Crescita personale

La parabola del contadino cinese: non puoi giudicare la vita da ciò che ti accade nel presente

La parabola del contadino cinese:

Molti anni fa, nelle campagne cinesi, un uomo e suo figlio vivevano in un piccolo villaggio. Essendo molto poveri: avevano solo una baracca, in cui vivevano e un campo sul quale il contadino cinese lavorava duramente tutti i giorni con il suo cavallo.

Quando il cavallo scappò, gli abitanti del villaggio andarono a trovare il contadino cinese e gli dissero a gran voce: “Il cavallo ti era utile per poter lavorare. Che sfortuna hai avuto!”.

E il contadino cinese rispose: “Forse sì, forse no. Vedremo”.

La settimana dopo, il cavallo ritornò alla baracca: assieme a lui vi erano due cavalli selvatici. Il contadino cinese e il figlio si ritrovarono quindi ad avere tre cavalli. Gli abitanti del villaggio questa volta dissero all’uomo: “Avevi un solo cavallo e ora ne hai tre. Che fortuna hai avuto!”.

Anche questa volta il contadino cinese rispose: “Forse sì, forse no. Vedremo”.

Qualche giorno dopo il figlio stava pulendo la stalla del cavallo, quando uno di loro si agitò e lo calció con forza, facendolo cadere. Il ragazzo si fece male ad una gamba. Gli abitanti del villaggio questa volta dissero al contadino cinese: “Tuo figlio è l’unico che ti può aiutare nel tuo lavoro. Che sfortuna hai avuto!”

Ancora una volta, il contadino cinese rispose: “Forse sì, forse no. Vedremo”.

Qualche settimana più tardi, alcuni soldati dell’esercito arrivarono nel villaggio e iniziarono a reclutare giovani uomini da portare a combattere in una guerra dove nutrivano poche speranze di vittoria. Quando passarono dalla casa del contadino cinese videro suo figlio con la gamba rotta e decisero quindi di passare oltre.

Gli abitanti del villaggio, una volta appresa la notizia, si rivolsero al contadino cinese: “I nostri figli vanno a morire in guerra mentre il tuo è infortunato. Che fortuna hai avuto!”

E il contadino cinese, come sempre, rispose: “Forse sì, forse no. Vedremo”.

La parabola del contadino cinese: i nostri pensieri e le nostre parole plasmano la nostra realtà

contadino cinese

Quanti di voi, dopo aver letto questa parabola del contadino cinese, l’hanno trovata illuminante? O, comunque, rivelatrice di qualcosa?

Nel leggerla, vi siete chiesti almeno una volta: “E se quel contadino cinese avesse ragione…?“.

Credo che la parabola del contadino cinese faccia riflettere.

Io ne sono venuta a conoscenza mesi fa.
Ho scelto di condividerla oggi perché questo è un periodo molto difficile per me, come credo lo sia per tutti. E credo che in un momento simile sia necessario, ora più che mai, soffermarsi su esempi positivi.

Per smetterla di stare male.
Per cercare di scorgere una luce in fondo a questo tunnel.

Credo che oggi sia facile pensare di non valere niente.
E’ facile credere di essere insignificanti in una realtà che ci vuole oppressi, chiusi in casa a lavorare: o a pensare che non troveremo mai lavoro. O a nutrire la paura di perderlo il lavoro, e di piombare in un incubo senza fine.

Credo che capiti a tutti di pensare di essere dei falliti.
Io l’ho pensato per venticinque anni filati, fino a quando non mi sono resa conto che nessuna delle persone che io avevo scelto di avere accanto (o che avevo incontrato) pensava questo di me.

Quello che voglio dire è che, a volte, siamo noi a fare tutto il lavoro.
A volte siamo noi a volerci male.
Siamo noi, con i nostri pensieri, ad influenzare negativamente la realtà che ci circonda e a plasmarla.

contadino cinese

Prendiamo questa parabola del contadino cinese, ad esempio: il leitmotiv che ricorre nel testo riguarda gli abitanti del villaggio, che, dopo ogni avvenimento accaduto al contadino commentano sempre giudicando gli eventi con un: “Che (s)fortuna che hai avuto!”.

Loro vedono una sfortuna o una fortuna, perché la loro visione della realtà, o di quel particolare problema, è negativamente assoggettata ad un perenne giudizio: ma la realtà del contadino cinese, invece, è del tutto diversa.

La parabola del contadino cinese: lascia fluire gli avvenimenti

Il contadino cinese non giudica la realtà dai singoli fatti che accadono nella vita sua e della sua famiglia.
Non giudica quel che gli succede. Anzi, in realtà, non giudica proprio nulla.
Il contadino cinese lascia fluire gli avvenimenti. Lascia che le cose avvengano.
E commenta la “(s)fortuna” che gli altri gli attribuiscono con un: “Forse si, forse no, vedremo.”

Non vi è mai capitato di guardare con distacco a momenti veramente brutti accaduti nel vostro passato?
Non vi è mai capitato di arrivare quasi a benedire il semplice fatto che vi siano successe quelle cose?
E arrivare quasi a dire: “Adesso capisco perché è successo!“.

Non vi è mai capitato di riuscire a guardare con lucidità qualcosa di negativo accaduto tempo prima e capire che quello che di negativo è accaduto è servito a rendervi ora una persona più positiva?

contadino cinese

La parabola del contadino cinese: non giudicare un avvenimento dal presente

Torniamo alla parabola del contadino cinese: è proprio il non giudizio che il contadino esercita sulla realtà, che gli consente di viverla senza nutrire aspettative su ciò che accadrà.

A volte noi carichiamo di troppe aspettative ogni cosa che facciamo.
Sembra quasi che ci risulti impossibile vivere senza.

Ma come facciamo a giudicare se un evento è positivo
o negativo per noi, se lo stiamo vivendo solo nel presente?

Forse perché ci basiamo troppo su ciò che noi vogliamo.
Abbiamo lo sguardo concentrato sullo striscione di arrivo e finiamo col perderci le straordinarie emozioni della corsa.

A corsa finita, sapremmo dire cos’abbiamo provato mentre stavamo correndo?
Saremmo in grado di descrivere la sensazione del vento sul viso, il dolore cocente dei muscoli che si sforzano, il cuore che batte a ritmo incessante nelle orecchie?

contadino cinese


Non credo. Perché per molti di noi quello che resta, arrivati alla fine di una corsa, è se hai vinto se hai perso quella gara.

Allo stesso modo, ci sono persone che definiscono altre persone dei “vincenti” o dei “perdenti”.
Vincenti.
Come se la vita fosse un gioco.

Pensiamo solo al risultato, non al lavoro che c’è dietro.
Da questo, nasce il concetto che, nella parabola del contadino cinese, gli abitanti del villaggio usano per definire la “fortuna” e “sfortuna”.

Ma noi abbiamo lo sguardo fisso sull’inquadratura di immagini e ci dimentichiamo che è il movimento della macchina da presa che crea la sequenza.
Anche se la nostra vita non è un film, è comunque tutto il lavoro del dietro le quinte che mette in scena le azioni.

La parabola del contadino cinese: vivi nel presente e guarda la vita con occhi nuovi

Forse non sempre la vita ti dà ciò che tu vuoi.
A volte, ti dona semplicemente quello di cui tu hai bisogno.

Proprio come osserviamo nella parabola del contadino cinese.

Noi non possiamo giudicare gli avvenimenti come giusti o sbagliati, sfortunati e non, perché viviamo nel presente.
Non possiamo prevedere il futuro.

L’unica cosa che possiamo fare è vivere nel presente, nel “qui e ora”.

Probabilmente, la parabola del contadino cinese vuole dirci questo: è nel modo di vedere le cose che possiamo fare la differenza tra una realtà negativa e una positiva.

La scelta è nel nostro modo di guardare la vita con occhi nuovi.
Ovviamente non è facile, soprattutto in questo momento, per tutti noi.

Ma il cambiamento non solo è possibile in ogni aspetto della nostra realtà: nella vita che affrontiamo ogni giorno, nel lavoro, nella nostra sfera di affetti.

Il cambiamento è la forza che muove ogni nostro passo.
Per questo dobbiamo fare in modo che sia positivo.

Quindi, in definitiva…

Sta a te scegliere: sei il contadino cinese o uno degli abitanti del villaggio?
Vedi la “sfortuna” anche dove non c’è? O vedi opportunità?

Giudichi continuamente la realtà per come la vedono i tuoi occhi?
Oppure, sospendi il giudizio e ti limiti a dire come disse il contadino cinese:

Forse si. Forse no. Vedremo.

Martina Vaggi

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Pensieri sulla pandemia

Sopravvivere ad una realtà in declino: la continua ricerca di se stessi

Sta diventando difficile questa realtà.
Forse per alcuni lo è sempre stato, per altri inizia ad esserlo ora.
Questa vita così poco “sociale” e “socievole”, alla quale ci siamo abituati. 
Queste abitudini malsane che abbiamo acquisito in questo anno, non per volontà nostra.

Il lavoro che viene tolto così, come se non valesse niente. 
Come se fosse solo un giocattolo che si sono stufati di regalarci.

La realtà di oggi: la perdita completa del controllo

Non abbiamo accesso al controllo.
Non possiamo decidere noi quando e come questa situazione finirà.
Non possiamo cambiare la situazione esterna.

E questa situazione che noi non possiamo controllare alla fine sta controllando noi.

Quando incontrai la Signora T. per la prima volta (ne parlo nel mio libro) stavo passando un brutto momento. Non potevo fare nulla per cambiare la situazione esterna e quindi la subivo, ci stavo molto male.

Sono passati due anni da quel momento, ma ricordo ancora quali furono le parole che mi disse:

“Non puoi cambiare la realtà: non puoi cambiare le altre persone. E non è nemmeno tuo dovere farlo. Tu puoi cambiare te stessa, se lo vuoi. Facendo questo, anche le cose esterne cambieranno.”

Immagino che non tutti possano credere o comprendere un discorso simile. 
Anche io avevo i miei dubbi. Fino a quando non mi sono resa conto che aveva ragione lei.
Fino a quando non ho capito il vero significato di quella frase.

Se cambi il tuo modo di vedere le cose e la realtà, acquisirai un punto di vista completamente diverso. 

A quel punto tutto ti sembrerà diverso.
Ti sembrerà che la realtà esterna sia cambiata
ma non sarà così: avrai solo cambiato modo di osservarla.

Questo esempio si applica bene alla realtà di oggi.

Ovviamente noi non possiamo controllare il Covid.
Nessuno di noi può gestire gli eventi esterni.
Ma possiamo mettere ordine sulla realtà dentro di noi.
Possiamo fare tutto quello che è in nostro potere e nelle nostre capacità per migliorare la nostra situazione.

Gestire i pensieri per gestire la realtà

Noi abbiamo una responsabilità, la più importante di tutte.

La responsabilità di gestire i nostri pensieri. 

Abbiamo una possibilità: quella di poter scegliere con cura i nostri pensieri, ogni giorno.

Un pensiero, coltivato ogni giorno, produce un risultato, che, con il tempo, diventa una realtà.
La nostra realtà, quella in cui viviamo, tutti i giorni.

Sta a noi scegliere se sia positiva o negativa.
Sta a noi decidere se la nostra realtà sarà un enorme prato in cui correre o una prigione in cui rinchiuderci.

La realtà di oggi è traumatica. 
Decisamente frustrante. Decisamente demotivante. 
Veramente, veramente triste.

Quindi? Che cosa è in nostro potere fare?

realtà

Imparare da una realtà in declino

Vi è mai capitato di ritrovarvi senza un soldo, eppure di sentirvi la persona più ricca del mondo?
Vi è mai capitato di non avere un lavoro eppure di riuscire comunque a tenere per mano la speranza?
Vi è mai capitato non avere una prospettiva di futuro, eppure… di riuscire a cogliere la bellezza, inafferrabile, del presente? 

A me è successo.
Non sto dicendo che vi auguro che vi capiti.

Dico solamente che è dalle situazioni peggiori che impariamo le lezioni più importanti.

E quando questo avviene, se tu riesci a cogliere quei momenti, se riesci a vederli, puoi imparare qualcosa che ti porterai dietro per sempre.

Quando è successo a me, anni fa, ho capito una cosa. 

Spesso noi tendiamo a dividere le persone in due categorie: persone negative e persone positive. 
Forse un po’ di genetica c’è anche in questo o forse ha ragione la “Legge dell’attrazione” (i pensieri diventano cose, ecc.).
O forse… siamo noi che decidiamo chi vogliamo essere. 

Quando è successo a me ho capito che le persone non possono essere divise in due categorie: perché tra le persone negative e quelle positive c’è uno spazio enorme, aperto, dove circolano tutti coloro che ancora non hanno capito bene da che parte stare.

Come avviene il cambiamento della nostra realtà

Ad un certo punto mi sono accorta che avevo passato vent’anni a rimproverarmi di qualsiasi cosa e ad addossarmi qualsiasi colpa.
E a cosa mi era servito?
Avevo passato del tempo con persone che mi avevano sempre criticato.
E a cosa mi era servito?

Era servito a cercare una persona che mi aiutasse a cambiare la mia realtà
Era servito a capire che a volte non possiamo farcela da soli.
Che il cambiamento, per quanto possa spaventare e fare paura, per quanto possa portarti a soffrire, conduce, inevitabilmente, anche a qualcosa di buono.

Ci vogliono anni, forse. 
Ma, alla fine, inizi a diventare il cambiamento che vorresti vedere negli altri.

Quando scegli di non vedere sempre il lato negativo.
Quando capisci che essere negativi con se stessi non ti porta da nessuna parte.
Che nessuno ottiene dei risultati se continua a darsi del “cretino”. 

Ci vuole del tempo. 

Ma la più grande conquista che tu possa ottenere durante questo percorso arriva quando inizi ad occuparti di te. 

Quando smetti di guardare gli altri, di paragonarti a loro.

Loro hanno la loro realtà: tu hai la tua.

E non vuoi più cambiarli, perché sai che non puoi. Non funziona così.
Quando inizia a ricercare la tua approvazione. 
Non quella degli altri. 

Agli altri non importa nulla di te.
Ed è giusto che sia così. 

Martina Vaggi

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Pensieri sulla pandemia

Come la paura del virus è diventata paura di noi stessi

Un anno fa, in questo periodo di febbraio, sembrava incredibile poter anche solo immaginare di condurre la vita che stiamo conducendo ora.
Eravamo ad un passo dal cadere nel baratro Coronavirus, con le prime avvisaglie di ciò che sarebbe successo in seguito: i primi decreti-legge di fine febbraio, il panico, i supermercati svuotati, le mascherine che non si trovavano, quella paura del virus che iniziava a dilagare.

La paura. Quella dilagante paura.

paura del virus

Infine, il silenzio, che tutti noi abbiamo toccato con mano, dalle finestre aperte, chiusi nelle nostre case.

Tutto è iniziato con la paura. Quella paura ci ha accompagnati per un anno che è sembrato un secolo.
Avremmo mai potuto pensare che sarebbe durata fino ad ora?

Dalla paura del virus alla paura dell’altro

In questo ultimo anno abbiamo subìto enormi cambiamenti.
Siamo passati dal vivere incuranti di tutto al non vivere perché abbiamo paura di tutto.

Abbiamo paura del virus.
Abbiamo ancora paura di toccarci, di uscire a prendere un caffè, di muoverci di regione per vedere il nostro fidanzato.

Ma più della paura del virus, abbiamo, forse, ancora più paura di noi stessi: di contagiare i colleghi, gli amici, i parenti.
Di diffondere questo maledetto virus.

paura del virus

Abbiamo paura di esprimere la nostra opinione sulla situazione.
Se vuoi uscire appena ne hai la possibilità, vieni additato di non avere a cuore la salute degli altri.

Se dici che vuoi fare il vaccino vieni giudicato.
Se dici che non ti fidi a farlo, vieni criticato dalla fazione opposta.
Perché è questo che siamo diventati: fazioni.
Gruppi separati e distinti.

Da una parte, ci sono i sostenitori, dall’altra, gli oppositori.
Che cosa sostengano e a cosa si oppongano, non è chiaro, forse nemmeno a loro.

Quello che è chiaro è che sembra che quasi nessuno sia più disposto ad impegnarsi su se stesso: occuparsi degli errori degli altri è molto più interessante.

È un buon passatempo, per chi non vuole guardarsi allo specchio.

La paura del virus che diventa paura di noi stessi: la necessità di essere consapevoli di chi siamo davvero

L’introspezione non è molto comune.
Ti porta a prendere consapevolezza.
E la consapevolezza può generare dolore, angoscia, desiderio di cambiare, di migliorare ogni aspetto che non vuoi vedere, sentire di te.

paura del virus

È come aprire la porta di casa tua e scoprire che non abiti da solo. C’è anche qualcun altro lì con te.
E se quella persona non ti piacesse?
Potresti sempre aprire la porta e invitarlo ad uscire.

Solo che quella casa non esiste nella realtà. Sei tu.
E quella persona non è altro che un lato di te che non ti piace.
Ma non la puoi mandare via.
Ci devi convivere.

Per questo serve coraggio ad occuparsi di sé.

La paura del virus che porta agli estremi: la ricerca della via di mezzo

Serve coraggio per cercare la via di mezzo.
Gli estremi sono lì, facili da scegliere. Facili da alimentare.

Li abbiamo avuti sotto gli occhi ogni giorno per tutto questo tempo.
Li troviamo ovunque:

  • ogni volta che apriamo un social e leggiamo i commenti lapidari, offensivi, rabbiosi, sotto la notizia del giorno
  • ogni volta che assistiamo ad una discussione per strada.

Quegli estremi sono dentro di noi, così prepotenti che diventa difficile bilanciarli.

paura del virus

Ma cosa c’è nel mezzo?
Nel mezzo c’è chi vuole semplicemente esprimere un’opinione.

Nel mezzo ci siamo noi comuni mortali che vogliamo pensare alla nostra vita, ai nostri sbagli, a imparare qualcosa da tutto questo per migliorarci.

Nel mezzo ci siamo noi che non vogliamo più avere paura.

Nel mezzo c’è chi, come noi, vorrebbe solo dimenticarsi di tutte queste polemiche e tornare a vivere con più serenità di prima.

Nel mezzo ci siamo noi che ci tappiamo le orecchie e ci copriamo gli occhi per non sentire, per non vedere tutta questa rabbia.
È difficile non sentirla. È difficile non vederla.

Perché non è solo il virus a essere subdolo.
C’è il virus e poi c’è quella paura che ci tira fuori.

E poi c’è anche quella parte oscura, che ognuno di noi possiede e che questa situazione sembra tirar fuori, con prepotenza.

Quella paura ancestrale di ammalarsi, di contagiare gli altri, di morire, di non essere in grado di vivere veramente.
Il virus fa paura: spaventa, contagia, uccide.
Il resto… Lo facciamo noi.

Martina Vaggi

Photo credit: Pixabay

Crescita personale

Lascia la persona che eri per diventare quella che sei

Arriva un momento in cui ti devi perdonare.
Devi perdonarti per aver pensato che la vita che hai sempre condotto ti sarebbe bastata.
Che ti sarebbe bastato il lavoro che facevi per sopravvivere. Che saresti sempre vissuta nello stesso luogo senza mai osare andartene.

Ti devi perdonare per aver pensato che non avresti mai voluto sposarti o fare figli, solo perché pensavi che questo modo di parlare ti rendesse veramente libera e indipendente.
Arriva un momento in cui vuoi di più. Vuoi cambiare lavoro, vuoi cambiare città: vuoi passare il resto della vita con il tuo compagno, giurandolo a voce alta, magari.
Arriva un momento, quel momento in cui vuoi osare di più.
Vuoi provarci. Vuoi buttarti.
E, in quel momento, può succedere che tu voglia tutto ciò che pensavi di non volere.
Così inizi a ragionare in maniera diversa.
E, a quel punto, ti rendi conto di non aver mai ragionato in maniera così lucida in vita tua.

Ti rendi conto di aver indossato una maschera per tutta la tua vita. Di averlo fatto perché avevi paura. Hai sempre avuto paura del giudizio degli altri, delle loro critiche, della cattiveria di cui è pieno il mondo.
Solo che questa volta è diverso: ora hai gli occhi aperti e guardi il mondo come se lo vedessi per la prima volta. Guardi le persone e capisci che c’è del buono in ognuno. E non c’è sempre quel bisogno costante di difendersi.

Ti guardi allo specchio e non ti riconosci.
Ma è una bella sensazione.
Come se gli anni passati sbiadissero dalla tua mente. Come se la persona che eri ti prendesse per mano per accompagnarti in quell’enorme prato verde.
Non avere paura” ti dice.
Sei tu. E sei a casa“.

Martina Vaggi

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Pensieri sulla pandemia

1 gennaio 2021: fuori è sempre inverno

Guardo fuori dalla finestra. Il cielo è grigio, la neve scende copiosa. Mi è sempre piaciuto guardarla cadere.
E’ il primo gennaio del 2021. Sono le due di un pomeriggio come un altro e io sto per mettermi a scrivere.

Rivivo per un istante i ricordi di questo anno terribile che ci siamo lasciati alle spalle. Ricordo tutte le cose successe, le rivedo nella mia testa come se fosse un film. Credo che sia successo un po’ a tutti noi, quest’anno.
Abbiamo ricordato l’anno che è stato, tutto ciò che di negativo è successo.
Il 2020 ci ha toccati tutti con mano. E’ entrato nelle nostre vite con prepotenza e con una drammatica forza superiore ci ha travolti.
Forse è qui che qualcuno di noi ha preso consapevolezza, per la prima volta, che tutto ciò che ci succede, talvolta, è mosso da qualcosa di più grande di noi. Che abbiamo il controllo solo fino ad un certo punto, anche se ci ostiniamo ad esercitarlo su ogni cosa che ci circonda.
Che l’unico momento che conta davvero vivere è il nostro presente.

Ogni anno salutiamo l’ultimo giorno che lo accompagna e il primo dell’anno nuovo ma quest’anno è diverso.
La nostra vita non sarà mai più la stessa dopo il 2020.
Credo che per tutti noi sia così.
Forse tutti noi speriamo di dimenticare.
Forse un domani ritroveremo una mascherina stropicciata nella tasca del nostro giubbotto o sepolta nella nostra borsetta. Non ne avremo più bisogno e allora tutto questo potrà essere un ricordo, potrà essere definito “passato.”

Abbiamo aspettato che l’anno finisse per poterlo mandare al diavolo. Lo abbiamo condannato perché questo si fa con i momenti bui, con i periodi negativi, con le persone che ci fanno del male: le si manda a quel paese, senza volerci più avere a che fare.
Anche io vedevo il mondo in questa maniera. Poi, un giorno, la signora T. mi disse: “Non puoi scappare da una situazione negativa sperando di risolvere così il problema. Se te ne vai da un ambiente in cui stai male senza aver imparato i motivi per i quali stai male, un domani finirai di nuovo in una situazione simile e tutto ricomincerà da capo. Per poter dire addio a qualcosa, devi prima aver imparato perché quel qualcosa ha così tanta presa su di te. Solo così, puoi lasciarlo andare.”
Lasciar andare una situazione significa averla compresa, aver imparato a vedere il negativo e il buono.
“Il buono c’è in ogni cosa, se noi lo sappiamo cogliere” mi disse quel giorno, la signora T.

Sono le tre del pomeriggio ora.
Dalla mia scrivania, vedo la neve cadere fuori dalla finestra.
Ognuno di noi spera in cuor suo di dimenticare, ma io non voglio dimenticare.
C’è un mondo esterno che ci insegna che alcune cose non le possiamo cambiare. Non possiamo cambiare quello che è successo l’anno passato. Non possiamo impedire che alcune cose avvengano.
Non possiamo fermare la neve che cade.
Possiamo, però, evitare che dentro di noi geli sempre l’inverno.

Martina Vaggi

Riflessioni

Il tuo posto nel mondo

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E’ come una sensazione sotto pelle che non ti abbandona mai.
Si fa presente al mattino, appena apri gli occhi. In quel momento la avverti.
Si manifesta e si fa strada nei tuoi pensieri.
Rimani a guardare il soffitto per minuti, che a volte sembrano ore.
Poi ti alzi e inizi la giornata. E non ci pensi.
La seppellisci in profondità dentro di te. Come tutto quello che senti e che hai imparato a non manifestare davanti a chi non può capire i sentimenti o le emozioni.
Si disgrega tra il lavoro, la compagnia di altre persone, le ore passate al di fuori, gli impegni quotidiani sui libri.
Ma non se ne va, e forse non se ne andrà mai.

Ma è sempre lì ad aspettarti ad ogni risveglio. Lieve, leggera ma incisiva, va dritta in profondità.
La tristezza.
E’ sempre lì accanto a te quando apri gli occhi. Assieme a quella sensazione di vuoto, che per un istante ti fa dire: “Cosa sto facendo?”.
Si dice che abbiamo due vite e che iniziamo davvero a vivere quando realizziamo per quale scopo siamo nati.
Allora la tristezza significherebbe sentirsi come se ancora non avessimo capito qual è il nostro posto nel mondo.
Ma se tu avessi già capito qual è il tuo scopo in questa vita e non riuscissi a realizzarlo?
Forse la tristezza che provi è anche questo.
Forse è così che ci sentiamo quando non stiamo facendo ciò per cui siamo nati, non stiamo adempiendo al nostro scopo su questa terra.

Forse è un modo per la nostra mente di spingerci a provare un’altra via, ancora un’altra, pur di mantener vivo quel sogno, pur di volerlo rincorrere ancora, fino a quando c’è ancora vita per poterlo fare.
Forse non lo raggiungeremo mai e la tristezza allora non se ne andrà.
Ma possiamo davvero correre il rischio di non provarci?

Martina Vaggi

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Riflessioni

La nave sta affondando, abbandonate la nave!

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Si dice che tutti dovremmo avere una vita vista mare.
Ma chi lo dice, probabilmente non ha mai avuto l’occasione di abitare in un tranquillo e pacifico posticino di campagna.
Non so chi fu il primo a scrivere questa frase, né ho ancora capito cosa significhi: per me il mare ha sempre rappresentato un oscuro contenitore di creature mostruose, nel quale è preferibile inabissarsi solo in acque poco profonde, possibilmente prossime alla riva.
Per quello che mi ricordo, almeno. Non vedo il mare da un bel po’.
C’è una cosa, però, che ricordo. Il mare fa riflettere. Ti aiuta a rilassare la mente, e, qualche volta, se sei fortunato, anche a riordinare i pensieri.
Quando ero più piccola (e frequentavo il mare molto più di ora) ricordo che sedevo lì, sullo scoglio più alto di quella spiaggia dove io e mamma andavamo sempre. Mi mettevo lì seduta con quel bikini colorato che faceva da contrasto a un’abbronzatura da 8 ore di sole non-stop. Stavo lì e guardavo il mare per ore.
Ma avrei potuto tranquillamente guardarlo anche per giorni.
Vedevo le onde infrangersi contro gli scogli, poi ritirarsi, prendere di nuovo la rincorsa, e, di nuovo, infrangersi con più forza di prima. Certo, l’epilogo era sempre quello, per loro: però io ammiravo la forza con cui l’onda ripeteva quel gesto e andava a morire lì dov’era destinata.
Forse è un po’ tutto destinato. Tutto ci viene dato in natura e dalla natura e, contro questa legge naturale, appunto, nessuno di noi può far nulla. Non possiamo lottare, ma non possiamo nemmeno arrenderci, dal momento che quella in cui viviamo e la nostra vita. Forse possiamo essere un po’ come quelle onde che ripetono, ogni secondo e ogni giorno, la stessa azione.
Ma se la vita ci stesse dando quello di cui abbiamo bisogno ma non quello che noi vorremmo davvero, noi come potremmo mai saperlo? Se la nostra vita stesse andando alla deriva, come una nave che affonda, di notte, senza alcuna luce, come potremmo noi sapere se intorno ci sono scogli a cui aggrapparsi o se tutto quanto è destinato a finire… lì?
Nessuno sa. Così come il capitano del Titanic non vide quell’iceberg, così non possiamo vedere noi più in là dei nostri stessi pensieri.
Siamo come bottiglie di vetro in balia delle onde, con un bel messaggio infiocchettato che magari nessuno leggerà mai.
In quelle ore in cui sedevo sugli scogli, il mare era capace di calmare la mia mente. Ma, a pensarci bene, non c’era poi molto da calmare.
Se oggi mi sedessi sugli stessi scogli a guardare nello stesso punto, non riconoscerei nulla. Né il mare, né la spiaggia, probabilmente non ricorderei nemmeno nulla delle cose successe lì. Non riuscirei a ricordare neppure me stessa.
E se guardassi al mare per avere un po’ di conforto… Non basterebbe nemmeno l’oceano a calmare il casino che ho in testa.
Ma al mare ci guarderei comunque. Guarderei a quelle onde così fiere e maestose e sarei fiera di loro e del loro continuo lottare.
Perché guardare loro sarebbe un po’ come guardare me stessa.
E se la nave davvero è destinata ad affondare… Beh, per il momento non si può sapere.
Ad oggi non è ancora affondata ma… sicuramente ha iniziato ad imbarcare un bel po’ d’acqua!

Martina Vaggi

Riflessioni

Quella sincera voglia di dare

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Il problema dell’avere a che fare con le persone forti è che nessuno si aspetta mai di vederle cadere. Nessuno sospetta mai che possano avere un tracollo.
E quando questo si manifesta, la gente è solita dire cose come: “Non me lo sarei mai aspettato da lei”.
Quando, in realtà, la debolezza è la caratteristica più comune e naturale dell’essere umano. E’ che ci si dimentica spesso di essere delle persone umane. Ci si dimentica di come non conti solo il nostro nome, i nostri difetti, le nostre esigenze, quanto anche quelle degli altri. Ci si dimentica di quanto ogni persona abbia in comune i più basilari e naturali sentimenti di felicità, sofferenza… solitudine.
Così una persona forte viene sempre un po’ data per scontata. Ed è un po’ anche per questo che, forse, impara a risolversi i propri problemi per conto suo. Impara a non chiedere una mano e, quando ha bisogno di aiuto, a cercarla alla base del suo braccio. Impara a creare le proprie regole e a vivere seguendo quelle.
Impara anche a chiudersi in se stessa. E questa è la parte peggiore.
Un atteggiamento controproducente, perché da molte persone viene visto come un sintomo di menefreghismo verso gli altri. E’ ci sono momenti – che quando arrivano, sembrano durare una vita – in cui senti che non hai più molto da dare, anche se non è così.
Senti che non riesci a dire, a raccontare, tutto ciò che sta succedendo, tutto il caos, la confusione che invade la tua mente e non la lascia in pace. In quei momenti hai bisogno di pensare solo a risolvere quei problemi e, semplicemente, non hai spazio per altro.
E’ in quei momenti che vorresti dire: “Non riesco a risolvere i miei casini, come posso farlo con i tuoi?
Ma non lo fai. Sorridi e vai avanti. Sorvoli e vai avanti. Ti metti addosso una maschera, sì, quella che tutti vogliono vedere, e non te la togli fino a quando non sei a casa.
La verità è che non tutti possono capire le tue situazioni se prima non ci passano loro. Come puoi spiegare un attacco di panico a chi non l’ha mai vissuto? Come puoi spiegare la paura, che ormai è diventata la costante della tua vita, di non essere mai abbastanza forte per quello che verrà. Come fai a spiegare che tutto questo è già abbastanza per te e non ne vuoi di più, davvero. Vorresti solo avere la mente sgombra e fantasticare su quanto di bello deve ancora venire.
Come puoi spiegare tutto questo?
E se lo dovessi spiegare, che cosa pretenderesti in cambio?
Non puoi pretendere, non puoi aspettarti nulla.
Una prima cosa che ho imparato in quest’ultimo anno è questa: ognuno di noi è solo. Anche se non lo è realmente, anche se è circondato da molte persone, è solo e lo è per davvero quando si tratta di vivere la propria vita, camminare con le sue gambe, tracciare la propria strada, convivere con se stessi e con le proprie scelte (e questa è la parte più difficile). Guardarsi allo specchio ogni giorno e vedere come la vita sia in grado di cambiarti, scoprire nuove ferite e nasconderle, perché quelle le devi vedere solo tu. Riuscire a trovare ogni lato nascosto di te e pensare: riuscirò mai a convivere con tutti i difetti che ho? E di tutti i pregi e le qualità che vedo che cosa ne farò?
La seconda cosa che ho imparato in questo periodo poi è che non tutti riescono a vederti davvero.
E questo, sia chiaro, non è una loro colpa. Specialmente se tu sei una di quelle persone che tendono a non mostrare mai debolezze.
Molti semplicemente si fermano a quello che mostri e a loro va bene così. Tutte le volte che stai in silenzio tu, vedono l’occasione per parlare sempre e solo dei loro problemi. Qualche volta ti buttano lì un “Tutto bene?” di circostanza, di noncuranza, come se questo ti potesse mai veramente bastare.
Non sono per le vie di mezzo, anche se ci provo. Il fatto è che ad un “Tutto bene?”, buttato lì tanto per fare gossip, preferisco quasi uno schiaffo. Preferisco essere messa all’angolo e sentirmi dire “Cosa ti sta succedendo?”. Perché quello esprime qualcosa. Questo è ciò che dici quando vuoi bene a qualcuno e vedi qualcosa che non va in lui. Ma non è detto che tutti lo vedano. Non è neanche detto che tutti vogliano veramente vederlo.
E’ che, semplicemente, a volte ci fa comodo fingere di non vedere. Ci dà la scusa giusta per poter pensare alla nostra vita senza sentirci in dovere verso qualcuno.
Poi ci sono anche persone che invece ti vedono realmente. Persone che ci provano nonostante i loro problemi, nonostante i se, i mai, e tutti gli why e because. Persone che, forse, in tutti questi anni, hanno imparato a conoscerti meglio di quanto tu conosci te stessa.
Persone che ti guardano da lontano, ti scrutano, come se cercassero di scavarti dentro e di capire il perché. Semplicemente il perché.
Se alle prime non do colpe (ho smesso di portare rancore da quando ho capito che faceva del male solo a me) nelle seconde vedo qualcosa che per me è fondamentale. Vedo la consapevolezza di non essere mai davvero sola. Vedo quello sguardo e mi ci aggrappo e torno di nuovo a credere in questa sincera voglia di dare che vedo in te e che, ogni giorno, cerco di non perdere in me.

Martina Vaggi

Riflessioni

Non immaginare qualcosa che non c’è ma apprezza quello che hai

 

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E’ difficile a volte capire come funziona una mente. Cosa la affascina, cosa la colpisce, cosa ne fa scattare l’interruttore “curiosità”.
E’ ancora più difficile capire come funziona un cuore. Quali sono le parole che lo fanno sentire protetto e al sicuro e quali i gesti che lo fanno correre a ritmo più incalzante.
In una realtà come la nostra, oggi, dove ci muoviamo a ritmo disumano per raggiungere obbiettivi irraggiungibili, dove le persone sembrano aver dimenticato cosa significhi fermarsi un attimo a godere la vista di un paesaggio – o di una persona – ci approcciamo all’altro sesso sempre con un po’ più di paura e di indecisione.
Il problema è che, sempre più di frequente, vediamo negli occhi dell’altro riflesse le nostre stesse paure, se non di più, e trasformiamo quella persona in un caso clinico da curare (noi donne, in questo, siamo diventate talmente brave da renderla una disciplina olimpionica) e diamo al nostro obbiettivo impossibile da raggiungere quel nome e cognome. Così la nostra realtà diventa “quello sguardo che ci ha lanciato che voleva dire di più” o quella notte che non scorderemo tanto facilmente, o quel rapporto iniziato ma mai portato avanti.
E senza neanche accorgercene trasformiamo la conoscenza in una gara di conquista dove la persona davanti a noi diventa un premio.
Forse sul momento non ce ne accorgiamo, ma una volta che ce ne rendiamo conto, una volta che vediamo scritte queste parole che delineano il nostro comportamento, quanto risulta sbagliato tutto questo?
Quanto sacrifichiamo di noi stessi solo per una ricerca di attenzione che altro non è se non un contentino dato con sufficienza?
In tutti questi anni di rapporti mancati, riusciti e poi finiti, mai iniziati o interrotti bruscamente con l’altro sesso, mi sono sempre un po’ stupita di notare come una delle costanti presente in tutti questi casi (vissuti in prima persona o indirettamente) sia sempre stata la trasformazione della realtà così com’è, in una realtà che solo noi percepiamo e vediamo così come siamo.
Ognuno di noi vede la realtà che vuol vedere. A volte distorce perfino la realtà che ha davanti solo per trasformarla in qualcosa che non c’è.
Ma così come mentre corriamo verso l’obbiettivo non riusciamo quasi mai a fermarci per chiederci per cosa – o per chi – davvero stiamo correndo, allo stesso modo non riusciamo a dare un freno a questo comportamento fino a quando non ci rendiamo conto di quanto triste esso sia.
Fino a quando non riesci, un giorno, a trovare la pace nella tua solitudine.
L’armonia nel tuo disordine. La tranquillità nei tuoi orari, nei tuoi impegni quotidiani che non hanno quel nome e cognome che vorresti, ma solo il tuo.
Solo il nome e cognome che porti e che rappresenta la tua vita.
Perché se fantasticare sul momento può essere bello, lo è ancora di più rendersi conto che non ne hai bisogno. Perché la realtà che ognuno di noi vuole vedere alla fine è quella che più ci fa star male.
Non abbiamo bisogno di scuse, ma, semmai, di concretezza. Di messaggi che arrivano decisi, di gesti trasparenti, di serate passate a parlare davanti ad un camino accesso, o davanti ad un caffè. Non abbiamo bisogno di immaginarci qualcosa che non c’è, ma di goderci quello che già abbiamo.
Non vogliamo più comportamenti ambigui, quelli già li abbiamo sperimentati e abbiamo capito a nostre spese che creano solo problemi: abbiamo bisogno della verità, anche se a volte può essere crudele.
Nessuno di noi deve correre dietro ad un treno che non si fermerà mai per noi.
D’altronde, le persone non sono treni: sono semplicemente persone. Che si tengono per mano quando vogliono affetto, si guardano quando vogliono cercarsi e si aspettano a vicenda quando hanno davanti l’unica persona che vogliono davvero.

Martina Vaggi

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Riflessioni

La paura che paralizza, la paura che ti spinge a muoverti

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Viviamo tutti dei giorni bui, dei momenti del nostro passato dei quali non andiamo fieri. Dei periodi della nostra vita in cui abbiamo smarrito noi stessi e ci siamo persi per poi non riconoscerci più. Questo forse è portato dall’instabilità della vita o, piuttosto, dal fatto che siamo noi i primi ad essere un po’ instabili.
Eppure
a volte non c’è un perché o un motivo scatenante di quella situazione. A volte non c’è nulla che non quadra eppure neanche nulla che sia al posto giusto.
Per me, che ai tempi avevo solo 23 anni, nulla sembrava essere fuori posto: avevo solo un’università da finire e nessuna responsabilità al mondo se non questa. Ero circondata – sono sempre stata circondata – da persone stupende: dei genitori incredibili che non mi avevano mai fatto pressione sul fatto che io ancora non lavorassi e non mi mantenessi da sola. Delle amiche di cui mi sono circondata e poi c’era lo sport che a me ha sempre dato tanto. Ho sempre avuto tanto dalla vita – anche più di quanto meritassi – eppure in quel momento questo è diventato un problema per me. Il fatto che, amicizie e rapporti sociali a parte, io non mi fossi mai guadagnata nulla di ciò che avevo. Era sempre stato tutto gratis, tutto facile, troppo facile per una come me che la vita ama complicarsela. Mi sentivo in colpa per un’università che non pagavo io e che ritardavo a concludere. Mi sentivo inutile per un lavoro che non svolgevo e anche ancora non cercavo. Non avevo più obbiettivi: le lezioni all’università le avevo concluse, mi mancavano solo gli ultimi esami e passavo ormai tutto il mio tempo a casa cercando di finirli e, a volte, non provandoci nemmeno.
Stare sempre a casa si può rivelare molto pericoloso, almeno per me. Perché mi portava a pensare a tutto ciò che andava male e a fantasticare ad una vita che non avevo e che volevo. Mi ha portato ad impigrirmi, a svegliarmi sempre più tardi la mattina, a non avere ritmi, quei ritmi che, mi sono resa conto solo una volta che ho iniziato a lavorare, per me sono tutto perché scandiscono il mio tempo e la mia giornata in regole ferree da seguire. Ho sempre avuto bisogno di regole anche se in fondo non le ho mai tollerate granché,
in un tipico dualismo che mi caratterizza e che rispecchia la mia vita, in fondo.
Se ripenso a quel periodo penso a quanto una persona sia in grado di fingere, persino una come me che tende sempre a dire ciò che pensa, anche a suo discapito.
Eppure uscivo, ero allegra, non dicevo mai di no per una cena o per una serata. Ma tutto questo non alleviava l’inutilità che sentivo, anzi, la peggiorava. Da fuori apparivo sicura, sorridevo ma dentro mi sentivo inutile.
Mi sentivo un fallimento e non tanto per le aspettative che altri potevano avere su di me, quanto per le aspettative che io mi ero posta su me stessa. Ero ad un bivio: sapevo in fondo quale strada dovevo prendere – qual era quella giusta – ma non riuscivo a muovermi. Ero paralizzata da ciò che volevo e che non riuscivo ad ottenere. Troppo consapevole di avere tutto ma di non essermi mai guadagnata niente, troppo frustrata della mia vita da prendermela magari con le persone che avevo vicino. Se instauravo rapporti con un ragazzo il rapporto finiva sempre male e io tiravo fuori il peggio di me per poi pentirmene un minuto dopo. Ripensandoci ora, credo che in quel periodo davo il peggio di me perché era l’unica cosa che potevo realmente dare. Non avevo più riserve di autostima. Non credevo in me, ero diventata un’insicura cronica, una di quelle persone che non riescono a muovere il culo per raggiungere i loro obbiettivi perché, di base, non l’hanno mai dovuto fare in vita loro.
Ma se non riesci a tirarti fuori dai tuoi stessi problemi tu, come pensi che qualcun altro ti salvi dal tuo abisso?”, questo continuavo a pensare.
Guardavo la vita degli altri andare avanti: le mie amiche laurearsi, iniziare a trovare un lavoro mentre io mi sentivo ferma al punto di partenza.
Le sentivo parlare di ore di lavoro, riposi, sacrifici, seppur piccoli o grandi, e pensavo: “Non vedo l’ora di affrontare anche io tutto questo”.
Eppure non riuscivo a muovermi.
Ripensandoci ora, forse era molto più comodo – è sempre più comodo – inscenare la parte della vittima che non riesce ottenere ciò che vuole, piuttosto che darsi da fare e iniziare a costruire, passo dopo passo, la strada sulla quale vuoi camminare.
E’ assurdo, me lo dicevo anche all’epoca: avere tutto e sentire di non avere niente. Perché quello che più mi mancava, e che, mi resi conto dopo, non dovrebbe mancare
mai, era la fiducia in me stessa. La grinta di non buttarsi giù, la pazienza nell’accettare che si può anche cadere nella vita ma ci si deve sempre rialzare da soli.
In quel periodo non scrivevo più. Non leggevo più. Non facevo più tutte quelle cose che mi hanno sempre fatto stare bene. Non so dare una definizione di quello che quel momento è stato per me. Non so dire se era depressione o svogliatezza o forse entrambe. Sono sempre stata allergica alle definizioni perché prima di vedere qualcuno come un paziente da curare preferisco vederlo per quello che realmente è: una persona con alti e bassi, con sbavature e linee dritte e ben definite. Una persona che sbaglia, volta pagina e ricomincia.
Così ho fatto io. E’ saltato fuori che il vero limite non sempre te lo impone la vita. Nel mio caso il limite me lo sono sempre imposto io. E’ venuto fuori che non erano certo quei due esami che mi mancavano alla laurea il problema:
di quelli me ne sono sbarazzata e il giorno in cui mi sono laureata ricordo di aver pensato: “Ah, ma era davvero così facile?”.
E poi da lì ho ricominciato. Mi sono buttata in lavori che volevo fare per scoprire se davvero facevano per me e in altri che mai avrei pensato di fare e nei quali sono partita completamente da zero.
E oggi quel periodo mi serve per pensare a quanto lavoro facciamo su noi stessi senza neanche accorgercene. A quanto i risultati di quel lavoro si vedano dopo tanto, troppo tempo: così tanto che una persona cambia e si trasforma senza neanche rendersene conto.
Non credo di aver mai detto a nessuno di quel mio periodo
che ora guardo a mente lucida e do in pasto alla carta perché è l’unica cosa che davvero so fare e della quale non me ne libererò mai. Era nascosto in me, come un’infinità di varie cose, parole, imperfezioni.
Esistono in fondo periodi negativi per tutti e cause scatenanti per ognuno di essi. Per me la causa scatenante è stata la paura: paura di non essere all’altezza delle mie aspettative. Ma la stessa paura che ieri mi ha paralizzato e bloccato dal fare qualsiasi cosa oggi, invece, mi accende e mi porta a buttarmi nelle cose e a viverle più che posso.
All’epoca non sapevo ancora quali fossero i veri problemi. Non conoscevo ancora le responsabilità, non avevo
ancora visto da vicino una malattia feroce, che ti costringe a vivere con l’ansia e la paura (la vera paura) di vedere un tuo amico o un tuo famigliare strappato dalla quotidianità, dalla routine, dalle piccole cose a cui rimaniamo aggrappati ogni giorno e che spesso diamo per scontate.
E ho capito, con il tempo che, forse, il segreto del vivere serenamente non è l’avere la fortuna di vivere una vita facile o la sfortuna di trovarsi a convivere con un dramma dopo l’altro, perché purtroppo di alti e bassi è fatta la vita di tutti noi. Forse la soluzione è cercare, trovare, e costruire continuamente un nostro equilibrio che ci permetta di vivere con leggerezza i periodi belli, e accusare il colpo nei periodi bui.
Senza farsi mai troppe domande su quello che accadrà.

Martina Vaggi
Photo credit: http://www.deabyday.tv/salute-e-benessere/mente-e-psiche/guide/1789/Come-superare-la-paura-del-giudizio-altrui.html