Riflessioni

Eravamo tutti Charlie Hebdo, fino a quando abbiamo deciso di non esserlo più

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Era 7 gennaio del 2015 quando la sede del giornale satirico Charlie Hebdo di Parigi subì un attacco terroristico ad opera di alcuni jihadisti. L’attacco, scatenato da alcune immagini satiriche su Maometto e l’Islam, colpì duramente la sede del giornale, che quel giorno subì 12 perdite, tra cui molti membri della redazione.
In quel periodo molte persone hanno dimostrato la loro solidarietà e vicinanza alla Francia e alla redazione del giornale satirico, autoproclamandosi Charlie Hebdo, con la frase che divenne poi celebre: “Je suis Charlie“. Questa frase mirava anche a celebrare la libertà di espressione, quella libertà per la quale 12 persone morirono quel giorno.
Un anno dopo, facendo un balzo nel presente, l’Italia si trova lei stessa a subire un duro colpo: un terremoto di magnitudo 6.0 colpisce alcune città del Centro Italia, tra cui Amatrice, che viene rasa quasi completamente al suolo. Quasi 300 sono le perdite.
A una sola settimana di distanza da questo tragico evento, Charlie Hebdo fa di nuovo sua la libertà di espressione, pubblicando una vignetta che ritrae persone sepolte come strati di lasagne. La vignetta reca questo titolo: “Terremoto all’italiana: penne al sugo di pomodoro, penne gratinate, lasagne“. Nello stesso pomeriggio, il giornale si esprime nuovamente, pubblicando su Facbook una nuova vignetta dal titolo: “Italiani, non è Charlie Hebdo che costruisce le vostre case, ma la Mafia“.

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Sul web si sono scatenate le polemiche e tra le emozioni maggiormente riscontrati, emerge quella dell’indignazione. L’indignazione per una vignetta di così cattivo gusto, che ritrae dei connazionali deceduti, seppellendoli e ricoprendoli di ciò per cui l’Italia è celebre: la cucina. Un’indignazione che condivido pienamente anche io. Accanto a queste polemiche, come spesso succede, ne sono scaturite altre: le polemiche di chi sostiene che le persone indignate siano le stesse che il 7 gennaio del 2015 recitavano a gran voce “Je suis Charlie Hebdo“.
Sicuramente è così. E cosa ci sarebbe di sconvolgente, esattamente?
Siamo stati tutti (o quasi) Charlie Hebdo quando il giornale è stato colpito, e perché mai non avremmo dovuto esserlo?
Perché no? Per paura di essere etichettati come “pecoroni”? Per paura di quel popolino di Facebook che gioca a fare il “diverso”, quando poi va a fare la coda per comprarsi l’I-Phone?
Il problema è che a quel popolino non viene nemmeno in mente per un secondo che alcuni (non tutti), di quelli che hanno sostenuto la rivista all’epoca della tragedia, fossero davvero addolorati per la vicenda, e sentissero il bisogno di esprimerlo. Quel popolino non ammette la purezza di un sentimento come la solidarietà: ammette solo di vedere il marcio in ogni situazione. Ragiona per “mode” o per “incoerenze”, e si riempie la bocca di queste parole senza neanche prendersi la briga di pensare positivo sulle persone (tanto per cambiare).
Ma all’epoca chi non avrebbe mostrato un minimo di dispiacere per una vicenda così assurda e tragica allo stesso tempo? Sono morte delle persone, e non certo per una giustificazione accettabile.
Ma il popolino di Facebook chiede coerenza, e oggi non la vede. Non la vede perché quasi nessuno di quelli che un tempo recitò il “Je suis Charlie Hebdo”, oggi si ritroverebbe a citarlo e a sostenerlo. Io no di certo.
Questo perché l’ironia, come tutte le cose, deve avere dei limiti. E una catastrofe naturale è uno di quei limiti. Una vignetta del genere è veramente di pessimo gusto (e di pessima ironia, aggiungerei): che poi il giornale abbia ironizzato sullo stato di corruzione che vige in Italia, è maggiormente accettabile.
Ma, visti i fatti, credo sia abbastanza difficile parlare di incoerenza. L’aver sostenuto un giornale che aveva subito un attacco alla libertà di espressione, e il remargli contro oggi, quando lo stesso giornale fa dell’ironia sulla morte in maniera così disgustosamente esplicita, non rende una persona incoerente. La rende semplicemente libera di decidere chi vuole sostenere e chi no. La rende libera di mantenere la propria libertà di espressione: la libertà del giornale non è stata infranta, dal momento che nessun sopravvissuto di Amatrice ha ancora preso in mano un mitra per fare una strage dei redattori e vignettisti della rivista francese.
Ma, a quanto pare, certe persone non riescono a digerire altre parole che non siano “Incoerente”, “Pecoroni”, e “Le cose vergognose sono altre”. Quindi io opterei per lasciare gli aspiranti “diversi Facebookiani” a continuare a gingillarsi con i soliti detti, triti e ritriti… Poi non dimenticatevi di comprare l’I-Phone, però.

Martina Vaggi

Photo Credit: http://www.scattidigusto.it
http://www.tgcom24.mediaset.it

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