Crescita personale

Lascia la persona che eri per diventare quella che sei

Arriva un momento in cui ti devi perdonare.
Devi perdonarti per aver pensato che la vita che hai sempre condotto ti sarebbe bastata.
Che ti sarebbe bastato il lavoro che facevi per sopravvivere. Che saresti sempre vissuta nello stesso luogo senza mai osare andartene.

Ti devi perdonare per aver pensato che non avresti mai voluto sposarti o fare figli, solo perché pensavi che questo modo di parlare ti rendesse veramente libera e indipendente.
Arriva un momento in cui vuoi di più. Vuoi cambiare lavoro, vuoi cambiare città: vuoi passare il resto della vita con il tuo compagno, giurandolo a voce alta, magari.
Arriva un momento, quel momento in cui vuoi osare di più.
Vuoi provarci. Vuoi buttarti.
E, in quel momento, può succedere che tu voglia tutto ciò che pensavi di non volere.
Così inizi a ragionare in maniera diversa.
E, a quel punto, ti rendi conto di non aver mai ragionato in maniera così lucida in vita tua.

Ti rendi conto di aver indossato una maschera per tutta la tua vita. Di averlo fatto perché avevi paura. Hai sempre avuto paura del giudizio degli altri, delle loro critiche, della cattiveria di cui è pieno il mondo.
Solo che questa volta è diverso: ora hai gli occhi aperti e guardi il mondo come se lo vedessi per la prima volta. Guardi le persone e capisci che c’è del buono in ognuno. E non c’è sempre quel bisogno costante di difendersi.

Ti guardi allo specchio e non ti riconosci.
Ma è una bella sensazione.
Come se gli anni passati sbiadissero dalla tua mente. Come se la persona che eri ti prendesse per mano per accompagnarti in quell’enorme prato verde.
Non avere paura” ti dice.
Sei tu. E sei a casa“.

Martina Vaggi

Photo credit: Pixabay

Riflessioni

“Benvenuto nel mondo vero”

matrixpillola

Comincio a essere esausta.
Ho delle difficoltà nel capire come il mondo sia arrivato ad essere quello che è ora. Manca un filo conduttore che lega la creazione dell’uomo (da due corpi nudi e in pace, tentati da un serpente e una mela) a quello che l’uomo è diventato oggi. Come se mancasse un enorme pezzo di storia a questa trama avvincente: quell’enorme pezzo di fondamentale importanza in cui tutta la trama si è sviluppata.
È un po’ come se l’uomo ci avesse preso gusto a mangiare quella mela e fosse diventato lui il serpente.
Non riesco a spiegarmi come ogni persona che incontriamo si possa dimostrare sempre più deludente di un’altra, come se il mondo avesse creato dei robot tutti uguali tra loro e l’unica alternativa a coloro che robot non sono sia quella di diventarlo, per annullare quel dolore che deriva dall’essere diversi.
Non capisco come possa essere rimasta così poca umanità nelle persone. La stessa umanità che ti spinge a tendere una mano verso una persona, nonostante ti abbia fatto soffrire in passato. Come se tendere una mano oggi significhi aspettarsi uno schiaffo in risposta.
All’apparenza siamo persone. Persone che si devono muovere al ritmo inumano di una macchina, persone che pensano solo al profitto, a essere ogni giorno più abile nel riuscire a fregarti. Condividiamo la casa con altre persone come noi, con cui viviamo per anni e anni senza mai dedicare loro veramente il tempo per conoscerli per poi, una volta che non ci sono più, piangere il tempo che avevamo per non averli vissuti appieno.
Eppure abbiamo un sacco di tempo a disposizione per godere delle persone che viviamo ogni giorno. Perché non lo sfruttiamo mai abbastanza?
Perché ci risulta molto più facile piangere la scomparsa di una persona piuttosto che vivere la sua presenza?
Una delle cose che ho imparato in questi anni è che sono le persone a salvarti nei momenti di difficoltà: da tutto, anche da te stesso. Le persone e lo straordinario amore che le lega.
Ma noi ci comportiamo come delle macchine. È un po’ come se vivessimo in un Matrix reale, dove lo spinotto non è attaccato ad uno strumento di elaborazione immagini ma ad un social. Viviamo la nostra vita sui social tanto che, ormai, la nostra vita è diventata un social.
E quindi postiamo foto per avere gli apprezzamenti di altri, perché non siamo più in grado di apprezzarci da soli. Abbiamo bisogno di mille amici, perché non sappiamo apprezzare quelli che abbiamo in realtà, là fuori, nel mondo reale.
Ci riconosciamo in frasi che altri dicono pensando di essere gli unici al mondo al quale possano riferirsi e approfittiamo di ogni occasione per scaricare su altri la nostra rabbia, la nostra frustrazione. Come se non fossimo in grado di conoscerci, criticarci, assumerci delle responsabilità.
Come l’umiltà fosse una cosa che non ci appartiene più.
Non siamo più in grado di chiedere scusa, di perdonare, di guardarci allo specchio e ripartire da lì. Sempre da lì.
E quindi gli altri diventano i nostri nemici, la nostra nemesi per l’eccellenza. Gli altri meritano il nostro disprezzo, il nostro odio verso se stessi che dobbiamo vomitare per forza su qualcuno.
Che questi altri provino anche loro dei sentimenti, quello non ci tocca più di tanto: che questi altri stiano affrontando la vita e un mondo sotterraneo di problemi e difficoltà, quello non interessa a nessuno. Ognuno pensa di essere nel giusto, di essere unico nel suo genere, come se non facesse nemmeno parte di una specie. Ognuno pensa di avere il diritto di calpestare qualcun altro, anche solo per la rabbia che prova verso se stesso.
Come l’uomo che calpesta un insetto: non si fa venire i rimorsi per averlo fatto, d’altronde, era solo un insetto, no?
Hanno tutti qualcosa da dimostrare: il problema è che, quel qualcosa, non è mai niente di buono.
Tutto questo perché è successo?
Perché determinati valori sono spariti? Perché non siamo più in grado di coesistere?
Perché tutto questo diverte determinate persone, mentre a me viene la nausea solo ad osservare tutta questa indifferenza.
Tutti questi occhi che guardano ma non ti vedono mai davvero.
Tutte queste mani che sfiorano ma non riescono mai a sentire il tuo dolore.
Tutto questo senza che ci fosse stata data alcuna scelta. Nessuna pillola rossa per entrare nella tana del bianconiglio. Semplicemente, il mondo è cambiato a una velocità non prevista, non calcolata nella maniera corretta e ognuno di noi ha cercato di adeguarsi.
Solo i più forti sopravvivono al cambiamento proprio perché non si oppongono ma lo assecondano, si modellano a seconda della situazione e si adeguano.
Ma adeguarsi non può voler dire diventare come loro.

Martina Vaggi

Photo credit: https://scirocconews.com/2015/07/20/il-nostro-mare-la-pillola-azzurra-offerta-da-morpheus-in-matrix-tutte-le-verita-nascoste-per-opportunita-turistiche/
Riflessioni

Solo noi e altri 7 miliardi come noi

marcia

In questo mondo in continuo mutamento, è inevitabile per ognuno di noi fare degli incontri.
Siamo più di 7 miliardi di persone in un mondo che ci appare gigantesco e, allo stesso tempo, molto… familiare. Così conosciamo degli sconosciuti, ed è del tutto naturale per noi incontrarli, magari amarli oppure odiarli. La maggior parte di loro ci passa accanto senza nemmeno sfiorarci: come se la loro vita non ci riguardasse e non sentissimo di avere nulla in comune con loro. È in questo atteggiamento di puro e profondo egoismo che cresciamo tutti i giorni e tutti i giorni viviamo sulla nostra pelle un sentimento che cresce senza che nemmeno ce ne accorgiamo: l’indifferenza.
La pura indifferenza verso chiunque altro non sia noi o non faccia parte del nostro piccolo mondo. Un oceano di persone, con diversi interessi, lavori, amori, hobby, accomunati tutti da un’unica condizione: quella di essere esseri umani.
Eppure quante volte ci dimentichiamo di questo? Quante volte ci comportiamo come se esistessimo solo noi e non altri 7 miliardi come noi?
E in questo clima dilagante di rigida indifferenza non è un caso che costruire dei rapporti sia diventato sempre più difficile. Non è un caso che la parola “Io” venga sempre prima del “Noi” e che, pur avendo costruito un rapporto solido, non lo si possa mai veramente dare per scontato. Diventa sempre più difficile accettare di essere solo delle persone, convivere con i propri sbagli e le proprie debolezze.
Diventa sempre più difficile immergersi in se stessi, imparare a conoscersi, a volersi bene sul serio: perché oggi ognuno di noi evita questo confronto?
Forse, abbiamo semplicemente paura che, se ci immergessimo nel nostro oceano di difetti, errori, frasi dette al momento sbagliato e altre mai pronunciate, finiremmo con l’affogare.

Ma buttarsi di getto nell’oceano può insegnarti a nuotare. A conoscere te stessa e, di conseguenza, anche gli altri.
Forse non avremmo veramente bisogno di fare del male, o di subirlo, se fossimo a posto con noi stessi. Che fare del male ad un’altra persona è tutto ciò che di umano non è.

In questi ultimi anni ho iniziato a guardare meglio ciò che avevo davanti agli occhi e ciò che avevo perso. Ho rivalutato persone, situazioni finite male e altre ancora finite bene. Ho iniziato a cercare ciò che volevo e non quello che non potevo avere. Che ognuno di noi, in fondo, non cerca ciò che vuole il suo cuore ma ciò di cui ha bisogno la sua anima per poter guarire e credere ancora in qualcosa di straordinario.

E mentre le persone continuavano a criticare me, o chiunque altro, e a vivere secondo il proprio egoismo e ad osservare la tua vita altrui come se fosse un piccolo esperimento andato male, io osservavo loro. Mentre molti di loro continuavano a vivere la loro vita come se fossero unici, io mi ritrovavo, pian piano, anno dopo anno, ad abbandonare questo pensiero e iniziavo ad immergermi tra la gente, ad osservare il comportamento dei passanti, in metropolitana, per strada, in città come in paese. I gesti d’amore di una madre verso il figlio che ancora deve crescere, l’uomo d’affari che cammina in centro a Milano e sbraita ordini al telefono, urlando affinché tutti nelle vicinanze possano sentire quanto è potente, un uomo che bacia sua moglie sul tram: il barbone coricato sull’asfalto freddo che si sente morto per il mondo.
Ma nonostante la mia diffidenza verso il genere umano cresca a dismisura, io non posso fare a meno di rifugiarmi in una nicchia, quel nascondiglio segreto dal quale osservo il mondo cambiare, come se nemmeno ne facessi parte. Lo osservo in quel piccolo spazio di umanità, perché è in quel piccolo spazio che sono veramente libera.
La nostra umanità è la cosa più preziosa che abbiamo, eppure la svendiamo così facilmente tutti i giorni per fare spazio all’odio, al rancore verso cose passate e all’ansia di un futuro lontano che non possiamo vedere.
Calpestiamo noi stessi e, di conseguenza, anche gli altri e per cosa?
Per sembrare più forti, senza accorgerci che siamo ancora più deboli.
Per avere l’ultima parola, quella maledetta ultima parola, come se fossimo attori all’ultimo atto di una commedia con un unico obbiettivo: ottenere un applauso finale.
Tutto per soddisfare un ego che serva a nascondere chi siamo veramente.
Tutto per una maschera che indossiamo, l’ennesima.
Tutto pur di non ammettere di avere un problema, o forse milioni.
Tutto questo, una messinscena architettata dal migliore dei registi, pur di non ammettere quanto faccia paura affidarci a qualcuno.
È la cosa che più ci spaventa al mondo ma è anche la più straordinaria.
Poter toccare un altro essere umano, poterlo abbracciare fino a diventare uno soltanto, essere in grado di assorbire il suo dolore e farlo tuo. Condividere momenti che fermino il tempo e ci rendano consapevoli di che cosa voglia dire vivere davvero.
Non bisognerebbe mai dimenticarsi delle persone: solo le persone, alla fine, quelle che ti salvano davvero.
Ognuno di noi è un mondo incredibile da scoprire e la cosa più straordinaria è riuscire a farne parte.

Martina Vaggi

Photo credit: https://www.ilpost.it/2018/06/24/persone-per-cambiare-mondo/
Riflessioni

‘Non c’è stato nulla’: la negazione condiscendente dei rapporti sentimentali

amiciletto

Qualche giorno fa mi sono ritrovata a parlare con una mia amica di un suo recente rapporto di conoscenza con un ragazzo non andato a buon fine. E per non andato a buon fine non intendo un rapporto che si è concluso con una litigata furibonda e piatti che volavano da una parte all’altra della stanza, ma semplicemente con una conoscenza reciproca che sembrava proseguire e che invece si è inabissata in un limbo in cui non ne voleva sapere di proseguire ma neanche di tornare al suo iniziale stato di inattività.
Così la mia amica mi raccontava gli ultimi avvenimenti e mi diceva: “Io voglio delle spiegazioni, Marty. Perché non si può sempre far finta che non sia successo niente”.
Tra le varie cose che mi ha detto, non so perché ma questa frase mi ha fatto riflettere.
Non è inusuale, infatti, sentire racconti (non molto metropolitani, in effetti, quanto piuttosto realistici) in cui un uomo prima parte in quarta e poi sparisce quando le cose si fanno troppo “difficili” da affrontare. Oppure, nei casi peggiori, racconti in cui un uomo prima parte in quarta per ottenere solo quello che vuole e poi (“Puff”) sparisce.
Che poi, dove vanno a finire gli uomini che spariscono?
Su un fiordo in Groenlandia a pensare a che pesci prendere?
Non so, me lo sono sempre chiesta. E in fondo a me piace immaginarmeli così.
Ma sto divagando. Il vero motivo per cui scrivo ora questo articolo è perché la frase della mia amica “Non si può sempre far finta che sia successo niente” mi ha acceso una lampadina nel cervello che da allora non sono più riuscita a spegnere.
Perché, esattamente, si deve far finta che non sia successo mai nulla?
Perché è una cosa che gli uomini tendono sempre a fare e quando (come, dove e perché) noi donne abbiamo sempre permesso che lo facessero?
E ultima domanda, la più importante: che cosa, all’interno di un rapporto di conoscenza può essere considerato niente?
E’ diventato niente sentire una persona per telefono?
E’ diventato niente baciare un’altra persona?
E’ niente avere rapporti intimi?
Perché, per quanto mi riguarda, tutte queste cose non sono niente ma sono già qualcosa. Qualcosa che, per esempio, avviene tra tra te e una persona, non tra te e tutto il resto del mondo. Ma immagino che questo ragionamento valga solo per quelle poche persone rimaste che ancora credono nella monogamia come valore che regola tutti i rapporti. O, perlomeno, nel ragionamento secondo il quale prima di passare ad una conoscenza successiva ci si debba concentrare perlomeno anche un minimo sulla conoscenza già in atto.
Ma se per un istante facciamo finta che il breve elenco da me fatto in precedenza sia considerato niente, che cos’è che quel niente diventa qualcosa?
Un mio amico un giorno mi disse che un rapporto per significare qualcosa dev’essere ufficiale.
Allora se seguiamo questo ragionamento, due persone che vanno in giro mano nel mano hanno quel qualcosa, giusto?
Ma se queste persone che vanno in giro mano nella mano (e quindi dimostrando al mondo che stanno assieme) nel frattempo si sentono o si frequentano di nascosto anche con altri hanno davvero qualcosa?

Se una persona si mette una fede al dito e poi tromba con la segretaria, il suo rapporto vale davvero qualcosa? O sono solo escamotage per mostrare qualcosa al mondo e, in segreto, continuare a coltivare quel niente?
Mi spiego meglio. In una società come la nostra, dove noi oggi ogni giorno cresciamo e ci confrontiamo con valori che sembrano essere ormai estinti, siamo, forse, sempre più portati ad attribuire poco valore ad ogni persona che incontriamo o ad ogni cosa che facciamo con questa persona, fino a quando il nostro rapporto non diventa veramente ufficiale. A volte non lo facciamo perché veramente crediamo in questo modus operandi, ma lo facciamo anche solo perché abbiamo paura di dimostrare quanto ci siamo rimasti male dalla fine di quella frequentazione. E quindi la bolliamo con un “Ma non c’è stato niente, in fondo, dai.”
Ma in questo tram tram di persone che ragionano tutte allo stesso modo c’è ancora chi crede che quel niente sia effettivamente qualcosa.
C’è ancora chi attribuisce un’importanza (di piccola, media o grande intensità) ad un contatto fisico con un’altra persona. Ad una notte, o forse due, o anche dieci. Cosa importa?
Stiamo sempre parlando di due persone che si conoscono. Di due persone che fanno qualcosa con qualcuno e non con altri. Di persone che si scelgono per condividere qualcosa.
Screditare quel qualcosa, trasformandolo in niente, non è altro che screditare le persone trasformandole in bambole preconfezionate, tutte uguali tra loro, con cui giocare un po’ prima di crescere e di buttarle via.
Siamo davvero diventati tutti i Ken e le Barbie di qualcuno?
Questo pensavo ed altro ancora più passavo il mio pomeriggio a parlare con questa mia amica: perché in quel momento, mentre cercavo di convincerla che non tutti i rapporti meritano spiegazioni, che a volte è meglio non chiedere per paura della risposta che potremmo ricevere, mi veniva spontaneo chiedermi se davvero ero convinta di ciò che le stavo suggerendo.
E’ che in fondo è anche vero che noi donne siamo anche fatte così: abbiamo sempre bisogno di spiegazioni, di chiudere una porta su una stanza disordinata e prenderci il tempo di riordinarla per la persona che verrà dopo.

E le spiegazioni, i chiarimenti, servono proprio a dare quell’ordine di cui abbiamo bisogno. A mettere un punto ad una situazione ambigua o non chiara che ti lascia nell’incertezza.
E che cosa c’è di sbagliato in tutto questo?
Perché abbiamo tutti paura di bollare un rapporto umano come niente quando sappiamo benissimo che è già qualcosa?

Martina Vaggi

Riflessioni

Persone (diversamente) umane: la sensibilità che diventa ‘diversità’

amore-relazioni

Tutto questo tempo a chiedermi
Cos’è che non mi lascia in pace
Tutti questi anni a chiedermi
Se vado veramente bene
Così
Come sono”

Ci sono quei generi musicali che, pur non rispecchiando i tuoi canoni ti piace sempre ascoltare. Così come ci sono persone che, pur non essendo simili a te, ti lasciano sempre qualcosa di nuovo ogni volta che attraversano la tua vita.
Così è Elisa. Elisa è un fiore che non appassisce mai, è quella canzone cantata nel momento in cui avevi voglia di sentire quella melodia e nemmeno lo sapevi. Elisa è tutte quelle parole che non sai scrivere ma che fanno già parte di te.
Spesso mi sono ritrovata a scrivere su questo blog, il mio blog, di come tutte le persone, in fondo, siano uguali, pur essendo poi diverse tra loro e special
i. Ma c’è sempre qualcosa che ogni giorno si abbatte con forza su questa mia idea, facendola a pezzi e questa cosa si chiama “realtà”. La realtà, o meglio, la nostra realtà, quella in cui viviamo noi oggi, che sembra sempre pronta a dimostrarci come ognuno di noi sia così facilmente sostituibile: un dipendente, se licenziato, è sostituibile con un altro, magari migliore o peggiore del precedente (e a buon ragione, altrimenti nessuna azienda riuscirebbe ad andare avanti); un fidanzato o una fidanzata oggi giorno vengono sostituiti da gran parte delle persone con una facilità e una superficialità impressionante, come se fossimo nient’altro che macchine da collaudare prima di capire qual è quella che ha minori chilometri sul groppone, che consente un minor consumo di benzina e maggiori possibilità di durare a lungo.
Da quando ho iniziato a lavorare a contatto con il pubblico, ho notato l’impressionante facilità con la quale
le persone, molte volte, trattano allo stesso modo altre persone: con sdegno, arroganza e maleducazione a livelli spropositati. Come se seguissero un copione già prestabilito.
Come se sdegno, arroganza e maleducazione
fossero le sole cose in grado di dare.
Come se un essere umano, chiunque sia, qualunque lavoro faccia, non meriti di più.
Sembra quasi che le persone non aspettino altro che riversare su altre persone le proprie frustrazioni, il proprio odio (verso se stessi) e la propria rabbia. Come se nessuno di loro fosse più in grado di darsi delle colpe e fosse solo capace di riversarle sugli altri.
E in tutto questo io mi sono ritrovata sempre a
pormi due domande: da quando dare addosso ad un’altra persona è diventato una spinta a sentirci meglio con noi stessi?
E la seconda domanda è questa: e tutte quelle persone che non s
eguono questa scia ma cercano di essere migliori ogni giorno come fanno a trovare il proprio equilibrio in questa realtà, vivendo nella loro diversità?


Questo è sempre stato un modo
per fermare il tempo e la velocità
I passi svelti della gente
la disattenzione
le parole dette senza umiltà
Senza cuore, così
solo per far rumore

Per la prima domanda non ho mai avuto una risposta, ma più vado avanti più mi rendo conto di poter fare qualcosa per rispondere alla seconda domanda, quella che mi riguardava di più. Così sono arrivata alla conclusione che esistono persone veramente diverse in questa società. Le persone diversamente umane che non usano l’egoismo come scusa facile per rovinare rapporti sentimentali o di amicizia; persone che non calpestano gli altri pur di sentirsi migliori. Persone che ancora sanno dire “Grazie” o “Mi dispiace”. Quelle persone che ti abbracciano non perché vogliono qualcosa ma perché sentono di doverti dare qualcosa. Qualcosa di cui tu hai bisogno e lo percepiscono, lo vedono, perché sanno guardare oltre i propri interessi.
Sono quelle persone che quando ricevono una parola detta senza un minimo di umana sensibilità si sentono morire dentro e non dimenticano. Quelle persone usano le crepe del loro cuore per tenerlo ancora più unito e trovano un varco nella loro sensibilità per poter essere, un domani, un po’ più crudi, un po’ più egoisti, un po’ più fedeli a se stessi. Non perché essere egoisti sia giusto, ma perché se oggi vieni calpestata non dovrai permettere che ricapiti domani. E se oggi hai vissuto la vita di un altro e hai fatto ciò che gli altri volevano fare e mai quello che volevi tu, un domani dovrai essere pronta a seguire solo la strada che tu hai costruito.
Un giorno una mia amica, come una sorella per me, mi ha detto che sono troppo autocritica e che devo smetterla di darmi le colpe per tutto ciò che mi succede, perché è questo che mi fa stare male.
Sto seguendo il tuo consiglio, Lucrezia.

E se c’è un segreto è
fare tutto come se
vedessi solo il sole
e non
qualcosa che non c’è.
Elisa – Qualcosa che non c’è

Martina Vaggi

Riflessioni

Non immaginare qualcosa che non c’è ma apprezza quello che hai

 

1445882996793072_attesa

E’ difficile a volte capire come funziona una mente. Cosa la affascina, cosa la colpisce, cosa ne fa scattare l’interruttore “curiosità”.
E’ ancora più difficile capire come funziona un cuore. Quali sono le parole che lo fanno sentire protetto e al sicuro e quali i gesti che lo fanno correre a ritmo più incalzante.
In una realtà come la nostra, oggi, dove ci muoviamo a ritmo disumano per raggiungere obbiettivi irraggiungibili, dove le persone sembrano aver dimenticato cosa significhi fermarsi un attimo a godere la vista di un paesaggio – o di una persona – ci approcciamo all’altro sesso sempre con un po’ più di paura e di indecisione.
Il problema è che, sempre più di frequente, vediamo negli occhi dell’altro riflesse le nostre stesse paure, se non di più, e trasformiamo quella persona in un caso clinico da curare (noi donne, in questo, siamo diventate talmente brave da renderla una disciplina olimpionica) e diamo al nostro obbiettivo impossibile da raggiungere quel nome e cognome. Così la nostra realtà diventa “quello sguardo che ci ha lanciato che voleva dire di più” o quella notte che non scorderemo tanto facilmente, o quel rapporto iniziato ma mai portato avanti.
E senza neanche accorgercene trasformiamo la conoscenza in una gara di conquista dove la persona davanti a noi diventa un premio.
Forse sul momento non ce ne accorgiamo, ma una volta che ce ne rendiamo conto, una volta che vediamo scritte queste parole che delineano il nostro comportamento, quanto risulta sbagliato tutto questo?
Quanto sacrifichiamo di noi stessi solo per una ricerca di attenzione che altro non è se non un contentino dato con sufficienza?
In tutti questi anni di rapporti mancati, riusciti e poi finiti, mai iniziati o interrotti bruscamente con l’altro sesso, mi sono sempre un po’ stupita di notare come una delle costanti presente in tutti questi casi (vissuti in prima persona o indirettamente) sia sempre stata la trasformazione della realtà così com’è, in una realtà che solo noi percepiamo e vediamo così come siamo.
Ognuno di noi vede la realtà che vuol vedere. A volte distorce perfino la realtà che ha davanti solo per trasformarla in qualcosa che non c’è.
Ma così come mentre corriamo verso l’obbiettivo non riusciamo quasi mai a fermarci per chiederci per cosa – o per chi – davvero stiamo correndo, allo stesso modo non riusciamo a dare un freno a questo comportamento fino a quando non ci rendiamo conto di quanto triste esso sia.
Fino a quando non riesci, un giorno, a trovare la pace nella tua solitudine.
L’armonia nel tuo disordine. La tranquillità nei tuoi orari, nei tuoi impegni quotidiani che non hanno quel nome e cognome che vorresti, ma solo il tuo.
Solo il nome e cognome che porti e che rappresenta la tua vita.
Perché se fantasticare sul momento può essere bello, lo è ancora di più rendersi conto che non ne hai bisogno. Perché la realtà che ognuno di noi vuole vedere alla fine è quella che più ci fa star male.
Non abbiamo bisogno di scuse, ma, semmai, di concretezza. Di messaggi che arrivano decisi, di gesti trasparenti, di serate passate a parlare davanti ad un camino accesso, o davanti ad un caffè. Non abbiamo bisogno di immaginarci qualcosa che non c’è, ma di goderci quello che già abbiamo.
Non vogliamo più comportamenti ambigui, quelli già li abbiamo sperimentati e abbiamo capito a nostre spese che creano solo problemi: abbiamo bisogno della verità, anche se a volte può essere crudele.
Nessuno di noi deve correre dietro ad un treno che non si fermerà mai per noi.
D’altronde, le persone non sono treni: sono semplicemente persone. Che si tengono per mano quando vogliono affetto, si guardano quando vogliono cercarsi e si aspettano a vicenda quando hanno davanti l’unica persona che vogliono davvero.

Martina Vaggi

Photo credit: http://www.rai.it/dl/portaleRadio/media/ContentItem-afee63f9-db26-4c02-9070-c71533b5ceb4.html?iframe
Riflessioni

Mi piaci ma mi piaccio di più io

113151860-31db94f4-16c2-4483-9981-0814a9fc9a90

Da che mondo è mondo, ci siamo abituati ad avere a che fare con una legge che regola l’universo dei rapporti sentimentali femminili: lo stronzo piace. E’ un po’ come quando chiedi consiglio ad un’amica più grande di te su come comportarti con un ragazzo che ti piace e lei, puntualmente, ti ribadisce il mantra: “In amore vince chi fugge“.
E, quindi, siamo alle solite frasi fatte, dette, ingurgitate e risputate di generazione in generazione. Ci siamo sempre sommerse di regole, come: “Non rispondere prima che siano passate 3 ore“, “Non gliela dare prima del quinto appuntamento (o il “via libera” era fissato al terzo?), “Sii sempre fredda e non mostrare mai alcun sentimento“. Dunque, ci lasciamo sommergere da questa marea di stronzate che a volte funzionano davvero, a volte invece no. E come mai?
Forse perché, nella fretta di categorizzare tutto manco fossimo degli Hashtag viventi, non ci siamo rese conto che esistono ancora persone non categorizzabili. Ma, soprattutto, esistono cose non categorizzabili. Sono quelle cose che non potranno mai essere viste come calcoli matematici con un risultato ben preciso: i sentimenti.
Ma se queste affermazioni valgono come verità, come mai non ci decidiamo mai di passare nei fatti dal famoso “In amor vince chi fugge” a “Ama quel cuore che per te si strugge?
Potremmo benissimo farlo. E potremmo farlo quando vogliamo noi. Per esempio potremmo iniziare a farlo nel fatidico giorno in cui inizieremo a decidere che non abbiamo più voglia di farci del male.
Perché, semplicemente, se è vero che gli stronzi piacciono sempre, è anche vero che prima o poi passano di moda.
Lo stronzo ti può piacere quando non sei ancora uscita dall’età della stupidera, diciamo tra quei 20 e 30 anni in cui ancora ti concedi di fare tutte le stronzate che vuoi. Quando ancora vaghi in quel limbo, quella terra di mezzo in cui tutte abbiamo camminato a lungo alla ricerca dell’uomo del mistero, maestro nel saperti dare e togliere allo stesso tempo.
Ma quando esci da quel vasto territorio e inizi ad avvicinarti a quei pericolosi anni di vita dove molti tuoi coetanei si sposano e fanno figli come se non ci fosse un domani, mentre tu sei ancora lì che non sai cucinarti un uovo sodo, beh, l’idea di avere a che fare con un uomo che non solo orienterà le tue giornate verso lunghe e noiose seghe mentali, ma porterà anche il tuo fegato ad un suicidio assistito, finalmente ti passa. Perché, scherzi a parte, nessuno, quando sarà il momento di scegliere con chi sistemarsi, vorrà lo stronzo di turno che oggi c’è e domani non si sa. Quello va bene quando devi farti le ossa, quando sei tu la prima ad avere ancora voglia di rischiare e sperimentare.
Forse tutte noi siamo passate per quella fase della nostra vita dove abbiamo intenzionalmente voluto indossare i panni della crocerossina di turno, pronta a sacrificare se stessa per salvare un uomo socialmente instabile e psicolabile (o perché ha avuto una vita difficile o perché la vita difficile ha intenzione di farla fare a te). Tutte noi ci siamo fisicamente e mentalmente impegnate nel voler a tutti i costi salvare quei bimbi sperduti e redimerli.
Ma sapete qual è la cosa bella del “periodo da crocerossina”?
Che, prima o poi, passa, grazie a Dio. O grazie a Cupido, che per una volta ha deciso di puntare il suo stramaledetto arco da un’altra parte.
Prima o poi tutte noi ci togliamo quel camice e lo rinchiudiamo nell’armadio, in un cassetto talmente nascosto che neanche volendo saremmo in grado di ritrovarlo.
Tenendo anche conto del fatto che quel camice c’è chi lo indossa giò per mestiere: noi no. O, almeno, non tutte noi. Perché avere a che fare con un uomo non può di certo essere un lavoro, no?
Ed è qui che l’atteggiamento “Sarà anche vero che mi piaci, ma mi piaccio di più io” inizia a prendere piede. Esattamente nello stesso momento in cui decidi che lo stesso rispetto che hai portato ad altri (e non hai ricevuto in cambio) ora hai voglia di portarlo solo a te stessa.
E’ una ragionamento da egoista? Sicuramente.
E’ una ragionamento di chi non è in grado di accontentarsi? Vero anche questo.
E quindi?
Non è anche vero che ognuno di noi ha la propria vita a cui pensare e il proprio benessere da salvaguardare?
E se dobbiamo davvero mettere il nostro tempo, sentimento e fegato in gioco, non è forse meglio rischiarlo per qualcuno che dimostra, ogni giorno, di tenere veramente a noi?
Non so quand’è che ho iniziato a ragionare così. Ho sempre criticato chi non rischia, chi non prova, chi non cerca di guardare oltre e scoprire fino in fondo cosa c’è o ci può essere. Anche a costo di farmi del male.
Poi però mi è successo di guardare indietro e di valutare scelte e atteggiamenti avuti con quei pochi esemplari che mi sono capitati a tiro. E tra queste scelte, quella di star dietro ad un uomo sapete dove mi ha portato? Ad essere sola. O ad essere presa per il culo, che è decisamente peggio.
Avete mai visto donne stronze e altezzose rimanere sole? Io no. E non parlo solo di quelle che sono per natura volutamente stronze: parlo anche e soprattutto di quelle che vanno per la propria strada. Si fanno la loro vita, amando gli uomini che ritengono meritevoli e calpestando quelli che non lo sono. Se ci fate caso, queste donne possono essere l’esemplare più criticato dagli uomini: quegli stessi uomini che poi le inseguono. Gli stessi uomini un tempo stronzi, diventati improvvisamente teneri cagnolini con orecchie basse e coda tra le gambe alla sola idea di non essere portati a spasso.
Devo aggiungere altro?

Martina Vaggi

Riflessioni

50 sfumature di nero: l’uomo ha sostituito le pinze per capezzoli con le pinze per le sopracciglia

fifty-shades-darker-masks
Ieri sono andata al cinema a vedere 50 sfumature di Nero e la situazione è stata più o meno questa: sala gremita di persone (soprattutto donne) e risate imbarazzanti (e imbarazzate) per tutta la durata del film. Sì, perché ad essere imbarazzanti non sono state solo le risate del pubblico femminile, ma queste carrellate di sequenze senza senso del film, tenute insieme solo da un’esile e (a volte) anche inesistente trama. E i dialoghi inesistenti. E il procedere a rallentatore della storia. E le canzoni che non c’entravano praticamente nulla con la scena alla quale venivano associate.
Mi è capitato poche volte di criticare mentalmente ogni minuto del film che stavo guardando e questa è una di quelle poche volte.
Il vero dramma, però, è che io sono sempre stata una di quelle a favore della trilogia. Ho letto tutt’e e tre i libri all’epoca in cui uscirono e ho apprezzato il fatto che fosse stata una donna a cimentarsi con questo genere, correndo il rischio di essere criticata da tutti quei benpensanti bigotti che nel mondo certamente non mancano.
Ad oggi invece c’è da ammirare il coraggio del regista che c’ha messo il nome nel creare un film che veramente non sta in piedi. Personalmente, le uniche scene che ho veramente apprezzato sono state quelle dove Jamie Dornan (alias Christian Grey) si allena nella sua palestra privata del suo enorme attico, dando sfoggio di bicipiti, tricipiti, dorsali e quant’altro.
Eppure 50 sfumature di nero è risultato primo al boxoffice italiano del weekend, con 6.420.000 euro di incassi in soli quattro giorni. Inoltre, recenti statistiche hanno constatato che dall’uscita del primo film della saga l’acquisto di giochi erotici è incrementato del 40% in America. In Italia, inoltre, è stato registrato come molte più donne, dopo l’uscita del primo film, hanno deciso di cimentarsi con le nuove pratiche Bdsm. In pratica, il breve documentario sul film che ho visto ieri sera tornata a casa dal cinema sosteneva che questa saga, fino ad ora, è stata in grado di influenzare i gusti sessuali del pubblico come il cinema non aveva più saputo fare da molto tempo. Ma se preferiamo attenerci a dati reali e pratici, la sala gremita di persone al cinema ieri sera è già una dimostrazione dell’enorme curiosità che questo film ha attirato su di sé. Il fatto che questa curiosità sia poi prettamente femminile la dice lunga ma non stupisce più di tanto. Un po’ perché il protagonista del film è un gran bel vedere (il che non guasta mai) e un po’ perché, forse, ognuna di noi avrebbe bisogno (ogni tanto) di un Christian Grey nella propria vita.
E non mi riferisco tanto ai “24 mila dollari che sono capace di guadagnare ogni 15 minuti” o alle numerose proprietà/barche/grattaceli/case al mare sparse in America, Europa o Marte. Anche se tutto questo non sarebbe di certo un male.
Piuttosto parlo dell’intraprendenza. Dell’inseguire una donna che si vuole fino a quando non si riesce a conquistarla: del corteggiamento che prevede uscite, interesse, voglia di sorprendere sotto e fuori dalle lenzuola. E possiamo anche inserire la frase “Sei mia” nella top five delle più romantiche frasi da dire ad una donna, proprio perché dirla ogni tanto non guasterebbe.
E ora veniamo al punto saliente del film: il sesso. Adesso, sicuramente possiamo star qui e fare le finte puritane per il resto dei nostri giorni. Lo possiamo anche fare. Ma io credo che al mondo ci siano due tipi di donne: quelle che vorrebbero un uomo simil Christian Grey e quelle che mentono.
E non parlo di catene, frustini e tutte queste cose qui. Nel privato ognuno ha i suoi gusti e non spetta né a me né a voi giudicarli. Parlo piuttosto di un tipo d’uomo intraprendente che preferisce sorprenderti (ogni tanto) con qualcosa di nuovo piuttosto che affrontare la sessualità a mo’ di: “In che posizione vuoi che lo facciamo oggi?“, manco stesse ordinando al cameriere il suo piatto preferito dal menù.
Ma, a sentire le numerose lamentele femminili che corrono, forse quest’ultimo tipo d’uomo non è poi così raro da trovare oggi. E il fatto che molte donne siano interessate ad andare a vedere film di questo tipo ne è solo una conseguenza: se molte di noi vivessimo situazioni simili a casa nostra, non avremmo certo bisogno di affollare un cinema in un noioso lunedì sera. Ce ne staremmo semplicemente a casa a farle, ripeterle e poi farle ancora. E con “queste situazioni” parlo di appuntamenti, sesso, rapporti sentimentali e uomini degni di essere chiamati in questo modo. Qui non si sta certo chiedendo di avere il miliardario con l’elicottero, ma almeno uno che rispetti l’antica tradizione del maschio e abbia voglia di starti un pochino dietro, questo sì. Non si chiede certo che nella sua piccola abitazione tenga una stanza con fruste e catene, ma che sia un pochino più intraprendente questo sì.
In poche parole, si chiede solo che l’uomo faccia quello che ha sempre fatto nei secoli dei secoli: conquistare l’attenzione di una donna e saperla mantenere. Concetti che oggi forse sono un pochino passati di moda, da quando l’uomo ha preferito cose meno impegnative, come: ceretta, serate al bar con gli amici e videogiochi.
L’impressione che io ho maturato da questa esperienza è che la saga di 50 sfumature attrae e continua ad incuriosire un numeroso pubblico femminile da quando il maschio moderno ha deciso di sostituire le pinze per capezzoli con le pinze per le sopracciglia.
Questo è il mio pensiero. A voi i commenti.

Photo Credit: http://www.charismanews.com

Martina Vaggi

Riflessioni

Leggiamo storie perché vogliamo scrivere la nostra

poesie-amore-620x350

Siamo una moltitudine di persone diverse ma così tutte uguali in fondo.
Una quantità smisurata di teste e cuori pulsanti con il desiderio di trovare un cuore che batta allo stesso ritmo del nostro.
Andiamo nel mondo alla disperata ricerca di qualcuno come noi, o simile a noi, oppure completamente diverso.
Cerchiamo la persona giusta in una miriade di persone sbagliate, ma la cerchiamo con modalità, finalità e tempi troppo diversi.
Questo, forse, è uno dei motivi per cui è così difficile trovarla.
In un mondo abitato da sconosciuti cercheremo sempre due occhi che ci guardino come se ci conoscessero da sempre.
E ci ostiniamo a cercare una luce da seguire e la troviamo in miriade di citazioni diverse, tutte prese da chi è “qualcuno” per il mondo: cantanti, scrittori, persone di successo. E così condividiamo una citazione e poi un’altra, e poi un’altra ancora, perché ci riconosciamo in quelle parole: ma com’è che, alla fine, finiamo sempre per fare tutto il contrario di ciò che quelle parole ci dicono di fare?
Forse perché al mondo non c’è nessuno che possa dirci come vivere la nostra vita. Forse ascoltiamo canzoni solo per poter trovare la giusta colonna sonora alla nostra vita e leggiamo storie solo per poter trovare la nostra.
Ma il vero traguardo lo raggiungiamo solo nel momento in cui la nostra storia ce la scriviamo noi.

Martina Vaggi

Riflessioni

Le 5 cose da non dire ad una persona malata di tumore

2fef8835610447e4b313a5af406365a1

Quest’oggi dedico qualche minuto per affrontare un tema molto delicato che ormai è purtroppo molto frequente.
Di cancro se ne sente parlare quasi ogni giorno. E in questi casi non sempre è facile gestire una situazione simile, né per le persone vicine alla persona coinvolta, né per gli estranei. Spesso non si sa cosa dire o come comportarsi ed è proprio da qui che nasce l’idea di provare a spiegare cosa sarebbe meglio dire (o non dire) se chiunque di voi si trovasse a fare i conti con una persona che sta affrontando questo tipo di situazione.
Questo articolo ha come filo conduttore il punto di vista di una mia amica colpita da questa malattia ma non esclude che di punti di vista ce ne potrebbero sicuramente essere altri, dettati da altre persone che si trovano nella stessa situazione.
Visto la delicatezza del tema è anche bene precisare che questo non è assolutamente un articolo volto a rimproverare nessuno che abbia mai pronunciato le parole che trovate qui sotto. Queste cinque tipologie di frasi, dette quasi sempre senza nessuna cattiva intenzione, a volte possono sortire un effetto non positivo sul morale della persona malata: l’intento qui è quindi quello di sdrammatizzare ma al tempo stesso dare qualche consiglio utile a chi dovesse trovarsi a fare i conti con la malattia di un parente o di un amico.
Buona lettura a tutti.

Le 5 cose da non dire ad una persona malata di tumore:

1)Proprio a te doveva capitare questa disgrazia”: con questa frase la persona colpita da un tumore si potrebbe sentire vittima di un destino crudele che, chissà per quale colpa commessa nella vita presente o passata, ha deciso di infliggergli questa punizione.
A questa frase sarebbe preferibile dire “Mi dispiace che ti sia capitata questa sofferenza”, o, meglio ancora, “Non sei solo”.

2)Come ti trovo bene”: altra frase che sarebbe meglio evitare. La persona malata di tumore cerca sempre di nascondere con trucco e qualche piccola attenzione i segni della malattia, ma quando si guarda allo specchio occhiaie e pallore del viso sono all’ordine del giorno. Come esempio opposto, invece, sarebbe da evitare una frase del tipo: “Sei un po’ gonfio”. E’ meglio non ricordare alla persona in questione che il cortisone la fa assomigliare ad un palloncino.

3)Sei in perfetta forma”. Nella top five troviamo anche quest’altra frase. Dunque, se probabilmente fino al giorno precedente la persona colpita da un tumore è rimasta a letto con nausea e spossatezza, sa bene che la frase “perfetta forma” non si addice decisamente al suo stato attuale. Sarebbe meglio dire, al suo posto: “Mi sembra che il tuo corpo stia reagendo abbastanza bene

4)Andrà tutto bene, ne sono sicuro”: quando arriva il tempo dei controlli, chi pronuncia questa frase potrebbe pensare di infondere speranza al malato. Purtroppo, non è così: sappiamo tutti che i controlli potrebbero non andare bene. Se non hanno la certezza i medici, nessun altro può averla. Molto meglio, invece, augurare il meglio, senza fare previsioni non richieste.

5)Ti accompagno io a fare la terapia”: al quinto posto, ultima ma non per importanza, troviamo questa frase. A questo proposito, questa frase andrebbe pronunciata solo se si ha un certo livello di intimità con la persona colpita da tumore. Nel caso opposto, purtroppo, il diretto interessato potrebbe trovarsi in imbarazzo e non sapere bene come far capire a chi fa questa richiesta che non ha piacere a farsi accompagnare da lei. Se invece il rapporto è stretto e profondo, proporsi di condividere un momento così importante non potrà che far piacere alla persona che sta lottando contro la malattia.

Martina Vaggi