Pensieri sulla pandemia

1 gennaio 2021: fuori è sempre inverno

Guardo fuori dalla finestra. Il cielo è grigio, la neve scende copiosa. Mi è sempre piaciuto guardarla cadere.
E’ il primo gennaio del 2021. Sono le due di un pomeriggio come un altro e io sto per mettermi a scrivere.

Rivivo per un istante i ricordi di questo anno terribile che ci siamo lasciati alle spalle. Ricordo tutte le cose successe, le rivedo nella mia testa come se fosse un film. Credo che sia successo un po’ a tutti noi, quest’anno.
Abbiamo ricordato l’anno che è stato, tutto ciò che di negativo è successo.
Il 2020 ci ha toccati tutti con mano. E’ entrato nelle nostre vite con prepotenza e con una drammatica forza superiore ci ha travolti.
Forse è qui che qualcuno di noi ha preso consapevolezza, per la prima volta, che tutto ciò che ci succede, talvolta, è mosso da qualcosa di più grande di noi. Che abbiamo il controllo solo fino ad un certo punto, anche se ci ostiniamo ad esercitarlo su ogni cosa che ci circonda.
Che l’unico momento che conta davvero vivere è il nostro presente.

Ogni anno salutiamo l’ultimo giorno che lo accompagna e il primo dell’anno nuovo ma quest’anno è diverso.
La nostra vita non sarà mai più la stessa dopo il 2020.
Credo che per tutti noi sia così.
Forse tutti noi speriamo di dimenticare.
Forse un domani ritroveremo una mascherina stropicciata nella tasca del nostro giubbotto o sepolta nella nostra borsetta. Non ne avremo più bisogno e allora tutto questo potrà essere un ricordo, potrà essere definito “passato.”

Abbiamo aspettato che l’anno finisse per poterlo mandare al diavolo. Lo abbiamo condannato perché questo si fa con i momenti bui, con i periodi negativi, con le persone che ci fanno del male: le si manda a quel paese, senza volerci più avere a che fare.
Anche io vedevo il mondo in questa maniera. Poi, un giorno, la signora T. mi disse: “Non puoi scappare da una situazione negativa sperando di risolvere così il problema. Se te ne vai da un ambiente in cui stai male senza aver imparato i motivi per i quali stai male, un domani finirai di nuovo in una situazione simile e tutto ricomincerà da capo. Per poter dire addio a qualcosa, devi prima aver imparato perché quel qualcosa ha così tanta presa su di te. Solo così, puoi lasciarlo andare.”
Lasciar andare una situazione significa averla compresa, aver imparato a vedere il negativo e il buono.
“Il buono c’è in ogni cosa, se noi lo sappiamo cogliere” mi disse quel giorno, la signora T.

Sono le tre del pomeriggio ora.
Dalla mia scrivania, vedo la neve cadere fuori dalla finestra.
Ognuno di noi spera in cuor suo di dimenticare, ma io non voglio dimenticare.
C’è un mondo esterno che ci insegna che alcune cose non le possiamo cambiare. Non possiamo cambiare quello che è successo l’anno passato. Non possiamo impedire che alcune cose avvengano.
Non possiamo fermare la neve che cade.
Possiamo, però, evitare che dentro di noi geli sempre l’inverno.

Martina Vaggi

Riflessioni

‘Non c’è stato nulla’: la negazione condiscendente dei rapporti sentimentali

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Qualche giorno fa mi sono ritrovata a parlare con una mia amica di un suo recente rapporto di conoscenza con un ragazzo non andato a buon fine. E per non andato a buon fine non intendo un rapporto che si è concluso con una litigata furibonda e piatti che volavano da una parte all’altra della stanza, ma semplicemente con una conoscenza reciproca che sembrava proseguire e che invece si è inabissata in un limbo in cui non ne voleva sapere di proseguire ma neanche di tornare al suo iniziale stato di inattività.
Così la mia amica mi raccontava gli ultimi avvenimenti e mi diceva: “Io voglio delle spiegazioni, Marty. Perché non si può sempre far finta che non sia successo niente”.
Tra le varie cose che mi ha detto, non so perché ma questa frase mi ha fatto riflettere.
Non è inusuale, infatti, sentire racconti (non molto metropolitani, in effetti, quanto piuttosto realistici) in cui un uomo prima parte in quarta e poi sparisce quando le cose si fanno troppo “difficili” da affrontare. Oppure, nei casi peggiori, racconti in cui un uomo prima parte in quarta per ottenere solo quello che vuole e poi (“Puff”) sparisce.
Che poi, dove vanno a finire gli uomini che spariscono?
Su un fiordo in Groenlandia a pensare a che pesci prendere?
Non so, me lo sono sempre chiesta. E in fondo a me piace immaginarmeli così.
Ma sto divagando. Il vero motivo per cui scrivo ora questo articolo è perché la frase della mia amica “Non si può sempre far finta che sia successo niente” mi ha acceso una lampadina nel cervello che da allora non sono più riuscita a spegnere.
Perché, esattamente, si deve far finta che non sia successo mai nulla?
Perché è una cosa che gli uomini tendono sempre a fare e quando (come, dove e perché) noi donne abbiamo sempre permesso che lo facessero?
E ultima domanda, la più importante: che cosa, all’interno di un rapporto di conoscenza può essere considerato niente?
E’ diventato niente sentire una persona per telefono?
E’ diventato niente baciare un’altra persona?
E’ niente avere rapporti intimi?
Perché, per quanto mi riguarda, tutte queste cose non sono niente ma sono già qualcosa. Qualcosa che, per esempio, avviene tra tra te e una persona, non tra te e tutto il resto del mondo. Ma immagino che questo ragionamento valga solo per quelle poche persone rimaste che ancora credono nella monogamia come valore che regola tutti i rapporti. O, perlomeno, nel ragionamento secondo il quale prima di passare ad una conoscenza successiva ci si debba concentrare perlomeno anche un minimo sulla conoscenza già in atto.
Ma se per un istante facciamo finta che il breve elenco da me fatto in precedenza sia considerato niente, che cos’è che quel niente diventa qualcosa?
Un mio amico un giorno mi disse che un rapporto per significare qualcosa dev’essere ufficiale.
Allora se seguiamo questo ragionamento, due persone che vanno in giro mano nel mano hanno quel qualcosa, giusto?
Ma se queste persone che vanno in giro mano nella mano (e quindi dimostrando al mondo che stanno assieme) nel frattempo si sentono o si frequentano di nascosto anche con altri hanno davvero qualcosa?

Se una persona si mette una fede al dito e poi tromba con la segretaria, il suo rapporto vale davvero qualcosa? O sono solo escamotage per mostrare qualcosa al mondo e, in segreto, continuare a coltivare quel niente?
Mi spiego meglio. In una società come la nostra, dove noi oggi ogni giorno cresciamo e ci confrontiamo con valori che sembrano essere ormai estinti, siamo, forse, sempre più portati ad attribuire poco valore ad ogni persona che incontriamo o ad ogni cosa che facciamo con questa persona, fino a quando il nostro rapporto non diventa veramente ufficiale. A volte non lo facciamo perché veramente crediamo in questo modus operandi, ma lo facciamo anche solo perché abbiamo paura di dimostrare quanto ci siamo rimasti male dalla fine di quella frequentazione. E quindi la bolliamo con un “Ma non c’è stato niente, in fondo, dai.”
Ma in questo tram tram di persone che ragionano tutte allo stesso modo c’è ancora chi crede che quel niente sia effettivamente qualcosa.
C’è ancora chi attribuisce un’importanza (di piccola, media o grande intensità) ad un contatto fisico con un’altra persona. Ad una notte, o forse due, o anche dieci. Cosa importa?
Stiamo sempre parlando di due persone che si conoscono. Di due persone che fanno qualcosa con qualcuno e non con altri. Di persone che si scelgono per condividere qualcosa.
Screditare quel qualcosa, trasformandolo in niente, non è altro che screditare le persone trasformandole in bambole preconfezionate, tutte uguali tra loro, con cui giocare un po’ prima di crescere e di buttarle via.
Siamo davvero diventati tutti i Ken e le Barbie di qualcuno?
Questo pensavo ed altro ancora più passavo il mio pomeriggio a parlare con questa mia amica: perché in quel momento, mentre cercavo di convincerla che non tutti i rapporti meritano spiegazioni, che a volte è meglio non chiedere per paura della risposta che potremmo ricevere, mi veniva spontaneo chiedermi se davvero ero convinta di ciò che le stavo suggerendo.
E’ che in fondo è anche vero che noi donne siamo anche fatte così: abbiamo sempre bisogno di spiegazioni, di chiudere una porta su una stanza disordinata e prenderci il tempo di riordinarla per la persona che verrà dopo.

E le spiegazioni, i chiarimenti, servono proprio a dare quell’ordine di cui abbiamo bisogno. A mettere un punto ad una situazione ambigua o non chiara che ti lascia nell’incertezza.
E che cosa c’è di sbagliato in tutto questo?
Perché abbiamo tutti paura di bollare un rapporto umano come niente quando sappiamo benissimo che è già qualcosa?

Martina Vaggi

Riflessioni

Le sfumature della felicità

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Io non sono mai stata alta. Non ho mai avuto un fisico da spiaggia, uno di quelli che tutti si voltano a guardare con la lingua a penzoloni e la mascella che casca. Non sono mai stata particolarmente sveglia o di un’intelligenza tale da poter dire: “Questa un giorno sarà qualcuno”.
Sono sempre stata nella norma, nel mezzo, in quella striscia di grigio tra il bianco e il nero, dove il primo racchiude i numeri uno/geni/super intelligentoni alla Steve Jobs, e il secondo comprende le persone un po’ più tranquille.
C’è poi una cosa che ho sempre fatto: ho sempre dato troppo peso ai “Non sono” e “Non ho”.
Ma questa forse è una di quelle cose che si fanno quando si è più piccoli e insicuri ma soprattutto quando si è consapevoli dei limiti che uno ha.
Poi è andata meglio. Assieme ai limiti, con il tempo, sono venute fuori anche le caratteristiche positive. E’ saltato fuori che nessuno è perfetto, specialmente chi all’apparenza fa di tutto per esserlo, e che il mondo non è fatto di bianchi, neri o grigi. Così come le persone.
Quello che ho capito è che, assieme a questi colori così netti e distaccati, c’è un mondo di sfumature in ognuno di noi. Un mondo che corrisponde alla mia idea di carattere o personalità e che contiene luci, ombre, chiaroscuri e qualunque tonalità.
E’ saltato fuori che uno sbaglio non determina la persona maligna che sei, così come un signolo successo non fa di te una persona così fantastica e splendente.
E’ un’insieme di cose che fa di te ciò che sei. L’insieme di queste due, poi, sbagli e successi, fa di te un essere umano.
E tutti noi in fondo non siamo che simili, uguali e differenti allo stesso tempo, speciali e, a volte, per qualcuno, anche meno preziosi di quanto vorremmo sempre essere.
Ma, in fondo, cos’è che ci differenzia? Siamo persone fatte di carne, ossa, sangue, organi vitali, che vagano in questa vita cercando di darle un significato prima che la giostra si sia fermata.
Cercheremo cose diverse, in fondo, ma la ricerca di due cose ci renderà sempre uguali: felicità e amore. La felicità che dura un attimo o un periodo non definito, e la serenità, ovvero quello stato d’animo di pace con se stessi che è così difficile da trovare e da mantenere. Ma niente di questo è possibile senza l’amore: quello di quel gruppo intimo di persone che chiamiamo “Famiglia”, quello delle amicizie, di coloro che ti accettano così come sei senza essere costrette a farlo. E ultimo, ma non ultimo, quello di una persona, una sola tra sette miliardi, che ti guardi negli occhi e ti veda speciale anche se, a volte, magari non lo sei: bella, anche se non assomigli neanche lontanamente a una top model internazionale e importante come non ti ci sei mai sentita in vita tua.
Spesso cerchiamo nelle cose materiali quello che ci manca e, a volte, non ci rendiamo davvero conto che avere anche solo uno di questi tipi d’amore può renderti già di per sé una persona felice.
Averli tutti e tre, poi, fa di te la persona più fortunata al mondo.

Photo Credit: https://anima.tv

Martina Vaggi

Riflessioni

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E poi ci sono quei periodi.
Quelli in cui alle 11.00 vai a dormire e alle 2.00 di notte sei ancora sveglia.
Quelli in cui un giorno smetti di fumare e il giorno dopo fumi più di prima.
Quelli in cui ti domandi se davvero è tutto qui.
Sono quei periodi, e ormai li riconosci molto bene.
I periodi in cui inizi le cose ma non le porti a termine.
Non sai stare ferma ma non ti stai neanche muovendo.
Muoviti.

– Quando la notte non si dorme

Martina Vaggi

Photo Credit: http://ramirame.tumblr.com
Riflessioni

La tua strada: imparare ad osservare il bicchiere mezzo pieno

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“Ehi, tutti vogliono una scorciatoia nella vita, il mio libro guida è molto semplice:
vuoi perdere peso? Piantala di mangiare, ciccione!
Vuoi fare più soldi? Mettiti a lavorare anche di notte!
Vuoi essere felice? Trova qualcuno da amare e non lasciarlo andare.”
Dal film “Amici di letto”

Come si fa a percepire il cambiamento? Come ci si può rendere conto che una situazione sta cambiando mentre la stiamo ancora vivendo?
E’ da molto che mi sto interrogando su queste questioni. Questioni che trovo piuttosto attuali, soprattutto per chi, come me, desidera da molto tempo cambiare qualcosa nella propria vita, o forse anche più di qualcosa.
Quanto tempo spendiamo a immaginare di vivere una realtà diversa da quella in cui viviamo? Quanto tempo sprechiamo ripetendoci che un giorno cambieremo e quanto, invece, facciamo quotidianamente per cambiare davvero ciò che non ci piace della nostra vita?
Per come la vedo io, il cambiamento parte dalla testa, dal nostro modo di pensare e di vedere le cose. E vedere le cose sempre da un punto di vista pessimistico non farà altro che buttarci giù anche quando tutto fila per il verso giusto. Quanto spesso accade che permettiamo all’unica cose che non abbiamo (o non possiamo avere) di impedirci di vedere tutto ciò che invece, fortunatamente, possediamo? Ma se ci fosse davvero una scorciatoia, e questa risiedesse solo nell’abituarci a guardare il bicchiere mezzo pieno, invece che vuoto? Che piega potrebbe prendere la nostra vita? Forse, migliore.
Daltronde, spesso e volentieri gli inconvenienti succedono: a volte capita di non ottenere ciò che vuoi o che pensi di meritare. Può succedere così di studiare molto ma di non riuscire a passare un esame, o di dare tutta te stessa in una relazione per essere poi scaricata su due piedi. Può succedere.
Ma se riuscissimo a passare oltre e a liquidare tutto ciò che di negativo ci capita con un semplice “Succede”, questo non ci permetterebbe forse di concentrarci meglio sulla nostra strada?
La nostra strada, o, come amo chiamarlo io, il classico detto “Fai il tuo”, è l’unica cosa che riesce spesso a tenermi ancorata alla realtà, tutte le volte (e sono molte) in cui tendo a smarrire la strada. Riuscire ad alzarsi al mattino con uno scopo e portarlo avanti con costanza, giorno per giorno, è l’unica cosa che può rendere possibile il cambiamento. Stare ore a pensare a quello che dovremmo fare, invece, non può che portare ad ansie continue, oltre a non risolvere proprio nulla.
Il cambiamento, in fondo, non è altro che qualcosa che avviene esattamente mentre ti stai impegnando ad andare avanti con la tua vita. E’ lì che le cose cambiano, ed è in quel momento che riesci a vederle sottto una diversa prospettiva. Quando invece di chiederti “Perché capita sempre a me?”, inizi a pensare “E’ successo: ora voltiamo pagina e ricominciamo”, significa che ti stai ponendo le domande giuste. Questo avviene anche perché di quei problemi non non ne stai facendo un’ossessione.
Il cambiamentoche avviene quando riesci ad andare avanti con la tua vita, senza farti troppe domande inutili. E’ un po’ come innamorarsi: succede quando meno te lo aspetti, quando hai definitivamente perso le speranze.
Ma spesso noi creiamo ansie e aspettative perpetue sul nostro futuro e su un possibile cambiamento. Pensiamo sempre di avere infinite possibilità, infinite occasioni. Cresciamo e continuiamo a ripeterci che cambieremo, che “un giorno” diventeremo persone migliori e che tutto si sistemerá. Ma se non fosse davvero così? Se ci inpegnassimo davvero nel costruire un presente, avremmo davvero bisogno di credere così tanto in un futuro ancora lontano? Continuando a ripeterci che “Il meglio deve ancora venire”, non sarà che in fondo ci stiamo perdendo tutto ciò che di bello il presente ci sta offrendo, senza neanche rendercene conto?
Perché aspettare di essere migliori, di innamorarci, di impegnarci davvero in ciò che ci piace, di fare quel passo, con il rischio che sia quello giusto?
Perché aspettare?
Non aspettare, vivi la vita oggi. Vivila senza pensare troppo, perché tutto ciò che è destinato ad accadere, accadrà: è la tua strada e, in fondo, ognuno di noi sa di averne una. Proprio come quel bicchiere posato lì sul tavolo: ognuno di noi ne ha uno, sta solo a noi scegliere se vederlo mezzo pieno o mezzo vuoto. Certo, io preferirei vederlo mezzo pieno di Prosecco, ma, in fondo, a chi importa?

Martina Vaggi

Riflessioni

Venticinque anni: tra matrimoni e altre realtà

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Siamo circondate da matrimoni e bambini“: iniziò così una non comune serata per alcune comuni venticinquenni. Io e alcune mie amiche eravamo andate ad una festa di un’altra nostra cara amica per festeggiarne il compleanno e ben presto ci siamo trovate a fare i conti con una realtà che io trovavo difficile da accettare, almeno prima di aver buttato giù qualche bicchiere di vino.
Una realtà, composta da mie amiche/conoscenti coetanee, che prende il nome di “Siamo già conviventi e/o già spostae e/o già con figli e ne siamo molto felici”.
In un baleno mi sono trovata accanto a persone così vicine a me anagraficamente ma così più adulte in fatto di scelte, che mi resi subito conto che la festa si era trasformata in un’anteprima della vita che non ero ancora pronta a prendere in considerazione.
Esaminavo questo mondo, così sconosciuto e lontano da me, e provavo sconcerto e allo stesso tempo un senso di strana felicità nel vedere quanto persone così giovani fossero contente e felici di aver scelto di farsi carico di responsabilità che per me apparivano (e appaiono, tutt’oggi) ancora troppo grandi da digerire.
Non so esattamente quando sia successo che i venticinquenni abbiano sentito già il bisogno di intraprendere questa vita: probabilmente tutto questo è accaduto mentre ero troppo presa tra esami all’università da una parte, e serate con le amiche in discoteca dall’altra. O forse, semplicemente, questa era una realtà già ben radicata prima e io ancora non ci avevo fatto caso?
Non saprei, ma fatto sta che, nel momento in cui mi resi conto dell’esistenza di questo mondo, iniziai a vedere situazioni di questo tipo ovunque. A riconferma di tutto questo, aggiungo le frequenti conversazioni che mi sono trovata ad affrontare con amici e conoscenti, conversazioni che di solito iniziavano con una frase ad effetto del tipo: “E’ incredibile ma si stanno sposando proprio tutti“, e finivano con una’altra, ancora più sconcertante: “E proprio le persone più insospettabili, poi!
Insomma: non fai in tempo a convincerti che puoi considerarsi “salva” da questo mondo, (almeno fino ai 30 anni di età), che ti ritrovi a ruzzolare nella tana del Bianconiglio sotto forma di una spaesata Alice nel paese degli “E vissero per sempre felici e contenti”.
Ma, nonostante sia una scelta che io trovo troppo prematura per la mia età, è innegabile affermare quanto necessiti sicuramente di una grossa dose di maturità e di coraggio. Un coraggio e una maturità che non credo di poter prendere in considerazione… almeno fin dopo i 30 anni di età. Ma, arrivati a questo punto, chi può dirlo con certezza?

Martina Vaggi

Riflessioni

Equilibrio instabile

reese witherspoon in WILD

La mia vita, come ogni vita, misteriosa, irripetibile e sacra.
Così pienamente mia.
La vera sfida è vivere.

Reese Witherspoon – Wild

Avete mai notato come i film spesso rappresentino più il cammino interiore del protagonista piuttosto che la trama attorno al quale è costruito il personaggio? Se ci fate caso, in molti film si vede chiaramente il personaggio principale percorrere parte della sua vita, partendo da un momento turbolento, in cui è chiaramente perso e incasinato, fino ad arrivare al raggiungimento dei suoi obbiettivi e della sua serenità (solitamente accompagnato da una colonna sonora di trionfo e gioia).
Un lineare, e mai banale, percorso che lo porta dal punto A fino al punto B, attraversando varie fasi intermedie. Un percorso, forse, simile a quello che ognuno di noi attraversa su questa vita.
La stessa Reese Witherspoon, che nel film “Wild” interpreta una donna disastrata, che ha distrutto il suo matrimonio a causa dei suoi continui tradimenti, rappresenta l’esempio di una persona che ha saputo ritrovare se stessa in un lungo viaggio solitario, compiuto per sua scelta.
E nel guardare questi film non vi siete mai chiesti quando toccherà anche a voi? Non avete mai pensato: “Quando sarà il mio momento?” Mai avete provato a capire quando (e se) mai arriverà quella scintilla che vi riporterà sulla retta via delle vostre ambizioni?
Io si. Continuamente.
Più precisamente, mi chiedo cosa ancora sia lecito chiedere a questa vita, che tanto mi sta dando, per poter avere anche quello slancio che mi porti a tagliare certi traguardi.
Ma lo slancio a correre più forte, del resto, a che serve se dopo pochi metri sfuma in una camminata lenta e dolorante? E’ meglio, forse, trovare la propria andatura, mantenerla nel tempo, e azzardare sempre di più con qualche accelerazione.
E così la cosiddetta “ricerca della felicità” che fin da piccola vedevo come un obbiettivo da perseguire con tenacia, nel tempo per me si è trasformata in una “ricerca della serenità”, un perseguimento di un equilibrio e di una struttura mentale adeguata ad affrontare questa vita.
Una vita nella quale spesso mi ritrovo a sentirmi inadeguata a situazioni e circostanze: una vita che ancora oggi non mi ritengo ancora pronta ad affrontare.
E hanno forse ragione coloro che sostengono quanto l’equilibrio interiore risieda in una vita sana, basata su regole che solo noi possiamo stabilire: regole interiori portate a raggiungere quello status ideale di “mens sana in corpore sano”.
Condurre una vita sana. E dire che c’è anche chi riesce a farlo, benchè io, sulla soglia dei miei 25 anni quasi suonati, ancora lo ritenga un traguardo impossibile. Sarà fose per mancanza di volontà (la mia), ma io credo che il problema sia sempre da ricercare nella testa: se non si riesce a trovare un ordine nella propria mente, risulta molto difficile mettere ordine nella propria vita.
E’ per questo che molti rapporti al giorno d’oggi non funzionano: perché certe persone (me compresa) non riescono a rendersi conto di aver bisogno di un equilibrio individuale, e insistono, e sbagliano, nel volerlo trovare negli altri. Succede lo stesso in tutti gli altri ambiti della vita: non avere un equilibrio mentale ti porta ad altri squilibri e, con il tempo, a un’insoddisfazione cronica.
Del resto, è così anche nello sport: è la mente che muove il tutto. Cito uno sport (non a caso), il più individualista di tutti, quello che più di ogni altro necessita un enorme equilibrio mentale, oltre che fisico: il tennis. Uno sport nel quale la propria solitudine è un’arma a doppio taglio: può rappresentare la vittoria come la sconfitta. Se riesci a reggere le tue responabilità di giocatore (umano, e quindi non infallibile) allora puoi vincere: se, invece, non riesci a trovare la tua forza e volontà interiore, allora sei destinato a perdere.

Martina Vaggi

Riflessioni

L’Inizio e la Fine

morte e vita

Sarebbe difficile, anche per i linguisti più affermati, cercare di stabilire il numero esatto delle parole che compongono una lingua. Questo perchè la lingua è una forma costantemente in mutamento, arricchita sempre da forestierismi, neologismi e qualunque altra forma linguistica che permetta la formazione e l’introduzione di parole nuove.
Tuttavia, nonostante molti diano poco peso alle parole, è sempre incredibile osservare come alcune possano avere un effetto profondo sulle persone.
E qui arriviamo al macabro tema di cui vorrei parlare io.
Non c’è un modo semplice per introdurlo, in realtà.
Posso dire che ho sempre notato come le persone diventino strane quando si parla di alcune questioni: una di questa è la morte. Quel macabro argomento di cui nessuno vuole mai parlare, come se ci fosse il pericolo che, anche solo pronunciando il suo nome, ella possa arrivare vestita con il suo lungo abito nero, incappucciata, e pronta a brandire su di noi la sua enorme falce.
Ho sempre avuto come l’impressione che le persone non riescano (o non vogliano) usare questa parola perchè la mente umana, così protratta costantemente verso la sopravvivenza individuale, non sembra essere in grado di tollerare che esista qualcosa di così imminente, capace di travolgere il suo perfetto piano di vita.
L’ispirazione per affrontare questo delicato tema l’ho avuta qualche settimana fa: ero in chiesa ad ascoltare con particolare attenzione la predica di un prete che stava dicendo una messa commemorativa. Era una domenica di un pomeriggio qualunque, ma noi riuniti in quella chiesa eravamo chiusi in un silenzio assordante.
Il prete stava dando il meglio di sè nello spiegare come la morte fosse un elemento inevitabile e costantemente presente nella vita di ognuno.
E così fiumi di parole riempivano la chiesa, mentre nella mia testa risuonava solo la frase “Tutto ha un inizio e tutto ha una fine“.
E più lui insisteva su questo concetto, più io mi domandavo come mai fosse tanto difficile per l’uomo concepirlo.
Così, come spesso mi succede, ho incominciato a riflettere sulla questione.
Ho iniziato a pensare che se tutti noi accettassimo questo concetto, forse potremmo imparare a vivere meglio una vita che spesso sprechiamo e buttiamo via: se tutti capissimo davvero quanto il nostro tempo sia limitato, forse potremmo farne un uso decisamente migliore.
Ma queste erano solo le riflessioni più banali: il bello deve ancora arrivare.
La mia mente fantasiosa, infatti, ha deciso di partorire un’idea tanto folle quanto incomprensibile: e se imparassimo quotidianamente ad accettare che le persone a cui vogliamo bene un giorno non ci saranno più, potremo forse limitare la nostra sofferenza quando questo accadrà?
Idea assurda quella di pensare che la vita possa essere un quotidiano esercizio di contatto ed abitudine con la morte, quando forse sarebbe meglio abbandonarsi al presente senza dar peso a ciò è destinato ad accadere.
Io credo che se ti ritrovi ad essere cosciente del fatto che tutto ciò che possiedi oggi potrebbe abbandonarti domani, allora è meglio accettare la vita come un percorso basato sui nostri quotidiani passi.
Cercare di svegliarsi ogni mattina con un obbiettivo, da portare a termine entro sera: se ci si sente troppo stretti nelle armature che indossiamo ogni giorno, l’unica soluzione sarà quella di toglierle ed accettare il bene e il male di noi stessi, così come quello delle altre persone; inoltre, prendere ogni delusione come una spinta verso il miglioramento può essere il miglior modo di vedere la vita come quello straordinario dono che non sempre ci meritiamo.
E solo accettando il corso degli eventi si può pensare a come i legami che ti è stato concesso di costruire non siano destinati a spezzarsi, bensì ad essere mantenuti, vivi e vividi, dal ricordo; a come le tue parole, se scritte, possano essere conservate e rilette milioni di volte, affinchè le persone possano rivivere quella parte così profonda di te.
E l’amore, l’amicizia, la vita stessa… tutte immortalate in quegli scatti, quelle foto capaci di rubare il tempo e fossilizzare quel momento, affinchè non muti il tuo aspetto e non stravolga il tuo sorriso.
Essere ricordati da qualcuno, o forse dal mondo intero: questo darebbe un senso a quel cammino che qualcun altro ha scelto al posto nostro, ma che siamo stati noi a voler percorrere.
Martina Vaggi

Riflessioni

Attimi

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“«Cogli l’attimo, cogli la rosa quand’è il momento»”. Perché il poeta usa questi versi? Perché siamo cibo per i vermi, ragazzi. Perché, strano a dirsi, ognuno di noi in questa stanza un giorno smetterà di respirare, diventerà freddo e morirà.”
L’attimo fuggente

A volte è proprio questione di un attimo.
Una svolta sbagliata, una scelta presa con superficialità, una parola giusta ma detta al momento sbagliato, un piede che spinge sull’acceleratore. Tutto può cambiarti la vita, anche solo in una minuscola frazione di tempo.
Si dice che tutto ciò che fai o che hai fatto nel tuo passato influenzerà in negativo o in positivo il tuo futuro. Ma chi dice questo spesso dimentica anche di dire che le cose che hai costruito nel tuo passato possono essere rovinate in un attimo dal tuo presente.
Basta solo un attimo.
Un attimo e la tua vita viene cancellata dalla faccia della terra.
Un attimo e tutto ciò che ti rappresentava (carattere, personalità, gesti) abbandona per sempre il corpo materiale e, con esso, tutto ciò che lo circondava: famiglia, amici, colleghi, luoghi.
In un attimo una serata divertente può trasformarsi in una tragedia.
Sono momenti incredibilmente intensi. In una frazione di secondo arriva quella chiamata che non ti saresti mai aspettato e ti piombano addosso mille emozioni, ricordi, gioie, dolori che hai condiviso con quella giovane vita.
Eppure le tragedie avvengono tutti i giorni in mille modi diversi, e in mille luoghi diversi della terra. Ma non penseresti mai che possa succedere a qualcuno che conosci, a qualcuno con cui hai condiviso una parte del tuo passato.
Che poi la vita sottratta sia giovane è un’aggiunta all’ulteriore dramma a cui sei costretto a partecipare.
E così mille pensieri iniziano ad affollarti la mente, mille paure, mille dubbi. Ne cito così alcuni, tipo: “Poteva e potrebbe succedere a me”; “Non è giusto che sia andata a finire così”, e poi c’è l’ultimo pensiero, il più terrificante: “Si vede che era destino”.
Il destino. Quello spaventoso concetto che toglie il dominio agli uomini sulle loro vite, per decidere lui stesso cosa farne.
Pensare che ogni cosa che farai nella tua vita possa essere solo in parte controllata da te, perchè, spesso, sembra proprio che non possa essere tu e decidere del tuo futuro.
Ma la giovinezza spesso se ne frega di questo concetto chiamato destino: la giovinezza è portatrice sana di spensieratezza, di follie fatte sul momento, di attimi fuggenti che devono essere a tutti i costi catturati.
La giovinezza, che è così tanto invidiata da coloro che giovani non lo sono più, porta con sè il costante pensiero di essere invincibile.
Credi che ogni sbaglio non conti perchè sarà sempre perdonato nel tempo. Ma questo concetto di “tempo” è fasullo nel momento stesso in cui ti rendi conto che non sempre possiamo avere il controllo di tutte le ore, minuti e secondi che passiamo su questa terra.
Vedendo da vicino tragedie come questa, in cui una tua coetanea perde così facilmente la vita, ti soffermi seriamente a riflettere.
Ti ritrovi così ad affidarti ai ricordi di un’infanzia condivisa insieme, tra la scuola materna, elementare e media, dove apprendere qualcosa di nuovo era facile, dove le giornate erano piene di scoperte e le ore trascorrevano felici, senza preoccupazioni, e noi eravamo del tutto ignare di ciò che il destino ci avrebbe riservato.
É da queste tragedie che capisci veramente quanto ogni persona sia unica ed insostituibile ed ogni attimo sia prezioso e debba esserlo.
In ricordo a ciò che è successo quel sabato notte su quella strada maledetta, complice di così tante vite spezzate, concludo affidandomi alle parole di un artista di fama, Francesco Guccini:

“Non lo sapevi che c’era la morte,
quando si è giovani è strano
poter pensare che la nostra sorte
venga e ci prenda per mano.
Non lo sapevi ma cosa hai pensato
quando la strada è impazzita
quando la macchina è uscita di lato
e sopra un’altra è finita.
Non lo sapevi ma cosa hai sentito
quando lo schianto ti ha uccisa
quando anche il cielo di sopra è crollato
quando la vita è fuggita. “

Martina Vaggi