Non tutti sono fatti per lavorare in team.
Non tutti sono in grado di rapportarsi con il pubblico o reggere dei ritmi di lavoro indubbiamente elevati.

Questo mi è stato chiaro fin da subito.
Ma soprattutto: non tutti possono fare un lavoro operativo per tutta la vita.

Io ero entrata in questo lavoro un po’ per scelta, un po’ perché non avevo scelta.
Sapevo che mi sarebbe servito moltissimo e così è stato.
Per il resto… diciamo che il mio ingresso in quel tipo di lavoro equivale all’ingresso che fece Alice nel Paese delle Meraviglie: ruzzolando goffamente attraverso la tana del Bianconiglio.

Con il tempo, quel tipo di lavoro ha iniziato a starmi stretto.
Incominciavo a non reggere più quei ritmi: la velocità, che era da sempre una cosa che mi aveva contraddistinta, iniziava a calare in me.

Iniziavo ad aver voglia di fare una vita più “normale”: i turni, che fino a quel momento mi erano sempre stati comodi, iniziavo a non tollerarli più.
Avrei voluto un lavoro che mi desse la possibilità di stare a casa il weekend, di poter condurre orari di vita “normali”.

Iniziai a pormi delle domande.

Perché io ero partita facendo quel tipo di lavoro?
Perché altri laureati invece erano partiti facendo il lavoro che volevano?
Perché non poteva succedere anche a me quello che era successo loro?

Me lo chiedevo spesso.
Vedevo giovani laureati fare percorsi di stage in aziende grandi, li vedevo entrare dalla porta di ingresso senza tante difficoltà e mi chiedevo: perché io devo passare dalla porta sul retro? Perché loro riescono a ottenere il lavoro che vogliono e io, invece, mi ritrovo a lavare i pavimenti? 

In una parola: autostima.
Io non credevo di meritare il lavoro che volevo.
Credevo di dover imparare a superare delle prove.

In qualche modo, sentivo che dovevo imparare a sfidare me stessa.
Affrontare prove diverse e lavori diversi da quello che mi ero prefissata.

Così, mentre io continuavo a fare un lavoro operativo e a dirmi che ero troppo debole per cercare di fare ciò che realmente volevo nella vita, era questo stesso lavoro operativo che mi rendeva sempre più forte.

Alla fine avrei ottenuto anche io il lavoro che volevo.
La differenza era che io avevo bisogno di partire lavando i pavimenti.

E non c’è mai stato un lavoro, fino ad ora, che mi abbia insegnato più di questo.

Lavoro operativo

Cosa insegna un lavoro operativo: 5 cose che ho imparato


La gente sottovaluta i vantaggi del buon vecchio lavoro manuale, dà un grande senso di libertà“.

Morgan Freeman – Una settimana da Dio

1) Le persone non sono solo numeri.

Sembrerà scontato e banale da dire.
In realtà non lo è mai. Specialmente per quanto riguarda un lavoro operativo.

Le persone non sono numeri, sono persone.
Ognuna di loro ha carattere, insicurezze, disagi interiori che neanche possiamo lontanamente immagina.

Ascoltarle non fa male, anzi. Apre molte porte alla convivenza, specie se fra colleghi.

2) L’empatia e l’altruismo nel team working.

Sono fondamentali per lavorare in team.
Se sei in grado di capire la persona che hai di fronte (in questo caso, il tuo collega), se sarai in grado di ascoltarlo e di stabilire una comunicazione attiva e positiva, allora riuscirai anche a stabilire un rapporto.

Perché l’empatia genera gentilezza: la gentilezza, genera tolleranza per i difetti altrui.
Tutto conduce al rispetto reciproco.
E, perché no, anche ad una possibile amicizia al di fuori.

Sì, tutto questo è possibile anche in un ambiente di lavoro difficile.

3) Spegnere il cervello e dimenticarsi dei problemi esterni.

Questa è una cosa che a me capitava sempre, tutte le volte che entravo in turno.
Mi capitava soprattutto quando ho iniziato a lavorare come barista.

Una volta che entravo al locale, indossavo la divisa e iniziavo il turno e non pensavo ad altro se non a lavorare.
Tutti i problemi che avevo al di fuori non è che svanivano: semplicemente, non avevo tempo per pensarci.
Ero troppo occupata a correre, a sbrigarmi a portare a termine i miei compiti, a servire i clienti, per pensare ad altro.

In pratica: un lavoro operativo aiuta a svuotare la mente perché te la tiene impegnata.

Almeno, questo succedeva a me.

Lavoro operativo

4) Superare timidezza e insicurezza grazie al contatto con il pubblico.

Sembra una cosa semplice.
Non lo è.
Per questo, non tutti sono portati a lavorare a contatto con i clienti.

Quando io ho iniziato a lavorare con la clientela, ero talmente timida e insicura che non ero nemmeno in grado di dire “Buongiorno” o “Buonasera“.

Il contatto con il pubblico mi ha aiutato, piano piano, a tirare fuori la mia personalità.
Certo, non è sempre semplice anche perché non tutte le persone sono uguali.
Ci sono veramente tanti maleducati in giro.

Però, ecco, a me è servito molto sotto questo punto di vista.

5) Sviluppare il controllo di se stessi e aprirsi al dialogo con le altre persone.

Quando ho iniziavo a lavorare come barista mi sono accorta che non solo il lavoro non mi dispiaceva, ma che c’era un qualcosa di bello in tutto questo che non avevo mai considerato appieno.

I clienti.
Ecco, magari non tutti.
Ma posso dire con sincerità che grazie a quel tipo di lavoro io ho scoperto le persone.

Ho scoperto che mi piace parlare con le persone.
Mi piace ascoltare le loro storie. Mi piace vedere il modo in cui si umanizzano quando dai loro attenzione.
Mi piace vedere come si aprono quando chiedi loro se hanno una famiglia.

La cosa incredibile che ho scoperto è che tutti noi siamo uguali.
Tutti noi abbiamo disagi, emozioni represse, rabbia, però, abbiamo un’altra cosa in comune: abbiamo bisogno di comunicare e di essere ascoltati.

E questa cosa io l’ho scoperta lavorando come barista.

E quelle persone sono diventate in qualche modo la mia ispirazione per scrivere di loro, per dare gentilezza, per regalare un sorriso in più.

Di questo ne abbiamo urgente bisogno tutti.

Martina Vaggi

Photo credit: Unsplah e Pexels

Crescita personale

Recruiter e candidati: la mancanza d’empatia e la ricerca del feedback perduto

Chiunque frequenti LinkedIn ha modo di osservare la presenza costante di post tra loro simili o con un leitmotiv abbastanza ricorrente.
Uno di questi riguarda i dibattiti sui recruiter e candidati.

Spesso, infatti, mi capita di osservare post in cui:

  • recruiter si lamentano di candidati e di colloqui
  • candidati si lamentano di non trovare lavoro o di non avere nemmeno un feedback da parte dei recruiter.

L’altro giorno su LinkedIn mi sono imbattuta in un post di una recruiter in cui veniva messo in luce il “conflitto” tra queste due parti.

Recruiter e candidati: vittime e carnefici

Nel contemporaneo panorama di offerta/ricerca di lavoro, lei rilevava come spesso i recruiter venissero etichettati come carnefici e i candidati come vittime.
Lei rilevava anche come questo creasse talvolta degli schieramenti tra le due parti.

A questo proposito, è nata in me una riflessione.

Viviamo in un momento difficile.
Lo sappiamo.

Viviamo in un mondo che si è impoverito di valori umani.
Credo che tutti possiamo essere d’accordo su questo.

Se parliamo di persone, possiamo dire che è difficile trovare onestà?
Possiamo affermare che, in molti settori sia difficile trovare ancora gentilezza? 
Non impossibile. Semplicemente più difficile di prima.

Possiamo essere certi che sia molto più facile trovare frustrazione, rifiuto della realtà.
Modi per lamentarsi e lamentarsi ancora.

Di questo, i social sono sempre stati terreno fertile.

Recruiter e candidati

La ricerca di lavoro e i feedback: recruiter e candidati a confronto

Oggi è difficile trovare lavoro
Non che un tempo fosse facile.

Però oggi la ricerca di lavoro appare essere molto più impegnativa: spesso si dice, infatti, che cercare lavoro sia, a tutti gli effetti, un lavoro.

Il fatto di cercare lavoro e di non trovarlo genera nel candidato già una buona dose di frustrazione, ovviamente.

Ma non solo.
Oggi sappiamo che è anche difficile avere anche solo un feedback, una risposta (anche negativa) ad una propria candidatura di lavoro.

A me è capitato circa un mese fa.
Ho inviato una candidatura e, dopo pochi giorni, ho ricevuto un feedback negativo.
Sono rimasta a tal punto stupita dal fatto di aver ricevuto anche solo un riscontro, che ho risposto alla mail, ringraziando la recruiter di avermi dato il feedback.

In pratica, ho ringraziato per aver ricevuto una risposta negativa.

Rende bene la situazione in cui ci troviamo oggi, credo.

Purtroppo la scusante del “momento difficile” o del “periodo Coronavirus”, in questo caso, non regge: io mandavo molte candidature anche prima di trovare lavoro (anno 2013-15) e anche in quegli anni di feedback se ne ricevevano ben pochi. 
Quindi escluderei il fattore “pandemia” dai motivi per i quali ben pochi di noi ricevono feedback alle proprie candidature.

Ma io non sono una recruiter.
Partiamo da questo.

Recruiter e candidati

E non ho idea di quante candidature possa ricevere un recruiter oggigiorno: immagino moltissime. 
Non è difficile da pensare, no?

La mancanza di feedback

Adesso cerco di guardare la questione da una diversa angolazione.

Da candidata io non ho mai condiviso la mancanza di feedback
Personalmente, credo che una risposta sia sempre doveroso darla.

Non condivido l’atteggiamento di un’azienda che non risponde ad una candidatura, ad una proposta, ad un progetto. 
Ma questa è solo la mia opinione.

Recruiter e candidati

Il punto è questo: io non so se, onestamente, al posto loro sarei in grado di fare meglio. 
Nessuno di noi può saperlo, fino a quando non si ritrova ad essere al posto di una persona (o di un ruolo) che sta giudicando. 

Ora provo a guardare la situazione da un altro punto di vista ancora.

La mancanza di empatia e le sue conseguenze

L’empatia ormai sembra essere una “specie” in via d’estinzione.

Lo possiamo osservare in tutti gli aspetti della vita quotidiana, anche in questa questione recruiter/candidati.

Gli uni non si mettono nei panni degli altri.
Si formano incomprensioni, discussioni sterili.
Si delineano due fazioni, che raccolgono idee contrapposte.

Di solito non è così facile trovare persone disposte a mettersi nei panni dell’altro, anche perché è anche vero che non tutti sono in grado di farlo.
Ma ascoltare e porre domande è l’unico modo per conoscere veramente una persona, un ruolo e creare così un ponte d’accesso per riuscire a vestire i suoi panni.

A questo proposito, mi viene in mente una frase che ho letto giorni fa, di Henry Ford

Il segreto del successo nella vita, se ne esiste uno, risiede nella capacità di comprendere il punto di vista dell’altro  e vedere le cose attraverso i suoi occhi”.

Recruiter e candidati

Imparare a lasciare fluire le situazioni: tra recruiter e candidati di chi è la responsabilità?

C’è poi un’altra questione da considerare, ancora più difficile da realizzare, forse, perché di natura più “spirituale”.

A volte sarebbe necessario lasciar fluire le situazioni e le persone dalla nostra vita.
Sarebbe opportuno fare il proprio percorso, senza imporsi su quello degli altri.
Senza occuparsi minimamente di quello degli altri.

In altre parole: dare senza pretendere.
Senza pretendere che gli altri capiscano o ti restituiscano quello che hai dato.

In altre parole ancora: se mandi un curriculum e non ti viene dato feedback, quello non è un tuo problema.
Nel senso che tu non puoi lavorarci su. Non puoi gestirlo, non puoi risolverlo.

Questo perché il modo in cui tu ti poni è una tua responsabilità.
Le azioni che fai, i gesti che compi.
Il modo in cui gli altri rispondono (o meno) è una loro responsabilità.

Non è tuo (nostro) compito occuparcene.

Il compito di un candidato

Il tuo compito (il mio compito) come candidato è andare avanti nella ricerca di un proprio percorso di crescita. E di lavoro.

Questa è solo la mia opinione, ovviamente.

Recruiter e candidati

Non sto dicendo che è bello non avere una risposta: non lo è.
Come non è bello essere sempre, perennemente, scartati dai recruiter e dal mondo del lavoro.

O sentirsi ogni giorno svalutati.
Niente di tutto questo è bello.

Ma essere sempre incazzati con il mondo è peggio.

Senza contare poi che lamentarsi impegna energia, tempo, bruciore di stomaco, bile…
Non rende una bella immagine, vero?

Tutto questo per dire che: non ha senso intasare i social lamentandosi continuamente.
Non ha senso cercare sempre un colpevole, laddove non c’è.

Ma soprattutto: non ha assolutamente senso alimentare la propria frustrazione.
E ne so qualcosa, purtroppo.
È una via a senso unico che ti porta solo a sprecare le tue risorse.

Perché se del feedback non pervenuto di un recruiter ti liberi spegnendo il computer, della tua rabbia non ti liberi nemmeno quando chiudi gli occhi la sera.

Martina Vaggi

Photo credit: https://pixabay.com

recruiter e candidati, recruiter e candidati

Crescita personale

La parabola del contadino cinese: non puoi giudicare la vita da ciò che ti accade nel presente

La parabola del contadino cinese:

Molti anni fa, nelle campagne cinesi, un uomo e suo figlio vivevano in un piccolo villaggio. Essendo molto poveri: avevano solo una baracca, in cui vivevano e un campo sul quale il contadino cinese lavorava duramente tutti i giorni con il suo cavallo.

Quando il cavallo scappò, gli abitanti del villaggio andarono a trovare il contadino cinese e gli dissero a gran voce: “Il cavallo ti era utile per poter lavorare. Che sfortuna hai avuto!”.

E il contadino cinese rispose: “Forse sì, forse no. Vedremo”.

La settimana dopo, il cavallo ritornò alla baracca: assieme a lui vi erano due cavalli selvatici. Il contadino cinese e il figlio si ritrovarono quindi ad avere tre cavalli. Gli abitanti del villaggio questa volta dissero all’uomo: “Avevi un solo cavallo e ora ne hai tre. Che fortuna hai avuto!”.

Anche questa volta il contadino cinese rispose: “Forse sì, forse no. Vedremo”.

Qualche giorno dopo il figlio stava pulendo la stalla del cavallo, quando uno di loro si agitò e lo calció con forza, facendolo cadere. Il ragazzo si fece male ad una gamba. Gli abitanti del villaggio questa volta dissero al contadino cinese: “Tuo figlio è l’unico che ti può aiutare nel tuo lavoro. Che sfortuna hai avuto!”

Ancora una volta, il contadino cinese rispose: “Forse sì, forse no. Vedremo”.

Qualche settimana più tardi, alcuni soldati dell’esercito arrivarono nel villaggio e iniziarono a reclutare giovani uomini da portare a combattere in una guerra dove nutrivano poche speranze di vittoria. Quando passarono dalla casa del contadino cinese videro suo figlio con la gamba rotta e decisero quindi di passare oltre.

Gli abitanti del villaggio, una volta appresa la notizia, si rivolsero al contadino cinese: “I nostri figli vanno a morire in guerra mentre il tuo è infortunato. Che fortuna hai avuto!”

E il contadino cinese, come sempre, rispose: “Forse sì, forse no. Vedremo”.

La parabola del contadino cinese: i nostri pensieri e le nostre parole plasmano la nostra realtà

contadino cinese

Quanti di voi, dopo aver letto questa parabola del contadino cinese, l’hanno trovata illuminante? O, comunque, rivelatrice di qualcosa?

Nel leggerla, vi siete chiesti almeno una volta: “E se quel contadino cinese avesse ragione…?“.

Credo che la parabola del contadino cinese faccia riflettere.

Io ne sono venuta a conoscenza mesi fa.
Ho scelto di condividerla oggi perché questo è un periodo molto difficile per me, come credo lo sia per tutti. E credo che in un momento simile sia necessario, ora più che mai, soffermarsi su esempi positivi.

Per smetterla di stare male.
Per cercare di scorgere una luce in fondo a questo tunnel.

Credo che oggi sia facile pensare di non valere niente.
E’ facile credere di essere insignificanti in una realtà che ci vuole oppressi, chiusi in casa a lavorare: o a pensare che non troveremo mai lavoro. O a nutrire la paura di perderlo il lavoro, e di piombare in un incubo senza fine.

Credo che capiti a tutti di pensare di essere dei falliti.
Io l’ho pensato per venticinque anni filati, fino a quando non mi sono resa conto che nessuna delle persone che io avevo scelto di avere accanto (o che avevo incontrato) pensava questo di me.

Quello che voglio dire è che, a volte, siamo noi a fare tutto il lavoro.
A volte siamo noi a volerci male.
Siamo noi, con i nostri pensieri, ad influenzare negativamente la realtà che ci circonda e a plasmarla.

contadino cinese

Prendiamo questa parabola del contadino cinese, ad esempio: il leitmotiv che ricorre nel testo riguarda gli abitanti del villaggio, che, dopo ogni avvenimento accaduto al contadino commentano sempre giudicando gli eventi con un: “Che (s)fortuna che hai avuto!”.

Loro vedono una sfortuna o una fortuna, perché la loro visione della realtà, o di quel particolare problema, è negativamente assoggettata ad un perenne giudizio: ma la realtà del contadino cinese, invece, è del tutto diversa.

La parabola del contadino cinese: lascia fluire gli avvenimenti

Il contadino cinese non giudica la realtà dai singoli fatti che accadono nella vita sua e della sua famiglia.
Non giudica quel che gli succede. Anzi, in realtà, non giudica proprio nulla.
Il contadino cinese lascia fluire gli avvenimenti. Lascia che le cose avvengano.
E commenta la “(s)fortuna” che gli altri gli attribuiscono con un: “Forse si, forse no, vedremo.”

Non vi è mai capitato di guardare con distacco a momenti veramente brutti accaduti nel vostro passato?
Non vi è mai capitato di arrivare quasi a benedire il semplice fatto che vi siano successe quelle cose?
E arrivare quasi a dire: “Adesso capisco perché è successo!“.

Non vi è mai capitato di riuscire a guardare con lucidità qualcosa di negativo accaduto tempo prima e capire che quello che di negativo è accaduto è servito a rendervi ora una persona più positiva?

contadino cinese

La parabola del contadino cinese: non giudicare un avvenimento dal presente

Torniamo alla parabola del contadino cinese: è proprio il non giudizio che il contadino esercita sulla realtà, che gli consente di viverla senza nutrire aspettative su ciò che accadrà.

A volte noi carichiamo di troppe aspettative ogni cosa che facciamo.
Sembra quasi che ci risulti impossibile vivere senza.

Ma come facciamo a giudicare se un evento è positivo
o negativo per noi, se lo stiamo vivendo solo nel presente?

Forse perché ci basiamo troppo su ciò che noi vogliamo.
Abbiamo lo sguardo concentrato sullo striscione di arrivo e finiamo col perderci le straordinarie emozioni della corsa.

A corsa finita, sapremmo dire cos’abbiamo provato mentre stavamo correndo?
Saremmo in grado di descrivere la sensazione del vento sul viso, il dolore cocente dei muscoli che si sforzano, il cuore che batte a ritmo incessante nelle orecchie?

contadino cinese


Non credo. Perché per molti di noi quello che resta, arrivati alla fine di una corsa, è se hai vinto se hai perso quella gara.

Allo stesso modo, ci sono persone che definiscono altre persone dei “vincenti” o dei “perdenti”.
Vincenti.
Come se la vita fosse un gioco.

Pensiamo solo al risultato, non al lavoro che c’è dietro.
Da questo, nasce il concetto che, nella parabola del contadino cinese, gli abitanti del villaggio usano per definire la “fortuna” e “sfortuna”.

Ma noi abbiamo lo sguardo fisso sull’inquadratura di immagini e ci dimentichiamo che è il movimento della macchina da presa che crea la sequenza.
Anche se la nostra vita non è un film, è comunque tutto il lavoro del dietro le quinte che mette in scena le azioni.

La parabola del contadino cinese: vivi nel presente e guarda la vita con occhi nuovi

Forse non sempre la vita ti dà ciò che tu vuoi.
A volte, ti dona semplicemente quello di cui tu hai bisogno.

Proprio come osserviamo nella parabola del contadino cinese.

Noi non possiamo giudicare gli avvenimenti come giusti o sbagliati, sfortunati e non, perché viviamo nel presente.
Non possiamo prevedere il futuro.

L’unica cosa che possiamo fare è vivere nel presente, nel “qui e ora”.

Probabilmente, la parabola del contadino cinese vuole dirci questo: è nel modo di vedere le cose che possiamo fare la differenza tra una realtà negativa e una positiva.

La scelta è nel nostro modo di guardare la vita con occhi nuovi.
Ovviamente non è facile, soprattutto in questo momento, per tutti noi.

Ma il cambiamento non solo è possibile in ogni aspetto della nostra realtà: nella vita che affrontiamo ogni giorno, nel lavoro, nella nostra sfera di affetti.

Il cambiamento è la forza che muove ogni nostro passo.
Per questo dobbiamo fare in modo che sia positivo.

Quindi, in definitiva…

Sta a te scegliere: sei il contadino cinese o uno degli abitanti del villaggio?
Vedi la “sfortuna” anche dove non c’è? O vedi opportunità?

Giudichi continuamente la realtà per come la vedono i tuoi occhi?
Oppure, sospendi il giudizio e ti limiti a dire come disse il contadino cinese:

Forse si. Forse no. Vedremo.

Martina Vaggi

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