Autori emergenti

‘Mabel’, l’inedito di Matteo Orlandi uscirà con BookaBook: video intervista

Si intitola “Mabel” ed è il primo libro inedito di Matteo Orlandi.

Presento il nuovo protagonista della rubrica “Autori emergenti“. Vogherese d’adozione, Matteo svolge per anni un lavoro operativo che, come lui stesso ci dice nell’intervista, rappresenta per lui una: “Fonte di ispirazione per i suoi protagonisti e i dialoghi.

Come spesso accade, è la passione per la scrittura che lo sprona a volere di più.
Per anni, infatti, Matteo coltiva un sogno: quello di poter, un giorno, finalmente, pubblicare un libro.

L’occasione arriva scrivendo “Mabel” e superando quell’enorme paura che lo attanaglia, come lui stesso ci racconterà nell’intervista: la paura di non essere abbastanza, di non riuscire.
La paura di cambiare.

Solo qualche mese fa, Matteo supera questa sua paura: propone il libro a BookaBook e l’idea piace.
Il libro, ancora inedito, in una settimana di crowdfunding raggiunge e supera brillantemente le 200 copie in pre-order, presso il sito di BookaBook.

La pubblicazione dell’inedito è prevista per febbraio 2022.

Ma ora vi porto conoscere meglio di che cosa parla “Mabel“.

Matteo Orlandi
Immagine promozionale scelta per la campagna BookaBook di “Mabel”

“Mabel”: di che cosa parla il primo inedito di Matteo Orlandi

Con una trama che oscilla tra il noir e il thriller psicologico (come sarà l’autore stesso a raccontarci), “Mabel” è quel romanzo profondo che non ti aspetti, che ti emoziona proprio perché nasce da sentimenti veri e genuini.

Proprio questi sentimenti emergono dalla carta, trasudano da ogni parola scritta e sentita.

L’autore stesso ci concede una prova di questo con la lettura di un passo molto importante del libro (per saperne di più, guarda la video intervista a fondo articolo).

Trattandosi di un inedito, in accordo con l’autore, ho deciso di non svelarvi di più.

Ma per farvi un’idea più precisa, vi lascio la sinossi di “Mabel“.

La sinossi dell’inedito

La sinossi dell’inedito, disponibile anche sul sito ufficiale di BookaBook, è questa:

<<A volte il mondo fa schifo…>>.
<<… E c’è da aggrapparsi a qualcosa in grado di renderlo migliore>>.

Mabel

Questo è ciò che ha spinto i detective Torres e O’Hara ad andare fino in fondo ad una serie di omicidi che hanno coinvolto una variegata girandola di persone al punto tale da intrecciarne le strade in modo che nessuno di loro si sarebbe mai aspettato.

E’ il 1989 in California, più precisamente a Santa Barbara e attorno a questa spirale di morte si trovano costretti ad agire una serie di personaggi dalle vite completamente diverse ma con un obiettivo comune: trovare il responsabile di tutto l’orrore che si sta riversando città.


Non mancheranno le conseguenza di questa folle corsa contro il male e il presente vedrà l’incombenza di un passato mai del tutto dimenticato, pronto a cibarsi delle paure che il caso porterà nella sua scia.
Un giornalista, tre poliziotti, un bizzarro gruppo di amici e una ragazza che ricorda una dea caduta negli inferi.

Chi pagherà il prezzo dei propri errori?

Qualche estratto dal libro

Per incuriosirvi, l’autore ha reso disponibile qualche estratto.
Eccone tre:

  • L’uomo si avvicinò lentamente stringendo la pistola senza sollevarla.
    I due si guardarono negli occhi e le loro vite si intrecciarono così come il loro destino.
  • <<E di Magnum P.I. cosa ne pensi?>>.
    Disse Eric indicando con il pollice l’uomo che avevano appena interrogato.
    <<Un uomo qualunque in un posto qualunque. Solo che stavolta era il posto sbagliato>>.
  • <<Che cosa ci fa una ragazza carina come lei tutta sola in un locale come questo?>>. Chiese Charlie.
    <<Chiamami Mabel, per favore>>. Porse la mano.
Matteo Orlandi
Immagine scelta dall’autore a rappresentare la trama di “Mabel”.

Il crowdfunding su BookaBook: più di 200 copie pre-ordinate in una settimana

Ha impiegato una sola settimana, neanche, a mandare in pre-order più di 200 copie, tra eBook e cartaceo.
Mabel“, si è così subito aggiudicato un posto tra i libri che verranno pubblicati nell’anno 2022 dalla casa editrice BookaBook.

Per chi non lo sapesse, BookaBook è una casa editrice fondata nel 2014, attiva ora più che mai nell’obiettivo di trasformare il lettore da consumatore a parte attiva della vita del libro.

Questo viene messo in atto attraverso le campagne di crowdfunding: il libro viene posizionato sulla piattaforma con la trama, alcuni estratti e la biografia dell’autore.

C’è un limite di copie che è possibile prenotare, superate le quali l’autore ottiene l’ambito premio: la pubblicazione dell’inedito. Infatti, se il numero di copie pre-ordinate supera quel limite, il libro passa quell’obiettivo e verrà quindi pubblicato: nel frattempo, verrà sottoposto ad un editing e verrà realizzata la copertina.

Una volta raggiunto lo step che riguarda la pubblicazione, si passa a quello successivo, che garantirà una maggiore pubblicità al libro una volta pubblicato. E così via, obiettivo dopo obiettivo.

In questo modo, è il lettore a scegliere a quale libro dare maggiore visibilità (e, di conseguenza, la possibilità di essere pubblicato).

Nel caso di “Mabel“, più precisamente, si parla di febbraio dell’anno prossimo per la sua pubblicazione.

In questo momento, l’inedito è in corsa per arrivare al prossimo step: un ulteriore passo nell’ottenimento di maggiore pubblicità. Al momento, a “Mabel” mancano solo 26 copie al raggiungimento del prossimo obiettivo.

Se volete sostenere la campagna e acquistare la vostra copia in pre-order, potete farlo da qui.

La video intervista all’autore sul libro inedito “Mabel”

In questa intervista, l’autore ci racconta di com’è nata in lui l’idea di “Mabel“: ci parla del suo percorso di crescita personale che l’ha condotto alla scrittura e alla realizzazione del suo primo inedito, grazie anche alla casa editrice BookaBook.

Qui potete trovare l’intervista all’autore sul suo inedito “Mabel“.
Buon ascolto!

Biografia dell’autore

In un mondo in cui “i Simpson l’hanno già fatto” la mia biografia potrebbe essere questa: non ho scelto il liceo classico, anche se avrei dovuto.
Non mi sono iscritto all’università, anche se avrei dovuto.
Non ho dato sfogo alla mia passione per la scrittura per quasi trent’anni, anche se avrei decisamente dovuto.

Alla fine, eccomi qui, con l’opportunità di pubblicare il mio primo romanzo (spero di una lunga serie) con la consapevolezza che non si diventa scrittori solo perché si pubblica un libro. 
A tal proposito colgo l’occasione, parafrasando uno dei miei film preferiti, per esprimere ciò che vorrei fare da grande: “Ci sto provando, Ringo, ci sto provando con grande fatica a diventare scrittore”.

Matteo Orlandi
Immagine scelta dall’autore a rappresentare la trama di “Mabel”.

Contatti

Qui potere trovare i contatti social dell’autore.

Non dimenticatevi di seguirlo per rimanere aggiornati sulla pubblicazione del suo inedito “Mabel“.

Facebook: https://www.facebook.com/matteo.orlandi.14

Instagram: https://www.instagram.com/teo_o91/

Ricordo che se volete pre-ordinare “Mabel” potete farlo direttamente da qui.

Video intervista e articolo a cura di
Martina Vaggi

Photo credit: Matteo Orlandi e sito ufficiale di BookaBook

Autori emergenti

Raccogliere storie e testimonianze, un diario di quarantena ft. Martina Vaggi

Gabriele Glinni intervista Martina Vaggi sul libro “Il diario del silenzio – Storie reali di quarantena”. Trovi l’intervista pubblicata su “Pillole di Folklore” qui.

Bentrovati a tutti! La scrittrice Martina Vaggi, durante il periodo della quarantena, si è dedicata a un bellissimo lavoro. La sua opera, “ll diario del silenziostorie reali di quarantena” contiene cinquanta racconti (basati su storie reali) che riguardano il primo lockdown.
Trovando il suo lavoro molto interessante, desideravo esplorarlo più in dettaglio. Dunque benvenuta Martina, e grazie per la tua partecipazione!

Ecco la mia prima curiosità.

Cosa ti ha spinta ad approcciarti a questo genere di lavoro, ossia, raccogliere le testimonianze di 50 persone, elaborandole in forma di racconto?

Ciao Gabriele, innanzitutto ti ringrazio per avermi ritagliato questo bellissimo spazio. 
Quello che mi ha spinto a iniziare questa raccolta di testimonianze è stata la voglia di raccontare, di dare una testimonianza scritta, di ciò che tutti noi, in un modo o nell’altro, abbiamo vissuto in questo momento storico molto difficile e traumatico.

Volevo raccogliere testimonianze di varie persone, di vari settori di lavoro e di come avessero affrontato la situazione nei mesi del primo lockdown.

Martina Vaggi

Per questo motivo, ho deciso di occuparmi non solo delle persone comuni (ossia di quelle persone che, come me, avevano vissuto il lockdown in casa, in una routine di ansia e paura) ma di allargare questa ricerca a vari settori lavorativi.

Così ho cercato persone che avessero lavorato a stretto contatto con questa realtà, come gli infermieri, i medici, gli operatori sanitari: ho ascoltato gli insegnanti, che avevano lavorato da casa con la didattica a distanza, e gli studenti, che avevano risentito di questo brusco cambiamento trovandosi senza punti di riferimento.

Poi ho ascoltato gli imprenditori, quelli che avevano chiuso l’azienda e gli altri che avevano continuato a lavorare, nonostante le enormi difficoltà. I dipendenti e il lavoro in smartworking. Gli psicologi, gli educatori, coloro che avevano cercato di aiutare, anche se a distanza: i volontari della protezione civile, che portavano a casa beni di prima necessità a chi era più a rischio. 

Queste e tante altre storie, tante altre realtà.

Per ogni persona che ascoltavo io costruivo una storia, un racconto, cercando di mettermi nei panni di quella persona e di raccontare ciò che lei aveva visto con i suoi occhi: ogni racconto inizia con una data, con un luogo e una regione e con la dicitura “Quarantena, giorno…”.

In questo modo ho potuto tenere il conto dei giorni di lockdown che abbiamo vissuto. Ho strutturato il libro come se fosse un diario, cercando di dare una panoramica generale di come l’Italia avesse affrontato quel momento storico. 

Pur essendo un libro che racconta molto il dolore, la sofferenza vissuta, ho cercato in realtà di trasmettere anche speranza, positività: molte di queste persone che ho ascoltato, infatti, sono state in grado di reagire a questa situazione, portando anche molti esempi positivi che era giusto trasmettere.

Martina Vaggi

Per tornare alla domanda che mi hai fatto, aggiungerei anche questo: avendo io vissuto il lockdown chiusa in casa, non avevo potuto essere di aiuto a nessuno. Credo che sia stato anche questo a spingermi a dar vita a questo libro: la voglia di dare qualcosa.

Trasmettere tutti i sacrifici, gli sforzi che molte persone avevano compiuto in quel momento per adattarsi a questa nuova realtà, a questo enorme cambiamento.

Andiamo più nello specifico.

Ci sono state delle storie in particolare che ti hanno colpita, rattristita o ispirata, in fase di stesura?

Citane pure alcune liberamente!

Tra le storie che ho raccontato, quella che più mi ha colpita nella sua particolarità e stata quella riguardante un sacerdote e la sua opera di volontariato nei reparti Covid. Quando ho ascoltato questa persona, lui mi ha raccontato di un episodio accaduto durante un turno notturno in reparto.

C’è questo frammento di storia, in cui lui incontra nei corridoi dell’ospedale un medico: da questo incontro nasce un momento di profonda umanità. Il medico si ferma di fronte al sacerdote, lo riconosce nel suo ruolo (grazie alla croce di legno che portava sopra alla tuta, la stessa che indossavano gli operatori sanitari) e in un momento di silenzio, di profondo dolore, gli prende la mano e se la porta sulla testa.

I due rimangono così, uniti in quel momento di preghiera.

Martina Vaggi

Quando lui mi ha raccontato questa scena, mi è sembrato di vederla nella mia mente, come se fosse un film.
Il suo racconto si intitola “Il prete volontario” ed è quello che, tutt’ora, mi commuove di più. 

Ci sono dettagli nelle storie, come per esempio nomi reali o riferimenti, a cui devi fare attenzione o che devi trattare in modo specifico, con dovuto riguardo?

Ho preferito usare nomi fittizi per raccontare le storie di queste persone. Solo in alcuni casi ho mantenuto il loro vero nome e cognome, in quanto i protagonisti di queste storie mi hanno dato un consenso firmato ad usare la loro vera identità.

Per tutti gli altri, i nomi sono inventati, li ho scelti io. Come se fossero personaggi creati e non reali.
Anche per quanto riguarda gli ospedali: non ho usato i nomi delle strutture.

Martina Vaggi

Se stavo scrivendo di un racconto ambientato in un ospedale di provincia, non citavo né il nome dell’ospedale né la provincia. Lo indicavo semplicemente con il nome della regione. Ad esempio: “Ospedale in Piemonte”.

In che modo hai cercato persone disponibili a narrare le loro storie? Hai in seguito mantenuto qualche racconto?

Le prime persone che ho ascoltato sono state persone vicine a me o conoscenti. Altre persone sono state proprio loro a trovarle: diciamo che il “passaparola” ha aiutato molto, in questo caso.
Io avevo le idee chiare su chi volevo ascoltare: ad esempio, ho cercato a lungo una persona di Bergamo e alla fine sono riuscita a trovare una persona di Nembro, il paesino focolaio dell’epidemia nella bergamasca.

Martina Vaggi

Volevo anche una persona del Veneto, che mi raccontasse come la regione avesse vissuto la situazione. Poi mi sono mossa nel cercare anche persone del sud Italia: è stato interessante osservare come, almeno in un primo momento, loro avessero vissuto la situazione di riflesso, “subendo” anche psicologicamente ciò che stava accadendo al nord Italia, dalle immagini che vedevano nei telegiornali. 

Ogni volta che ascoltavo una persona, accadeva che fosse lei a dirmi: “Sai che anche un mio amico ha vissuto una determinata situazione mentre era in quarantena”. In questo modo, non è stato difficile “costruire” una rete di persone disposte a raccontarsi.

Ho visto in molte persone la voglia di raccontare le proprie storie.

Questo è veramente molto bello, Martina.
Noi ricordiamo che il libro di Martina Vaggi “Il diario del silenzio” lo potete trovare su Amazon e vi lasciamo qui il link:

Ora una domanda di più amplio respiro.

Cosa ti ha avvicinata alla scrittura? Qual è stato il tuo percorso, e cosa consiglieresti a chi si avvicina per la prima volta a tale hobby?

Io scrivo da sempre. Ho sempre avuto questa esigenza.

L’esigenza di esprimere la moltitudine di pensieri che affollano la mia mente o di raccontare ciò che vedo tramite le mie esperienze o le storie degli altri. 

Per questo scopo, nel 2015, ho creato il mio blog “Pensieri surreali di gente comune”. Successivamente sono nate le pagine Facebook e Instagram collegate al blog.

Durante il lockdown tenevo una sorta di “diario pubblico” su queste pagine, dove pubblicavo post in cui indicavo il giorno di quarantena e il mio pensiero sul giorno trascorso o sui sentimenti che provavo e “vedevo” espressi anche da altri. Da qui è nata l’impostazione del libro “Il diario del silenzioStorie reali di quarantena”.

Negli anni precedenti alla nascita del blog e del libro, ho studiato Lettere Moderne all’Università di Pavia, mi sono laureata che già scrivevo su giornali cartacei e digitali a tempo pieno. Purtroppo, non percependo un compenso, una volta laureata non ho più avuto la possibilità di continuare: avevo, ovviamente, bisogno di un lavoro che mi desse la possibilità di mantenermi. 

Martina Vaggi

Così ho svolto diversi lavori: mi sono adattata ma non ho mai smesso di scrivere. 
Credo che sia questo il “consiglio” che potrei dare a chi, come me, si ritrova ad avere una “capacità” che non è molto remunerativa: di continuare a provare, di continuare a scrivere, di cercare una strada per poterlo fare, un giorno, come lavoro. 

Io non so se riuscirò mai a vivere solamente di scrittura ma sicuramente continuerò a provarci.

Grazie di cuore per la tua partecipazione, Martina! Siamo stati felici di ospitarti, e di parlare di una tematica così particolare e interessante.
Abbiamo inoltre piacere di includere i tuoi lavori e i tuoi link social:

Grazie a te per questa bellissima esperienza.


“Il diario del silenzio – Storie reali di quarantena” di Martina Vaggi su Amazon: https://lnkd.in/dcmdkqe

Blog di Martina Vaggi: https://atomic-temporary-98104754.wpcomstaging.com/

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Crescita personale · Il diario del silenzio

Scrivere un libro: quello che provi quando insegui un sogno

Ognuno ha il suo sogno da realizzare.
Ognuno di noi vuole qualcosa da questa vita, che lo voglia ammettere oppure no.

Scrivere un libro: il mio obiettivo

Io volevo scrivere un libro.

E ho avuto non pochi ostacoli da superare, lungo il percorso.

Quando però sono riuscita nell’impresa, mi sono resa conto che spesso siamo noi i principali ostacoli al raggiungimento dei nostri obiettivi.

Mi chiamo Martina Vaggi, sono l’autrice del libro “Il diario del silenzio – Storie reali di quarantena“.

E ora vi racconto la mia esperienza.

Scrivere un libro: il percorso di studi e la gavetta

Quando avevo diciotto anni scelsi di iscrivermi alla facoltà di Lettere Moderne.

Non sapevo ancora di preciso quale sarebbe stata la mia strada, o cos’avrei fatto da grande.

Sapevo solo che in una cosa ero brava ed avevo passione: scrivere.

Avevo questa capacità e volevo renderla, un giorno, un lavoro: volevo arrivare prima o poi a scrivere un libro.
Ma era ancora presto per avere quella fiducia in me stessa.

scrivere un libro

Così a vent’anni iniziai a muovermi nell’ambito del giornalismo e della scrittura per il web: scrivevo articoli per giornali cartacei della mia zona e ben presto iniziai a collaborare anche con giornali digitali e blog.
Il compenso era zero: questo significa che, per fare questo “lavoro” a livello economico percepivo esattamente zero.

I miei genitori mi sconsigliarono questa strada, perché avevano già sentito dire da molti altri del settore che non portava guadagno né la minima possibilità di mantenersi.

Un giorno ricordo che mio padre mi disse: “Sì, sarai anche brava a scrivere, ma questo non ti dà diritto ad essere ammessa al Corriere della Sera.
All’epoca ricordo di essermi chiesta: “Perché dovrei scrivere puntando necessariamente ad arrivare ad un giornale così importante?

So che la domanda può sembrare stupida, ma il concetto che stava maturando in me all’epoca era questo.

Tutto ciò che facciamo è considerato valido solo se ci permette di arrivare in alto?
Oppure è il cammino che intraprendiamo, i passi che muoviamo lungo il percorso, la fatica, le lezioni che impariamo che contano?

scrivere un libro

Quando, qualche anno dopo, non ebbi più la possibilità economica di lavorare guadagnando poco o niente, e dovetti smettere di fare quel lavoro.
Era vero che non dava la possibilità di un guadagno stabile e questo mi venne confermato anche da altri giornalisti del settore, che praticavano da anni.

A quel punto mi ero laureata.
I miei genitori continuavano a spronarmi verso strade diverse: “Fai l’insegnante, piuttosto. Cercati un vero lavoro.

Il fatto è che, nella mia mente, io continuavo a pensare: “Voglio scrivere un libro“.
Avevo quella vocina nella testa che: ma io la zittivo.

Comunque non feci l’insegnante, se non per brevi periodi.

Aprii un blog, questo blog, e continuai a scrivere per mio conto.

Trovai lavoro nel settore che, all’epoca, dava possibilità di trovare da lavorare subito: la ristorazione.
Mi adattai ad un mondo che all’epoca non capivo, ad un ambiente che non mi faceva stare bene, a dei ritmi velocissimi di lavoro e imparai più di quanto avessi mai potuto pensare.

Non avrei mai pensato che la mia vita potesse prendere quella direzione e,
ancora faticavo ad accettarlo.

Scrivere un libro: quando soffochi la tua voce interiore

Nel frattempo erano successe tante cose che non avrei mai voluto succedessero e io reagii a quelle cose esattamente come reagisco a tutto ciò che di negativo mi succede: vissi l’intera situazione come un trauma, come un enorme peso che mi schiacciava, come un incubo dal quale non sapevo se mai sarei riuscita a svegliarmi.

scrivere un libro

Iniziai a stare male, ad avere continui attacchi di panico prima di dormire, a vivere male la quotidianità.
Questo fu un bene, in realtà. Perché mi diede la spinta per rivolgermi ad una persona, a chiedere aiuto.
Iniziai un percorso di crescita con una persona, che sarebbe poi diventata la mia Signora T. in un libro che avrei scritto in futuro.

Cominciai a capire tante cose, a prendermi ogni responsabilità delle mie azioni, anche e soprattutto di ciò che pensavo.

Capii che le altre persone non si possono cambiare né è mio compito farlo.

Io avevo solamente il compito di lavorare su me stessa, di crescere, di cambiare il mio modo di pensare e trasformarlo in qualcosa di positivo per me. Questo era il mio compito, questo era ciò che io dovevo fare.

Un giorno la Signora T. mi disse: “La responsabilità è di chi capisce.
Io capivo. Capivo che ero in grado di guardarmi dentro, di individuare la parte peggiore di me, quella che tutti noi abbiamo e di affrontarla. E così feci e così faccio, ogni giorno.

Paradossalmente, una situazione negativa per me si era rivelata la mia salvezza: da quella avevo tratto il coraggio di rivolgermi ad una persona, di farmi aiutare.

Da quel momento in avanti, non feci altro che crescere e cambiare.
Nel giro di due anni riuscii a fare dei cambiamenti su me stessa che credevo impossibili nell’arco di decenni. Eppure, li feci.

Alcune persone non li accettarono, altri si strinsero ancora più vicino a me.
Credo che succeda questo, quando le persone notato un cambiamento in te: o restano o se ne vanno.

Nel frattempo, la mia vocina interiore continuava a insistere: “Voglio scrivere un libro“, ripeteva.

Era come un’altra parte di me che io non potevo permettermi di ascoltare. E così, continuavo a zittirla.

scrivere un libro

Scrivere un libro: l’idea e il progetto che prende forma

Un anno fa scoppiò la pandemia.

Io presi il coraggio, un coraggio che non credevo neanche di avere.
Presi in mano carta e penna e iniziai a buttare giù delle idee.

Avevo sempre quella vocina interiore che mi diceva, con insistenza: “Voglio scrivere un libro“.
Solo che, arrivati a quel punto, io non la zittivo più, non la soffocavo più.

Avevo ormai capito che soffocando la mia creatività per tutto quel tempo, stavo soffocando anche me.

Quelle idee divennero pensieri, che coinvolsero prima me, poi altre persone attorno a me. Durante il primo lockdown, sotto suggerimento di una mia cara amica, iniziai a pensare:

Devo scrivere un libro su tutto questo.

Così fu.

Dopo la riapertura, quegli appunti che avevo preso ogni giorno di chiusura divennero la mia agenda di appuntamenti, di persone da intervistare. Ed ecco che il libro, quel sogno di una vita che tenevo chiuso nel cassetto segreto, prese forma.

Così scrissi di loro.

Dell’infermiera e della sua paura nell’avere a che fare con i pazienti Covid; dell’imprenditore che chiude l’azienda per salvaguardarsi, del medico che piange mentre stringe la mano ad un paziente che muore da solo. Scrissi delle insegnanti che lavorarono da casa, in didattica a distanza: degli alunni spaesati, dei pazienti ricoverati in terapia intensiva.

Quel mondo che io, chiusa in casa come tutti, non avevo vissuto, ora lo vivevo attraverso di loro e mi esplodeva dentro, come tutte le lacrime che non ero riuscita a versare durante il lockdown e che ora trovavano il loro sfogo.

scrivere un libro

A quel punto, quel traguardo che per tutta la mia vita era sembrato così distante e irraggiungibile (quello di riuscire a scrivere un libro), si stava concretizzando sotto i miei occhi increduli.

Scrivere un libro: segui la tua strada

Il libro venne pubblicato e divenne “Il diario del silenzio – Storie reali di quarantena” e io sentii di aver fatto, per la prima volta, qualcosa di buono nella mia vita.

Il 22 ottobre, giorno in cui il mio libro uscì sulla piattaforma online, mi ricordai di quella volta in cui mio padre mi disse: “Prova ad entrare in una libreria e a guardarti attorno: vedi quante persone ci sono al mondo che scrivono? Sarebbe troppo difficile per te emergere.

E invece… ecco il mio libro! Proprio su Amazon!

Di nuovo, all’epoca, mi feci una domanda:

Ma nella vita bisogna scrivere solo per diventare qualcuno di importante?

Certo, era chiaro che mio padre mi dicesse quelle cose solo per proteggermi, per non farmi cadere in tristi delusioni.
Ma io non potevo vivere tutta la mia vita in balia di pensieri e idee altrui.

Avevo bisogno, come ogni essere vivente, di seguire la mia strada.
Avevo bisogno di tracciare la mia rotta.
O, almeno, di provarci.

scrivere un libro

Ebbene qualche tempo prima di concepire in me l’idea di scrivere un libro, sono entrare in una libreria.
Mi sono guardata attorno ma la domanda che mi sono posta è stata diversa da quella che mi pose mio padre.

Io mi domandai: “Se ci sono milioni di persone che scrivono e pubblicano libri… perché non posso farlo anche io?

Solo in quel momento tutti i pezzi del puzzle sono andati al loro posto.
In quel momento ho capito.

Scrivere un libro: il senso più nobile della fatica

Non devi scrivere un libro necessariamente per pubblicare un best seller.
Non ci si butta in un’impresa solo per diventare il migliore del mondo.

Per come la vedo io, non esistono persone migliori, perché ci sarà sempre qualcuno che ti supererà in qualcosa, sempre.

Si compie un viaggio avendo bene in mente una destinazione: ma è il percorso, i passi, le cadute, la fatica che ti insegnano se quel percorso è giusto per te.

E’ la fatica, non la voglia di diventare il capo del mondo.
E quella fatica ha un senso.
Anche se non sarai mai la prima ballerina o il vincitore di un Premio Nobel.
Quella fatica avrà un senso per te.

Martina Vaggi

Photo credit scrivere un libro: Pixabay